Aiuto gentile

2 commenti

di Irene Auletta

Qualche giorno fa ho avuto un incontro di formazione molto intenso con un gruppo di operatori di una comunità residenziale per disabili adulti. Al centro tante difficoltà, nella relazione con i genitori, con gli insegnanti, con i colleghi dei centri diurni, con gli specialisti. Direi troppe.

Ne scegliamo una e partiamo dalle resistenze delle famiglie che “chiedono aiuto e poi sembrano far di tutto per rifiutarlo”. Ma siamo sicuri che l’aiuto sia sempre una buona cosa nella forma e nel modo che pensiamo e decidiamo noi? Aiutare e farsi aiutare e’ un processo delicato che chiede molta cautela e una particolare attenzione. Ci vuole capacità e competenza per dosare misura e modalità, sopratutto per gestire l’ambivalenza di un genitore che dichiara un bisogno e al tempo stesso fatica a fare un passo indietro, a delegare, a fidarsi.

Parliamo di cose immense. Le ambivalenze delle relazioni d’amore. Chi ti amerà come me? Chi saprà prendersi cura di te allo stesso modo? Chi riuscirà a sopportare certi comportamenti insopportabili senza cedere alla tentazione di farti del male? Non conosco genitori di figli disabili che non si siano mai posti domande analoghe.

Il cuore impazza, lo stomaco si aggroviglia e a volte anche noi genitori diventiamo difficili da trattare. Ma se fosse semplice perché mai ci vorrebbe sapere, competenza e professionalità? 

Trattando esempi e attraversando narrazioni sono questi i temi che esploro insieme al gruppo di operatori. E’ troppo facile creare fratture proprio laddove il sapere degli operatori dovrebbe tessere incontri possibili e molto spesso mi pare quasi di essere mediatore culturale tra due mondi paralleli. 

Tante volte mi sono ritrovata a fare analogie tra differenti categorie di genitori, ad esempio di bambini piccoli o di ragazzi disabili, che sembrano creare agli operatori difficolta’ molto simili e, proprio da lì parto, ogni volta.

E’ semplice puntare il dito su chi o cosa non va e nulla più di questo atteggiamento allontana da relazioni di aiuto o di sostegno educativo. Alleanza, solidarietà, attenzione, aiuto, ascolto, empatia, sono parole e significati da rispolverare affinché la cultura della superficie lasci i luoghi della riflessione professionale (ma anche personale!) a favore di uno sguardo capace di appassionarsi di ciò che ogni incontro può svelare. 

Da insegnare e da imparare c’è ancora molto e forse, la bussola di uno sguardo più gentile, può essere un aiuto assai prezioso.

La luce dei preziosi

Lascia un commento

silenzio 2di Irene Auletta

Allora oggi avete festeggiato un compleanno! dice la mamma spingendo un passeggino su cui è accomodato un bambino di circa tre anni. Il bambino fa un cenno affermativo con il capo mentre chiede quando arriverà anche il suo, di compleanno. Ma tu sei nato a luglio quindi mancano ancora più di sei mesi ed è parecchio tempo. Si, fa eco il bambino, è parecchio tempo. Ma io voglio che sia subito, dice accennando una lieve protesta.

A quel punto mentre mi allontano, sento la madre che prosegue in una dettagliata spiegazione che mi pare si ingarbugli nella teoria del tempo accelerato che, quando sarà più grande, vorrà fare di tutto per voler rallentare, bla, bla, bla.

Ecco, ne parlavo proprio qualche sera fa con una bella platea di genitori, di come il mondo adulto appare travolto da un’onda culturale che, rispetto all’infanzia, sembra aver perso completamente la bussola, a partire dai significati sino al rispetto di quei tempi di crescita, una volta sacri. Senza voler essere nostalgici credo sia importante tornare a chiederci perché tutto questo bisogno di ipercompetenza e di esibizione delle qualità dei figli. Negli ultimi anni mi capita sempre più spesso di incontrare, per il mio lavoro, genitori che sembrano imprigionati in una serie di cliché che forse faticano loro stessi a riconoscere e nominare. Non perché è mio figlio ma devo proprio dirle che è un bambino molto intelligente. Anche le insegnanti lo definiscono un bambino speciale. Ha un livello di comprensione che spesso mi spiazza… mi sembra quasi di parlare con un adulto!

Appunto, quasi.

Ma com’è che nella fascia dell’infanzia, indicativamente i bambini sembrano tutti dei piccoli geni e poi nel momento dell’ingresso alla scuola primaria, iniziano a fioccare deficit di ogni tipo, scarsa stima e fiducia nelle proprie possibilità, frustrazione di fronte all’insuccesso scolastico e via di questo passo in un lungo elenco che ogni anno mi appare più complesso e preoccupante? Mi chiedo spesso se tra i due movimenti non ci sia una importante correlazione, magari poco apparente ma assi incisiva. Se tutti quei bravo, bravissimo, sei un genio, sei super, che abbondano nei primi cinque, sei anni di vita non creino nei bambini un senso di attesa che si impenna verso la richiesta di capacità sempre più precoci e sicuramente orientate ad un successo, possibilmente immediato.

Il tema della fragilità è entrato prepotentemente nella mia vita molti anni fa, prima di figlia e poi di madre. Forse per questo motivo nelle scelte professionali il mio personale ago degli interessi mi ha orientato senza dubbi verso studi umanistici e nella ricerca di significati capaci di andare oltre quella patina di superficialità incollata alle nostre esistenze. Quella stessa fragilità che da mancanza, se ascoltata, è diventata valore.

Il silenzio è oro, si diceva una volta, quando si chiedeva anche ai bambini di prendersi un tempo per pensare o per ascoltare. Il silenzio è oro, direi io oggi a noi tutti che come adulti attraversiamo questa fase della nostra vita. Il silenzio è oro, perché fa brillare qualcosa che l’eccesso di parole rischia di offuscare e soffocare.

Il cuore, la scoperta e lo stupore.

Giù le mani

2 commenti

IMG_1803di Irene Auletta

Ricordo molto bene come, tanti anni fa, incontrando le educatrici dei servizi per la prima infanzia ho iniziato a trattare temi relativi al contatto fisico con i bambini e alla necessità di pensare e ripensare il lavoro educativo come occasione per svelare e nominare gli eccessi possibili nei gesti di cura. Da allora ho attraversato parecchi servizi e, nei vari luoghi di formazione e supervisione, questo tema è riapparso sovente tra quelli ricorrenti e sempre attuali.

Pochi giorni fa, in un centro per bambini disabili, la scena si è ripetuta e mi sono ritrovata a nominare l’attenzione necessaria nell’incontro con il corpo altrui e con la sua persona. E’ possibili che nove o dieci operatori mettano le mani addosso allo stesso bambino? Accompagnare in bagno per il cambio, assistere durante il pranzo, imboccare, pulire la saliva alla bocca oppure il naso, aiutare a vestirsi o svestirsi, sostenere nella miriade dei piccoli movimenti quotidiani.

Solo facendo l’elenco mi viene prurito lungo tutto il corpo.

Quando il gesto arriva dall’esterno non sempre riesce a rispettare il tempo, la misura e il tono necessario e immagino quanta tolleranza, pazienza e disponibilità sia necessario, da parte di chi lo riceve, per non mettersi a urlare o a scalciare.

In realtà a volte i bambini o ragazzini disabili lo fanno con il rischio che, prontamente, gli operatori o i loro stessi genitori, sfoderino le migliori interpretazioni. E’ aggressivo, ipercinetico, ha un brutto carattere, fa i capricci, non è collaborante e via di questo passo in un elenco che ognuno può arricchire grazie alla sua esperienza o fantasia.

Io soffro tantissimo e mi accade sempre. Quando all’asilo nido pensavo ai bambini piccoli e alle interferenze continue delle educatrici, quando penso alle condizioni di bambini e ragazzini disabili che non sono in grado di esprimersi liberamente, quando penso alle condizioni di alcuni anziani non più in possesso di tutte le loro facoltà di adulti. Anche loro come i piccoli e i disabili, ogni tanto vengono definiti capricciosi o monelli.

Soffro quando penso a mia figlia, al suo passato, al suo futuro e all’ignoranza che ancora è presente nella cultura e nei servizi che ruotano intorno al mondo della disabilità.

Ogni tanto sono presa da un grande sconforto e mi chiedo cosa è possibile fare, oltre a quello che provo ad attivare quotidianamente come genitore e come pedagogista. Come reazione, cerco di non perdere occasione per fare nuovi pensieri e ipotizzare nuove azioni.

L’altro giorno, sempre nel centro per bambini disabili, osservavo gli operatori coinvolti nella supervisione. Sono persone, stanno imparando anche loro e sono certa che cercano di svolgere al meglio il loro lavoro. Ho provato un sentimento di fiducia e mi auguro che avvicinando i loro bambini ricordino le parole e le emozioni dell’incontro.

Il gesto, di per sè, è solo un automatismo. Farlo diventare educativo  e amorevole richiede tempo, pensiero e riflessione.

Abbiate pazienza bambini, pian piano arriviamo anche noi.

Non senso a go-go

Lascia un commento

di Irene Auletta

Non ho mai fatto mistero del fatto che la mia esperienza, come genitore della scuola per l’infanzia, è stata tra le peggiori per me possibili. Unica consolazione è quella di aver condiviso, insieme ad un folto gruppo di altri genitori, l’esperienza di un incontro totalmente inutile, assolutamente giudicante e certamente molto capace di aver incrementato la situazione di disagio che allora stava già sfiorando le sue vette più estreme.

Mi sono chiesta in questi anni, e da allora ne sono passati parecchi, se mai, anche solo vagamente, queste insegnanti abbiano riflettuto sulle loro modalità, sul senso dei loro interventi, sull’inopportunità e totale ignoranza delle loro valutazioni.

Proprio oggi, leggevo lo scritto di un collega che, seppur parlando di un contesto completamente differente, richiama più volte il tema della riflessività e autoriflessività dell’operatore.

Si perchè, per dirla tutta, la cosa che più mi dispiace, ora che è passato del tempo e che la mia rabbia ha trovato vie molto più utili per me e per la mia salute, è pensare che la fatica, mia e della mia famiglia, non sia servita a nulla.

Capisco che si può sbagliare, sempre.

E comprendo anche il fatto che a volte le insegnanti si possono trovare a gestire situazioni più grandi di loro, che magari le spaventano e allora che fare? Beh … se magari prima di colpevolizzare i genitori della loro situazione si provasse ad attivare anche un’opzione B o C, non sarebbe affatto male!

Tuttavia, più come tecnico che come genitore, tutti i tasselli vanno al posto giusto quando a distanza rivedo la situazione quasi come fossi in un setting di supervisione.

Già. Lì capisco proprio tanto e quasi quasi, riesco anche ad empatizzare con le difficoltà e i limiti di queste signore.

Poi, il caso vuole, che mi capiti tra le mani una foto.

Ritrae mia figlia, il giorno del suo sesto compleanno … ora ne ha quattordici.

E’ seduta ad un tavolino e di fronte a lei si vedono chiaramente una torta con tanto di candeline, una corona di cartoncino rosa che, evidentemente, si è rifiutata di indossare e il suo broncio, accompagnato da uno sguardo che pare esprimere qualcosa che sta nel mezzo tra lo scoramento e la sfida.

Cosa c’è di strano, direte voi?

La torta è finta, perchè le norme vigenti impediscono di utilizzare cibo commestibile.

Mia figlia, ancora oggi, non sa spegnere le candeline.

La sola idea di mettere qualcosa in testa la fa incavolare da matti.

Forse, non chiedevo poi così tanto.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: