Ostinarsi a lasciare

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Yoda_y_Lukedi Irene Auletta

La lezione inizia ed è una di quelle, almeno parzialmente, conosciute. Poco prima con Angela, la nostra insegnante Feldenkrais, avevo anche espresso una mia preferenza proprio per questa ma, sin dalle primissime indicazioni, qualcosa non funziona. L’invito ad andare lentamente, ad essere gentili nel movimento e a cercare la morbidezza, stasera sembra produrre in me l’effetto contrario.

La mente continua ad allontanarsi da quella scena, assorbita da alcune preoccupazioni che in modo prepotente invadono quel sospirato momento solo per me. Penso a te, alle tue fatiche del presente, alle tensioni che sembrano caratterizzare tutte le tue principali relazioni. E soffro.

Fate partire il movimento dai mignoli, incrociate le mani, fatele risalire pian piano lungo il ….. Eccomi che sono già altrove. Penso a quelle frasi sovente rivolte a te ma che, in realtà, sembrano più una recita per me stessa. Ti osservo mentre non molli, ti ostini, resisti. E io a dirti che devi lasciare andare, che devi arrenderti un pochino altrimenti puoi solo continuare a stare male. Ma con chi sto parlando?

Nel fare un certo movimento avverto una lotta fortissima tra corpo e volontà. Le indicazioni di Angela sembrano scontrarsi contro un muro e anche i movimenti più semplici diventano ostacoli insormontabili. La mente si ottunde e in diverse occasione lei si avvicina facendomi notare che sto saltando qualche passaggio oppure sto facendo qualcosa di differente dalla sua indicazione. Ed è proprio questa la sensazione. Sento male da tutte le parti e qualsiasi movimento incontra tensione e resistenza.

Lascia andare questa sensazione e dormici sopra. Vedrai che stanotte andrà meglio e chissà cosa accadrà domani. Angela è straordinaria riesce sempre ad accoglierti dando valore alle tue difficoltà, infondendoti fiducia.

Sveglia, mentre gli altri ancora riposano, mi ritrovo nella mia sala ad occhi chiusi. La voce dell’insegnante riemerge puntuale nella memoria e mi guida nei movimenti e nella sequenza. Tutto mi appare facile e ogni gesto una liberazione. Il corpo cede e con esso la volontà. Lascio andare e le lacrime mi solcano le guance mentre inizio a sentirmi decisamente meglio. Oggi amore avrò qualcosa di nuovo da raccontarti a proposito delle sfide.

Lezione appresa.

Eco di fiducia

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principessa ranocchiodi Irene Auletta

Delle stereotipie non ne parla nessuno. O meglio. Ne parlano le diagnosi, i manuali e i dizionari. “Qualcosa che viene ripetuto allo stesso modo e sempre uguale”. Un comportamento, un gesto, un verso, un movimento.

Però in pochissimi si spingono a parlarne nei termini relazionali e vale a dire interrogando quanto, come genitori o operatori, ci si ritrova quotidianamente ad affrontare e a vivere nella gestione di tali comportamenti. Temo ci sia del pudore perché, al di là di tutte le comprensioni e interpretazioni possibili, bisognerebbe premettere che ti mandano al manicomio. O almeno, questo accade a me.

La cosa che salva ci disse una mamma conosciuta parecchi anni fa, è che si alternano e, quando ti sembra di non riuscire più a sopportarne uno, ecco che ne arriva un altro diverso a darti tregua! Allora mi sembrò una descrizione terribile e qualcosa di tanto lontano da quel fiorellino di poco più di due anni che avevo di fronte.

Negli anni, io e tuo padre ci abbiamo ripensato tante volte e altrettante la fiducia in quel cambiamento preannunciato ci ha permesso di sopportare momenti molto difficili, quasi insostenibili.

Il mondo non ti aiuta. Ma come, così grande ancora con il dito in bocca? Ma non si fa quel verso! Oggi Luna ha continuato a fare la sciocchina. E via di questo passo commettendo sempre lo stesso errore e cioè quello di banalizzare e attribuire intenzione a qualcosa che va ben oltre e che, sovente, porta con sé tutta la sofferenza legata a quel gesto o comportamento che tende a sopraffarti.

Secondo me le stereotipie sono contagiose perché inducono in chi le incontra, non come diretto interessato, un bisogno incontrollato di ripetere continuamente e insistentemente le medesime cose. Una stereotipia, appunto.

E allora ci provo ogni volta a fare qualcosa di diverso e a inventarmi nuove strategie ma molto spesso mi ritrovo a misurarmi con la frustrazione di un insuccesso. Chissà perché mi viene in mente proprio mentre sto scrivendo quella scena vista tante volte nei cartoni animati. La ragazzina che guarda il cielo e le stelle per esprimere un desiderio ripetendo ti prego, ti prego, ti prego.

Forse anche stavolta ho sbagliato la mia risposta stereotipata. Devo provare con questa.

Passerà, passerà, passerà.

Fatti non foste a viver come bruti

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Sei un vigliacco. Vigliacco e privo di dignità. Vigliacco, privo di dignità e imbecille. Ora ti dirò perché.

Come definiresti chi si nasconde, dopo aver tagliato tutte e quattro le ruote di un’auto, la nostra, per ben due volte nell’arco di un mese? Volevi dirci qualche cosa? Ho capito solo che sei incazzato con noi, ma perché? Manifestati dannazione, mandaci un maledetto messaggio, anche obliquo, anche in codice, anche per mano di terze persone, lascia un biglietto sotto il tergicristallo, volantina sulla piazza, fa come vuoi, ma non ti sembra dovremmo sapere cosa vorresti espiassimo a suon di centinaia di euro, tempo perduto, rospi ingoiati e preoccupazione crescente? Sarebbe bello anche sapere chi sei, giusto per poter fare ammenda di qualche eventuale colpa commessa ai tuoi danni. Ma sei un vigliacco, e lo sei al punto da nascondere te stesso e perfino le tue motivazioni.

Ti sarai reso conto vero che le gomme contro le quali ti sei accanito a più riprese, appartengono a un’auto parcheggiata  in un’area disabili riservata? E che, in entrambi i casi, aveva esposto il pass in bella evidenza sul cruscotto, come da normativa? La prima volta potevamo pensare di no, che fossi uno sconsiderato in giro con gli amici la domenica notte, tutti ubriachi e in cerca di bravate, e che avessi trovato per caso la nostra auto comoda e disponibile, quasi messa a bella posta per provare la lama del tuo coltello. Ma la seconda volta…stesso modus operandi direbbero nei crime televisivi, non è più un caso, significa che ce l’hai proprio con noi e che la tua rabbia vile si è sfogata fregandosene dei segni che ti dicevano attenzione! qui c’è un mezzo che serve a una persona disabile!

O forse, la tua rabbia nasceva proprio da quello. Avrai pensato: ecco il solito privilegiato che parcheggia dove cazzo vuole con la scusa della disabilità, adesso gliene faccio passare la voglia. Poi sei tornato dopo un mese, il privilegiato era ancora lì con quattro pneumatici nuovi fiammanti, praticamente una provocazione, e hai deciso di dargli un’altra lezione, magari mettendo già in agenda la terza. Ti sei vantato di questo tuo gesto? mi auguro di no, perché la mancanza di dignità è contagiosa e se l’hai raccontato in giro hai costretto altri alla complicità con un gesto ignobile. Sono incazzato, lo ammetto, ma col passare delle ore cresce in me un sentimento di pena nei tuoi confronti. Deve essere veramente brutta una vita dominata dal rancore. Noi abbiamo otto ruote tagliate, tu hai il senso della vita in frantumi.

Sai cosa c’è che alla fine mi rattrista di più? La totale inutilità del tuo gesto. Cosa volevi ottenere? di spaventarci? di renderci la vita difficile? Il problema è che non hai la più pallida idea di quanto la nostra vita sia già difficile e segnata dalla paura. Conviviamo con l’ansia quotidiana per la salute di nostra figlia, sì, quella cui è intestato il pass, la disabile, la fortunata avente diritto a un parcheggio davanti a casa. Le nostre giornate sono scandite dalle fatiche, dai disagi, dalle difficoltà. Trovarsi appiedati un lunedì mattina perché qualche buontempone ha tagliato tutte e quattro le gomme dell’auto impedendoci di accompagnare nostra figlia al centro dove trascorre le sue giornate, è solo una delle mille e mille difficoltà del nostro videogame esistenziale. Non è piacevole, ma siamo sopravvissuti a prove di gran lunga peggiori. Quindi il tuo gesto è inutile. Non ci spieghi il perché, non ci dici chi sei, non sappiamo quello che vuoi e dunque non possiamo neppure provare a dartelo. Aggiungi solo una fatica a un elenco lunghissimo e niente più. Oltre alla vigliaccheria e alla mancanza di dignità, dunque, nel tuo gesto non c’è neppure un po’ di intelligenza. Pura violenza senza una briciola di pensiero. E la debolezza del pensiero è ciò che il dizionario della lingua italiana dà come definizione di imbecillità.

Mi dispiace per te, quindi, nostro sconosciuto persecutore. E già che ci sono, mi dispiace anche per questo nostro mondo. Viltà, perdita di dignità e intelligenza debole, sono mali piuttosto diffusi. Pensavi di essere originale? Ti sbagli, la banalità della tua violenza è addirittura sconcertante. Guardati in giro, troverai mille come te e il motivo è semplice: la via del coraggio, del rispetto, del pensiero, è molto più faticosa. A tagliar gomme nascondendo la mano ci vuol niente. A guardarmi negli occhi per dirmi cosa ti ho fatto e, semmai, perdonarmi, ci vogliono impegno, disciplina, fatica, orgoglio, forza, volontà. Virtù che temo tu abbia smarrito. Usa il coltello per tagliar via questa tua vita grama e piccolina. Virtute e conoscenza sono sempre a portata di mano, se usi la mano per imparare, invece che per colpire.

Le magie del vento

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capelli_al_vento_ridotta777di Irene Auletta

Ti lascio in quel modo che mi fa male e ti guardo mentre con quei comportamenti infantili, per me problematici da gestire, esprimi da giorni qualcosa di incomprensibile.

Mentre il nodo in gola quasi mi impedisce di deglutire mi arrovello a pensare come posso aiutarti a superare questo momento. In realtà la testa mi dice chiaramente, come in tante altre occasioni, che la cosa migliore è darsi tempo. Passerà anche questa. La mia pancia però non ne vuole sapere e lo stesso vale anche per le mie gambe poco interessate alla logica e smaniose di tornare indietro di corsa a riprenderti, per tenerti a casa con me.

Lo so bene. Non sarebbe la cosa giusta da fare e lo dico prima ancora di sentire affastellate nella mia testa le mille prescrizioni facilmente immaginabili in questi casi e di cui io stessa sono portatrice. Condannate ad un continuo minuetto tra testa, pancia e cuore, ci spingiamo ad affrontare la vita. Penso a madri come me.

Penso a Daniela preoccupata per la caduta di Annamaria. Chissà come sta oggi quella giovane donna conosciuta poco fa e che in un attimo mi ha fatto intravedere come potresti essere tu fra una decina d’anni. Penso a Paola, costretta a tenere a casa una figlia adulta perché il suo comune non ha più fondi per il centro disabili che frequentava. Il cuore batte per Annamaria, l’amica che osserva, non senza preoccupazione, la sua Alessia e le trasformazioni legate all’assunzione di un necessario farmaco. Il pensiero vola ancora più a sud a Fiorella che mi piace un sacco per la grinta e per come parla della sua Esteruzza.

Madri, e chissà quante ce ne sono, che ogni giorno incontrano le fatiche e le preoccupazioni intrecciate alle storie delle loro figlie. Madri che resistono alla ricerca di soluzioni possibili riuscendo spesso a condividerle con un sorriso lieve.

Pensandoti mi accorgo che la tristezza stamane mi pesa sulle spalle come tonnellate mentre entro in un negozio e incrocio lo sguardo di un anziana signora. Chissà cosa avrà intravisto nei miei occhi che la spinge a quel sorriso dolce?

Vorrei essere come un vento leggero. Fra poco te lo porterò in dono e già ti immagino con quella tua espressione buffa mentre i capelli svolazzano insieme alla tua risata.

Anche oggi, ci salverà la magia.

Fiori al tramonto

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fiori al tramontodi Irene Auletta

Che fai ci vieni a prendere in stazione? Solo se puoi però … va bene?
Arrivare alle sette di mattina a Milano potrebbe voler dire per tanti scegliere di prendere un taxi per raggiungere la propria destinazione. Ma non per voi che appartenete a quella generazione che viaggia un po’ sfasata tra ieri e oggi.

Quando arrivo vi vedo subito li in attesa. Due anziani e mamma un po’ di più. Mi fate lo stesso effetto ogni volta che vi incontro dopo una pausa di tempo e forse accade lo stesso a tutti i figli adulti con i loro genitori, sempre più maturi.

Mi pare ogni volta che sfilino a confronto diverse immagini e quella del presente ci mette spesso qualche secondo per mettersi a fuoco. Siete i miei genitori e dentro di me le vostre espressioni e i vostri visi scorrono nel tempo, soffermandosi su alcuni più radicati nella memoria e che non sempre corrispondono esattamente alla fotografia del presente.

Avete fatto un buon viaggio? Siete stanchi? Iniziano i racconti che si alternano alle domande e subito quelle sulla nipote occupano la scena, riuscendo ogni volta a scaldarmi il cuore. Fate quello che riuscite nei confronti di questa vostra unica nipote un po’ ufo che spesso comprendete più di quanto appare nelle vostre relazioni con lei, a prima vista goffe. Siete la conferma che l’amore colma ogni lacuna e fa lo sgambetto alle incertezze.

Guardo mio padre dallo specchietto retrovisore. Vedo quegli occhi verdi che non ha lasciato in eredità a nessuno di noi brillare di quella luce celata per tanti anni dagli affanni della vita e da quell’espressione austera che oggi viene sostituita tante volte da una dolcezza inattesa.

Ti sei alzata presto? Sei stanca? Grazie per essere venuta a prenderci.

Giunti a destinazione, vi guardo allontanarvi verso quella vostra casa milanese che abitate a mesi alterni e che vi vede ancora viaggiatori tra nord e sud.

Prima di correre alla mia vita di madre che mi aspetta a casa, trattengo negli occhi di figlia il vostro saluto e il sorriso stanco pensando che avrei attraversato la città anche di notte per non perdere questo momento.

Gli anni sono volati nella nostra storia e questi sono i giorni del tramonto. La loro luce e la dolce malinconia che li accompagna non hanno prezzo.

Torno a casa cantando.

Coraggio tenace

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prove di coraggio

di Irene Auletta

Ma quanto ti piace guardare i nostri filmini? Babbo, da intenditore, non perde occasione per fare riprese che possano raccontare delle nostre esperienze, lasciandone traccia nelle nostre menti, nel cuore e nei tuoi occhi sempre attenti. Proprio in questi giorni ne abbiamo ripescati alcuni dei tuoi primi sei, sette anni di vita e, come segni indelebili, ogni volta mi pare di veder riemergere stati d’animo, emozioni, pensieri e preoccupazioni.

Ti ricordi quell’anno? E quando siamo andati a fare quella gita? Oddio, e quella scenata che ha fatto nel ristorante? E quanto rideva mentre avete fatto quello scivolo dentro ai gommoni?

Quello che mi piace di più, guardandoli, è la visione bonificata che riesco a farne ogni volta, lasciando sullo sfondo le tue proteste, le urla, le volte che ti sei buttata per terra e via discorrendo. Le immagini ti vedono protagonista, con me e il tuo babbo mentre provi, sperimenti, scopri e curiosi. Quasi sempre sei divertita come se l’idea stessa della ripresa ponesse in luce solo i lati più gioiosi e leggeri di quel momento. Raramente posso fare a meno di far convivere dentro di me il contrasto delle emozioni. Gioie e dolori, preoccupazione e leggerezza, malinconia e speranza.

Ti osservo intorno ai cinque anni, ancora incapace di camminare da sola, barcollante e aggrappata alla mia mano mentre ti dirigi con tenacia e decisione verso una piscinetta che ti attende nel giardino di quella nostra casa di vacanza. In altre immagini, mi commuove vederti alle prese con quei gradini che sembrano la scalata dell’Everest mentre provi a salire solo per il desiderio di raggiungere qualcosa che, poco più in là, ha catturato la tua attenzione. Ogni volta sembra di assistere ad un’impresa e tu, insisti.

Mi torna in mente un post scritto da una madre in cui parla della testardaggine del figlio che ha la tua stessa disabilità. Già, ancora la testardaggine, quel carattere ricorrente di cui mi è capitato di scrivere più volte.

Ma quanta fatica hai già fatto tesoro nella tua vita? Quanta tenacia ti ci è voluta per arrivare fin qui e quanta incomprensione hai dovuto accettare in un mondo che non ti capisce?

La tua risata cristallina mi riporta alle scene sullo schermo e a noi. Cantiamo allegri mentre stiamo percorrendo un sentiero di montagna, inventandoci uno dei nostri mille giochi per permetterti di andare e di provare, nonostante la fatica evidente ad ogni passo. Giuro che la prossima volta che ne scrivo, partirò da un’altra domanda.

Ma quanto coraggio ci vuole?

Storie di primavera

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Bmw-F800GT-352di Irene Auletta

Solita storia, uguale da anni. Arriviamo verso casa, tu sei stanca, protesti puntualmente appena riconosci le vie che indicano la vicinanza della nostra abitazione e il nostro posto riservato, per disabili, è occupato.

A questo punto sono certa che tutti i lettori che si riconosceranno nella scena non potranno fare a meno di essere travolti da un respiro liberatorio oppure da una smorfia di solidarietà.

Gli ostacoli che mi impediscono di posteggiare sono due ma, in realtà, quella più fastidiosa è una moto di grossa cilindrata, parecchio invadente, piazzata di traverso proprio al centro del posteggio.

Inizia il rituale.

Il fiorista del negozio sotto casa, senza dirmi nulla, chiede in automatico ai vari negozianti circostanti se l’intruso è qualche cliente del loro negozio ma stavolta la sua opera di sostegno e di aiuto non va a buon fine. In genere la scena, vista dall’esterno con occhi assai cinici, potrebbe essere pure divertente perché, mentre io cerco di capire come fare a risolvere il problema del posteggio, spesso non manca qualche automobilista che mi prende pure a maleparole perché sto rallentando e intralciando il traffico nella via.

Altro che respirare.

Oggi, mentre cerco di capire come organizzarmi, si avvicina un signore attirato dal movimento intorno alla mia auto e guardandomi complice si propone, con scarsi risultati, di provare a spostare la moto che pare incatenata all’asfalto. In un attimo, mi immagino la moto che travolge il buon samaritano e io che, oltre a rassicurare mia figlia attenta a non perdersi neppure una virgola di quello che sta accadendo, mi ritrovo costretta a chiamare un’ambulanza.

La ringrazio molto per il tentativo e la buona volontà, ma la prego di lasciar perdere perché non vorrei si facesse male, dico non troppo timidamente, mentre vedo il colosso rosso, cioè la moto in questione, vacillare in modo significativo durante il tentativo di spostarla di qualche centimetro.

Il tizio appare realmente dispiaciuto. Mi scusi tanto, dice mentre inizia ad allontanarsi. Ci mancherebbe, lei cosa centra? replico colpita dalla sua affermazione. Di fronte a certi comportamenti, prosegue il signore, non posso fare a meno di scusarmi anche se non sono direttamente coinvolto, perché mi pare il meno da fare per lei e per quella simpatica ragazzina che continua a guardarmi attraverso il finestrino.

La primavera è arrivata. Negli incontri, nei cuori e in quello scambio di sorrisi tra estranei giunti al momento giusto come quelle carezze che, ogni tanto, ci vogliono proprio!

Imprevisti di gomma

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imprevisti di gommadi Irene Auletta

Come tutte le mattina eccoci a compiere il nostro rituale. Fuori dall’ascensore, qualche gradino e, se siamo fortunate, l’auto ci attende all’ingresso per il nostro abituale viaggio verso il tuo centro dall’altra parte della città.

Signora, si è accorta della gomma a terra? Accidenti, tu sei già in auto e ora che faccio? Se vuole le do una mano gonfiandola in modo provvisorio così almeno arriva da un gommista. Lo ringraziando mentre mi accingo ad allacciarti la cintura e solo allora me ne accorgo.

Porca miseria. Entrambe le gomme posteriori sono a terra e siccome fatico a immaginare che una contingenza astrale mi abbia fatto passare su una fascia chiodata inizia a farsi strada l’ombra dell’atto vandalico.

Ma come caspita faccio ora a convincerti a scendere dall’auto. Amore, purtroppo non possiamo andare perché le gomme sono bucate. Tu mi guardi e appena mi avvicino mi prendi la mano tirandomi dentro l’abitacolo con l’inconfondibile intenzione di chiedermi di partire. Alla fine, dopo un tempo che è il tuo tempo scendi dall’auto seria e anche mentre ti mostro le gomme a terra sembra che nessuna spiegazione possibile ti riesca a raggiungere, lì dove abitano i tuoi pensieri.

Durante la giornata la leggenda delle gomme a terra si snoda in diverse puntate e alla fine si rivelavo tutte e quattro tagliate. Definirei l’atto decisamente vandalico! Non sono capace a fare teorie del complotto ma non posso fare a meno di immaginare chi si è preso la briga di fare questo scherzetto. Si sarà accorto che l’auto aveva pure un pass per disabili ed era posteggiata in uno spazio riservato? Sarà stata una banda di ragazzi alla ricerca della loro bravata serale? Oppure un depresso alla ricerca di un brivido trasgressivo?

Qualunque ipotesi mi intristisce un po’ e preoccupa. Stavolta per fortuna era solo un’auto ma quante volte è il ragazzino disabile della classe o quello timido e introverso che si incrocia ai giardini pubblici? Oggi non sono riuscita neppure ad arrabbiarmi e l’hanno fatto altri per me. Magari ci scappa un post, mi ha detto Raffaella che durante il giorno ha seguito la vicenda tramite i miei messaggi. Ed eccolo qui.

Tagliare gomme è tagliare la possibilità di andare, soprattutto nel nostro caso. Chi ha commesso un atto del genere, con qualunque intento, ha rinunciato a pensare alle conseguenze del gesto. Vandalizzando la mia auto si è tagliato anche le gomme del cervello ignaro della sua fortuna.

Lui, volendo, i suoi pensieri avrebbe potuti raggiungerli in tempo, afferrando al volo la vera libertà.

Rimembranze

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maestra - rimembranzedi Nadia Ferrari

Riunione dei genitori nuovi iscritti alla scuola dell’infanzia e come di consueto da oramai un po’ di anni presento la parte educativo-didattica, cioè le fondamenta pedagogiche sui cui si basa il nostro intento d’insegnanti e i vari laboratori ed attività a sostegno dei traguardi formativi.

Mentre parlo di fronte a me c’è un signore di mezza età, capelli ricci brizzolati, attento che mi ascolta interessatissimo e quando la parola passa ai genitori ingaggia un dialogo corollato da domande molto puntuali che ci permettono di mettere a punto aspetti formativi importanti rimasti sullo sfondo.

Dentro di me penso con soddisfazione quanto sia importante che nel primo momento d’incontro tra scuola e famiglia si configuri uno scambio e che pure i genitori, che di solito assumono passivamente un ruolo d’ascolto, intervengano con le loro esigenze e richieste anche se, allo stesso tempo, l’incalzare delle domande tra sconosciuti alla lunga “stanca” ed impaurisce. La paura che sovviene é quella poi di creare troppe attese e di non essere all’altezza di sostenerle e così preferirei lasciare il passo alla conoscenza diretta. Paura spesso infondata ma che in me ancora vive dopo trentotto anni d’insegnamento.

La riunione si conclude, salutiamo con un arrivederci i genitori e mi dedico a sistemare gli strumenti (altoparlante, microfono ecc…).
 Il signore brizzolato mi si avvicina e attende che io mi accorga di lui. Quando alzo lo sguardo dal mio daffare lui mi dice: 
ma lei?


Io un po’ provocatoriamente pensando dentro di me: ancora domande? La riunione é finita! Rispondo sfidandolo dritto negli occhi con un sorrisetto sarcastico: si io?

Lei trentasette anni fa lavorava a Trezzano? 
Io incuriosita e di nuovo incerta rispondo affermativamente, mentre lui aggiunge nell’asilo di Rimembranze, dai verdi?


A quel punto d’impeto e inconsapevolmente passo al tu. Ma tu sei un mio allievo?

Si, risponde, sono F. A.

In quel momento mi é balenato dentro agli occhi il bambino che era e gli sono saltata al collo in un abbraccio affettuoso mentre lui pure emozionato sussurrava Nadia non sei cambiata per niente!

Dentro di me penso alla grande soddisfazione specifica degli insegnanti di lasciare segni positivi nella memoria dei bambini che incontrano. E anche di aver contribuito degnamente a farlo diventare uomo che non ha timore a porgere domande.

 

Battiti all’unisono

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arcobaleno

(15 Febbraio – Giornata internazionale Sindrome di Angelman).

Per Matteo e Angela. In memoria del loro piccolo Davide

 

 

 

 

di Irene Auletta

A volte le emozioni occupano tutto lo spazio e le parole sembrano non riuscire a trovare uno pertugio per potersi intrufolare e dire. E’ stato un po’ così quando Paola mi ha chiesto di scrivere qualcosa per oggi, giornata di incontri e di ricordi. Difficile perché le parole possono essere mattoni o piume e oggi ne vorrei scegliere qualcuna leggera leggera, bianca e soffice come neve, tiepida come una carezza discreta.

Mi piacerebbe trovare parole per salutare e per dedicare pensieri a chi è vicino e a chi la vita l’ha portato altrove. Guardo mia figlia Luna nella speranza che lei possa ispirarmi grazie a quel silenzio fatto di mondi e di un mondo fatto dal nostro incontro. Saremo capaci noi parlanti a dire in silenzio dei nostri pensieri del cuore?

Mi viene in aiuto un racconto.

Qualche giorno fa una madre conosciuta tramite Facebook mi ha invitata a scrivere una prefazione a un suo scritto. Non ci siamo mai incontrate, abitiamo in città e regioni diverse, ma le nostre storie hanno qualcosa in comune che ci fa sentire intime estranee. Ci siamo scambiate mail ricche di un calore che non è facile trovare altrove, condividendo gioie e lacrime.

Accade così in queste storie a distanza che riescono a farci sentire la mano dell’altro nella nostra, i suoi timori, le sue gioie e quel respiro sospeso dagli eventi della vita. Sono incontri che posso riempirsi di un significato denso e leggero al tempo stesso come quel cielo carico di nubi che dopo un temporale sa donare agli spettatori i magici colori di un arcobaleno.

Luci e colori in cielo e in terra. Negli occhi di chi guarda e nel cuore di chi ascolta.

Nei pensieri che si fanno realtà nel ricordo e in quell’amore che ogni giorno ci rammenta il senso importante della vita e di ciò che è stato.

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