Orizzonti

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merini_morellidi Irene Auletta

E così accade che alcuni pensieri ti raggiungono prima nella pancia. Leggo il post di una madre che vorrebbe prendere su di sé i mali e le fatiche del figlio usando parole crude che non lasciano dubbi. Se servisse amore mio prenderei ago e cotone e mi cucirei la bocca per non dire neanche più una parola se servisse a far parlare te.

Quante madri si sono ritrovate e si trovano ogni giorno con quelle parole in bocca sentendosi al tempo stesso uniche e parte di un tutto pulsante al femminile? Può essere che anche i padri si ritrovino di fronte a pensieri simili ma quello di assumere sul proprio corpo i mali del figlio mi pare una cifra assai materna, forse a segno di quella responsabilità mai interrotta del proprio corpo nato come prima custodia di un bene così prezioso.

Io ci ho pensato tante volte in questi anni e, come accade sovente rispetto a molte vicende della nostra relazione, mi accorgo che il passare del tempo introduce sfumature e toni differenti. Certo, ancora oggi ci sono giorni in cui vorrei prendermi le tue cadute, i tuoi tremori, le tue urla di protesta di fronte a qualcosa che non riesci a dire e forse neppure a pensare. Ma, sempre di più, il mio posto si definisce al tuo fianco, solo a tenerti per mano oppure a vivere quel senso di mancanza in tua assenza.

A questo penso proprio ora di fronte alla domanda di scrivere qualcosa sul “dopo di noi”, su quel tempo che sa di futuro e che svela l’eterna vulnerabilità dei figli disabili.

Anni fa in un post ho scritto che comprendevo bene i genitori che si auguravano di chiudere gli occhi per sempre allo stesso istante dei loro figli e ancora oggi sento la forza di quel desiderio, figlio della paura dell’ignoto. Al tempo stesso però penso che, crescendo, anche i figli disabili hanno il diritto di vivere la perdita e la mancanza dei propri genitori, esattamente come accade a noi tutti e oggi, la mia responsabilità di madre ogni tanto riesce a sbirciare oltre le viscere e a intravedere quel futuro, senza interrompere troppo a lungo il respiro.

Potrò fare a meno di te? Forse mai.

Potrai fare a meno di me? Ci sto lavorando tesoro e speriamo che il tempo ci aiuti a intravedere vie possibili che non brucino troppo il cuore.

Riflessi perlati

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baby pink silk

di Irene Auletta

Stare qualche giorno in vacanza con i propri genitori, ormai anziani, è un’esperienza impagabile non solo per quegli scambi d’affetto che segnano la storia ma per quello che sovente mi accorgo di imparare. L’effetto specchio svela di continuo luci e ombre e così, mentre mi rivedo in atteggiamenti e comportamenti che mio malgrado mi contraddistinguono pur non piacendomi, si rinnova ogni volta quel profondo senso di gratitudine per ciò che sono anche grazie a voi e a ciò che mi avete permesso di essere come vostra figlia.

Il continuo riflesso di similitudini mi pare sempre una bella occasione per fare pace con quello che siete stati in grado di essere e con quanto, dalla mia peculiare prospettiva, posso continuare a modellare di alcune mie familiari asperità lasciandoci tutti liberi di vivere una storia che vede protagonisti solo adulti, responsabili di se stessi e delle proprie azioni. Ho sempre guardato con un po’ di sospetto a quelle interpretazioni che imprigionano taluni comportamenti individuali alla propria storia educativa come se non fosse possibile immaginarsi in un perenne percorso di crescita e cambiamento. O forse, semplicemente, mi piace di più pensarmi libera di continuare a imparare sempre e ancora di più.

Ho fatto tutto di corsa e ho dimenticato di prendermi degli orecchini, mi dice mia madre nascondendo la realtà di recenti momenti attraversati da un perenne stato di confusione. È così in questi giorni mi sono ritagliata del tempo per accompagnarla a fare alcune compere e ora mi ritrovo a darle suggerimenti mentre si sta preparando per andare con mio padre a far visita ad alcuni parenti. Guarda mamma te ne ho portati alcuni dei miei di orecchini, scegli quelli che ti piacciono.

Durante la prova di quelli individuati al primo colpo le propongo anche un rossetto. È tanto che non lo metti più e questo è perlato come i tuoi preferiti. Chiacchieriamo e mi rammenti di quante volte in miei momenti bui mi hai spronato a non smettere mai di curare il mio aspetto esteriore in una forma di sfida alla sorte dispettosa che insieme alla gioia inattesa di una figlia mi aveva portato tanto dolore.

Al termine della preparazione ti faccio notare che oggi con piccole attenzioni sei ringiovanita di dieci anni proprio mentre, quasi anticipando i miei pensieri, commenti che l’età conta meno di quello che ci si sente nel cuore. Il tono neutro mi lascia con un dubbio aperto sul tuo significato e salutandoti in lontananza ti chiamo. Mamma, non dimenticare di stare dritta, basta con questa gobba!!

Ti volti, mi sorridi con quel colore rosa perlato sulle labbra che fa risaltare la tua invidiabile abbronzatura e in un attimo ti riconosco trovando ancora una volta conferma del perché mi piace assomigliarti così tanto.

Vacare. Essere vuoto, libero

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di Nadia Ferrari

Siamo di nuovo al mare un altro anno é passato. Diversamente dai precedenti questo mi trova meno motivata ad inaugurare l’inizio delle vacanze direi scomparse se s’intende con il termine l’assenza di fatiche e, peggio ancora, non riesco a non preoccuparmi per quelle che verranno, perché verranno con certezza. Altre fatiche intendo.

Che brutta cosa la preoccupazione. Tutto ciò che inizia col prefisso pre ha l’odore dell’annuncio. In effetti non sai se poi si avvererà ma intanto aspetti ed io, aspetto preoccupata. Quest’anno però davvero non ci sarebbero ragioni sappiamo come andrà. E mi sto già assaporando i ritagli di libertà e leggerezza che l’anno scorso sono riuscita a scovare.

Che pasticcio! Le cose della vita non smettono di regalare stupore costringendo a mettere in discussione la visione che mi ero appena concessa di accettare. Quest’anno non ce la fai più a stare in spiaggia per quelle due orette che mi regalerebbero qualche raggio di sole. Fa troppo caldo. Al bar fa troppo freddo. Del resto non è più nemmeno così sicuro lasciarti in casa sola … sulla spiaggia non riesci a muovere nemmeno quei pochi passi dell’anno scorso e gli equilibri di nuovo instabili frantumano la fantasia del miserrimo relax immaginato. Nella nuova dimora per le vacanze, affittata apposta per rispondere meglio alle esigenze di sopravvivenza di tutti noi, ti aggiri spaesata chiedendomi ogni volta conferma sulle azioni anche quelle più banali e mettendo a dura prova la mia pazienza.

Sorprendentemente le tue titubanze mi colpiscono il cuore ed invece di arrabbiarmi ti guardo: i tuoi occhi spalancati ti regalano uno sguardo troppo attento a non sbagliare tradiscono in modo indiscutibile la tua difficoltà ad adattarti al nuovo o forse sarebbe meglio dire ad affrontare dimensioni di vita che appartengono ad altre fasi … ed ogni azione diviene un’impresa.

Che tenerezza. Mamma puoi appoggiarlo li il bicchiere, non ti preoccupare metto via io i tuoi vestiti. Hai fatto così? Hai fatto bene. Che tenerezza vederti indecisa in ogni azione e movimento. Smarrire in ogni dove l’orientamento. Il cuore si strizza ogni qualvolta ti guardo impegnata lenta portare a termine una qualsivoglia attività con la paura di dimenticare, di non fare giusto, di fare una brutta figura, di essere ripresa, di dare fastidio.

Si, ora forse sono in vacanza! In vacanza dalla rabbia che ho sempre sentito. Al posto suo arriva la tristezza, meglio, molto meglio mamma.

Compare la voglia di aiutarti al solo scopo di non aggiungere fatica a quella che già fai, disgiunta dal dovere di farlo. Sento crescere dentro un autentico sentimento di cura in cui la mia preoccupazione è per come vivi tu queste dipendenze al posto di quali problemi creano a me. Un sentimento normale forse per altri estraneo al nostro universo: vuoi dire mamma che finalmente quella bambina tradita se n’è andata?

Ti guardo mentre di profilo ricurva su te stessa disegni col corpo una gobba per ore stai seduta con lo sguardo dritto davanti a te, pensi. A cosa stai pensando? Io so mamma io e te custodiamo un segreto origine e causa di molto male, è stato dura. Starai pensando a questo? Anch’io mamma ci penso sempre perché proprio quello ci ha costretto ad un amore molesto. Ora, al di là di ciò che è stato non so cosa darei per darti qualche pensiero buono. O forse non ce n’è bisogno tu dimentichi in fretta basta smetterla di punirti. La leggerezza che tanto cerco eccola qua.

Mentre le lacrime sciolgono in acqua panni sporchi e bambini mi siedo accanto a te accarezzandoti una coscia e mi sussurro ora ci sono io mamma, tua figlia.

Essere tua madre

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di Irene Auletta

Quindi anche sua figlia quest’anno sta facendo gli esami di maturità? Domande buttate lì, tra quasi estranei, che ogni volta mi pongono di fronte ad un bivio. Faccio finta di nulla e rispondo in modo evasivo, oppure? Oppure.

Reduci da una piccola ennesima prova che hai dovuto affrontare, e noi con te, ogni volta mi accorgo ti quanto sei cresciuta, del tuo coraggio e della forza che metti tenacemente nel modo di incontrare la vita. Tu che continui a insegnarmi a vedere il bello tra le ombre, a non perdere occasioni per sorriderci e dare valore a ciò che non può mai e poi mai essere dato per scontato.

Così, come è quasi impossibile aiutarti a prefigurare quanto ti sta per accadere, allo stesso modo il tuo vivere nel presente diventa una possibilità per lasciarsi alle spalle, forse più velocemente, fatiche e momenti difficili. Quante tracce rimangono dentro di te di quello che attraversi? Non lo saprò mai, ma oggi riesco anche a dirmi che non importa, perché questa è la tua storia.

In questi giorni raccolgo commenti su una nostra foto. O meglio, su un’immagine di un tuo profilo vicino alle nostre mani intrecciate. Parlano di madri e figli, del legame forte e di quel patire tutto femminile di fronte alla fragilità di un figlio. Ed è proprio questa la storia delle madri e ognuna, nella sua cornice di vita, lì impegnata a dipingere il suo quadro, ai suoi occhi unico e speciale.

Per me, essere tua madre vuol dire ogni giorno sentirsi un po’ meno originale e cogliere un battito all’unisono che posso condividere con molte altre donne. Madri o non madri, con figli grandi o piccoli, con figli disabili o senza alcuna difficoltà. Proprio questo ho sentito forte nei messaggi ricevuti in questi giorni e nei pensieri di vicinanza che ci hanno fatto compagnia.

Volersi sentire a tutti costi speciali o pensarti così, fa parte di quella storia passata che mi vedeva a cercare nella matassa dolorante di ciò che non sarebbe mai stato, qualche filo risplendente di luce che in realtà rischiava di allontanarmi da ciò che sei. Oggi, essere tua madre vuol dire costruire ogni giorno una nuova possibilità , andare alla ricerca di fonti di forza per potertene fare dono, non perdere occasione per gustarsi la bellezza, vivere l’allegria per continuare a insegnartela.

Ma più di ogni cosa e sopra qualsiasi altra, esserlo vuol dire che tu, e solo tu, sei mia figlia. Tra orgoglio, amore e dolore. Sempre.

Persa nei vostri sguardi

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persa nei vostri sguardi

di Irene Auletta

Quante volte mi sono ritrovata a guardarti da non molto distante mentre tuo padre prova a orientare il tuo sguardo. Guarda Luna sta arrivando mamma! L’hai vista è proprio lì davanti a te! E tu che cerchi, curiosa e al tempo stessa confusa di fronte a quello scarto tra il desiderio di incrociarmi e gli occhi che non ti permettono ancora di raggiungermi.

Esclusi i problemi di vista, negli anni abbiamo intravisto uno di quegli effetti bizzarri difficili da nominare che bussano tutti lì, alla porta di quei danni neurologici che solo linguaggi molto tecnici sono in grado di dire.

Qualche giorno fa ho proposto a mia madre di accompagnarmi a fare una piccola commissione che la riguardava e per la quale le dico che è importante la sua presenza. Negli ultimi anni appare sempre molto stanca e ciò che una volta le piaceva assai oramai pare abitare un mondo lontano. Per non farla affaticare le propongo di aspettarmi mentre vado a prendere l’auto.

Mamma, mamma, eccomi. Li all’angolo della strada vedo un’anziana signora che si guarda intorno smarrita e con lo sguardo, esattamente come accade anche a te, mi passa oltre senza vedermi. La vedo persa e mi accorgo che anch’io mi sento un po’ come lei. Le vado incontro cercando di sorridere. Mamma ti ho chiamato più volte, non mi hai sentita? Sto diventando proprio vecchia, mi risponde e tante volte mi sento proprio svanita!

Per la prima volta metto insieme le due diverse situazioni che vivo come madre e come figlia. I vostri sguardi che faticano a rintracciarmi, le vostre espressioni confuse, gli occhi che mi attraversano. Sento un pizzico al cuore e stavolta capisco perché. In quella frazione di tempo sono persa anch’io insieme a voi ma in un mondo destinato a non raggiungervi mai.

Mi sento persa nei tuoi occhi di figlia e mi vedo scomparire nei tuoi di madre. A me il compito di riportarmi con i piedi per terra.

Si mamma, forse stai davvero diventando svanita! ti dico provando a sdrammatizzare mentre insieme ridiamo della parola utilizzata che, tuo malgrado, oltre il sorriso di apparenza mi lascia tutto il sapore della tristezza per l’irraggiungibile.

Mondi in volo

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Figli con le ali

di Irene Auletta

Ancora oggi non ci conosciamo di persona e i nostri primi contatti sono nati attraverso Facebook e gli scambi relativi ai miei post pubblicati su questo Blog. Il 16 ottobre del 2013 (potenza delle tracce scritte!) ricevo un tuo messaggio privato in cui mi proponi di leggere un tuo racconto. Mi colpisce subito la delicatezza della tua domanda e accolgo la richiesta sperando di poter offrire un contributo significativo.

Mi ritrovo qualche giorno dopo a leggere la tua storia che in molte sfumature riflette la mia. Osservo tra le pagine la crescita di tua figlia e della vostra relazione, sorridendo per quelle vostre piccole grandi conquiste e sentendo una strizzata al cuore di fronte alle delusioni e allo sconforto.

I miei timori di trovarmi di fronte ad una narrazione troppo intimistica, svaniscono sin dalle prime pagine e mi scopro a leggerti in un soffio con grande emozione, tornando dopo qualche giorno a rileggerti per gustare con maggiore quiete l’onda del tuo narrare.

Proprio di recente il tuo libro è stato pubblicato e fra pochi giorni farai la prima presentazione a Palermo, nella tua città, proprio mentre insieme ad altre madri stiamo cercando di organizzare prossimi momenti di incontro anche nelle nostre città, sparse tra Nord, Centro e Sud. Immagino la tua emozione e anche la gioia per la realizzazione di un progetto che si è preso tempo per crescere e maturare, esattamente come accade ai nostri figli.

Mi hai fatto un bel dono chiedendomi di scriverne una breve presentazione e spero che le mie parole introducano il lettore nell’avventura della storia, permettendogli di incontrare la tua nella sua unicità, pur nel riconoscimento di molte sfumature familiari.

Non ci conosciamo ancora di persona e sono certa che accadrà a breve, ma quando le nostre mani si stringeranno sapremo con certezza di esserci già scambiate mondi.

Grazie Fiorella e buona fortuna!

Balliamo?

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balliamo?

di Irene Auletta

E anche oggi, al tuo arrivo a casa, eccola puntuale. Una serie di non voglio agita come sai fare tu e con quella tenacia che facilmente rischia di farmi scivolare in un corpo a corpo che, ogni volta, mi lascia con la sensazione di un vuoto. Oggi pomeriggio ai soliti rituali si aggiungerà anche lo shampoo. Urge un pensiero creativo per non arrivare a sera distrutta.

Protesti per salire a casa, per spogliarti, per andare in bagno e infine di fronte alla vasca, il tono della tua voce non lascia dubbi sul dissenso. Mentre ti lavo i capelli provo a raccontarti qualcosa ma percepisco subito che il nervoso aumenta e quindi opto per il silenzio.

Come andranno le tue giornate? Che prove devi affrontare? Come riesci a farti capire? Cosa vogliono dire le proteste che in questi giorni caratterizzano il nostro incontro al tuo rientro dal Centro?

Ecco, forse ho trovato la strada, la nostra solita ricetta magica. A operazione completata ti abbraccio forte, forte e in silenzio ti consolo solo con il pensiero. Angela, la nostra maestra Feldenkrais, ci ha insegnato il valore dell’immaginazione e dei suoi effetti subito percepiti nel corpo. Funzionerà anche in questo caso? Nella mente ti racconto di quanto ti capisco, di come a volte la tua rabbia mi racconta storie, di quella comprensione che nasce nella pancia e a volte neppure arriva alla testa.

E rimaniamo così per qualche minuto in silenzio, con il mio desiderio telepatico di raggiungerti in qualche modo e le tue braccia che mi stringono senza pausa. Dall’esterno forse appariamo bizzarre ma in assoluto silenzio mi accorgo che balliamo e giuro che sento una musica. La senti anche tu tesoro?

Sarà un buon pomeriggio.

Danze

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scacchi

di Irene Auletta

Il movimento è iniziato con il tuo inserimento alla scuola per l’infanzia che, come ho scritto altre volte, è stata per te una tra le esperienze più insignificanti e per me tra le più pesanti da sostenere. Ad un certo punto, quel contatto con il mio limite di madre mi ha chiesto di farmi da parte, di mettermi di lato, lasciando passare tuo padre a gestire quel rapporto con le insegnanti per me insostenibile.

Ed eccomi ancora qui, a distanza di oltre dieci anni a pormi la stessa domanda. Che ne dici vengo anch’io all’incontro di restituzione? E subito, di fronte al mio stesso sguardo critico, parto a dirmi perché si è perché no.

Mi sembra che ti sei già risposta da sola, mi dice tuo padre serio. I secondi perché hanno conquistato una vittoria schiacciante e io non posso fare altro che ritirarmi con un sorriso amaro.

Lo so che va bene così e che anche stavolta devo ascoltare quelle risposte chiarissime prima ancora di formularne gli interrogativi. Non sono in grado, sono partita con il piede sbagliato e devo fermarmi per lasciar decantare quel groviglio di emozioni che da settimane sono tornate a bussare alle mie possibilità.

È arrivato di nuovo il momento di farmi da parte e in qualità di madre mi accorgo di come, ogni volta, questo movimento mi ha permesso di imparare qualcosa. Secondo me se non vai gli dai una soddisfazione! Quante volte abbiamo sentito una frase così superficiale a risposta di questioni aperte di ben altro spessore?

Per me non è facile rinunciare ad esserci oggi come altre volte in passato, ma ogni volta, spostando lo sguardo da me a te, ho trovato la soluzione migliore. In questa nostra danza provo, inciampo, riesco e inciampo ancora.

Stavolta, è il turno del passo indietro.

Doni possibili

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doni possibilidi Irene Auletta

Cosa regali quest’anno a tua figlia? La domanda arriva da una collega ma si ripete in diverse occasioni. E ogni volta prendo tempo anche se ormai la risposta, da parecchi anni, è molto chiara dentro di me. Le regalo esperienze, ho detto, perché questi sono i doni che preferisci.

E così, proprio in occasione di questa vigilia natalizia, mi ritrovo a dedicare parte del mio tempo di lavoro ad una madre, perché possa incontrare i suoi figli in una visita protetta.

Organizzare un pranzo all’interno di un servizio sociale non è il massimo ma, con un po’ di fantasia l’ambiente può essere scaldato. Porto da casa mia una tovaglia adatta alla festa, piatti e bicchieri colorati e altre piccole cose da mettere a disposizione.

Quando la signora arriva, prima dei suoi figli, le chiedo cosa ha portato e di cosa eventualmente ha bisogno. In un sacchetto ingombrante intravedo doni che sono oggetti e anche non poco costosi, soprattutto pensando alla situazione in particolare. Per il pranzo quasi nulla, in attesa dei doni altrui. Metto a disposizione della signora quanto ho portato io e quello che altri operatori hanno pensato di offrire e il cibo, dolce e salato, inizia a scaldare la stanza di Natale.

Proprio pensando a mia figlia penso che Natale è un’esperienza di casa, di incontri, di sorprese e di affetto. Per qualcuno quasi impossibile da vivere.

Mentre il pranzo prende il suo tempo, cerco di disturbare il meno possibile rimanendo in un’altra stanza, seppur vigile a quello che accade. Ci siamo solo noi in questa giornata che annuncia feste e tutti gli altri uffici sono già chiusi. Si alternano sentimenti diversi mentre intercetto i dialoghi tra madre e figli. Quando le cose hanno occupato la scena il silenzio prende tutto lo spazio e, mentre i figli sono concentrati a sperimentare i loro oggetti tecnologici la madre è alle prese con il suo cellulare. Non si vedranno prima di dieci giorni ma al momento questo è il massimo che possono condividere.

Penso che le disabilità relazionali sono tra le peggiori che incontro nel mio lavoro e mi accorgo che, proprio nel dialogo tra genitori e figli, producono toni graffianti. Le cose sono solo cose e probabilmente per questa madre non potrebbe essere diversamente. Lei stessa forse non immagina neppure dove poter attingere alla ricerca di altro, di sentimenti, di carezze o di parole affettuose.

Verso la fine dell’incontro li sento ridere e il clima mi raggiunge più sereno. Ci sono esperienze un po’ al limite che comunque possono essere dono e oggi sento di aver fatto la mia parte. Buon Natale a tutti penso, mentre di buon umore ritorno alla mia vita.

Riflessi

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margheritadi Irene Auletta

Entriamo quasi insieme nello stesso piccolo cortile interno e posteggiamo ai due lati opposti le nostre auto. Le portiere si aprono ed entrambi rimaniamo in attesa che il “misterioso” passeggero decida di uscire, con i suoi tempi. Mi sembra di riconoscere gli stessi toni di incoraggiamento e il delicato sollecito e quando i nostri sguardi si incrociano ci scambiamo un timido sorriso pieno di tanti discorsi e commenti muti.

Mentre sto cercando di convincerti a salire la scala, senza dover ricorrere all’ascensore, il signore di mezza età e il suo giovane figlio arrivano dietro di noi. Salite pure prima voi perché noi siamo sicuramente più lente, dico rivolgendomi ad entrambi. Il padre mi sorride e il ragazzo evita il mio sguardo, preso in un dialogo tutto suo. Voi due non frequentate lo stesso Centro e riconosco in quel ragazzo tratti e caratteristiche incrociati tante volte anche altrove e che mi hanno sempre creato tanta inquietudine.

Anche il signore ci rivolge un saluto e tu rispondi con uno dei tuoi sorrisi che cerchi di far passare anche attraverso gli occhi. Come ti chiami? ti chiede e subito, con molta delicatezza, aggiunge che se non ti dispiace può dirglielo anche la mamma. Seguono commenti sul nome, sulla tua espressione e sulla nostra nuova conoscenza con quel contesto. Davvero una bella ragazza, mi dice guardandoti e vedo nei suoi occhi una malinconia familiare che probabilmente rivolge ogni giorno a quel figlio che sembra tutto concentrato in un suo mondo parallelo.

Quando oggi arrivo a prenderti l’episodio mi ritorna subito in mente proprio mentre chiedo ad un operatrice di non tenerti bloccata per il polso, visto che ora ci sono io. Non smetterò mai di star male per quelle mani addosso tante volte inopportune e non smetterò mai di restituirne all’altro l’invadenza e, sovente, il non senso.

Il contrasto tra la delicatezza di quel padre e il gesto dell’operatrice, mi arriva forte come un odore pungente. Per fortuna non è lei la tua educatrice di riferimento, penso con un sospiro di pancia mentre la razionalità mi ricorda di non giudicare frettolosamente da un singolo gesto. Quando qualcosa ti riguarda il confronto fra testa e cuore è spesso un gran casino.

Cosa ne dici della nuova educatrice? ti chiedo mentre siamo in auto dirette verso casa. A me piace e mi sembra molto bello anche il suo nome di fiore, dico mentre mi guardi e mi ascolti ripeterlo scandito. Ridi e muovi le braccia con quel tuo gesto che esprime felicità. Buon segno.

Speriamo nei suoi petali.

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