Scricchiolii

2 commenti

di Irene Auletta

Qualche giorno fa, senza saperlo prima, ci troviamo nello stesso albergo che accoglie animatori, allenatori, familiari e giovani disabili provenienti da varie regioni d’Italia e coinvolti nelle Special Olimpiadi. Facilmente veniamo confusi come appartenenti a qualche gruppo ma, fino alla seconda serata della nostra permanenza, riusciamo a rimanerne comunque ai margini.

Domenica sera al termine della cena, pur essendo distrutta dopo una notte insonne, vieni immediatamente attirata da quella che a me e a tuo padre appare come una situazione molto caotica, oltre che a noi poco familiare.

Un gruppo di giovani animatori, accompagnati da musica “a palla”, hanno allestito uno spazio danze con le classiche musiche che credo caratterizzino un po’ tutte le animazione dei club di vacanze. Insomma, di quelle che a me solo a dirlo viene l’orticaria!

I movimenti dei corpi giovani degli animatori, flessuosi e armonici segnano una distanza siderale e anche un po’ crudele con gli altri rigidi, a scatti e quasi totalmente scoordinati del resto dei danzanti.

Tu inizi un movimento a onda. Ti avvicini e ti allontani quasi a prendere le misure con quella situazione che evidentemente ti attrae moltissimo e rispetto alla quale vuoi la nostra presenza, ma anche no.

Cric. Ti guardo diversa fra i diversi alla ricerca di una possibilità espressiva che dica con il corpo l’eccitazione provocata dalla musica e che sembri voler comunicare. Ci cerchi con lo sguardo ma vuoi buttarti da sola nella mischia e alla fine ci riesci. Cric. 

Un misto di emozioni non riesce a nascondersi prima di straripare negli occhi. Orgoglio, tristezza, gioia e dolore. Le crepe del cuore vanno per la loro strada mentre, dopo un primo momento, mi impongo di ignorarle anche per il fastidio che possano svelarsi troppo in quella scena pubblica. Cric

Tu sei felice. Provi e riprovi, accolta da persone molto disponibili e piacevoli.

Anch’io mi sento un’onda. Mi allontano per bisticciare un po’ con i miei occhi e con quel fastidioso groppo in gola e poi mi riavvicino per dirti solo con lo sguardo che, se hai bisogno, sono qui. Il mio cuore e quello di tuo padre sembrano battere all’unisono in quella tempesta di sentimenti che dopo ci raccontiamo identici e ci scambiamo come unguento lenitivo per le nostre ferite.

La risata del nostro abbraccio a tre fa il resto e poi via, per la nostra vita.

Cielo per te

4 commenti

IMG_1364

 

di Irene Auletta

Alla tua età ho preso la patente, facevo progetti per il futuro e mi sono cimentata con il primo impiego per contribuire ai miei studi e concedermi qualche extra. Tu impegnati a studiare che al resto ci penso io! Il nonno era stato chiaro ma già da allora ero molto orgogliosa e l’idea di essere autonoma mi è piaciuta sempre. Con le mie compagne di classe abbiamo festeggiato quella maggiore età che pareva aprirci strade inattese e mondi solo per noi.

L’idea di una figlia diciottenne era lontana e tu eri ancora là a vagare in universi paralleli. Mi hai aspettata? Mi hai scelto? Il nostro incontro è stato un puro caso? Le teorie si affastellano e oggi non mi interessano più perché Tu sei mia figlia e nessun’altra potrebbe prendere il tuo posto.

Sei una ragazza di diciotto anni e il tuo compleanno speciale mi trova ancora una volta emozionata a riconoscerti universo tra universi.

Per dono nessuna patente di guida, viaggi o similari tanto desiderati dai tuoi coetanei. Per te esperienze, incontri, luci, colori, musica ed emozioni. Il resto non ti riguarda e trattengo negli occhi e nel cuore la tua espressione di meraviglia quando incontri quel mondo per te possibile, unico e importante.

Buon compleanno figlia, con tutto il mio orgoglio di madre.

Buon compleanno a te che ogni giorno mi insegni a misurarmi con limiti impossibili e con un amore immenso.

A te che sei luce brillante ed eclissi oscura. Auguri a te, mio incanto, che mi riporti sempre con i piedi per terra costringendomi a mantenere lo sguardo rivolto al cielo.

Avere o imparare

Lascia un commento

Di Igor Salomone
Trent’anni che soffoco.

Trent’anni afferrato alla gola dalla superficialità spacciata per leggerezza, dalla negligenza contrabbandata per libertà, dall’indifferenza venduta come realismo, dalla furbizia travestita da intelligenza.

Trent’anni di Immagine, Dea del Nulla inventata per celare qualsiasi nefandezza e qualsiasi vuoto.

Trent’anni di Efficacia, anzi Efficienza, anzi tutte e due magicamente intrecciate, a dire che quel che conta è fare le cose bene, non importa cosa, non importa se farle bene non significa affatto fare “il” bene, un qualsiasi tipo di Bene purchè riguardi anche l’Altro, pazienza se viene così così.

Trent’anni di Collaborazione, il nome postmoderno del Corporativismo, ovvero lavorare assieme non per qualcosa, ma per qualcuno: l’azienda, il gruppo, la famiglia, la categoria, il territorio, il dialetto, tutto ciò che infine è “nostro” e non “di tutti”.

Non ne posso più.

I cicli culturali sono, appunto, cicli. Voglio sperare che questo pantano sia giunto al capolinea. Voglio sperare che Dignità, Orgoglio, Rispetto, Responsabilità, Bene comune tornino ad avere un senso. Voglio sperare, che riusciamo a imparare e a insegnare un senso nuovo, adatto a questo nuovo mondo da proteggere e accudire che ci ritroviamo per le mani.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: