Giganti in ginocchio

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fragilitàdi Irene Auletta

Ne parlavo proprio oggi con un gruppo di educatori, di quelle persone che sembrano intoccabili, forti e sempre sicure del fatto loro. Forse ci piace farci ingannare da tanta sicurezza perchè permette di nascondere un po’ delle nostre difficoltà o forse, a volte, risultiamo solo impreparati e spiazzati di fronte all’evenienza che, dietro all’apparenza, si possano manifestare fragilità o sofferenza.

Non siamo abituati a trattare alcuni temi e, soprattutto come professionisti, corriamo il rischio di sottovalutare la complessità di ciò che ci si dipana davanti agli occhi quando incontriamo le storie delle persone, piccole o grandi che siano.

Ascoltare le fatiche, le attese deluse, il senso di sconfitta e la percezione di impotenza, rischia di travolgere l’operatore  in un luogo con troppe ombre, dalle quali facilmente ci si difende con l’ironia, le battute sarcastiche o il pregiudizio.

Se accade è umano e credo che in alcune occasioni possa anche risultare una buona strategia per rimanere in equilibrio ma, è importante esserne consapevoli e poter tornare sui propri passi recuperando la competenza tecnica del proprio sguardo.

Ho ripensato ad un gruppo di operatori sanitari incontrati qualche tempo fa e abituati a rivestire un ruolo autorevole e di rassicurazione verso i loro pazienti. Quando sono emerse alcune emozioni legate ai temi della malattia, del dolore e della morte, ne ho visti diversi lasciarsi alle spalle l’armatura professionale, insicuri, ma anche molto interessati al nuovo percorso di ricerca offerto dal lavoro che stavamo svolgendo insieme.

Ci vuole molta umiltà e forza per rinunciare ad avere tutto sotto controllo, per riuscire a chiedere aiuto e a condividere delle difficoltà. Riguarda il medico, l’insegnante, l’educatore.

Bisogna stare attenti a non farsi ingannare dai giganti.

Anche per loro a volte urgono disinfettante e garze per medicarne le sbucciature.

Giù le mani

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IMG_1803di Irene Auletta

Ricordo molto bene come, tanti anni fa, incontrando le educatrici dei servizi per la prima infanzia ho iniziato a trattare temi relativi al contatto fisico con i bambini e alla necessità di pensare e ripensare il lavoro educativo come occasione per svelare e nominare gli eccessi possibili nei gesti di cura. Da allora ho attraversato parecchi servizi e, nei vari luoghi di formazione e supervisione, questo tema è riapparso sovente tra quelli ricorrenti e sempre attuali.

Pochi giorni fa, in un centro per bambini disabili, la scena si è ripetuta e mi sono ritrovata a nominare l’attenzione necessaria nell’incontro con il corpo altrui e con la sua persona. E’ possibili che nove o dieci operatori mettano le mani addosso allo stesso bambino? Accompagnare in bagno per il cambio, assistere durante il pranzo, imboccare, pulire la saliva alla bocca oppure il naso, aiutare a vestirsi o svestirsi, sostenere nella miriade dei piccoli movimenti quotidiani.

Solo facendo l’elenco mi viene prurito lungo tutto il corpo.

Quando il gesto arriva dall’esterno non sempre riesce a rispettare il tempo, la misura e il tono necessario e immagino quanta tolleranza, pazienza e disponibilità sia necessario, da parte di chi lo riceve, per non mettersi a urlare o a scalciare.

In realtà a volte i bambini o ragazzini disabili lo fanno con il rischio che, prontamente, gli operatori o i loro stessi genitori, sfoderino le migliori interpretazioni. E’ aggressivo, ipercinetico, ha un brutto carattere, fa i capricci, non è collaborante e via di questo passo in un elenco che ognuno può arricchire grazie alla sua esperienza o fantasia.

Io soffro tantissimo e mi accade sempre. Quando all’asilo nido pensavo ai bambini piccoli e alle interferenze continue delle educatrici, quando penso alle condizioni di bambini e ragazzini disabili che non sono in grado di esprimersi liberamente, quando penso alle condizioni di alcuni anziani non più in possesso di tutte le loro facoltà di adulti. Anche loro come i piccoli e i disabili, ogni tanto vengono definiti capricciosi o monelli.

Soffro quando penso a mia figlia, al suo passato, al suo futuro e all’ignoranza che ancora è presente nella cultura e nei servizi che ruotano intorno al mondo della disabilità.

Ogni tanto sono presa da un grande sconforto e mi chiedo cosa è possibile fare, oltre a quello che provo ad attivare quotidianamente come genitore e come pedagogista. Come reazione, cerco di non perdere occasione per fare nuovi pensieri e ipotizzare nuove azioni.

L’altro giorno, sempre nel centro per bambini disabili, osservavo gli operatori coinvolti nella supervisione. Sono persone, stanno imparando anche loro e sono certa che cercano di svolgere al meglio il loro lavoro. Ho provato un sentimento di fiducia e mi auguro che avvicinando i loro bambini ricordino le parole e le emozioni dell’incontro.

Il gesto, di per sè, è solo un automatismo. Farlo diventare educativo  e amorevole richiede tempo, pensiero e riflessione.

Abbiate pazienza bambini, pian piano arriviamo anche noi.

Imparare comodamente

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comodamentedi Irene Auletta

Prima lezione Feldenkrais dopo la pausa delle vacanze natalizie.

Angela, la nostra insegnante, ci introduce alla lezione della serata attraverso l’invito a trovare una posizione comoda per iniziare il lavoro. Ci raccomanda di cercarla con attenzione, ognuno quella giusta per sè, finalizzata a creare una situazione ideale per migliorare l’ascolto, potenziare le possibilità di apprendimento e cogliere al massimo le opportunità di conoscenza e cambiamento del corpo.

Rimango ogni volta colpita dalle analogie tra quello che accade in questo spazio e quello che riguarda i luoghi dell’incontro educativo, nei vari servizi e nelle aule scolastiche. Quante volte mi è capitato di sentire insegnanti o educatori che volgessero ai loro interlocutori una raccomandazione simile e quante volte io stessa ho pensato di farla ai destinatari delle mie prestazioni professionali?

L’invito a mettersi comodi è già un modo per dare importanza a quello che ci si accinge a fare insieme, per prendersi il tempo necessario a non pensarsi sempre di premura e già proiettati verso la cosa successiva da rincorrere. Ma, ciò che trovo davvero importante e potente, è l’idea di creare un filo magico di incontro e dialogo tra l’idea di comodità e quella di apprendimento.

Pensate che effetto può fare immaginare di rivolgere lo stesso invito ad una classe, ad un gruppo di operatori in un contesto di formazione professionale o  ad un’equipe durante una supervisione.

In questo tempo che rischia di sommergerci con i vari disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione, della capacità di leggere, scrivere e far di conto, sento il bisogno di nuovi sguardi e di nuove ventate interpretative. Che sia questa una nuova strada percorribile?

Spesso per prendermi in giro, nella mia famiglia, mi definiscono come quella sempre contro il “deboscia” e lo “sbracamento” a oltranza, insomma una fanatica dell’efficientismo.

Oggi vi frego tutti e inneggio alla comodità e al tempo per accomodarsi, per pensare, pensarsi ed imparare.

Per prima cosa, mettetevi comodi.

L’efficienza della distrazione

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Eccomi di nuovo sull’articolo di Repubblica del 5 gennaio, siamo al terzo punto: la mitica quaestio pedagogica dell’Attenzione…!!!

Il primo punto, sulla Memoria, lo trovate qui

Il secondo punto, sulla Scrittura, lo trovate qui

internet e neurofisiologia da Repubblica 5 gennaio 2013

3. L’attenzione. Il computer affina la nostra abilità di multitasking, ma peggiora le nostre capacità di filtrare le distrazioni

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Ah, la distrazione! non è forse il peggior nemico dello studio? Era uno dei ritornelli preferiti di mio padre: stai attento, concentrati, applicati, giocherai dopo, ora pensa a quello che stai facendo, impegnati. Un profumo ricorrente d’Alfieri, di sedie, di corde che trattengono alle sedie, di scrivanie davanti alle sedie e montagne di libri sopra le scrivanie. “Volli, sempre volli, fortissimamente…”
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Per ottenere un risultato bisogna concentrasi su quello che si vuole ottenere, andare dritto verso l’obiettivo ed evitare ogni tentazione che porti a deviare dal percorso intrapreso. Occhio a Scilla! occhio a Cariddi! non ascoltare le sirene! Un vero e proprio concentrato del Principio di Volontà sul quale si è retto l’intero immaginario pedagogico nostrano. Poi dice come mai “pedagogico” è diventato sinonimo di ammuffito, polveroso, stantio, noioso, petulante, pedante e via tromboneggiando.
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Non so, mi penso entrare in un bosco. Amo infilarmi nei boschi. Che abbia o meno una meta, di sicuro quello che non faccio mai è restare sulla via. A ogni albero, a ogni fiore, a ogni fungo finisce che faccio qualche deviazione. Dovrei andare di là, questo mi dice la testa, ma vado dall’altra parte. Anche solo un poco, mi dico, arrivo sin laggiù e poi torno. Naturalmente, arrivato “laggiù” si ripete la stessa storia. E’ così che mi infilo nei boschi. E, a dirla tutta, nei prati, nelle città, nelle periferie. E non mi perdo mai. Forse è culo. Forse perchè se mi imbatto in un albero-fiore-fungo o in un portone, un negozio, una terrazza, un campo incolto che ho già in qualche modo incrociato, il mio navigatore interno “ricalcola” e ritrovo immediatamente il cammino.
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Insomma, sembrerebbe che le distrazioni, alla fine, siano esattamente ciò che mi permette di arrivare dove voglio arrivare. Viceversa, quando cerco di ottenere a tutti i costi una cosa, non ci riesco mai. O io vengo da un altro pianeta, o è ora di guardare le cose in un altro modo.
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In fondo, dipende tutto da come ci si immagina la vita. Se assomiglia a una stradella lineare cha parte dal punto N (nascita) al punto M (morte), passando per tre o quattro tappe ovvie e uguali per tutti, forse concentrarsi sull’obiettivo è una buona strategia. Intendo dire, forse lo è stato. Ma vi sembra che la vita sia ancora questo?
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Se la vita è una foresta, una grande città, una sterminata periferia, che senso ha continuare a pensare che la competenza fondamentale di cui abbiamo bisogno è di andare avanti per la nostra strada senza distrarci mai? Che significa saper “filtrare” le distrazioni? Una volta si diceva “evitare”, era più facile da capire. Ma “filtrare”? nel senso di saper scegliere solo quelle utili? ma se sono utili sono ancora distrazioni? e se non ci si fa distrarre da una probabile distrazione, come si fa a scoprirne l’eventuale utilità? o magari a confermarne l’inutile ma meravigliosa bellezza?
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Ho un sacco di amici e collaboratori che non si distraggono mai quando lavorano al computer. Salvo magari fermarsi ogni tot per fare un solitario. Sono gli stessi che fuori dei due o tre programmi che hanno imparato a usare, non hanno la più pallida idea di cosa sia un computer e in Internet ci vanno solo se ce li manda qualcuno, scappandone prima possibile. A ben vedere, il mondo del web e tutti i suoi ingressi hardware, sono né più né meno che un bosco nel quale entrare per distrarsi a ogni albero-fiore-fungo. E’ così che se ne apprende la struttura, si riconoscono i cammini, tracciandoli per indicarli agli altri.
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Quindi è probabile, che l’uso intensivo del computer non inibisca  l’attenzione, ma l’addestri a navigare tra mille distrazioni inventando percorsi, offrendo smarrimenti e spingendo a disegnare strade per il ritorno.
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Quelli che, invece, vorranno continuare a coltivare la concentrazione seduti e legati davanti al loro compito, finiranno con il condannarsi all’ergastolo nel proprio giardino di casa.

Estetica dei bei tempi andati

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Continuo la discussione dell’articolo di Repubblica del 5 gennaio. Passo al secondo punto di quelli elencati qua sotto. Il primo lo trovate qui.

internet e neurofisiologia da Repubblica 5 gennaio 2013

2. La scrittura. Gli studenti fanno fatica a scrivere a mano perchè sono abituati a utilizzare la funzione di “completamento automatico” su computer e cellulari

“Ma quale tastiera e tastiera, vuoi mettere il piacere di veder correre la penna stretta fra le proprie dita, lasciare quel solco continuo sul foglio bianco? parole che nascono davanti ai tuoi occhi, lettera per lettera, mai una uguale a un’altra. Errori sempre dietro l’angolo che poi non rimedi con un canc. Ti tocca usare la scolorina, oppure rifare tutto. Quello sì che era scrivere! e assumersi anche la responsabilità di quello che andavi scrivendo. Perchè restava nero su bianco. Non come adesso che scrivi, cancelli, poi riscrivi  e magari dopo un anno correggi ancora”

Questo disse il padre al figlio che scorreva veloce le dita sul suo pc, immergendosi in ciò che vedeva comparire sullo schermo per non ascoltare l’ennesimo sermone sui bei tempi andati

“Seee, la penna, biro magari – disse il nonno – o anche stilografica, meglio certo, ma niente a che fare con il pennino intinto nel calamaio! Dovevi stare attento non solo a quello che scrivevi, ma anche al rischio continuo di sporcare e sporcarti. Che bello era avvolgere e girare il foglio con un gesto elegante e rispettoso, per vedere ciò che scrivevi senza spanderlo con la manica? E l’odore? l’odore dell’inchiostro che si diffondeva dal calamaio tutt’in giro?”

Padre e figlio lo ascoltarono appena, con un’alzata di spalle. Si sa, i vecchi…

“La penna d’oca!! la penna d’oca, cari miei” il bisnonno fece la sua comparsa autoritaria come al solito. “Non avete idea di cosa vi siete persi scrivendo con tutta quella robaccia che è arrivata dopo!”

“Ma sei scemo? penso tra sè e sè il tris-tris-trisavolo che aveva scritto per tutta la vita, era uno scriba alla corte dell’imperatore, su tavolette di cera. “Incidere è la vera natura dello scrivere, non sporcare un pezzo di pergamena con del pigmento colorato! Ma cosa vuoi che ne sappiano questi giovani sempre pronti a lasciare le cose belle per l’ultimo giochino tecnologico portato dai mercanti dai loro viaggi oltre oceano?”

Nel frattempo, il bisnipote del figlio, mentre stava componendo un documento multimediale, ipertestuale, transinterattivo e multdimensionale, agitando le dita per aria, ancheggiando, ruotando su se stesso, toccandosi varie parti del corpo ed emettendo tutta una serie di suoni, mugugni, scricchiolii, fischietti e schiocchi con la lingua, pensava al suo povero prozio che per fare altrettanto gli ci sarebbero volute settimane passate su quel vecchio arnese visto al museo. La chiamavano “tastiera”. Incredibile.

Ho sostenuto per molto tempo che gli educatori sono privi di senso estetico. Mi sbagliavo. Ho capito che l’essere umano, mentre si cala nelle proprie responsabilità educative, diventa improvvisamente un esteta radicale. Di quelli che le cose belle sono sempre e immancabilmente le cose di una volta. In qualche modo, l’educazione sembra condannata a un estetismo conservatore. Che ci può anche stare, se significa aiutare a non perdere il valore e la bellezza delle cose passate.

Ma l’estetica del nuovo, a chi la facciamo insegnare?

Le macchine cambiano i cervelli. Ma non abbastanza in fretta…

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Repubblica, il 5 gennaio 2013, ha pubblicato un articolo dal titolo: “Così le macchine cambiano i cervelli” al scoperta scomoda degli scienziati Usa.  L’articolo è accompagnato da questa immagine riassuntiva che in ben 6 punti elenca i presunti “danni” che ci infliggerebbe l’era informatica.

internet e neurofisiologia da Repubblica 5 gennaio 2013

Se ci riesco, li discuterò un per uno. Iniziamo con il primo…

1. La memoria. La possibilità di trovare informazioni su Google sta facendo diminuire le nostre capacità mnemoniche. Usiamo internet come una memoria esterna

Quand’ero bambino, negli anni ’60, alle elementari mi hanno insegnato che la memoria è come un muscolo: meno la si esercita, meno funziona. E che per esercitarla occorre mandare a memoria le cose. Esattamente come con i muscoli: l’importante è esercitarli, non importa a far cosa, l’importante è che stiano in esercizio.
Questo modo di vedere le cose ingenuo e meccanicistico, è totalmente sorpassato anche per l’esercizio fisico, ma evidentemente i ricercatori americani si devono essere persi qualche annata di Science. Oppure se le sono perse i redattori di Repubblica.
Passo ore con mia figlia rivedendo foto e filmati di famiglia in gita o in vacanza. Accidenti, che peccato. Invece di raccontargli la nostra storia gliela faccio vedere. Pensa, così è costretta a vedere immagini di esperienze che ha vissuto, invece di fidarsi solo delle mie parole. E rischia anche di incrociare particolari che mi erano sfuggiti. E anche di vedere le cose come le avevo viste io che fotografavo/filmavo. Ma come le avevo viste in quel momento, non  come gliele sto raccontando/mostrando ora. Un vero impoverimento mnemonico. Suo e mio.
Babilonia, qualche millennio a.c. Il padre di Hammurabi ad Hammurabi: “Figlio, perchè scrivi le tue leggi su tavolette?”. Hammurabi: “Perchè così siano condivise da tutti i sudditi, padre!”. Il padre: “Ma in questo modo il popolo si affiderà alla scrittura e perderà la sua memoria”
Germania, metà 1400 d.c. Il padre di Gutemberg a Gutemberg: “Figlio, perchè stampi con il tuo torchio tutte queste copie della Bibbia…
Ma la faccenda è probabilmente iniziata in qualche caverna del mesolitico con un padre che diceva al figlio impegnato a dipingerne le volte con scene di caccia che, insomma, usando una caverna come una “memoria esterna” di ciò che viveva la tribù avrebbero rischiato di smarrire la memoria di ciò che facevano e, in ultima analisi, di ciò che erano.
Insomma, passiamo l’intera vita depositando pezzi della nostra esistenza in qualche “memoria esterna”, comprese le memorie degli altri. L’era di Internet non fa che portare alla sua massima espressione la tendenza umana alla condivisione delle esperienze individuali all’interno della memoria collettiva.
Non posso ricordare molto della mia storia familiare, non perchè abbia poca memoria, ma perchè i miei familiari, a partire da mio padre, se la sono tenuta per sè. Ora sto ringraziando moltitudini di internauti che lasciando in Rete racconti, immagini, collegamenti, mi permettono di ricostruirla piano  piano. E non la manderò a memoria, potete starne certi. La affiderò, ancora una volta, a una memoria esterna…

Polpettoni pedagogici

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polpettone pedagogicodi Irene Auletta

Madre e figlio in coda al supermercato. Il ragazzino sta facendo delle richieste con insistenza e, per tutta risposta, la madre pare recitare sermoni che pongono al centro la poca riconoscenza del figlio e il suo non essere mai contento di nulla.

Padre e figlia al bar parlano dei doni  natalizi e dello scarso rendimento scolastico. Pensi di meritarti di più di quello che hai ricevuto? Se alla tua età, in seconda media, avessi portato a casa una pagella come la tua, mio padre mi avrebbe anche sospeso quella misera mancetta che mi dava, altro che regalo a Natale!

Leggo un articolo online. Una madre “ha deciso di regalare un iPhone al figlio tredicenne Gregory. Il regalo però era accompagnato da un vero e proprio contratto di 18 punti che il figlio ha dovuto sottoscrivere per ricevere e potere utilizzare lo smartphone”. Meritano davvero di essere letti tutti, i diciotto punti.

Ci continuo a pensare, e qualcosa proprio non mi convince.

E’ come se in tutti questi esempi sentissi un tono lamentoso, più da omelia che da commento educativo. Sia chiaro, non mi chiamo fuori dal coro e non voglio puntare il dito verso nessuno, ma mi piacerebbe provare a interrogare il fenomeno, perchè di fenomeno si tratta.

Ricordo la direttrice straordinaria della scuola per educatori in cui ho insegnato per quindici anni. Me la vedo davanti agli occhi mentre gesticolando, come solo lei sapeva fare, dice: il guaio di tanti pedagogisti ed educatori è che sono noiosi e pedanti! In effetti è proprio la pedanteria che trovo stucchevole nelle prassi educative e l’essere noiosi, aggiunge solo il tocco finale. Ma allora, come mi diceva qualche giorno fa una collega, bisogna per forza essere brillanti per insegnare qualcosa?

Certo che no. E’ vero, ci sono nella memoria esempi di genitori o insegnanti importanti, che hanno saputo insegnare qualcosa nonostante, o forse anche grazie, il fatto di averlo fatto in modo noioso. Ma tra l’essere sempre brillanti e il diventare man mano solo opachi, ci saranno pure terre di mezzo.

Mi trovi noiosa figlia mia? I miei studenti mi avranno trovato noiosa?

Certo il connubio noiosa e anfetaminica, deve essere mortale, ma io apparterrei senza dubbio proprio a quella categoria. Quello che però mi preoccuperebbe di più sarebbe essere o diventare, noiosa e pedante perchè so bene che effetto mi fanno le persone così. Mi fanno spegnere e, insieme alla voglia disperata di scappare, raramente mi lasciano tracce significative dell’incontro.

Il dito pedagogico puntato contro e che prescrive certo non è il massimo, ma vogliamo parlare anche delle logorroiche chiacchierate educative che si presentano fintamente come molto democratiche?

Non è facile, lo so. Siamo educatori e genitori alla ricerca di nuovi stili, modelli e significati. Mi piace la sfida e ci voglio proprio provare.

Un piatto di spaghetti alle vongole veraci?

Noia

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noia (1)“Francamente non riesco a coglierne il lato positivo” . Due padri, bar, colazione assieme per l’ultimo dell’anno. Evidentemente col tempo il cenone si anticipa… Stavamo parlando della noia che entrambi avevamo vissuto, e alla grande, durante l’adolescenza. “Me la ricordo benissimo”, dice il padre-amico, “ma non capisco perchè dovrei ricordarmela come una cosa buona…”

L’esperienza della noia è solo una tra le tante che sembrano scomparse dall’orizzonte esistenziale dei ragazzi. Ne avevamo fatto un lungo elenco: i giochi di cortile, le prime avventure fuori dai cancelli, gli spostamenti autonomi per la città, i luoghi di ritrovo “solo per ragazzi”, il muretto, la piazza. Il mio amico si ritrovava su tutto, compreso la preoccupazione per questa estinzione di massa delle esperienze che per noi erano state formative.

Ma la noia…

Ricordo benissimo il giorno in cui ho iniziato ad annoiarmi. Va bene, magari non proprio il giorno esatto, ma il periodo mi è chiarissimo. E sopratutto l’atmosfera. Sino al giorno precedente passavo i miei pomeriggi tra biglie, nascondino, palla-prigioniera, un-due-tre stella!, Napoleone, verbi e difetti. Il giorno dopo ero appollaiato sul passamano degli scalini d’accesso alla mia scala, in quel cortile del complesso di abitazioni popolari, con i miei compagni, chiedendoci a turno: “che facciamo?”.

Ecco, potrei definire la noia come lo spazio tra quella domanda e l’assenza di una risposta. O, in alternativa, come lo spazio tra quella domanda e l’arrivo di una delle due o tre risposte che eravamo riusciti a costruirci. Trovare una risposta e mettersi finalmente a fare qualcosa, naturalmente, non significava l’aver trovato ciò che veramente volevamo fare, ma ciò che ci decidevamo a fare per spostare un po’ più in là l’inesorabile riproporsi successivo di quella domanda.

Siamo andati avanti così per anni. Eppure…

Eppure è stato proprio in quei lunghi e interminabili anni che ho scoperto pian piano cosa volevo. O, per lo meno, che ho iniziato a intuirlo.

La mia adolescenza è iniziata il giorno esatto in cui ho deciso che dovevo uscire dall’infanzia. Certo, nessuno lo decide in questo modo, ma se da un giorno all’altro smetti i giochi che hai fatto sino a quel momento perchè senti che non vanno più bene, che persino te ne vergogni un po’, è esattamente quello che ti sta succedendo.

Uscire, però, non significa necessariamente entrare. Ho lasciato alle spalle un intero mondo, ma non avevo la più pallida idea di quale fosse il mondo nel quale sarei dovuto approdare. Mi sono avventurato in alto mare, senza intravedere le coste della terra promessa. E’ questa condizione che mi ha permesso di cercare e di cercarmi. Il prezzo sono stati una noia infinita e un senso di smarrimento permanente.

Poveri, dunque, quei ragazzi e quelle ragazze cui noia e smarrimento non siano concessi. Poveri, perchè la loro esperienza ne risulterà depauperata. Perchè non sapranno forse mai lasciar qualcosa senza aver già in mano ciò che verrà dopo. Perchè non potranno fare esperienza del vuoto, senza la quale è difficile apprezzare la qualità del pieno. Perchè vivranno una vita sotto tutela, che non saprà dar valore al distacco, alla perdita, all’incerto, al non ancora.

Questo, alla fine, mi ha insegnato la noia: se non si rischia mai di perdersi, è difficile imparare a ritrovarsi.

La ricerca della gentilezza

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la ricerca della gentilezzadi Irene Auletta

Stamane mi colpisce la lettura di un articolo online che parla di bambini e gentilezza. Ricercatori americani (e chi se non loro?) che indagano il fenomeno tra i bambini per restituirne la positiva scoperta. Anche i bambini, oltre agli adulti, apprezzano e danno valore alla gentilezza nelle relazioni tra pari. Rimango un po’ basita e mi frullano in testa alcune domande. In che senso era necessaria una ricerca per giungere a tale conclusione? Come mai questa notizia mi colpisce più di altre?

Sempre stamane ripensavo ad un lungo lavoro di formazione fatto insieme ad operatrici di servizi per l’infanzia di un comune dell’hinterland milanese. Pensavo al successo di alcune importanti trasformazioni, all’intenso lavoro educativo rivolto sia ai bambini che alle loro famiglie e alla piega involutiva che hanno preso questi servizi negli ultimi anni, rischiando di perdere tanti risultati raggiunti. Le motivazioni sono certamente molteplici ma il dispiacere rimane una domanda aperta.

E’ proprio vero che così è la storia, con questioni che si ripetono riproponendo le medesime scene e gli stessi quesiti?

Fatico ad accettare l’idea che molti servizi educativi e le scuole stesse, si stanno impoverendo per problemi legati alle carenze di risorse economiche e in queste motivazioni trovo, insieme alla verità, un senso di rinuncia e di sfiducia che mal si accompagnano alle sfide dell’educazione.

Stanotte ho passato la notte a urlare. Era un sogno nel quale cercavo di richiamare coordinatori ed educatori di alcuni servizi educativi a riprendersi in mano la loro responsabilità, esibendo le loro competenze. Direi che non è necessaria alcuna interpretazione psicologica!

Lo sconforto tende a far curvare le spalle e a orientare lo sguardo verso il basso, fino a non vedere che la punta dei propri piedi. Abbiamo bisogno di allargare il respiro, allineare la colonna vertebrale e guardare avanti con un senso di rinnovata curiosità.

Di questa ricerca abbiamo tanto tutti bisogno e non solo per riscoprire il valore della gentilezza, ma per credere nelle possibilità del futuro e per continuare a fare educazione, senza vergognarsene.

Misure di vita

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misure di vitadi Irene Auletta

Mi ritrovo spesso a riflettere intorno al rapporto con le fatiche e alle diverse percezioni individuali di cui ciascuno di noi è portatore. Ci sono persone che si lamentano quasi per nulla e altre che sopportano pesi incredibili mantenendo la capacità di non smarrire il sorriso. E’ vero anche però che, nelle storie, si incontrano strani intrecci e che non esistono linee di demarcazione così nette nelle varie modalità di reazione e a volte, le differenti possibilità, convivono nella medesima persona a seconda dei momenti, della peculiare fatica e dello specifico stato d’animo.

Per anni ho nutrito un significativo fastidio nei confronti di coloro che definivo lamentosi rischiando di rimanere io stessa intrappolata nella rete del mio pregiudizio, senza cogliere il valore di ciò che realmente mi suscitava una reazione negativa. In realtà oggi sono arrivata a comprendere che, al di là delle particolari caratteristiche di ciascuno, quello che mi fa pensare e mi dispiace è il rischio di mettere tutto sullo stesso piano, di non riuscire più a discernere i livelli delle preoccupazioni, di trasformare tutto in un dramma e il dramma stesso in una sorta di farsa.

Mi piace nominare quanto accade e provare ad aiutare anche gli altri a farlo, immaginando di attribuire agli eventi un loro posto ipotetico, attraverso parametri che non siano rigidi ma di senso. Chiedersi qual’è il reale peso di quello che stiamo affrontando dandosi il tempo e lo spazio anche per valutare gli scarti tra il percepito e il reale è un’importante occasione di crescita, di maggiore conoscenza e consapevolezza. Farlo per sè e poterlo insegnare ad altri, un’occasione imperdibile.

Ogni volta che mia figlia ha un malore o una semplice influenza di stagione, come sta accadendo proprio in questi giorni, mi misuro con l’ansia e la preoccupazione legata alla nostra storia e alla sua delicata condizione di salute. So bene che a volte le mie reazioni emotive sono eccessive ma so anche che testa e cuore, in alcune occasioni, sembrano proprio non capirsi e allora ci vuole tanta, ma tanta, pazienza.

La ricerca della misura inizia sia da piccoli e forse nella vita è un crescendo di nuovi equilibri possibili. Non smettere di farlo è quasi un’impresa, che però credo valga la pena per non smarrire la via dei significati legati alla nostra esistenza.

Stamane, in preda alla febbre alta, rimanevi immobile, dolorante e quasi timorosa di rompere uno stato di quiete faticosamente raggiunto. Quando ti ho convinta a muoverti per le necessarie pratiche di cura ti ho visto trasformata, in giro per casa a curiosare, come di tua abitudine. Hai trovato un modo tutto tuo per sopportare e affrontare le fatiche e la vita, in questo, ti ha resa maestra.

Penso ai lamentosi, alle occasioni perse di imparare dalla fatica, alle nostre ultime notti insonni che hanno fatto assumere a questi giorni di pausa tinte quasi un po’ oniriche. Penso alla tua grinta, al tuo modo di reagire, al valore che dai alle cose pur senza saperle nominare.

Ora ho ben in mente cosa augurare e augurarmi per il nuovo anno.

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