La morbidezza dei muri

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di Irene Auletta

Cadere, medicarsi le ferite e rialzarsi. Cadere, medicarsi le ferite e rialzarsi. Cadere, medicarsi le ferite e rialzarsi.

Per me l’incontro con la disabilità è stato questo, ed è questo ogni giorno.

Sono convinta che quest’esperienza non sia di per sé un’esperienza ricca, positiva e generativa di possibilità, ma un’esperienza che ogni giorno ci sfida e sfida le nostre possibilità di trasformare quello ci accade in una possibilità.

Ci sono altre possibilità? Ci sono altre strade?

Certo che ci sono. Sono quelle dell’abbattimento, dell’impoverimento, della rinuncia, della rassegnazione, della rivendicazione, dell’amarezza.

E’ questo che ho imparato finora nell’incontro con la disabilità, che è stata rimandata a me la palla rispetto al tipo di vita che voglio vivere e offrire a mia figlia, provando a scegliere e riscegliere, ogni giorno. Indubbiamente questa è anche una sfida alle mie risorse, perchè tutti noi abbiamo risorse differenti e non tutti siamo in grado di fare le medesime scelte.

Per me però è molto importante questa direzione che spesso incrocio anche nel mio lavoro e, proprio poco tempo fa, con un gruppo di educatrici accennavo al valore della Teoria dei Vincoli e alla necessità di poter accogliere il vincolo, a volte anche arrendendosi un po’, per poter scoprire come questa resa, quest’accoglienza, può far emergere nuove possibilità. 

Forse ogni tanto dobbiamo proprio smetterla di voler abbattere il muro che ci troviamo di fronte e magari provare a dipingerlo con colori di luce e fiori allegri! dice un’educatrice. E continua … può essere che il muro diventi così un’occasione per esprimere la nostra creatività, facendolo apparire quasi morbido!

Mi è sembrata un’immagine bella e penso ci possa indirizzare verso un altro modo di vivere le esperienze difficili. Questo naturalmente non vuol dire avere il pensiero magico del “va tutto bene”, né pensare che le esperienze difficili sono in automatico belle, che non ci saranno più difficoltà e, per quanto riguarda nello specifico della disabilità, che si supereranno tutte le fatiche e i costi con essa costitutivamente intrecciati.

Però questa mi pare una scommessa importante sulla qualità della vita e sulla qualità di quello che vogliamo offrire ai nostri figli disabili. Questo orientamento dello sguardo non ha nulla a che fare con il falso ottimismo o il buonismo della teoria del dono, ma si configura come quella spinta alla scelta di vita che sia il più possibile dignitosa e ricca anche nell’attraversamento di tante, e tante, difficoltà.

So bene che continuerò a cadere, a dovermi medicare le ferite ma mi auguro, e lo auguro a tante altre famiglie amiche di avventura, di riuscire a trovare la forza e la motivazione per rimettermi in piedi ogni volta, già con la ricerca curiosa negli occhi, verso i nostri orizzonti possibili. 

Chissà che questo non lo si possa in qualche modo trasmettere anche a chi, inciampando in un sassolino, si rappresenta già di fronte alla montagna!

Padri

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di Irene Auletta

Uomo difficile mio padre, figlio di quella generazione che chiedeva una durezza forse per lui neppure facile da tenere e che, come figlia, sto riscoprendo ora con tutta la sua ambivalenza.

Ora, che riesce sempre meno a definire rotte, impartire direzioni e stare al comando, sembra smarrito e senza parole. Lui che di parole ne ha spese sempre poche a dispetto del suo sguardo tanto espressivo.

Da giovane, pur amandolo, speravo di non assomigliargli in quasi nulla e con il passare degli anni mi sono dovuta misurare tante volte con quelle sue parti aspre, a tratti assai severe, che mi ha lasciato in eredità.

Ora, vicino ai novant’anni fatica a dirsi anziano anche se gli occhi e la postura sono sempre di più quelli di un gigante stanco. Così lo vedo quando riesco ad andare oltre quella corazza che, ancora oggi, non rende semplice il nostro incontro e che patisce l’assenza dello sguardo amorevole e di mediazione costante di mia madre. 

Con lei è sempre stato tutto più facile e oggi, che mi riconosco così simile, ne sento tutta la presenza e la potenza nonostante abiti sempre di più in mondi paralleli. Se tutti mi volessero bene come la mia Irene! Me lo dici ogni volta che ci vediamo, a volte con tanta distrazione nello sguardo, quasi io non fossi lì vicina. E io, non faccio altro che dirti che ci puoi contare eccome, sul mio immenso bene. Sempre.

Guarda che anche tu non sei più una ragazzina mi ha detto ieri mio padre mentre, forse per la prima volta, mi parlava della sua possibile morte. Cosa intendi papà? Alzando le spalle mi ha detto che bisogna imparare ad arrendersi e che lui non ne e’ mai stato capace. Silenzio, per il resto del viaggio mentre guido verso la nostra meta.

Arrendersi. La parola mi rimane nella mente e stamane mi risveglia con tutti gli interrogativi del caso. 

Vorrei raccontarti papà di quanto mi impegno ogni giorno in questa direzione e di come solo stare nel fluire delle cose, senza resistergli continuamente, rende possibile l’incontro con quanto la vita mi chiede di affrontare. Sicuramente c’è ancora tanto da perfezionare ma, se ti assomiglio anche nella longevità, potrei migliorare ancora parecchio. 

La prossima volta magari riesco a dirtelo. 

Magari, chissà.

Amori orgogliosi

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di Irene Auletta

Qualche giorno fa tuo padre mi ha raccontato di un vostro recente scambio in cui ti ha parlato del suo orgoglio per te. Vi immagino vicini, intimi, profili uguali nelle vostre differenze abissali e mi arriva un’ondata di emozioni. Saremmo stati capaci di provare tanto orgoglio e di esprimertelo se tu non fossi stata tu? Domande mute con risposte impossibili.

Il racconto mi torna in mente oggi mentre io e tuo padre ti osserviamo in acqua, in un momento di valutazione del tuo percorso TMA (terapia multisistemica in acqua). Nonostante questo sia un nostro appuntamento settimanale, durante gli incontri riesco a vederti poco, sia perché spesso la mia presenza ti distrae, sia perché farti vivere momenti in assenza del mio sguardo mi sembra una gran bella libertà. 

Ma oggi è un giorno speciale e anche le tue reazioni in nostra presenza sono un oggetto di valutazione. Come sempre in acqua ti muovi con estrema disinvoltura, diventi leggera e le tue rigidità di movimento sembrano scomparire. Ridi, ti concentri, ti impegni e mostri una fiducia totale nell’istruttrice che da quasi tre anni ti sta accompagnando in questa avventura. Appena puoi ci cerchi con lo sguardo e io mi accorgo di trattenere il respiro mentre ti osservo in alcuni passaggi in cui ti ritrovo la mia figlia coraggiosa. 

Durante la restituzione la supervisora sottolinea, con positiva delicatezza, lo scarto tra le tue possibilità, gli innegabili limiti e la tua tenacia, unita alla voglia di provare e sperimentare. Ogni volta che penso a quanto la vita e’ stata con te avara e a come tu riesci a trasformare ogni occasione in possibilità, sento un pizzico forte al cuore unito a quel moto di orgoglio che non smettiamo mai di dirti e farti sentire. 

Le fatiche immense di tutti i passaggi, compresi quelle che precedono esperienze in cui poi ti butti a capofitto e che ti piacciono molto, in quell’attimo sembrano svanire e io mi riempio gli occhi di tutta la bellezza che fra poco ti sussurrerò nel nostro abbraccio d’amore orgoglioso.

Viaggiando pensieri

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di Irene Auletta

I nostri viaggi in auto sono da anni uno spazio sacro che ci permette di attraversare alcuni momenti vivendo una quieta tregua. Da quando poi sei diventata abbastanza grande per viaggiare seduta al mio fianco, mi godo quasi sempre pause di pace serena, osservandoti.

Quando eri piccola, molto spesso ero travolta dall’esigenza di riempire il vuoto del tuo silenzio, soffocando con le mie parole vuote e inutili tutto l’indicibile che stavo attraversando. Poi, pian piano, e’ arrivato l’ordine a sistemare i pensieri e i battiti del cuore e da allora il tuo silenzio e’ diventato uno dei momenti più pieni e intensi del nostro stare insieme. 

Ti guardo seduta al mio fianco mentre guido tranquilla in una città quasi deserta per le festività natalizie. La musica ci accompagna dolcemente a sostegno di quegli sguardi pieni che ci scambiamo ogni tanto. 

In realtà io cerco di ascoltare il più possibile il racconto dei tuoi occhi e provo a immaginare cosa ti arriva oltre, nella mente e nelle emozioni. Mondi imperscrutabili a cui ormai mi sono completamente arresa.

Eppure, in questa bolla c’è tanta energia e io stessa, come te, ci metto un po’ a decidermi di lasciare quel luogo sicuro per gettarmi nel mondo. 

E così tu, per farmi sentire proprio intensamente il rifiuto di quell’idea di gettarsi oltre, fai di tutto per rendere complicato il passaggio successivo. Non vuoi scendere, poi non vuoi salire in ascensore, non vuoi togliere il capotto. Non, non, non, moltiplicato parecchie volte. Anche per te e’ difficile vero amore?

Inutile ripetere (ma forse no, continuerò fino alla nausea!) che ripenso a queste scene ogni volta che sento alcuni operatori che lavorano con persone disabili parlare di comportamenti testardi, oppositivi, poco collaboranti. E via di questo passo in una fiera di banalità a cui, per fortuna, non mi sono ancora arresa, forte anche dell’incontro con tanti altri operatori sensibili, competenti e attenti.

La povertà dell’altro sovente riflette la povertà degli sguardi che incontra e ahimè ancora oggi, con la disabilità di strada ne abbiamo da fare parecchia. Ma se lo immaginano questi operatori, il peso di alcuni zaini di vita, le fatiche di ogni giorno, il bisogno di farsi capire da un mondo sordo? E poi, sia chiaro, non parliamo di una fatica o sofferenza di passaggio, che questa appartiene all’umano, ma di una condizione di vita che, a fianco della persona disabile, diventa quella della sua famiglia. Iniziate a moltiplicare per quindici, venticinque, trentacinque, quarant’anni.

Forse, dove non riesce ad arrivare la competenza professionale e il sapere tecnico, potrebbe esserci uno sguardo capace di cercare senza smarrirsi in facili etichette. Io, in tutti i luoghi professionali che attraverso, non perdo l’occasione e la speranza di continuare a nominare altro, quanto meno, fa bene a me.

Con le stampelle dei tanti non alla fine riusciamo a voltare pagina e anche stavolta buttarla in musica e’ un modo per salvarsi. 

E poi Luna, guarda un po’ cosa troviamo ad aspettarci?

Hey, hey, hey, hey, hey 
Proverò a pensarti mentre mi sorridi 
La capacità che hai di rasserenare 
Mi hai insegnato cose che non ho imparato 
Per il gusto di poterle reimparare 
Ogni giorno mentre guardo te che vivi 
E mi meraviglio di come sai stare 
Vera dentro un tempo tutto artificiale 
Nuda tra le maschere di carnevale 
Luce dei miei occhi, sangue nelle arterie 
Selezionatrice delle cose serie 

…….

Privilegiando diritti

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di Irene Auletta

In questi anni mi è capitato spesso di raccogliere i commenti di genitori che, come me, si misurano ogni giorno con fatiche gratuite aggiunte alla condizione del figlio. Il posto per disabili riservato e puntualmente occupato, i posti riservati nei parcheggi pubblici “non visti” da chiunque che, per premura o altre motivazioni, decide che un posteggio vale l’altro, gli insulti da parte di chi viene sollecitato a rispettare un semplice diritto, alcune procedure assurde per chiunque ma insostenibili per chi si trova ad accompagnare una persona con fragilità e via di questo passo in una lista tristemente lunga.

Per contro però, mi piace sempre ricordare anche tutte quelle situazioni dove l’accoglienza e il rispetto sono al primo posto tanto che, oltre al riconoscimento del diritto, ci si sente sovente di dover esprimere gratitudine.

Ecco, per il Nuovo Anno, spero che ogni automobilista possa essere ancora un po’ più attendo a dove parcheggia la sua auto e che, la presenza di una persona con disabilità, insieme allo sguardo inevitabile, attivi anche una maggiore attenzione semplicemente per rispetto della condizione altrui.

Qualche mese fa un giovane uomo stazionato con la sua moto sul nostro parcheggio riservato, di fronte al mio sollecito a spostarsi, dopo avermi liquidato con un gesto che sembrava dire Oh con calma, lasciami finire questa telefonata un momento! ha pensato bene di chiedermi, neppure troppo gentilmente, se il posto era mio nel senso che l’avevo comprato. 

Vero che a volte gli occhi lanciano scintille ma in quell’occasione, per proteggere mia figlia seduta al mio fianco, ho scelto di scendere dalla mia auto e di avvicinarmi al Tizio. Lei sa perchè il comune riconosce con un numero riservato un posto per disabili? Non voglio neppure la sua risposa perché le auguro di non doverlo mai scoprire. Ora si sposti immediatamente perchè se esita ancora solo un secondo chiamo i vigili. Meglio cosi?

Risalire in macchina sorridente rassicurando la paziente passeggera è stato l’inevitabile epilogo. Il maldistomaco invece è un’altra storia.

Speriamo che il Nuovo Anno ci riservi sempre meno queste brutture e aiuti tutti a capire meglio la differenza fra diritto e privilegio. Non a caso molti posti auto per disabili sono accompagnati da un cartello dove compare anche la frase “Se vuoi il mio posto prenditi anche il mio handicap”. Ecco. Parliamone.

Già che ci sono poi voglio esagerare e comprendere nei diritti anche un maggiore rispetto nella comunicazione rivolta a persone con disabilità. Proprio oggi al cinema, nella fila davanti alla mia sono sfilati tre uomini maturi in compagnia di due signore all’apparenza coetanee. Avrebbero potuto essere una compagnia di amici di cui tre con qualche leggera fragilità, forse riconoscibile solo da uno sguardo attento e sensibile per vicinanza.

Poi però succede. Adesso prima di sedervi toglietevi la giacca!

Ma perchè? Perchè il bisogno di dirlo a persone evidentemente in grado di farlo anche senza sollecito. O comunque, perchè non aspettare un momento per osservarne il comportamento prima di rivolgersi a tre uomini diventati immediatamente bambini destinatari di quella comunicazione.

Già, vuoi dire che chiedo troppo? Potete fermarvi un attimo prima di rivolgere la parola a una persona con fragilità. Un attimo solo per aspettare che il rispetto si accomodi nello scambio e vi aiuti a selezionare cosa e come dire?

Io ci spero e ci provo con qualche speranza che ci possa accompagnare nel vicinissimo 2023. Auguro a tutti maggiore attenzione, per voi stessi e per tutti gli sguardi che troverete sulla vostra via. Chissà, magari ci incroceremo.

Buon Anno Nuovo!

Auspici natalizi

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di Irene Auletta

Si, lo ammetto. 

Con le lamentele, i lamentosi e le lamentose non vado molto  d’accordo. Qualcuno ha provato anche a convincermi del potere terapeutico del lamento ma io rimango poco convinta. 

Sono stata sempre così ma forse oggi la tensione si è moltiplicata anche a causa di una modalità che, nel tempo,  mi e’ parsa allargarsi a macchia d’olio, sovente nella scarsa consapevolezza dei protagonisti di tale atteggiamento. 

Pensandoci infatti, raramente mi è capitato di trovarmi con persone consapevoli del loro comportamento e, al contrario, sovente ho ritrovato i critici più severi proprio in loro, convinti disturbati dal lamento diffuso. Anch’io del resto a volte inciampo in questa trappola, correndo il rischio di lamentarmi di chi si lamenta. Insomma, non se ne esce!

Poi, per fortuna arrivi tu che mi riposizioni nel mondo.

Stamane esci di casa in preda a quei tremori che di solito arrivano di sera e che solo un mix di farmaci e sonno riescono a calmare. Nel corso della mattinata, anche l’educatrice del Centro mi telefona per segnalarmelo e già immagino la complessità del resto del pomeriggio che ci attende, anche in vista dell’abituale appuntamento in piscina.

In realtà quando arrivo a prenderti ti trovo un po’ provata e stanca ma decisamente di ottimo umore. Ma come fai, figlia mia, a sostenere questo zaino di vita spesso così pesante, non rinunciando quasi mai al tuo bellissimo sorriso? Neppure te lo immagini che nel tuo apparire fragile riesci a darmi ogni giorno una gran bella lezione, vero?

Abbi pazienza amore ti prometto che non smetterò mai di imparare.

Proprio in questi giorni nei rituali saluti di buone feste ho dichiarato, forse anch’io un po’ lamentosa, di sperare nell’arrivo veloce del 9 gennaio. In realtà non è proprio così e nel dirlo sono stata frettolosa e superficiale.

Certo non amo troppo i minuetti delle feste ma adoro dedicare tempo alle persone per me preziose. Adoro farlo con calma e lentezza e se poi si aggiungono luci, colori e atmosfere profumate già mi pregusto attimi di intensa felicità.

E così, ancora una volta grazie alla mia più preziosa, con questo stato dell’anima, del cuore e della mente, auguro buoni giorni natalizi a tutti.

Che la magia sia con noi! 

Fiocchi di Luna

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di Irene Auletta

Ce lo diciamo sempre io e tuo padre. La magia delle foto, ma anche di molti video, e’ che trattengono sorrisi, serenità e quiete. E’ bello ricordare ciò che restituiscono ma, noi che abbiamo vissuto oltre l’obiettivo, sappiamo bene quanto altro si cela spesso dietro quelle immagini. 

Questi giorni sono stati proprio così. Tanto, tanto difficili. Questo non ha tolto nulla alla bellezza ma, insieme agli occhi pieni di meraviglia, la tua e la mia, mi porto a casa un corpo abbastanza provato e quella fatica che negli anni si accumula e che ogni tanto, anche solo per poco, fa emergere quel sentimento antico, racchiuso in quell’unica frase. Non ce la faccio. 

Ma poi perché? Cosa sta succedendo in questi giorni? È via a snocciolare con tuo padre ipotesi e narrazioni che ci sembrano poter controbilanciare la fatica con la leggerezza di nuove comprensioni. 

Poi, per fortuna, arrivano la luce, il sole, quella neve che ha spolverato dolcezza un po’ ovunque e allora la storia riprende, cercando dietro ad ogni piega, angolo e appena possibile, morbidezze e respiri ampi.

La luna del cielo, accompagnandoci nel viaggio di rientro a casa quasi ci riflette fotogrammi dei giorni appena trascorsi tra ombre, lati bui e quel riemergere tra le nuvole che all’improvviso riappare e ti abbaglia di quella bellezza tutta sua.

Mi volto e ti guardo Luna della terra. Eccoti li, proprio così. 

Anche per stavolta, e per oggi, ce l’abbiamo fatta.  

Lanterne pedagogiche

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di Irene Auletta

In questi giorni sto pensando al convegno che ci sarà domani sui temi scuola, educazione e inclusione. Ogni volta per me è importante separare le esperienze di genitore e professionista per averne chiari i confini e facilitarne un dialogo capace di non confondere luoghi e contesti, pur nutrendosi della reciproca contaminazione.

Con il tema dell’inclusione scolastica mi ci sono scontrata parecchi anni fa con una neuropsichiatra che mi trattò quasi come una demente di fronte alla mia scelta, dichiarata e convinta, della scuola speciale. Se solo mi avesse fatto una domanda le avrei potuto parlare della sofferenza, dell’ambivalenza che mi aveva divorata per mesi, delle tensioni con tuo padre che non voleva cedere e dell’incontro con la dirigente scolastica che aveva consacrato l’unica scelta possibile.

Vedete, mi sento in dovere di essere onesta con voi e dirvi che, con una disabilità grave come quella di vostra figlia, il suo destino a scuola è quello di stare in classe pochissimo e di passare gran parte del suo tempo in bidelleria.

Si poteva aggiungere altro?

In realtà ho raccontato spesso anche del mio primo incontro con la scuola speciale, dove, per la prima volta, sono andata da sola per visitare la struttura accolta da gentilissime insegnanti. Non so cosa avranno visto anche loro, perchè non siamo così bravi come spesso crediamo a nascondere i nostri tormenti, ma ricordo ancora bene, dopo quasi vent’anni, il mio gironzolare nel quartiere piangendo e cercando la mia auto che, dopo la visita, non ricordavo assolutamente dove fosse posteggiata. 

Così sconsolata mi ero fermata, seduta su una panchina, e finite le lacrime mi ero detta che proprio quello era il posto giusto per te. Poi, mi sono ricordata del luogo del posteggio ed è iniziata una nuova e ricchissima avventura che oggi, risceglierei ancora e ancora, anche grazie all’incontro con le straordinarie insegnanti di Luna che sempre ho nella mente e nel cuore.

E allora, potreste dire, cosa centra questo racconto con il tema dell’inclusione scolastica?

Da quel giorno, al di là della mia scelta di genitore, non ho mai smesso di occuparmene proprio perchè credo fortemente che il futuro possibile non può coincidere o confondersi solo con quello che ci riguarda o che ci è toccato in sorte. Credo che la tutela di un diritto debba avere un respiro ampio e collettivo e siccome io l’ho sperimentata forte, proprio in un luogo spesso carico di pregiudizi come la scuola speciale, non ho mai spesso di parlarne e di occuparmene.

Come pedagogista in questi anni ho incontrato tante esperienze virtuose ma ancora moltissimi scogli culturali assai appuntiti che chiedono idee, forza e volontà condivise. E allora, mentre il mio intervento sta prendendo forma e direzione, penso alle tante storie incontrate, ai tanti racconti dei genitori, alle parole di educatori e coordinatori che seguono i progetti nelle scuole e da qui parto, con la fiducia che la ricerca educativa ogni giorno illumini un nuovo pezzetto del cammino. 

Di tutti noi.

Gioie brillanti

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di Irene Auletta

Mia madre rimane una delle poche persone che anni fa, molto onestamente, mi disse che aveva bisogno di allontanarsi per un po’ perché stare vicino a me e alla mia famiglia era per lei, in quel particolare momento, tanto difficile. Gli altri, semplicemente, se ne sono andati.

In realtà lei e mio padre sono state in assoluto le persone che in tutti questi anni mi sono rimaste più vicine, comprensive e amorevoli, accettando di accogliere tutte le ombre che mi hanno accompagnata, soprattutto nei primi anni della mia storia di madre.

Per anni ho vissuto relazioni frammentate con chi ha accolto solo le parti di me più prendibili e tollerabili. L’amica, la collega, la nipote, la sorella. La madre che sono, è rimasta quasi sempre sullo sfondo e oggi, dopo anni di immensa solitudine, devo ammettere che sono io a sceglierlo e a fare, con molta serenità, le mie accurate selezioni.

Mia madre però mi ha aiutato a tenermi intera e per molti anni e’ stata una fonte unica di accoglienza e comprensione. Mi aveva nella mente e nel cuore e io l’ho sempre sentito con forza e grande calore. 

Così sono diventata una madre grande e da qualche anno, come figlia, e’ iniziato un processo importante di cambiamento, mentre mia madre pian piano si allontana verso il suo tramonto. Appena si aprono pertugi di lucidità e la ritrovo cerchiamo di gustarci l’attimo e di riderne insieme, come accaduto qualche giorno fa quando, parlando della mia età mi ha chiesto, ma tu mica hai davvero più di quarant’anni? Beh mamma, ti rispondo, ne ho anche già compiuti sessanta! Nooooo non è possibile, dici seria. Poi subito dopo con un sorriso aggiungi, allora ci siamo fatte vecchie anzi io molto di più di te, vecchierella!

Stiamo viaggiando, io e te da sole, verso quel luogo dove rimarrai probabilmente fino alla fine del tuo tempo, per tua scelta convinta. Sono proprio contenta che mi avete ascoltata, perché non voglio più vivere a casa.

Ti saluto mentre sembri già essere altrove, in un altro tempo, con la consapevolezza che nella storia del mio presente, ormai da qualche anno, tocca a me tenermi intera. 

Mi hai lasciato un dono prezioso e in quel mio essere quercia, come qualcuno mi ha definita, sento tutta la forza delle radici che mi hai aiutato a rendere forti e profonde.

Sono stata una figlia fortunata e oggi, a pieno cuore, trattengo tutta la tua eredità con quella gioia che solo la malinconia sa rendere così brillante.

Venticinque?

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di Igor Salomone

Venticinque anni e non dovresti essere qui. Oppure ci saresti, giusto per passare assieme un po’ di tempo, quotidianamente trascorso lontana per motivi di studio, lavoro o amore. Venticinque anni tuoi sono venticinque anni aggiunti ai miei da quando sei comparsa al mondo, un quarto di secolo intenso, faticoso, drammatico e bellissimo. La nostalgia mi pervade, nonostante tutto. Sei stata bambina anche tu e i miliardi di foto che ti ho scattato stanno lì a testimoniarlo, riempiendomi gola e naso di un groppo difficile da sciogliere.

Non so esattamente quando sia iniziato, ma c’è stato un momento nel quale abbiamo raggiunto un bivio: prima eri una bambina che frequentava altri bambini, certo molto diversi da te e sempre più diversi col passare degli anni. Dopo tu sei stata sempre la stessa, con una luce di maturità in più nello sguardo,  e io sono invecchiato.

Ciao come va? Come stanno i tuoi figli? Ah ormai sono grandi, chi li vede più? Uno è all’estero per un master, l’altra è in giro per l’Europa in cerca della sua strada. Il mio fa il dj a Creta, sai quello più grande? È in Australia e prima o poi ci andremo anche noi. All’estero anche il tuo? No, ha aperto un bar nell’Hinterland e sta andando benissimo. Purtroppo il mio è ancora in cerca di lavoro, non trova nulla e passa da un impiego temporaneo a un altro. Però si è fidanzato e sta cercando di capire come fare per mettere su casa. I miei invece hanno avuto entrambi dei bambini splendidi e io sono diventato nonno mio malgrado. Ma dimmi, e Luna? Luna sta bene, frequenta un centro tutti i giorni e lo farà per i prossimi venticinque anni, presumibilmente e se tutto fila liscio.

Di te figlia mia mi sono perso l’adolescenza, la giovinezza e ora l’adultità. Non perchè tu a tuo modo non abbia attraversato queste fasi della vita, perchè queste fasi della vita non hanno nulla a che fare con ciò che un genitore si aspetta, sia che le desideri, sia che le tema.

Non so esattamente quando sia accaduto, ma c’è stato un momento nel quale io, tu e tua madre abbiamo incontrato un bivio. Da una parte svoltavano tutti i nostri amici e con loro gran parte del mondo conosciuto, dall’altra abbiamo svoltato noi, insieme allo sparuto drappello di quelli come noi, allontanandoci ogni giorno di più dal flusso che ha imboccato l’altra via.

Poi non so dire chi sia più fortunato. Tu sei l’unica figlia, dunque cosa riservi la strada che non abbiamo potuto intraprendere mi è del tutto oscuro. Certo è che la vita con te è stata per venticinque anni ricca di gioie e di dolori, come quella di tutti i genitori ma per motivi che nessun genitore può comprendere se non ha avuto figli come te. Quindi che auguri farti considerando che gli auguri fatti a nostra figlia tornano immediatamente indietro a me e tua madre? Che auguri servono a vite destinate a essere sempre un po’ uguali a se stesse? Forse l’auspicio di poter invecchiare assieme nei prossimi venticinque anni, con un pizzico di serenità in più e la struggente nostalgia del tempo che comunque sarà passato.

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