Salvarsi

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salvarsidi Nadia Ferrari

Ci si trova sempre più spesso come insegnanti a confrontarsi con problematiche che vanno al di là dalle competenze richieste per svolgere la propria professione. È ormai consuetudine fare prove per manovrare svariati strumenti per la sicurezza, estintori, naspi idranti, ecc. al fine di saperli usare nel momento dell’emergenza. Negli ultimi anni a scuola ci si confronta con bambini affetti da patologie gravi che chiedono la somministrazione costante di farmaci, anche salva vita, affinché venga garantita la normale frequenza scolastica. Non ricordo negli anni passati l’esistenza di tali problematiche, forse certe malattie erano meno presenti nell’infanzia o forse più semplicemente la scuola non se ne faceva carico. Ipotesi entrambi poco confortanti.

È successo di nuovo in questi giorni mi sono trovata a dover decidere se dare la mia disponibilità di docente alla somministrazione dei farmaci sopra descritti o se declinare. Decisione sempre molto dolente in quanto sia che tu decida di accettare, sia che rifiuti, ti precipitano addosso responsabilità diverse nel contenuto ma ugualmente pressanti e pesanti. Il desiderio che per primo si è affacciato alla mia mente è stato quello di delegare; tanto c’è sempre qualcun altro nella scuola che, per maggiore senso del dovere o perché non sa dire di no o perché il problema lo riguarda più da vicino, deve acconsentire. La mia resistenza poi è passata allo stadio successivo che riguarda il diritto per una volta di non esserci: l’ho già fatto, avanti i giovani, ci sono quelle che non prendono mai incarichi e via dicendo. Devo dire che quest’ultima deriva affolla oggi (dopo quarant’anni di lavoro e per motivi anche giustificati) diversi ambiti della mia fatica a portare avanti il carrozzone sul quale io mi sento giunta al capolinea.

Ed infine arriva la paura. Noi docenti non abbiamo competenze né mediche né infermieristiche ci verrà fatto un breve corso di formazione e istruzione su come somministrare il farmaco centrato sulla capacità di effettuare rilevazioni, iniezioni sino al riconoscere i sintomi che indicano la necessità di un intervento di urgenza al punto da richiedere la somministrazione del salva vita, l’intervento richiesto sarà quotidiano e la responsabilità grande! E se sbagliamo? Alle insegnanti oramai si chiede di tutto e di più: essere maestre, infermiere, psicologhe, mamme, tecnici informatici e della sicurezza, a volte anche confessori e preti, ma alla fine cosa è legittimo faccia un insegnante?

Fatto sta che quando nella mia personale e solitaria riflessione stanno per sopra valere tutte le argomentazioni di “servizio” o di “disservizio” relative al ruolo rafforzate dal corollario dei “non tocca a me, ci dovrebbe essere…”, compaiono i bambini o gli allievi che dir si voglia a cui quei farmaci servono per sopravvivere nel tentativo di proseguire un’esistenza simile a quella degli altri fortunatissimi compagni.

Allora non ho più scampo.

Ci sono bambini costretti a sottoporsi quotidianamente a rilievi del sangue (bucando il ditino anche sette volte al giorno) con l’aggiunta di svariate iniezioni in diverse parti del corpo. Ci sono bambini costretti a non assaggiare mai un gelato, un biscotto, una caramella … Ci sono bambini che non lo sono più! Nel tempo impareranno da soli a gestire un’esistenza non certo facile ma oggi, ora, possiamo togliere loro il diritto di venire in questo luogo meraviglioso che chiamiamo scuola a giocare, litigare, gioire e soffrire dei limiti e delle opportunità come tutti gli altri? Possiamo togliere loro la possibilità di sentirsi uguali?

Faccio il corso ed incontro medici e infermiere preparatissimi che spiegano con semplicità facendoci comprendere che l’impresa non è impossibile. Ci fanno provare, e mettono a disposizione tutta la loro disponibilità per sedare ogni nostra paura. Mi sento metaforicamente abbracciata e sostenuta. Emerge una coscienza del dovere naturale sbiancato da sovrastrutture e si rimette al centro il senso del problema: la responsabilità di ognuno di noi di fronte alla vita. Scorgo tra le pieghe degli sguardi dei genitori di questi bimbi il dolore che ancora li attanaglia insieme alla voglia di farcela a dare ai loro piccoli un’esistenza il più vicina possibile al normale. Indossano sguardi di gratitudine, loro, che il problema ce l’hanno addosso! Mi sento piccola.

Ascolto con meraviglia le strategie educative che hanno inventato per far accettare ai loro cuccioli le cure: Il pancino è come un orologio e ogni giorno facciamo la punturina ad un’ora diversa. Pensate che ha già imparato a leggere le ore! Cercano di tranquillizzarci in ogni maniera non vi preoccupate se non vi ricordate questa cosa la nostra bimba (4 anni) la sa fare vi dirà lei come si fa. Lezioni di vita alle quali non si può restare indifferenti. Penso a quante volte ci lamentiamo sia come insegnanti che come madri per un nonnulla. La partita non è pari.

Ci stiamo lasciando quando mi si avvicina un padre e mi sussurra che il buchino sul dito alla sua bambina possiamo farglielo anche di lato perché a lungo andare si perde la sensibilità nei polpastrelli … sarebbe un gran regalo per lei. A stento trattengo le lacrime ancora adesso che scrivo. La commozione non mi ha permesso di rassicurarlo ma lo faro!

Ora so meno di prima cosa debba essere un’insegnante e che ruolo debba avere, ma in questo momento ho una consapevolezza: sono contenta di aver dato la mia disponibilità e di essermene assunta la responsabilità, almeno un poco, regalando loro un briciolo di serenità, per quanto questo possa valere.

Fortuna in maschera

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fortunadi Irene Auletta

Erano anni che non attraversavo più con te alcune esperienze. Dopo anni di aggressioni sanitarie, a quiete raggiunta, ho passato lo scettro a tuo padre, il vero esperto dei tuoi accompagnamenti al rituale appuntamento del prelievo del sangue. In tutto questo periodo ho sempre raccolto a distanza racconti e testimonianze foto video che hanno seguito e trattenuto i tuoi cambiamenti, ma esserci è stata un’altra cosa.

Che fine ha fatto quella bambina urlante che era necessario trattenere con forza con l’ansia del mitico ago fuori vena?

Ciao Luna, che sorpresa! Bello vederti qui con la mamma così possiamo salutare anche lei. 

La preziosa infermiera che da oltre dieci anni ti accoglie affinando strategie che hanno trasformato un momento difficile in un appuntamento giocoso, non è più in ambulatorio da tempo ma, al tuo arrivo, scatta l’automatismo e le sue colleghe ci invitano ad accomodarci dicendoci che l’hanno già informata della presenza della sua paziente speciale.

Siamo fortunate, ti dico, ora arriva Cristina.

Ti osservo accomodarti sulla poltroncina con il braccio pronto, attenta a seguire le indicazioni e, al tempo stesso, a non perdermi di vista. Mi tieni solo dolcemente una mano che stringi un pochino con una piccola smorfia quando l’ago pizzica la tua pelle e il mio cuore. Sei indubbiamente diventata più coraggiosa di me.

Più tardi mi ritrovo al telefono con la tua ex insegnante a scambiarci racconti di cambiamenti. Quest’anno nella loro classe tu non ci sarai più e ormai da mesi sembri pronta per una nuova avventura. Certo mi dispiace molto ma comprendo bene che si è chiuso un ciclo importante e che la crescita è fatta anche di queste tappe.

Quando penso agli anni trascorsi insieme, alla vostra costante presenza e continuità, alle  importanti esperienze attraversate, mi dico sempre che siamo stati davvero fortunati.

Mi accorgo che per ben due volte in poche ore ho fatto lo stesso pensiero. A volte è difficile vedere qualcosa nascosto dalle corse, dalla fatica e dalle preoccupazioni.

Oggi la luce del sole mi fa vedere tutto con una chiarezza brillante e sarebbe un peccato non gustarselo. E’ una cosa che noi abbiamo imparato a fare, l’elenco delle nostre piccole e grandi fortune e proprio oggi, fermarsi al livido sul tuo braccio, sarebbe un’imperdonabile cecità.

 

Tutti alla lavagna!

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di Irene Auletta

Una professoressa è stata condannata a 15 giorni di reclusione dopo aver punito uno studente di 11 anni facendogli scrivere per cento volte sul quaderno la frase “sono un deficiente”.

Stamane è stato impossibile non incrociare articoli o post che riportavano la notizia con i relativi commenti e mi pare importante dire qualcosa, come chi incontra quotidianamente l’educazione anche per motivi professionali.

Non ho potuto di fare a meno di chiedermi cosa può aver spinto quell’insegnante a un simile gesto e mi sono immaginata un possibile corposo elenco fatto di lamentele, di denuncia di carenze, di solitudini. Non mi sento di esprimere alcun giudizio verso un gesto di stizza, che ci sta e posso immaginare che nessun insegnante, per quanto competente e preparato, ne sia totalmente esente. Ma mi chiedo anche, oltre la prima reazione impulsiva, se c’era idea di un messaggio educativo perchè tante volte, purtroppo, il gesto educativo è altrettanto violento della violenza che si propone di redimere.

Cosa può aver imparato quell’alunno di undici anni, terminata la scrittura della centesima frase? E, al tempo stesso, cosa possono aver imparato l’intera classe che ha assistito all’evento e la stessa insegnante? Forse quell’insegnante ha perso l’occasione per fermarsi un momento, andando oltre l’esasperazione di quel frammento di tempo, per condividere la domanda con i suoi alunni.

Mortificare per insegnare a non farlo mi pare una strategia ormai vecchia e sorpassata, anche se è ancora incisa nel nostro codice genetico educativo. Parlare di quanto accaduto con i nostri amici, figli, alunni non commettendo lo stesso errore dell’insegnante e provando a porsi domande, può essere un modo per andare oltre la singola notizia e chiederci anche noi, insieme, cosa possiamo imparare da queste cose che, comunque, accadono?

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