Il dolore e la memoria

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il dolore e la memoriadi Irene Auletta

Ricordare è importante anche se ricordare fa male.

Chi si lamenta sempre dei nuovi veicoli e luoghi di comunicazione moderni dovrebbe forse imparare a gustarsi il tepore della condivisione possibile, proprio grazie ad essi. Attraversando le diverse pagine di facebook, i siti e i blog, oggi, giorno della memoria, ho avvertito un’eco di pensieri, sospiri, dolori, voglia di non dimenticare e desiderio di ricordare insieme.

Come se la memoria, grazie al fatto di essere collettiva, assumesse una nuova forma, più solida, più capace di non dimenticare e di reggere il dolore del passato e del presente.

Le tragedie di ieri mi sembrano tanto più cocenti quanto legate a doppio filo con tante altre ancora attuali nel nostro presente. Probabilmente ogni giorno dovrebbe essere un giorno della memoria per gli uomini, le donne e i bambini di tanti paesi che non hanno mai smesso di soffrire e di morire.

Come nelle storie individuali, anche in quelle collettive ci sono grandi rimossi, parole che non si osano pronunciare, sentimenti che si cerca di nascondere sotto tappeti secolari.

Parlare di dolore, in questa nostra sofferente e ferita epoca storica, è decisamente poco trendy e forse anche poco chic.

Dipende da ciascuno di noi la possibilità di ridargli la dignità di uno spazio, di un respiro e di un pensiero. Diciamo spesso che la luce e l’ombra sono due facce della medesima medaglia dell’esistenza.

Facciamoci dunque coraggio e non rinunciamo a vivere.

Affezionarsi ai propri mali

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affezionarsi ai propri malidi Luigina Marone

In questi giorni sono accadute alcune cose.

La mia memoria ha registrato fatti, accadimenti, emozioni riferiti al ruolo di coordinamento, quasi distrattamente, come qualcosa che chiede di essere chiarita dentro di me e trattata con gli altri. Rimandati nel tempo, per paura di esporsi o per pigrizia di pensiero, sono gli aggiustamenti possibili ad avere la meglio sulle cose che accadono.

E così pian piano il senso delle cose lo smarrisco.

Chissà perché nel proprio lavoro non ci si prende del tempo per soffermarsi sui piccoli dettagli? Perché proseguire il cammino inventandosi ogni parte possibile pur di andare? Magari tirando chi si lamenta, perdendosi in sentieri fuorvianti senza avere il coraggio di dirlo, sorreggendo, indicando la meta, concentrandosi inevitabilmente sulle fatiche senza gustarsi piccoli traguardi.

Credo che i garbugli relazionali e di senso dell’andare nel mondo e nel ruolo professionale possano nascere proprio da qui. E’ come se fosse necessario, di volta in volta, giocarsi in prima persona per capire i propri pensieri e le sensazioni senza rinunciare a dirle e con l’altro provare a capirne il senso, proprio per fare un po’ di strada insieme. Di volta in volta definire ogni piccolo dettaglio, come fossero radici che sorreggono l’albero.

Si sente che sono fatiche diverse e forse è necessario scegliere quali fare. E quando l’andatura diventa molto “zoppicante”, a volte non immagini neppure che ce ne possa essere un’altra.

A dicembre, dopo una supervisione, ho deciso che l’andatura scelta come coordinatore non era più sostenibile, era troppo faticosa, non ne percepivo più il senso. Mi sono detta che era giunta l’ora di una sosta per condividere questi nuovi pensieri e consapevolezze con il gruppo di lavoro.

Mentre mettevo in pratica i pensieri, che erano molto chiari, mi ha sorpreso sentire le emozioni che accompagnavano questi nuovi passi. Era come se stessi perdendo qualcosa a cui mi ero affezionata! Come è possibile che ti sei affezionata a questi dolori?!!! Tutto ciò che per anni è stato il tuo cruccio …

Si, è stata questa la scoperta. Con il tempo anche i dolori diventano nostri, riconoscibili e quasi amabili. Forse è proprio per questo che è difficile lasciarli andare e introdurre cambiamenti.

Voglia di buone maniere

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buone maniere

di Irene Auletta

Mentre mi aggiro per il supermercato vengo quasi travolta da un tizio che nemmeno sembra accorgersene e che, con lo sguardo perso, prosegue a dire ad alta voce “certo capisco, hai appena interrotto una relazione … posso capire ma devi reagire, altrimenti gliela dai vinta!”. Il tizio, come avrete capito, non stava udendo voci interiori ma chiacchierava amabilmente con qualcuno tramite i suoi auricolari immaginando probabilmente che le sue vicende personali fossero di grande interesse anche per gli altri clienti del supermercato.

Lavoro con una giovane collega appena conosciuta, siamo al nostro secondo incontro per discutere di un progetto che ci vede entrambe coinvolte e, al momento del saluto, sfoderando un bel sorriso aggiunge un “ciao bella” che per un attimo non collego subito rivolto a me. In che senso ciao bella, vorrei chiederle, ma  abbassando lo sguardo per evitare che ne veda il pensiero e la punta aspra, vado oltre.

In una sede di consultazione familiare, incontro per la prima volta un genitore che, parlandomi del rapporto con i suoi figli, mi ripete per diverse volte e testualmente che lui è decisamente un rompicoglioni. Il padre in questione appare brillante e molto coinvolto nel suo ruolo ed evidentemente questo lo autorizza, di fronte ad un tecnico, a sfoderare in più occasioni un linguaggio certamente non fuori luogo in un’osteria.

In questi giorni mi sto interrogando su domande di fondo che da tempo mi frullano in testa, nell’osservazione del mondo che mi circonda. Sto veramente invecchiando, la mia vena polemica si è particolarmente rinvigorita, devo adattarmi ai nuovi modelli comunicativi senza troppe critiche? Non credo. Mi capitano sempre più di frequente occasioni in cui sento necessario ridefinire i confini delle relazioni che attraverso con l’impressione che, anche molti adulti, abbiamo smarrito quel senso del limite che denunciano spesso assente nei giovani e nei bambini.

Il linguaggio e il clima mediatico forse ci hanno travolti e contagiati molto più di quello che immaginiamo introducendo nuove etichette e modelli comunicativi che, rispetto ai loro significati, sembrano sfuggire al nostro controllo. Mi piacciono assai la leggerezza di alcuni incontri, la comunicazione non ingessata, lo sguardo aperto al confronto ma non voglio neppure rinunciare al rispetto dell’altro, ai tempi necessari per la conoscenza e la relativa confidenza, alla forma necessaria in alcuni scambi professionali perchè parla di una sostanza importante e per me, irrinunciabile.

Ho scelto di occuparmi di educazione e dopo anni ci credo ancora e con rinnovata passione. Abbiamo sempre da imparare e tanto da insegnare. Mi capita spesso di parlare con i genitori e con gli educatori del senso della misura, negli incontri e nelle relazioni.

Oggi riparto da qui.

Per te, l’allegria

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per te, l'allegriadi Irene Auletta

Ci sono tante cose che ogni genitore immagina di voler insegnare ai propri figli anche se poi a volte la vita fa smarrire i desideri e, per molti, si finisce con il far coincidere l’educazione con il mondo delle regole e dell’etica. Negli anni, i genitori con figli disabili, si ritrovano più volte a rivedere le loro priorità e attese, incocciando insegnamenti inattesi, improbabili e non pensati.

Ieri sera ti osservavo alle prese con il tuo cucchiaio e con quell’abilità che nel tempo hai provato a perfezionare, contro quei tremori che avrebbero fatto rinunciare anche i più tenaci della nostra famiglia. Ma non te. La nonna, quando ti vede mangiare, dice con immenso amore, che sei fine ed ha ragione, perchè hai imparato come rendere armonico e quasi delicato quel gesto per i più scontato. Ma non per te. Ti cimenti con la voglia di prendere direttamente i biscotti dal sacchetto, che nel frattempo ti sfugge mentre ti osservo e mi trattengo. Cerco di farti provare, sperimentare, tentare e mi fermo le mani nel gesto istintivo di aiutarti ogni volta che ti vedo fare lotte incredibili per i gesti quotidiani per me assolutamente automatici.

In questi anni mi sono scoperta tante volte a osservarti con stupore, gioia e dolore ma quasi sempre pronta a chiedermi cosa poterti insegnare, proprio in quel momento lì, di fronte all’ennesima prova, conquista o ostacolo. Come tanti altri genitori ho dovuto fare tante rinunce e accantonare tanti desideri ma non ho mai rinunciato a insegnarti la voglia di gustarsi le cose belle della vita, il piacere di ridere, di scherzare e di sperimentare qualcosa che assomiglia all’allegria.

Quando ci dissero della tua sindrome, ricordo tra i vari tratti distintivi, “il riso immotivato e un sorriso un po’ ebete stampato sul viso”. Sarà che sei mia figlia, ma ebete non ti ho mai vista e, al contrario, il tuo viso acquista di frequente quell’espressione che ci porta a definirti faccia da temporale, come già ti definì anni fa un’amica. A volte è vero che perdi il controllo delle emozioni, sono troppo forti, non riesci a gestirle e allora, anche la risata, risulta sopra le righe ma mai immotivata. Ridi agli scherzi, di fronte alle cose per te buffe, per certe battute di film che spesso anticipi con la tua risata sonora e frizzante, come quella dei bambini piccoli. Ti piace affrontare esperienze nuove, sei curiosa e sei sempre molto generosa nell’esprimere e condividere la tua gioia e felicità.

Ho cercato di insegnarti l’allegria mentre attraversavamo giorni molto difficili e oggi ci fa sempre compagnia, fra le luci e le ombre della nostra vita.

Ieri, per la prima volta, ti è uscita una risata da grande che, per la sua diversità ti faceva ridere. Hai riso così per diverse volte e ci siamo divertite accogliendo il suono inatteso.

L’abbiamo cercato altre volte durante il giorno ma, come spesso ti accade con le cose che impari, escono quanto vogliono loro e mai a comando.

Aspetteremo fiduciosi, non perdendo occasioni per ridere. Prima o poi tornerà.

Strani cervelli

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strani cervellidi Irene Auletta

Riesco a prendere raramente i mezzi pubblici ma, quando accade, mi trovo immersa in mondi paralleli che mi piace osservare con curiosità antropologica.

La scuola oggi è proprio peggiorata, le maestre e i professori non sono più quelli di una volta. Ne ho fatto direttamente esperienza con i miei due figli e le enormi differenze che ho visto tra l’esperienza del primo e l’ultima del più piccolo. 

E poi, con questa storia di tutti questi nuovi strumenti, i cervelli dei giovani sono proprio atrofizzati! Se uno strumento si rompe non sanno più come vivere e non sono in grado di fare un ragionamento sensato.

Il tutto avveniva tra il conducente dell’autobus e una passeggera, particolarmente ciarliera e desiderosa di scambiare piccole perle di saggezza con l’autista. Naturalmente ho riportato solo alcune tracce di uno scambio ben più lungo ma tutto centrato sullo stesso oggetto e con gli stessi contenuti a fare da sfondo allo scambio.

Quante persone finiscono con il fare o l’ascoltare affermazioni analoghe che, alla fine, assomigliano tutte a non c’è più la mezza stagione?

I due protagonisti dello scambio erano relativamente giovani, soprattutto l’autista ma, chiudendo gli occhi, potevo immaginarmi tranquillamente due anziani seduti accanto sulla panchina del parco.

Sono questi i cervelli e i discorsi che i ragazzi dovrebbero rimpiangere o che non saranno più in grado di fare ed esprimere senza avere di fronte uno schermo? Mi sa che questo potrebbe essere un valore aggiunto inatteso!

Attraversando la strada osservo un vigile che con uno sguardo severo ferma un ragazzino in motorino per una manovra vietata. Mentre mi avvicino alla strana coppia, sento che il vigile, per questa volta, non intende fargli una multa ma sta cercando di farlo ragionare, senza prediche, sul rischio appena corso e su quanto, guidando così, potrebbe farsi molto male.

Uno a zero per il vigile.

Sono certa che come adulti abbiamo tanto da insegnare ma credo anche che si debbano con urgenza trovare nuovi modi per guardare il mondo che ci circonda e trovarne il bello  e il curioso da condividere ed esplorare, con i bambini e con i ragazzi.

Dopo cinque minuti trascorsi in autobus, stufa di ciò che mi circondava, mi sono messa ad ascoltare la musica che usciva dai miei auricolari. Mi sono sentita una ragazza.

Giganti in ginocchio

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fragilitàdi Irene Auletta

Ne parlavo proprio oggi con un gruppo di educatori, di quelle persone che sembrano intoccabili, forti e sempre sicure del fatto loro. Forse ci piace farci ingannare da tanta sicurezza perchè permette di nascondere un po’ delle nostre difficoltà o forse, a volte, risultiamo solo impreparati e spiazzati di fronte all’evenienza che, dietro all’apparenza, si possano manifestare fragilità o sofferenza.

Non siamo abituati a trattare alcuni temi e, soprattutto come professionisti, corriamo il rischio di sottovalutare la complessità di ciò che ci si dipana davanti agli occhi quando incontriamo le storie delle persone, piccole o grandi che siano.

Ascoltare le fatiche, le attese deluse, il senso di sconfitta e la percezione di impotenza, rischia di travolgere l’operatore  in un luogo con troppe ombre, dalle quali facilmente ci si difende con l’ironia, le battute sarcastiche o il pregiudizio.

Se accade è umano e credo che in alcune occasioni possa anche risultare una buona strategia per rimanere in equilibrio ma, è importante esserne consapevoli e poter tornare sui propri passi recuperando la competenza tecnica del proprio sguardo.

Ho ripensato ad un gruppo di operatori sanitari incontrati qualche tempo fa e abituati a rivestire un ruolo autorevole e di rassicurazione verso i loro pazienti. Quando sono emerse alcune emozioni legate ai temi della malattia, del dolore e della morte, ne ho visti diversi lasciarsi alle spalle l’armatura professionale, insicuri, ma anche molto interessati al nuovo percorso di ricerca offerto dal lavoro che stavamo svolgendo insieme.

Ci vuole molta umiltà e forza per rinunciare ad avere tutto sotto controllo, per riuscire a chiedere aiuto e a condividere delle difficoltà. Riguarda il medico, l’insegnante, l’educatore.

Bisogna stare attenti a non farsi ingannare dai giganti.

Anche per loro a volte urgono disinfettante e garze per medicarne le sbucciature.

Giù le mani

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IMG_1803di Irene Auletta

Ricordo molto bene come, tanti anni fa, incontrando le educatrici dei servizi per la prima infanzia ho iniziato a trattare temi relativi al contatto fisico con i bambini e alla necessità di pensare e ripensare il lavoro educativo come occasione per svelare e nominare gli eccessi possibili nei gesti di cura. Da allora ho attraversato parecchi servizi e, nei vari luoghi di formazione e supervisione, questo tema è riapparso sovente tra quelli ricorrenti e sempre attuali.

Pochi giorni fa, in un centro per bambini disabili, la scena si è ripetuta e mi sono ritrovata a nominare l’attenzione necessaria nell’incontro con il corpo altrui e con la sua persona. E’ possibili che nove o dieci operatori mettano le mani addosso allo stesso bambino? Accompagnare in bagno per il cambio, assistere durante il pranzo, imboccare, pulire la saliva alla bocca oppure il naso, aiutare a vestirsi o svestirsi, sostenere nella miriade dei piccoli movimenti quotidiani.

Solo facendo l’elenco mi viene prurito lungo tutto il corpo.

Quando il gesto arriva dall’esterno non sempre riesce a rispettare il tempo, la misura e il tono necessario e immagino quanta tolleranza, pazienza e disponibilità sia necessario, da parte di chi lo riceve, per non mettersi a urlare o a scalciare.

In realtà a volte i bambini o ragazzini disabili lo fanno con il rischio che, prontamente, gli operatori o i loro stessi genitori, sfoderino le migliori interpretazioni. E’ aggressivo, ipercinetico, ha un brutto carattere, fa i capricci, non è collaborante e via di questo passo in un elenco che ognuno può arricchire grazie alla sua esperienza o fantasia.

Io soffro tantissimo e mi accade sempre. Quando all’asilo nido pensavo ai bambini piccoli e alle interferenze continue delle educatrici, quando penso alle condizioni di bambini e ragazzini disabili che non sono in grado di esprimersi liberamente, quando penso alle condizioni di alcuni anziani non più in possesso di tutte le loro facoltà di adulti. Anche loro come i piccoli e i disabili, ogni tanto vengono definiti capricciosi o monelli.

Soffro quando penso a mia figlia, al suo passato, al suo futuro e all’ignoranza che ancora è presente nella cultura e nei servizi che ruotano intorno al mondo della disabilità.

Ogni tanto sono presa da un grande sconforto e mi chiedo cosa è possibile fare, oltre a quello che provo ad attivare quotidianamente come genitore e come pedagogista. Come reazione, cerco di non perdere occasione per fare nuovi pensieri e ipotizzare nuove azioni.

L’altro giorno, sempre nel centro per bambini disabili, osservavo gli operatori coinvolti nella supervisione. Sono persone, stanno imparando anche loro e sono certa che cercano di svolgere al meglio il loro lavoro. Ho provato un sentimento di fiducia e mi auguro che avvicinando i loro bambini ricordino le parole e le emozioni dell’incontro.

Il gesto, di per sè, è solo un automatismo. Farlo diventare educativo  e amorevole richiede tempo, pensiero e riflessione.

Abbiate pazienza bambini, pian piano arriviamo anche noi.

Imparare comodamente

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comodamentedi Irene Auletta

Prima lezione Feldenkrais dopo la pausa delle vacanze natalizie.

Angela, la nostra insegnante, ci introduce alla lezione della serata attraverso l’invito a trovare una posizione comoda per iniziare il lavoro. Ci raccomanda di cercarla con attenzione, ognuno quella giusta per sè, finalizzata a creare una situazione ideale per migliorare l’ascolto, potenziare le possibilità di apprendimento e cogliere al massimo le opportunità di conoscenza e cambiamento del corpo.

Rimango ogni volta colpita dalle analogie tra quello che accade in questo spazio e quello che riguarda i luoghi dell’incontro educativo, nei vari servizi e nelle aule scolastiche. Quante volte mi è capitato di sentire insegnanti o educatori che volgessero ai loro interlocutori una raccomandazione simile e quante volte io stessa ho pensato di farla ai destinatari delle mie prestazioni professionali?

L’invito a mettersi comodi è già un modo per dare importanza a quello che ci si accinge a fare insieme, per prendersi il tempo necessario a non pensarsi sempre di premura e già proiettati verso la cosa successiva da rincorrere. Ma, ciò che trovo davvero importante e potente, è l’idea di creare un filo magico di incontro e dialogo tra l’idea di comodità e quella di apprendimento.

Pensate che effetto può fare immaginare di rivolgere lo stesso invito ad una classe, ad un gruppo di operatori in un contesto di formazione professionale o  ad un’equipe durante una supervisione.

In questo tempo che rischia di sommergerci con i vari disturbi dell’apprendimento, dell’attenzione, della capacità di leggere, scrivere e far di conto, sento il bisogno di nuovi sguardi e di nuove ventate interpretative. Che sia questa una nuova strada percorribile?

Spesso per prendermi in giro, nella mia famiglia, mi definiscono come quella sempre contro il “deboscia” e lo “sbracamento” a oltranza, insomma una fanatica dell’efficientismo.

Oggi vi frego tutti e inneggio alla comodità e al tempo per accomodarsi, per pensare, pensarsi ed imparare.

Per prima cosa, mettetevi comodi.

L’efficienza della distrazione

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Eccomi di nuovo sull’articolo di Repubblica del 5 gennaio, siamo al terzo punto: la mitica quaestio pedagogica dell’Attenzione…!!!

Il primo punto, sulla Memoria, lo trovate qui

Il secondo punto, sulla Scrittura, lo trovate qui

internet e neurofisiologia da Repubblica 5 gennaio 2013

3. L’attenzione. Il computer affina la nostra abilità di multitasking, ma peggiora le nostre capacità di filtrare le distrazioni

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Ah, la distrazione! non è forse il peggior nemico dello studio? Era uno dei ritornelli preferiti di mio padre: stai attento, concentrati, applicati, giocherai dopo, ora pensa a quello che stai facendo, impegnati. Un profumo ricorrente d’Alfieri, di sedie, di corde che trattengono alle sedie, di scrivanie davanti alle sedie e montagne di libri sopra le scrivanie. “Volli, sempre volli, fortissimamente…”
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Per ottenere un risultato bisogna concentrasi su quello che si vuole ottenere, andare dritto verso l’obiettivo ed evitare ogni tentazione che porti a deviare dal percorso intrapreso. Occhio a Scilla! occhio a Cariddi! non ascoltare le sirene! Un vero e proprio concentrato del Principio di Volontà sul quale si è retto l’intero immaginario pedagogico nostrano. Poi dice come mai “pedagogico” è diventato sinonimo di ammuffito, polveroso, stantio, noioso, petulante, pedante e via tromboneggiando.
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Non so, mi penso entrare in un bosco. Amo infilarmi nei boschi. Che abbia o meno una meta, di sicuro quello che non faccio mai è restare sulla via. A ogni albero, a ogni fiore, a ogni fungo finisce che faccio qualche deviazione. Dovrei andare di là, questo mi dice la testa, ma vado dall’altra parte. Anche solo un poco, mi dico, arrivo sin laggiù e poi torno. Naturalmente, arrivato “laggiù” si ripete la stessa storia. E’ così che mi infilo nei boschi. E, a dirla tutta, nei prati, nelle città, nelle periferie. E non mi perdo mai. Forse è culo. Forse perchè se mi imbatto in un albero-fiore-fungo o in un portone, un negozio, una terrazza, un campo incolto che ho già in qualche modo incrociato, il mio navigatore interno “ricalcola” e ritrovo immediatamente il cammino.
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Insomma, sembrerebbe che le distrazioni, alla fine, siano esattamente ciò che mi permette di arrivare dove voglio arrivare. Viceversa, quando cerco di ottenere a tutti i costi una cosa, non ci riesco mai. O io vengo da un altro pianeta, o è ora di guardare le cose in un altro modo.
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In fondo, dipende tutto da come ci si immagina la vita. Se assomiglia a una stradella lineare cha parte dal punto N (nascita) al punto M (morte), passando per tre o quattro tappe ovvie e uguali per tutti, forse concentrarsi sull’obiettivo è una buona strategia. Intendo dire, forse lo è stato. Ma vi sembra che la vita sia ancora questo?
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Se la vita è una foresta, una grande città, una sterminata periferia, che senso ha continuare a pensare che la competenza fondamentale di cui abbiamo bisogno è di andare avanti per la nostra strada senza distrarci mai? Che significa saper “filtrare” le distrazioni? Una volta si diceva “evitare”, era più facile da capire. Ma “filtrare”? nel senso di saper scegliere solo quelle utili? ma se sono utili sono ancora distrazioni? e se non ci si fa distrarre da una probabile distrazione, come si fa a scoprirne l’eventuale utilità? o magari a confermarne l’inutile ma meravigliosa bellezza?
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Ho un sacco di amici e collaboratori che non si distraggono mai quando lavorano al computer. Salvo magari fermarsi ogni tot per fare un solitario. Sono gli stessi che fuori dei due o tre programmi che hanno imparato a usare, non hanno la più pallida idea di cosa sia un computer e in Internet ci vanno solo se ce li manda qualcuno, scappandone prima possibile. A ben vedere, il mondo del web e tutti i suoi ingressi hardware, sono né più né meno che un bosco nel quale entrare per distrarsi a ogni albero-fiore-fungo. E’ così che se ne apprende la struttura, si riconoscono i cammini, tracciandoli per indicarli agli altri.
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Quindi è probabile, che l’uso intensivo del computer non inibisca  l’attenzione, ma l’addestri a navigare tra mille distrazioni inventando percorsi, offrendo smarrimenti e spingendo a disegnare strade per il ritorno.
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Quelli che, invece, vorranno continuare a coltivare la concentrazione seduti e legati davanti al loro compito, finiranno con il condannarsi all’ergastolo nel proprio giardino di casa.

Estetica dei bei tempi andati

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Continuo la discussione dell’articolo di Repubblica del 5 gennaio. Passo al secondo punto di quelli elencati qua sotto. Il primo lo trovate qui.

internet e neurofisiologia da Repubblica 5 gennaio 2013

2. La scrittura. Gli studenti fanno fatica a scrivere a mano perchè sono abituati a utilizzare la funzione di “completamento automatico” su computer e cellulari

“Ma quale tastiera e tastiera, vuoi mettere il piacere di veder correre la penna stretta fra le proprie dita, lasciare quel solco continuo sul foglio bianco? parole che nascono davanti ai tuoi occhi, lettera per lettera, mai una uguale a un’altra. Errori sempre dietro l’angolo che poi non rimedi con un canc. Ti tocca usare la scolorina, oppure rifare tutto. Quello sì che era scrivere! e assumersi anche la responsabilità di quello che andavi scrivendo. Perchè restava nero su bianco. Non come adesso che scrivi, cancelli, poi riscrivi  e magari dopo un anno correggi ancora”

Questo disse il padre al figlio che scorreva veloce le dita sul suo pc, immergendosi in ciò che vedeva comparire sullo schermo per non ascoltare l’ennesimo sermone sui bei tempi andati

“Seee, la penna, biro magari – disse il nonno – o anche stilografica, meglio certo, ma niente a che fare con il pennino intinto nel calamaio! Dovevi stare attento non solo a quello che scrivevi, ma anche al rischio continuo di sporcare e sporcarti. Che bello era avvolgere e girare il foglio con un gesto elegante e rispettoso, per vedere ciò che scrivevi senza spanderlo con la manica? E l’odore? l’odore dell’inchiostro che si diffondeva dal calamaio tutt’in giro?”

Padre e figlio lo ascoltarono appena, con un’alzata di spalle. Si sa, i vecchi…

“La penna d’oca!! la penna d’oca, cari miei” il bisnonno fece la sua comparsa autoritaria come al solito. “Non avete idea di cosa vi siete persi scrivendo con tutta quella robaccia che è arrivata dopo!”

“Ma sei scemo? penso tra sè e sè il tris-tris-trisavolo che aveva scritto per tutta la vita, era uno scriba alla corte dell’imperatore, su tavolette di cera. “Incidere è la vera natura dello scrivere, non sporcare un pezzo di pergamena con del pigmento colorato! Ma cosa vuoi che ne sappiano questi giovani sempre pronti a lasciare le cose belle per l’ultimo giochino tecnologico portato dai mercanti dai loro viaggi oltre oceano?”

Nel frattempo, il bisnipote del figlio, mentre stava componendo un documento multimediale, ipertestuale, transinterattivo e multdimensionale, agitando le dita per aria, ancheggiando, ruotando su se stesso, toccandosi varie parti del corpo ed emettendo tutta una serie di suoni, mugugni, scricchiolii, fischietti e schiocchi con la lingua, pensava al suo povero prozio che per fare altrettanto gli ci sarebbero volute settimane passate su quel vecchio arnese visto al museo. La chiamavano “tastiera”. Incredibile.

Ho sostenuto per molto tempo che gli educatori sono privi di senso estetico. Mi sbagliavo. Ho capito che l’essere umano, mentre si cala nelle proprie responsabilità educative, diventa improvvisamente un esteta radicale. Di quelli che le cose belle sono sempre e immancabilmente le cose di una volta. In qualche modo, l’educazione sembra condannata a un estetismo conservatore. Che ci può anche stare, se significa aiutare a non perdere il valore e la bellezza delle cose passate.

Ma l’estetica del nuovo, a chi la facciamo insegnare?

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