‘O famo strano?

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'O famo strano?

di Irene Auletta

Ma secondo te, lei capisce quando le parli?

Domanda per nulla originale che molte volte mi è stata rivolta personalmente e altrettante è comparsa nei racconti di tanti genitori. Nulla di strano quindi fin qui se non fosse che, stavolta,  la protagonista dell’interrogativo è una ragazza tua coetanea che frequenta il tuo stesso centro. Una di quelle che a vederle ti chiedi cosa ci fanno in un centro per disabili ma che, evidentemente, si porta sulle spalle qualche piccola fatica trasparente.

Tu cosa ne pensi? Le rispondo un po’ sorpresa e, di fronte alla sua espressione dubbiosa, non posso fare a meno di pensare alla diffusione di quei tanti luoghi comuni che definiscono le culture. Eppure, proprio non molto tempo fa, proprio tu hai sorpreso per l’attenzione espressa in occasione di una visita al museo snobbata da parecchi ragazzi definiti certamente più “alti” di te dalle moderne diagnosi funzionali. Ancora una volta prevale l’idea che le persone sono ciò che sanno fare è su questo tu, figlia mia, non sei messa affatto bene.

Eppure ti incanti davanti ad alcuni panorami, esprimi una grande curiosità e sorpresa durante una salita in funivia, ti perdi ad ascoltare il suono di un ruscello come se fosse la più bella delle melodie. Ma questo cosa vuol dire?

Gli occhi della nostra interlocutrice mi ricordano che attende una risposta. Sono certa di si, le dico, solo che forse bisogna trovare modi diversi per parlarsi e dirsi delle cose. Chissà se avrà fatto la medesima domanda anche agli educatori e cosa avranno risposto?

E pensare che quando sono con te sono io a sentirmi tante volte sorda e incapace di comprendere! Mi tornano in mente le parole di Angela, la tua insegnate Feldenkrais, quando descrive le tue raffinate capacità di ascolto del corpo. In fondo figlia, noi due stiamo provando a insegnarci reciprocamente qualcosa, tra le parole del corpo e le parole della testa. Vuoi dire che potrebbe essere questo un bello scambio tra mente e anima?

In macchina canto stonata una delle “nostre” canzone in inglese di cui mi invento un po’ le parole mentre ridi a crepapelle.

Ma secondo te, io ti capisco qualche volta?

Mi piace ancora il nome vero

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sposa cadaveredi Irene Auletta

Giorni strani che intrecciano in modo un po’ bizzarro vicende apparentemente differenti legate da un filo simile.

In una recente riunione di lavoro si presentano modelli teorici alternativi con nomi naturalmente e ostentatamente in inglese per sostenerne la novità e originalità. Appena si va oltre la pronuncia e si iniziano ad afferrarne i significati, emergono concetti già visti e sentiti che però, detti così, probabilmente non otterrebbero alcun finanziamento da parte di una di quelle leggi capestro che circolano nel mondo dei servizi socioeducativi e che sembrano aver fatto smarrire a molti il senso delle cose più elementari.

Mia madre mi riporta a tempi che sembrano molto lontani. Sono andata a trovare i nonni oggi perchè ci tengo a farlo proprio nei giorni di Ognissanti e dei Morti.

E’ vero mamma, per te questi giorni si chiamano ancora così e immagino che Halloween, non riusciresti neppure a pronunciarlo. Ti ricordi la battuta di babbo di qualche anno fa? E pensare che una volta le zucche si mangiavano e basta!

Per me, non è questione di onde nostalgiche ma di chiedersi che fine fanno i significati.

Mi piacciono le novità e le innovazioni ma cerco di non scivolare troppo sulla superficie delle mode, provando a rintracciare ogni volta le radici dei pensieri e degli eventi.

Oggi siamo circondati da nomi in altra lingua che ingannano i significati. Nel primo caso, la folle riunione di lavoro, mortificando quelli già conosciuti e negati come tali, nel secondo, introducendo altro a discapito di qualcosa che rischia di perdersi totalmente. Da bambina, da ragazza e poi da adulta, in tutto il mio pensiero laico, questi primi giorni di novembre mi hanno sempre portato a pensare alla morte e alle persone salutate per sempre.

Non mi dispiacciono zucche colorate, fantasmini e cappelli da streghe, ma mi piacerebbe che insieme a questi non si perdesse, proprio con i bambini e con i ragazzi, l’occasione per nominare la morte, le perdite e il senso delle separazioni che riguardano le esistenze di noi tutti. Le novità dei nostri giorni, che hanno trasformato giorni dai toni tristi in  occasioni di festa in maschera, potrebbero aiutare a dire della paura di avvicinare alcuni significati e del bisogno di introdurre nuovi colori per incontrare il senso dolce amaro della vita.

Penso al bellissimo film di Tim Burton, La sposa cadavere, dove si intrecciano il mondo dei vivi e dei morti in un gioco di toni, umori e colori che ad un certo punto si invertono, presentando scheletri che cantano, ballano e parlano d’amore.

La leggerezza e la superficialità, abitano mondi semantici differenti. Ogni tanto farsene memoria non è male.

Eternamente bambini, ragazzi per sempre

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Eternamente bambini, ragazzi per sempredi Irene Auletta

Mentre stiamo organizzandoci per salire in auto mi accorgo che intralciamo il passaggio e allora mi scuso cercando di far affrettare mia figlia.

Non si preoccupi, mi dice la signora che sta spingendo la sedia a rotelle, la bambina può aspettare così ne approfittiamo per prenderci ancora un po’ di sole.

Siamo in uno spazio riservato ai posteggi per disabili, mi volto e seduta sulla sedia a rotelle vedo una giovane donna che mi pare non avere meno di venticinque anni.

Difficile dire quando anche agli occhi dei suoi genitori e dei suoi cari diventerà una ragazza. Se dico a mio padre che sua nipote non è più una bambina lui mi guarda alzando le spalle e con quel suo sguardo che sembra voler dire sei la solita esagerata!

Tante volte, parlando con gli operatori dei servizi per disabili adulti, mi sono soffermata sul loro nominarli sempre come ragazzi facendo così scomparire parole, immagini e significati riferiti a uomini e donne. Non è un vezzo semantico il mio perchè sono certa che le parole utilizzate nominano e orientano il mondo di significati di chi le sta esprimendo.

Dall’altra parte, mi ritrovo catapultata quasi in un universo parallelo quando, attraversando servizi per l’infanzia, incontro educatori e genitori che parlano di bambini di due anni quasi ne avessero venti. Le attese nei confronti dei bambini piccoli sono sempre più elevate e lo dice bene il recente termine adultizzazione, coniato proprio per nominare un fenomeno in atto negli ultimi anni.

Le attese poi, trascinano con sè anche i tipi di relazione che si instaurano. Se con i disabili si rischia spesso di sostituirsi a loro, di banalizzarne i gesti e le comunicazioni e, in buona sostanza, di infantilizzarli, con i bambini piccoli sembra smarrita quella dimensione di “bambinità” che, sospendendo linguaggi e significati adulti, può mantenere aperta la porta sulla meraviglia del mondo infantile, delle sue scoperte e della sua “visione del mondo”.

Immagino spesso una metaforica bilancia che potrebbe accogliere le due parti, aprendo nuovi e ricchi dialoghi e confronti. Figurati, non succederà mai, a chi interessa?, mi dicono colleghi con cui mi è capitato di parlarne.

Io insisto. D’altronde la tenacia l’avrai pur imparata da qualcuno?

Misure di vita

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misure di vitadi Irene Auletta

Mi ritrovo spesso a riflettere intorno al rapporto con le fatiche e alle diverse percezioni individuali di cui ciascuno di noi è portatore. Ci sono persone che si lamentano quasi per nulla e altre che sopportano pesi incredibili mantenendo la capacità di non smarrire il sorriso. E’ vero anche però che, nelle storie, si incontrano strani intrecci e che non esistono linee di demarcazione così nette nelle varie modalità di reazione e a volte, le differenti possibilità, convivono nella medesima persona a seconda dei momenti, della peculiare fatica e dello specifico stato d’animo.

Per anni ho nutrito un significativo fastidio nei confronti di coloro che definivo lamentosi rischiando di rimanere io stessa intrappolata nella rete del mio pregiudizio, senza cogliere il valore di ciò che realmente mi suscitava una reazione negativa. In realtà oggi sono arrivata a comprendere che, al di là delle particolari caratteristiche di ciascuno, quello che mi fa pensare e mi dispiace è il rischio di mettere tutto sullo stesso piano, di non riuscire più a discernere i livelli delle preoccupazioni, di trasformare tutto in un dramma e il dramma stesso in una sorta di farsa.

Mi piace nominare quanto accade e provare ad aiutare anche gli altri a farlo, immaginando di attribuire agli eventi un loro posto ipotetico, attraverso parametri che non siano rigidi ma di senso. Chiedersi qual’è il reale peso di quello che stiamo affrontando dandosi il tempo e lo spazio anche per valutare gli scarti tra il percepito e il reale è un’importante occasione di crescita, di maggiore conoscenza e consapevolezza. Farlo per sè e poterlo insegnare ad altri, un’occasione imperdibile.

Ogni volta che mia figlia ha un malore o una semplice influenza di stagione, come sta accadendo proprio in questi giorni, mi misuro con l’ansia e la preoccupazione legata alla nostra storia e alla sua delicata condizione di salute. So bene che a volte le mie reazioni emotive sono eccessive ma so anche che testa e cuore, in alcune occasioni, sembrano proprio non capirsi e allora ci vuole tanta, ma tanta, pazienza.

La ricerca della misura inizia sia da piccoli e forse nella vita è un crescendo di nuovi equilibri possibili. Non smettere di farlo è quasi un’impresa, che però credo valga la pena per non smarrire la via dei significati legati alla nostra esistenza.

Stamane, in preda alla febbre alta, rimanevi immobile, dolorante e quasi timorosa di rompere uno stato di quiete faticosamente raggiunto. Quando ti ho convinta a muoverti per le necessarie pratiche di cura ti ho visto trasformata, in giro per casa a curiosare, come di tua abitudine. Hai trovato un modo tutto tuo per sopportare e affrontare le fatiche e la vita, in questo, ti ha resa maestra.

Penso ai lamentosi, alle occasioni perse di imparare dalla fatica, alle nostre ultime notti insonni che hanno fatto assumere a questi giorni di pausa tinte quasi un po’ oniriche. Penso alla tua grinta, al tuo modo di reagire, al valore che dai alle cose pur senza saperle nominare.

Ora ho ben in mente cosa augurare e augurarmi per il nuovo anno.

Maccarone ….

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maccarone….di Irene Auletta

Facendo zapping in tv, soprattutto durante la mattinata, si viene sommersi da una valanga di non senso che entra nelle nostre case e immagino invada soprattutto coloro che sono meno capaci di attrezzarsi con idonei scudi protettivi contro la mediocrità e la stupidità dominanti.

Mi colpisce sempre la quantità di programmi culinari che riempiono i vari canali promettendo ricette strabilianti finalizzate a trasformare ciascuno di noi in un cuoco doc. Poi, giusto per non farsi mancare nulla, il giorno dopo le grandi abbuffate festive, ecco una serie di programmi che prontamente elargiscono consigli su come smaltire peso e calorie in eccesso. Insomma, cose da pazzi.

Ma come? Dov’è finito il gusto per la buona cucina, il piacere di assaporare cibi e buona compagnia? L’impressione veicolata dai media è veramente pessima e restituisce un’immagine quasi schizofrenica che da una parte invita a cucinare pranzetti prelibati e dall’altra, con ancora l’ultimo boccone in bocca, inizia a prescrivere rimedi per evitare che rimangano tracce del trasgressivo piacere.

Programmi che sono proprio figli di questa nostra epoca confusa e instabile.

Senza nulla togliere a quanto esiste, anche nel rispetto delle persone che gradiscono, mi piacerebbe immaginare una maggiore integrazione con proposte che promettano abbuffate di significati. Ci pensate a qualcosa che rinforzi le fila di quanto proposto da Roberto Benigni nella sua recente lettura della Costituzione Italiana? Quanto ne avremmo bisogno. Vuoi dire che poi dovremmo anche pensare a palestre per snellire i pensieri?

Mia figlia mi reclama. Dopo la saga di Guerre Stellari ora si sta appassionando a quella del mitico Indiana Jones.

Arrivo tesoro, mi hai salvato da una serie di elucubrazioni pericolose.

Tra topi e serpenti ci facciamo grasse risate!

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