Il sol dell’avvenir

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di Nadia Ferrari

Nel giorno della tua festa non posso fare a meno di pensare a te. 

Condividiamo un tempo ormai così lungo ornato di eventi, incontri, ricordi. Come non amarti se sei gran parte della mia vita?

Ti ho amato molto “caro il mio lavoro” soprattutto in gioventù allora eri addirittura una priorità insieme a te ho creduto di poter cambiare il mondo e forse ci sono anche riuscita se penso al minuscolo mondo che ruota attorno a me. 

È con te che ho incontrate le più belle persone della mia vita, donne e uomini, colleghe e colleghi, formatori e dirigenti, meravigliosi compagni di avventure. Irrinunciabili maestri e maestre che, appassionati e costretti a far di te il luogo dell’educazione, della giustizia, dell’eguaglianza, mi hanno insegnato la ricerca della “qualità” nelle cose che si fanno … fatiche comprese. 

Me lo hanno insegnato mostrandomelo. 

“Non esiste nessun manuale che parli del problema essenziale della manutenzione della motocicletta: tenere a quello che si fa. Questo è considerato di scarsa importanza, o viene dato per scontato. (…) La qualità, sappiamo cos’è eppure non lo sappiamo. Questo è contraddittorio. Alcune cose sono meglio di altre cioè hanno più qualità. Ma quando provi a dire in che cosa consiste la qualità astraendo dalle cose che la posseggono, paff, le parole ti sfuggono di mano (Robert M. Pirsig)

È capitato a tutti credo almeno una volta nella vita di veder lavorare uno specifico insegnante, un allenatore, un dipendente pubblico, un impiegato, un medico, un imprenditore, un cameriere, un operaio, una badante e pensare che quella persona stava facendo bene il suo lavoro. 

È un problema di senso amarti non di prestigio. 

Lavorare stanca, logora, di lavoro si può anche morire, non è facile amarti quando riveli queste parti di te. Ci vuole coraggio, impegno e lotte affinché tu contribuisca realmente e per tutti a migliorare la vita che abitiamo. Come in ogni amore ci sono luci ombre, cadute e rinascite, cose belle e cose da dimenticare. Come in ogni amore esiste un filo sottile e invisibile di reciprocità per migliorare è necessario prendersi cura anche di te, sarebbe bello pensare a te come ad un albero.

 “Gli alberi hanno bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Sono creature concrete ma spinte da una forza di eleganza. Bellezza necessaria loro è vento, luce, uccelli, grilli ed un traguardo di stelle verso cui puntare la formula dei rami”. (Erri De Luca)

Nel giorno della tua festa infine non posso non pensare a mia madre ormai 88enne, invalida grave, che ancora oggi alzandosi con una fatica incommensurabile per recarsi al centro diurno si confonde e mi dice “dai andiamo che devo andare a lavorare”. Sei ancora tu vestito di demenza che la fa alzare ogni mattino.  È nel giorno della tua festa che sento forte il senso che hai rappresentato per mia madre, figlia delle lotte operaie, artigiana dell’emancipazione, e che io ricevo in eredità.

Una eredità che oggi mi commuove.

 

Coraggio tenace

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prove di coraggio

di Irene Auletta

Ma quanto ti piace guardare i nostri filmini? Babbo, da intenditore, non perde occasione per fare riprese che possano raccontare delle nostre esperienze, lasciandone traccia nelle nostre menti, nel cuore e nei tuoi occhi sempre attenti. Proprio in questi giorni ne abbiamo ripescati alcuni dei tuoi primi sei, sette anni di vita e, come segni indelebili, ogni volta mi pare di veder riemergere stati d’animo, emozioni, pensieri e preoccupazioni.

Ti ricordi quell’anno? E quando siamo andati a fare quella gita? Oddio, e quella scenata che ha fatto nel ristorante? E quanto rideva mentre avete fatto quello scivolo dentro ai gommoni?

Quello che mi piace di più, guardandoli, è la visione bonificata che riesco a farne ogni volta, lasciando sullo sfondo le tue proteste, le urla, le volte che ti sei buttata per terra e via discorrendo. Le immagini ti vedono protagonista, con me e il tuo babbo mentre provi, sperimenti, scopri e curiosi. Quasi sempre sei divertita come se l’idea stessa della ripresa ponesse in luce solo i lati più gioiosi e leggeri di quel momento. Raramente posso fare a meno di far convivere dentro di me il contrasto delle emozioni. Gioie e dolori, preoccupazione e leggerezza, malinconia e speranza.

Ti osservo intorno ai cinque anni, ancora incapace di camminare da sola, barcollante e aggrappata alla mia mano mentre ti dirigi con tenacia e decisione verso una piscinetta che ti attende nel giardino di quella nostra casa di vacanza. In altre immagini, mi commuove vederti alle prese con quei gradini che sembrano la scalata dell’Everest mentre provi a salire solo per il desiderio di raggiungere qualcosa che, poco più in là, ha catturato la tua attenzione. Ogni volta sembra di assistere ad un’impresa e tu, insisti.

Mi torna in mente un post scritto da una madre in cui parla della testardaggine del figlio che ha la tua stessa disabilità. Già, ancora la testardaggine, quel carattere ricorrente di cui mi è capitato di scrivere più volte.

Ma quanta fatica hai già fatto tesoro nella tua vita? Quanta tenacia ti ci è voluta per arrivare fin qui e quanta incomprensione hai dovuto accettare in un mondo che non ti capisce?

La tua risata cristallina mi riporta alle scene sullo schermo e a noi. Cantiamo allegri mentre stiamo percorrendo un sentiero di montagna, inventandoci uno dei nostri mille giochi per permetterti di andare e di provare, nonostante la fatica evidente ad ogni passo. Giuro che la prossima volta che ne scrivo, partirò da un’altra domanda.

Ma quanto coraggio ci vuole?

Testardi, tenaci o coraggiosi?

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braveIrene Auletta

Da tanti anni, di fronte al racconto di bambini o ragazzi con qualche tipo di disabilità, ritrovo l’aggettivo testardi ricorrere con grande puntualità ed è praticamente immancabile soprattutto laddove il problema riguarda in modo significativo limitazioni gravi nell’area comunicativa e del linguaggio.

Non solo ne parlano i genitori, ma gli stessi educatori, insegnanti, terapeuti spesso attingono a questa definizione per dare senso a qualche comportamento. Nei casi peggiori non mi è neppure mancata la stupida affermazione “bisognerebbe capire se ci è o ci fa!”.

Se devo essere sincera la storia non mi quadrava neppure anni fa ma oggi mi lascia assai perplessa soprattutto perché definendo un aspetto caratteriale o del comportamento si rischia di lasciarne totalmente sullo sfondo l’origine non genetica, ma ambientale e quindi educativa.

Provate a immaginarvi fin dalla nascita in un mondo che vi invade di parole mentre voi ne avete pochissime e a volte nulla, pensate ad un bisogno anche elementare che non riuscite a far comprendere e, se poi ci addentriamo nell’area dei sentimenti o delle emozioni, che dire?

La cosa poi altrettanto bizzarra è che quando non si parla di testardaggine molto spesso compaiono commenti come apatico, poco motivato all’apprendimento, tranquillo, buono. Da quando la testardaggine, l’ostinazione a esserci o la tenacia sono diventati aspetti problematici o negativi nel percorso di crescita?

Di certo la difficoltà è dell’adulto che non riesce a capire, a trovare strategie alternative o, semplicemente, a gestire comportamenti che, come possono, chiedono ascolto, rispetto della persona, possibilità di scelta.

Rivedo in modo nitido la nostra fotografia del presente che, lungi dall’essere collegata alla tua adolescenza, da anni si ripropone con impeccabile puntualità. Vuoi farti valere, esprimere il tuo dissenso, una protesta, un malessere, un desiderio e allora cosa fai? Hai scoperto che il tuo corpo può compensare l’assenza di parole ed eccoti seduta o sdraiata a terra ogni volta che vuoi dirci qualcosa, preferibilmente in mezzo alla strada, in qualche negozio o in un parco.

E noi annaspiamo, ci guardiamo suggerendoci con gli occhi nuove possibilità, usiamo la nostra autorevolezza che ogni tanto assume i toni severi dell’autorità. Le più recenti strategie ci sostengono con l’utilizzo delle nuove opzioni offerte dai moderni smartphone: FaceTime, piccoli video o foto per anticiparti e renderti visibile quello che ti stiamo proponendo o provando a farti capire. Insomma, di tutto e di più e forse, incrociandoci, appariamo un po’ marziani, in una nostra bolla peculiare che nei momenti critici si nutre solo della possibilità di riuscire a resistere, mentre tu non molli nel tuo tenace tentativo di affermare la tua esistenza.

Mi piaci figlia quando sei così anche se mi poni di fronte a difficoltà che mi sembrano a volte insormontabili. Tu prosegui con coraggio per la tua via e io continuerò a fare del mio meglio per provare a capire e per aiutarti a trovare strade alternative e a non soccombere.

 

Punti a tutti

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di Irene Auletta

E’ successo ancora. Una brutta scivolata unita alla tua goffaggine motoria e, in un attimo, sei a terra urlante. La tua prima reazione sembra sempre di sorpresa e, in ordine sparso, sopraggiungono il pianto di dolore, di rabbia e di offesa. Ancora?

Lo strappo e’ forte e ti costringe ad un giorno di immobilità per riprenderti dal male del corpo e dell’anima. Il compito di tuo padre diventa quello di dar voce e legittimare la rabbia acuta, il mio quello di accoglierti nelle sfumature di dolore che passano da te a me, anche nella condivisione del pianto.

Anche stavolta ci e’ andata bene e pian piano inizia la lenta ripresa dei movimenti e delle piccole autonomie che hai conquistato nel corso degli anni con grande tenacia.

Come a sperimentare il senso del limite provi a ripercorrere movimenti e piccoli spostamenti che all’inizio affronti quasi saltellando sulla gamba non compromessa dall’urto. Zoppichi ma insisti a provare fino a quando riprendi il controllo dell’arto dolorante. E insisti. Sali, scendi, pieghi, incroci alternando ai sorrisi per i piccoli successi una smorfia di dolore che ti segnala il limite da non oltrepassare. Noi ti lasciamo fare senza perderti di vista e tu ci sfidi con lo sguardo a dire “ce la faccio da sola, non aiutarmi più!”.

Non ti sei mai arresa negli anni e ogni volta torni con tenacia a non demordere. Ci consoliamo reciprocamente e tu mi riempi di orgoglio per il tuo coraggio unitamente all’ennesima lezione che anche stavolta mi raggiunge consolandomi, come una carezza.

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