Diversamente clessidre

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tempo e clessidre di Irene Auletta

Ci prepariamo a qualcosa che sta per accadere e io cerco di usare toni e parole che possano incuriosirti, creando quel clima tipico che attende le sorprese che non possono essere pensate.

Quando il citofono ci richiama sei pronta a scoprire la novità e in ascensore esprimi la tua gioia con quei piccoli saltelli che sono a metà fra una ginnastica e una sorta di ballo. Scruti seria la strada senza scorgere nulla e solo quando intravedi arrivare una piccola macchina elettrica con a bordo tuo padre, realizzi il prossimo gioco pensato tutto per te. Senza alcuna esitazione sali sull’auto emozionata per la prossima avventura che vi vede, te e babbo, accomodati vicinissimi in un abitacolo che pare quello di un’automobile finta.

Mentre partite e vi allontanate sento le tue risate e già mi immagino come sarà difficile, dopo, interrompere quel nuovo gioco tanto gradito.

La scena successiva infatti ci vede lì, tu seduta sul marciapiedi che mi guardi con la minaccia di volertici sdraiare, io che aspetto e i passanti che ci guardano incuriositi da quella situazione che evidentemente stonando, attira l’attenzione. In due occasioni mi raggiungono delicate e gentili frasi. Ha bisogno di un passaggio? Posso darle una mano? Io sorrido solamente accennando un no con la testa, perchè so che in questi casi l’attenzione altrui spesso esalta quel tuo comportamento oppositivo che vanta un’ostentata esibizione di volontà.

Da che ne ho memoria lasciare le cose piacevoli per te è sempre stato un problema ma, di sicuro, crescendo, queste tue reazioni fanno ben comprendere la tentazione o reazione di quei genitori che, pian piano, finiscono con l’eliminare tutte le esperienze che possono far intravedere, anche solo da lontano, situazioni simili da gestire.

La fatica per te e la fatica per noi, porta con sè un retrogusto di rinuncia.

Eppure basta un po’ di tranquillità per accorgersi che è solo questione di tempi differenti perchè dopo circa quindici minuti, che in quella situazione sembrano interminabili, ti convinci ad alzarti e una volta in piedi mi abbracci forte in cerca di consolazione. Il traffico, i passanti e la città ci circondano mentre, ricordandomi di respirare profondamente, ti sussurro all’orecchio che ti capisco perchè lasciare le cose belle è davvero molto difficile.

Puoi scegliere così poco nella tua vita e stavolta sono riuscita a farti scegliere tempi e reazioni senza preoccuparmi troppo di tutto il resto. Strade complesse quelle da intraprendere in situazioni come queste che spesso sono il nostro quotidiano e che non sempre ci trovano pronti a fermarci o almeno a rallentare.

Ogni volta, con pazienza, tu provi a ricordarcelo. Ci vuole tempo per esprimere una volontà senza parole e ce ne vuole altrettanto per ascoltarla, nel rispetto del silenzio.

La guerra in salotto

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guerra in salottodi Irene Auletta

Ci conosciamo da circa quattordici anni e spesso ci raccontiamo di quante cose sono accadute nel frattempo. E’ ancora nitido il ricordo di quel primo giorno quando, sostituendo la persona che aveva risposto al mio annuncio e con cui avevo appuntamento, ti sei presentata con l’idea di provare a conoscerci.

Eri in Italia da pochi mesi e già il tuo italiano era decisamente comprensibile e ricco. Ti definisti una persona tenace e, da allora, ho avuto più volte occasione di sperimentarlo in prima persona. Cercavi un lavoro e io in quel momento avevo bisogno di qualcuno che mi desse una mano con la mia delicata figlia, allora nel pieno di alcuni importanti problemi di salute. Mentre parlavamo lei ci gattonava intorno e qualcosa dei tuoi comportamenti mi suggerì quella fiducia che ancora oggi conferma il nostro rapporto. A parte me e suo padre, sei la persona con cui Luna ha trascorso più tempo, che meglio la conosce e che ha saputo starle accanto in momenti in cui altri sarebbero scappati a gambe levate.

Ogni tanto hai raccontato con discrezione qualcosa del tuo paese ma, in questi ultimi mesi, il racconto si è fatto sempre più preoccupato e serio. La tua città Sloviansk, ha iniziato ad apparire nei notiziari associata ad immagini di guerra che nel tempo hanno assunto toni sempre più cupi. Poi qualche sera fa la notizia.

Devo partire con urgenza, mia madre è rimasta là da sola e devo assolutamente portarla via. Le case vicine sono state bombardate ed è giunto il momento che lei lasci tutto … Finalmente si è convinta a trasferirsi dai cugini e ad affrontare circa quaranta ore di viaggio per raggiungerli.

Incredibile come le notizie prendendo corpo diventino immediatamente più tragiche e angoscianti. Eppure che la situazione fosse grave l’avevo già capito ma ora stava diventando bollente di fronte ad una persona che conosco da anni alle prese con un viaggio terribile e con un’esperienza difficile anche solo da immaginare vagamente.

A furia di sentire parlare di atrocità è probabile che si finisca con il difendersi, prendendo distanze da notizie drammatiche. Il senso di impotenza spesso mi lascia muta, incapace di pronunciare anche le più banali frasi di circostanza.

Solo quattordici anni fa non avrei mai potuto neppure lontanamente immaginare una storia di questo genere e ora che credevo di aver raggiunto una serenità mi ritrovo, con molta paura, pronta a partire per attraversare una guerra.

Il silenzio in questi casi è pieno di mille parole ed emozioni che sembrano allinearsi al battito del cuore. Cosa si può imparare da un’esperienza di questo tipo? Come ti posso salutare esprimendoti con un abbraccio vera solidarietà e autentica comprensione?

Che caldo che fa in questi giorni anche se è niente rispetto alla calura di settimana scorsa. E’ stato davvero insopportabile. Un vero inferno! Credo di essere una delle poche persone di questa città che vive senza aria condizionata in casa e lei cosa ne pensa?

La persona che mi incrocia con questo commento in un contesto di lavoro non sa che stavo pensando proprio a te, non sa che anch’io non ho l’aria condizionata in casa e me ne vanto, non sa che sto fantasticando una strategia per allontanarmi gentilmente e non risponderle in malomodo. Mi ha però confermato che nella vita, di inferni se ne attraversano tanti e diversi.

Se è sufficiente un condizionatore, fate attenzione. Vi trovare di certo di fronte ad uno taroccato.

Stabilmente instabili

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stabilmente instabili jpgdi Irene Auletta

Da quanto seguo le lezioni Feldenkrais la questione dell’equilibrio è tra quelle che ricorre sovente e ciò mi intriga parecchio.  Ne avevo già scritto qualche anno fa, ma ogni volta mi sembra di aggiungere nuovi livelli di ascolto, comprensione e consapevolezza.

Rispetto a questo percorso è forte il legame, sempre più chiaro, che tiene per mano dimensioni della mia vita privata e altre legate alla mia professione. Quando penso ad Angela, la nostra insegnante, ne sento sempre la doppia relazione che mi lega a lei come madre, che da anni le affida la figlia e come allieva, che da meno tempo le affida anche la cura del proprio corpo. Un filo leggero, che brilla di poche parole e che trattiene sedici anni di storia con moltissime sfumature di emozioni.

Allo stesso modo gli apprendimenti legati al corpo hanno assunto nel tempo uno spessore sempre più consistente che, con grande fluidità, incontra e attraversa anche le riflessioni che accompagnano le mie pratiche professionali nell’incontro con operatori e genitori dei servizi socioeducativi.

Mettetevi in questa posizione, ascoltate i punti di appoggio, immaginate che linee ideali formino figure …. Trattenete le immagini. Provate a fare questi movimenti dandovi la possibilità di sperimentare e provare forme di movimento non abituali, concedendovi la possibilità di perdere l’equilibrio, fidandovi della vostra capacità di riacquistarlo, trattenendo un’esperienza di apprendimento organico.

Ma è poi così differente con quanto accade circa le altre dimensioni dell’apprendimento? Quando Angela dice che la vera stabilità è quella che sa misurarsi con la perdita dell’equilibrio, con l’errore e con la possibilità di ritrovarsi, penso istintivamente a quante volte nel mondo dei servizi educativi, nominando l’esigenza di autorevolezza, si fatica a delinearne i confini. Viene più facile dire cosa non è scartando gli opposti di istanze autoritarie piuttosto che quelli di un lassismo permissivo.

Oggi penso che essere figure adulte autorevoli forse vuol dire proprio questo. Esibire una stabilità capace di rassicurare per gli aspetti di forza e di fermezza, non nascondendo al tempo stesso le dimensioni di perdita di equilibrio che permettono movimento, scoperte e nuove possibilità.

Camminate sentendo forte il contatto con la terra e al tempo stesso non dimenticate di volgere lo sguardo all’orizzonte e di guardare il cielo e le stelle.

Ancora una volta mi penso e ti penso. Noi pellegrine alla ricerca costante di modi per essere e per attraversare la vita. Alcuni ingredienti non possono mancare.

Sole e vento, lacrime e sorrisi, radici e ali.

 

 

Danze possibili

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danze possibilidi  Irene Auletta

Quando cerco di convincerlo a fare una determinata cosa e dopo tante parole e spiegazioni si butta a terra per strada o nel supermercato, secondo lei cosa posso fare?

A pormi la domanda e’ una madre nel corso di una serata a tema rivolta a genitori di servizi per la prima infanzia e la sua domanda fa eco ad altre simili riferite a comportamenti che siamo abbastanza abituati ad incontrare o immaginare proprio nel rapporto con bambini piccoli, ancora alla ricerca di un modo per stare nel mondo delle relazioni con gli adulti e le sue relative regole.

Tante volte mi sono trovata di fronte ad interrogativi analoghi nel mio lavoro con i genitori ma, quando dalla parte del bambino non c’è più un piccolo di pochi mesi o anni ma un ragazzino disabile, la cosa inizia a farsi più complicata.

Osservo la scena di un nonno che tenendo per mano un bambino di non più di tre anni si dirige verso la sua automobile. Il bambino piagnucolando mi passa accanto proprio mentre esclama tra le lacrime “non voglio più camminare oggi, sono tanto stanco!”. Poco dopo, più o meno nello stesso tratto di strada, una scena simile coglie di sorpresa altri due protagonisti parecchio differenti. Una donna di fronte ad una ragazzina disabile bloccata nella sua camminata e chinata in avanti, come a raccogliere qualcosa appena caduto a terra. Osservando meglio la scena però si capisce che mentre la donna cerca di dire qualcosa rivolta a quella che pare essere sua figlia, la stessa procede di qualche passo per poi riassumere la medesima posizione che, a quel punto, appare chiaramente come una netta decisione di non voler proseguire nel percorso.

Presa di posizione o opposizione? Difficile da comprendere quando l’assenza delle parole prova ad essere sostituita da un linguaggio del corpo che trova sovente di fronte adulti incapaci di ascoltare o decodificare alcuni comportamenti.

Questo ragazzino e’ un soggetto collaborante? Oggi ha fatto più volte questi capricci …. Quando si impunta è proprio una testa dura!

Con educatori o genitori di ragazzi disabili mi è capitato più volte di accogliere commenti analoghi e, ogni volta, ho provato a cercare un equilibrio tra le possibilità di dire di uno e quelle di ascoltare dell’altro. Il fatto e’ che anche la scarsa disponibilità o l’incapacità a collaborare hanno molteplici sfumature. Un conto e’ essere seduti sulla poltrona di un dentista e provare ad eseguire le sue indicazioni nel corso di un trattamento, altro è trovarsi calati in una scena che magari non si riesce a comprendere a pieno e provare, in totale assenza di parole o con un linguaggio assai limitato, a dire anche solo semplicemente “sono stanco e vorrei fermarmi un attimo” oppure “non ho voglia di venire con voi!”.

Brutta bestia l’assenza di parole in un mondo che sembra esistere solo quando si sanno pronunciare o in relazioni che sembrano smarrire ogni senso nel silenzio assordante di quel vuoto.

E così, rieccole le due protagoniste di prima. La donna ad un certo punto sembra decidere per il silenzio. Il corpo della ragazzina non le permette più di agire ciò che faceva quando era piccola e di risolvere l’impaccio prendendola in braccio. Il nuovo rapporto tra i loro corpi introduce nuove regole che sono da ricercare in un dialogo tutto da inventare. Parole e corpo o l’incontro tra corpi stanno provando nuovi modi per dirsi, per incontrarsi e provare a condividere scelte e significati.

Le lascio lì nella loro storia a sperimentare mentre stamane provo a raccontarle accompagnata dai tuoi commenti sonori che, se solo non ti avessi di fronte, potrebbero ricordare proprio quelli di una bambina piccola. Invece, tu sei una ragazzina di sedici anni e io una madre che scrive di noi due e di come stiamo provando a cavarcela tra i tuoi silenzi, i tuoi gesti e la totale impotenza di tante mie parole.

Occhi lontani

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occhi lontanidi Irene Auletta

“Ho detto alla signora che sono tua madre e lei mi ha riposto che non era neppure necessario dirlo …. Si vede da lontano che sei mia figlia!”.

Ogni volta che sottolinei la nostra somiglianza mostri un atteggiamento che non nasconde la fierezza di questo filo che ci unisce e io mi ritrovo a collegare immagini e volti. Il tuo odierno di donna anziana e quello trattenuto nella memoria che, sorridente, mi appare più volte al giorno sulla schermata del mio iPad.

Una vecchia foto in bianco e nero ti ritrae mentre disponi fiori in un vaso sotto lo sguardo attento delle tue due figlie.

Chi si misura prematuramente con la perdita dei propri genitori si ritrova esposto ad un dolore fortissimo che, inevitabilmente, ne preclude altri. L’invecchiamento dei propri cari, lo stillicidio di malattie senili, le perdite di energie vitali e di memoria. Non posso fare a meno di pensarci ogni volta che mi soffermo a guardarti. Forse per quella somiglianza che ci unisce e che, quasi per un destino beffardo, ci ha portato ad attraversare strade esistenziali molto simili, soprattutto rispetto alla nostra esperienza di maternità.

Per fortuna io avevo voi, mi dici spesso riferendoti al figlio salutato troppo presto. E io, mamma, chi avrò a comprendermi così profondamente quando tu non ci sarai più?

Nel tempo hai portato sulle spalle pesi enormi, esibendo sempre una bella grinta e il sorriso sulle labbra. Poi gli ultimi anni hanno iniziato a portarti lontano, in un luogo dove sembri già pregustarti un po’ di riposo. Sempre tu, ma sfocata e spesso persa nei tuoi pensieri con lo sguardo oltre il presente.

Che brutto diventare vecchia, mi dici mentre ci gustiamo un momento di riposo sedute su una panchina di ritorno da una piccola passeggiata. Forse tutti noi abbiamo ancora bisogno di imparare qualcosa sul modo di attraversare le nostre differenti età della vita, assaporando fino alla fine le possibilità offerte da una vita lunga.

Vedo intorno a me storie differenti di figli con genitori anziani. Pochi mi sembrano sereni in una posizione di accompagnamento verso gli ultimi anni della vita. Alcuni sembrano remare controsenso, nel bel mezzo di rapide, smarrendo momenti preziosi.

Vorrei imparare ancora qualcosa da questo nostro incontro. Rimanerti a fianco per quello che sei ora senza smarrire quel collage di tutte le nostre immagini raccolte nel tempo, tenendo insieme tutto, pregi e difetti, gioie e dolori. Vorrei smetterla di lottare per ciò che non è più o che non può più essere. Vorrei gustarmi ancora le possibilità offerte dal presente imparando a gestire quella rabbia che ogni tanto prende il sopravvento per nascondere il dolore.

Dammi ancora un po’ di tempo mamma, sono sulla buona strada, imparo in fretta.

Fiori di luna

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fiore e lunadi Irene Auletta

Prima candelina. La ricordo ancora. Per te e per quel gesto di soffiare che sembrava solo in ritardo ma che non sarebbe mai arrivato. Ci sono voluti anni per smettere di cercare quanto non poteva esserci e intravedere le luci del possibile.

Per i primi anni, insieme alle candeline sulla torta, si spegnevano i sogni e ricordo giorni senza sole, d’estate e d’inverno.

E così ci hai richiamato a te, minacciandoci di andartene. Senza parole l’hai urlato forte e chiaro e, finalmente, ci siamo risvegliati da quel torpore che solo la delusione dolorante conosce bene.

Incrociando storie, simili alla nostra e ognuna particolare, abbiamo scoperto le stesse scene e gli stessi copioni, come sfide ostinate per i vari attori di turno su quello scomodo palcoscenico. Insieme a quell’impertinente ricerca di senso che probabilmente dovrebbe coinvolgere tutti i genitori anche se, per qualcuno, è più facile dimenticarselo per qualche tempo. Per noi no. Non è mai stato possibile non interrogare, ogni giorno, il senso della nostra storia, della tua e della nostra vita.

Ed eccoci oggi. I fiori hanno preso il posto delle candeline, illuminati da quel sole che scalda la malinconia nascosta dietro ogni sorriso. Conosciamo solo questa gioia, noi che ti amiamo ogni giorno, tra sfide e scommesse. Una gioia che ha sempre mille sfumature e che contiene  tanti stati d’animo intrecciati tra loro in modo indissolubile.

Ho rinunciato da anni alla ricerca della gioia pura e da allora mi nutro dell’unica cosa pura presente nella mia vita. Il tuo amore, dono che si rinnova ogni giorno.

Fiori dolci per te figlia. Perchè sei fiore e meraviglia, sei luce e ombra, sei sole e luna.

Perchè sei Luna.

Sfidami sempre

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sfidami sempredi Irene Auletta

Ti era già accaduto un paio di anni fa.

Tu, che non hai mai messo le mani in bocca neppure da piccola, un giorno, forse per caso, hai scoperto quel gesto che subito ha raccolto il dissenso esplicito da parte degli adulti a te vicino. Non solo. Come sovente accade, come genitori, educatori e insegnanti, in difficoltà o anche solo presi alla sprovvista, siamo tutti caduti nella trappola della prescrizione accompagnata per alcuni, da quelle mani addosso che purtroppo tu non riesci proprio a respingere.

E così, tu ci hai dichiarato guerra. Nel giro di una settimana ci siamo dovuti tutti misurare con il tuo comportamento divenuto ormai quasi ossessivo. In me madre, hai toccato le corde profonde e di grande sofferenza che da anni mi trovo a gestire nell’incontro con quei tuoi comportamenti che mi mettono spalle al muro. Non tanto per la trasgressione in sè, ma per ciò che comportava rispetto alla nuova immagine che tu offrivi a me e al mondo.

Peccato, mi disse una persona, era una ragazzina così a modo e graziosa! 

Doppia pugnalata. Quella sera stessa, abbiamo cambiato rotta.

Poche parole sostenute dai toni dell’amore e un abbraccio di comprensione per la nuova sfida da affrontare insieme. Ce l’abbiamo fatta.

Oggi è accaduto ancora. Arrivo a prenderti nel nuovo centro che frequenti da poche settimane e subito ti intravedo con il dito in bocca e con quello sguardo inconfondibile di trionfo. Per rincarare la dose, mentre l’educatrice mi racconta cosa è accaduto, afferri un gioco lì vicino e, guardandomi, assaggi anche quello. Ci risiamo, ma stavolta non ci casco.

Le nuove persone che andrai conoscendo dovranno imparare a incontrarti e io farò la mia parte per aiutarti a trovare altri modi possibili per contrapporti, sfidare, farti valere e contrastare gesti e parole che, seppur spinti dalle migliori intenzioni, rischiano di azzerarti e mettere a dura prova la tua volontà.

Naturalmente, mentre ci dirigiamo verso l’auto, quel comportamento pian piano scompare mentre ti racconto quanto mi sei mancata. Mi guardi con quello sguardo che sembra contenere mille domande e io lo sostengo, provando a riempire il silenzio della mia comprensione.

Sai che ti dico amore? Non ti preoccupare, passerà anche stavolta ma tu non arrenderti. Sfidami sempre e abbi pazienza. Se ogni giorno tu riesci a convivere con la tua disabilità, posso farcela anch’io, con la mia.

Figlia che brilla

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figlia che brilladi Irene Auletta

Così ti ha definita stamane un’amica in uno scambio di sms avvenuto mentre ero in coda in attesa di fare un prelievo di sangue.

In quell’ambulatorio la paziente più conosciuta sei proprio tu e diverse persone hanno incrociato il mio sguardo guardandosi intorno alla ricerca della tua presenza. In particolare due infermiere si sono avvicinate chiedendomi, in modo esplicito, di te.

Scusi signora non vorremmo disturbarla ma avevamo piacere di sapere come sta Luna. Sa, la conosciamo da tanti anni e la incontriamo sempre con molto piacere.

Cristina, l’infermiera storica che da anni ti fa il prelievo e che viene chiamata appena qualcuna delle colleghe ti intravede arrivare per uno dei tuoi periodici controlli, mi dice di salutarti tanto.

Sono molto affezionata a sua figlia, sottolinea, è una ragazzina molto dolce e negli anni mi ha permesso di avvicinarmi a lei e di capirla ogni volta un pochino di più. Mi ha fatto un bel regalo. La saluto ringraziandola per il pensiero e mi accorgo che ha gli occhi lucidi. Chissà cosa le è passato nei pensieri nominandoti.

In questi anni ti ha visto tante volte e in diverse condizioni di salute. Qualche anno fa, di propria iniziativa, sapendoti molto debole, è venuta a farti il prelievo di sangue a casa e da allora ha sempre mostrato una grande disponibilità e una delicata riservatezza. Le storie si incontrano anche così, con i loro segreti che si parlano senza parole, proprio come sai fare tu.

Poco più tardi, una signora che abita nel nostro palazzo e ti incrocia tutte le mattine, mi chiede come te la cavi nell’esperienza del nuovo centro. Rispondo in modo un po’ frettoloso perchè non voglio entrare troppo nel merito della questione ma, in cuor mio, penso che chi ti incontra deve aver proprio voglia di conoscerti senza fermarsi alla superficie. E’ molto facile banalizzare o infantilizzare ragazzi come te e io di questo non smetterò mai di soffrirne.

Quando però, com’è accaduto stamane, incontro persone che mi restituiscono di te un’immagine che sa andare oltre, sento una ventata ricca di buona energia, così come  è accaduto con il messaggio dell’amica alla quale ho raccontato quasi in diretta cosa stava accadendo.

Ci sono luci che accecano e altre che risplendono piano piano, man mano che ci si avvicina. Tu, figlia mia, mi hai insegnato e ogni giorno mi insegni a convivere con le ombre. E’ questo che può accadere durante alcuni incontri. Quando si riesce a non averne più paura e ad andare oltre si possono scoprire paesaggi che brillano.

 

Fortuna in maschera

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fortunadi Irene Auletta

Erano anni che non attraversavo più con te alcune esperienze. Dopo anni di aggressioni sanitarie, a quiete raggiunta, ho passato lo scettro a tuo padre, il vero esperto dei tuoi accompagnamenti al rituale appuntamento del prelievo del sangue. In tutto questo periodo ho sempre raccolto a distanza racconti e testimonianze foto video che hanno seguito e trattenuto i tuoi cambiamenti, ma esserci è stata un’altra cosa.

Che fine ha fatto quella bambina urlante che era necessario trattenere con forza con l’ansia del mitico ago fuori vena?

Ciao Luna, che sorpresa! Bello vederti qui con la mamma così possiamo salutare anche lei. 

La preziosa infermiera che da oltre dieci anni ti accoglie affinando strategie che hanno trasformato un momento difficile in un appuntamento giocoso, non è più in ambulatorio da tempo ma, al tuo arrivo, scatta l’automatismo e le sue colleghe ci invitano ad accomodarci dicendoci che l’hanno già informata della presenza della sua paziente speciale.

Siamo fortunate, ti dico, ora arriva Cristina.

Ti osservo accomodarti sulla poltroncina con il braccio pronto, attenta a seguire le indicazioni e, al tempo stesso, a non perdermi di vista. Mi tieni solo dolcemente una mano che stringi un pochino con una piccola smorfia quando l’ago pizzica la tua pelle e il mio cuore. Sei indubbiamente diventata più coraggiosa di me.

Più tardi mi ritrovo al telefono con la tua ex insegnante a scambiarci racconti di cambiamenti. Quest’anno nella loro classe tu non ci sarai più e ormai da mesi sembri pronta per una nuova avventura. Certo mi dispiace molto ma comprendo bene che si è chiuso un ciclo importante e che la crescita è fatta anche di queste tappe.

Quando penso agli anni trascorsi insieme, alla vostra costante presenza e continuità, alle  importanti esperienze attraversate, mi dico sempre che siamo stati davvero fortunati.

Mi accorgo che per ben due volte in poche ore ho fatto lo stesso pensiero. A volte è difficile vedere qualcosa nascosto dalle corse, dalla fatica e dalle preoccupazioni.

Oggi la luce del sole mi fa vedere tutto con una chiarezza brillante e sarebbe un peccato non gustarselo. E’ una cosa che noi abbiamo imparato a fare, l’elenco delle nostre piccole e grandi fortune e proprio oggi, fermarsi al livido sul tuo braccio, sarebbe un’imperdonabile cecità.

 

Magamamma

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magammadi Irene Auletta

Una bambina che ci conosce da diversi anni osservando uno dei nostri giochi con le mani ci si avvicina chiedendo se sto facendo una delle mie magie e mi dice che si ricorda ancora bene di quella che ho fatto anche per lei tempo fa.

La guardo cercando di recuperare pezzi di memoria mentre lei mi incalza chiedendomi se le faccio ancora le magie.

Ora ricordo. Era caduta sbucciandosi le ginocchia proprio mentre io, poco distante, ti stavo massaggiando una gamba dolorante. Avvicinandosi mi aveva sentita bisbigliare qualcosa e la sua curiosità aveva subito preso forma nella domanda cosa stai facendo?

Sai, Luna ha un po’ di male e io sto cercando di fare una magia per farglielo passare!

Nel giro di qualche minuto erano vicine, entrambe sdraiate, mentre io improvvisavo un magico massaggio per provare a guarirle …. Riuscendoci!

A distanza di anni quel ricordo mi fa sorridere perché in effetti le magie con te non ho mai smesso di farle. Mentre ti massaggio le mani per calmare i tremori, parti del  corpo per qualche tensione, i piedi o le gambe per una delle tue ricorrenti cadute.

Magia, magia questo male porta via!! E tu ridi, riconoscendo quel nostro gioco iniziato quando eri ancora molto piccina.

Il senso di impotenza delle madri può assumere le forme più variegate e io sono qui, proprio oggi, a dirti di stare tranquilla. Le tue mani tremano tanto e io mi avvicino con un fare un po’ teatrale e la voce “da maga”.

Attenzione, attenzione e’ in arrivo una super magia! Ridi come una matta e i rituali magici già mostrano i loro primi effetti. Anche stavolta l’esperimento e’ riuscito!

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