conversazioneIn questi ultimi giorni ho intrecciato una serie di scambi fittissimi tra Facebook e questo blog. Anche se a qualcuno è sembrato che io discutessi di questo o quel tema, in realtà ciò che mi interessava era discutere del modo di conversare. Avevo l’impressione che un segno della profonda crisi in atto sia l’affanno delle conversazioni. Impressione confermata da quelle che ho attivato.

Per questo ho lanciato, sempre su Facebook, il progetto Ragione gentile e poi ho chiamato a raccolta i miei amici facebocchiani per definire le regole di un gioco che mi pare possa essere divertente e al tempo stesso molto istruttivo: un “Match di conversazione gentile”. Rimando a quel luogo per il proseguio di questa idea.

Dopo tanto discorrere, però, vorrei mettere dei punti fermi, che fra l’altro emergono largamente proprio da quel gioco lanciato sul mio profilo Fb e per i quali ringrazio i miei amici che vi hanno partecipato. Non saranno gli 8 di Bersani o i 20 dl Movimento 5 stelle, ma mi paiono altrettanto urgenti…

Regola numero uno: le parole. Discorrere significa interrogare quello che l’altro dice, ovvero le parole che usa esplicitamente. Non quello che voleva dire tra le righe, quello che non ha detto ma secondo me pensava, quello che altri dicono anche se lui non lo dice. Il che implica parlare all’altro usando il tu e l’io (io dico a te, tu dici a me), non il voi a intendere l’intera classe di quelli come lui (voi che dite/fate)

Regola numero due: i toni e gli atteggiamenti. In una conversazione i toni e in generale gli atteggiamenti non verbali vanno anch’essi interrogati perchè suscettibili di interpretazioni molteplici e molto spesso la prima che viene in mente è sbagliata. Non si usa quindi il tono dell’altro per togliere valore a quello che dice e non si interpretano i suoi atteggiamenti a meno di non chiedergli se condivide quell’interpretazione. Se poi la conversazione è scritta e non in presenza, a maggior ragione ogni speculazione sui “toni” è strumentale e certamente non gentile.

Regola numero tre: le cose dette. Una conversazione è un processo, dunque il significato emerge lentamente nel suo corso e quello che rispondo ora a ciò che mi ha appena detto l’altro, deve tener conto di quello che sia io che lui abbiamo detto prima. Aggrapparsi all’ultima cosa detta, come restar ancorati alla prima, senza tener conto del nesso con il discorso nel suo complesso è sostanziale mancanza di rispetto per l’altro.

Regola numero quattro: la struttura del discorso. In una conversazione la struttura del discorso è importante quanto il suo contenuto. Per affermare una qualche verità, occorre che la struttura del discorso sia coerente con la verità che sto affermando. In caso contrario l’altro ha pieno diritto di rilevare la contraddizione e chiedermene conto. Si può inneggiare alla violenza con un discorso violento, non sarà bello ma è coerente ed efficace. Non si può fare il contrario però, come sostenere il valore del rispetto dell’altro in una conversione che non rispetti quello che dice l’altro.

Regola numero cinque: i temi. Le conversazioni si snodano lungo temi di conversazione. A seconda dei luoghi e dei contesti, il tema può essere predefinito e stabilizzato oppure mutevole. Stare nel tema significa rispettare il tema proposto indicando il nesso con ciò che si dice. Ovviamente si può anche cambiare tema se il luogo lo prevede, ma in una conversazione il cambio di tema va concordato. Non si cambia tema, invece, per evitare di affrontare qualcosa che l’altro ti chiede e se lo si fa, l’altro ha pieno diritto di richiamarti al punto.

Regola numero sei: gli obiettivi. Una conversazione ha come obiettivo di fondo l’esplorazione delle ragioni in gioco attorno all’oggetto della conversazione stessa. L’obiettivo è uscire da una conversazione sapendone di più della  propria e della ragione altrui. Non è dunque “aver ragione” nel senso di vincere una sfida. Uscire da una conversazione con la sensazione di averla spuntata ma senza una briciola in più di consapevolezza attorno all’oggetto discusso, nella migliore delle ipotesi è una perdita di tempo. Nella peggiore una sopraffazione.

Regola numero sette: i risultati. Se un discorso costruito in solitaria, serve a far capire cosa penso, una conversazione serve a capire cosa pensa l’altro e a migliorare quello che penso io. Quando ciò non accade una conversazione si riduce a più discorsi che si snodano ognuno per proprio conto e quindi cessa non solo di essere gentile, ma di essere una conversazione.

Regola numero otto: il gioco. Una conversazione è uno scambio di punti di vista attorno a qualche oggetto. I punti di vista si esprimono proponendo il proprio e ascoltando gli altri. Limitarsi a giudicare ciò che mette a disposizione l’altro senza proporre il proprio, invece, è un gioco scorretto come lo è ribadire più volte il proprio senza tener conto delle obiezioni formulate dall’altro

Regola numero nove: il contraddittorio. Una conversazione è uno scambio di giudizi su ciò che viene detto. Ciò che rende legittimo il giudizio sono le argomentazioni che vengono utilizzate a suo sostegno e la possibilità di confutarlo con altre argomentazioni. Non è affatto gentile invece giudicare senza sostenere il proprio giudizio o facendolo con frasi del tipo “secondo me è così” e non sottoponendo il nostro giudizio a quello dell’altro.

Regola numero dieci: valori, relazioni, emozioni. In una conversazione si intrecciano ovviamente anche una serie di fattori non razionali. Se conversiamo di qualcosa che ci interessa, è facile che la conversazione sia attraversata da forti passioni per il tema, da contrasti preesistenti con il conversante, da emozioni di varia natura che rendono meno lucido il nostro giudizio e il nostro modo di stare nella conversazione. Ma tutto ciò non può essere in alcun modo considerato una giustificazione per contravvenire alle prime nove regole. Valori, relazioni, emozioni condizionano una conversazione, proprio per questo queste regole devono essere considerate un patto tra i conversanti per aiutarsi reciprocamente a contenerne il condizionamento e indirizzarlo verso una forma gentile di Ragione.

L’obiezione più probabile, che mi sento di dover anticipare perchè è la prima che mi sono fatto io, è che discorre in questo modo è molto difficile. Infatti. Ma non ho detto che bisogna saper discutere in questo modo. Io sono un pedagogista e un educatore, dunque questi dieci punti, venendo da me, vanno intesi come uno strumento per imparare a conversare. Ed è questo che è urgente.