di Irene Auletta

E’ incredibile come le famiglie che vivono una situazione di incontro con la disabilità o la fragilità diventino improvvisamente visibili, soggetti (o oggetti?) di attenzione nelle comunicazioni pubbliche e forse anche nelle coscienze individuali e collettive.

Quando accade qualcosa di tanto drammatico come l’omicidio/suicidio che in questi giorni riempie soprattutto le pagine dei social, è forse impossibile evitare quella spinta che porta a scriverne e a parlarne. Rispetto profondamente questo movimento comunicativo tra bisogno, esigenza e necessità ma sono stata tanto interrogata da una domanda. Ma tu, come mai non scrivi nulla?

In questi giorni mi sono sentita attraversata da una sorta di disagio sordo che mi ha accompagnata nei vari ruoli della mia vita, come una nota stonata o come qualcosa che mi pizzicava, la mente e il cuore, quasi a sentire l’esigenza di aggiungere qualcosa o, meglio ancora, di provare a non perdere di vista alcune derive possibili. Non per dire “cose giuste” ma per non perdere pezzi.

L’attacco alle istituzioni e alla burocrazia soffocante (come non condividere?) e la conseguente solitudine tanto nominata rischia di lasciare poco spazio alle responsabilità individuali e collettive delle relazioni che ruotano intorno a queste famiglie. Quante volte mi è capitato di vivere e raccogliere testimonianze di un vuoto cosmico. Le persone si allontanano, gli affetti a volte si sfilacciano, le amicizie scompaiono, il mondo intraprende strade parallele e, ad un certo punto, ci si trova smarriti in un presente che al tempo stesso è qui e altrove, in una sorta di scenario fantascientifico di due mondi intrecciati ma alieni e non comunicanti. 

Altro che solitudine, altro che non farcela, altro che decidere di farla finita. Alzi la mano chi nella stessa situazione non ha mai fatto questo pensiero almeno una volta. Certo, poi tra il pensarlo e il farlo sappiamo bene che ci sono tantissime sfumature che, nella maggior parte dei casi non portano, fortunatamente, alla realizzazione di quel pensiero.

Da anni, sono alla ricerca e pratico un’idea di genitorialità che possa andare oltre la singola peculiarità esperienziale, provando a cogliere quegli elementi trasversali che parlano di madri, padri e figli, indipendentemente dalle specifiche condizioni. Sia chiaro, non voglio certo negare dimensioni esclusive di alcune esperienze, come quelle che incontrano la disabilità o la fragilità, ma sento forte il rischio, proprio quando accadono eventi così drammatici, che la bilancia penda solo nella direzione di quei genitori lì, di quei figli così, ribadendone gli aspetti che, paradossalmente, non fanno altro che porre in evidenza proprio ciò che rinforza la solitudine.

Molto spesso la genitorialità appena nominata, che conoscendola bene mi fa sentire autorizzata e legittimata a “trattarla” così,  rischia di essere visibile quasi solo (o tanto!) per le dimensione di fatica, dolore, sconforto, solitudine. Appunto.

In tale direzione concordo con quanto hanno sottolineato tante voci che ne hanno scritto e parlato ma, come ho scelto di fare da tanto tempo, ho anche la necessità di nominare che questa genitorialità è tanto, tantissimo, altro. Che, a fianco di tutto quello che è stato ampiamente descritto, esiste la gioia, la meraviglia, lo stupore dei piccoli ed enormi cambiamenti. Esiste un incontro con la tenacia e la forza che nutre un orgoglio genitoriale che raggiunge punte insospettabili.

Quasi a controcanto della tanta paura, esiste un coraggio che aiuta a guardare la vita con lo sguardo fiero e non solo quello “dimesso” degli sfortunati. 

Dobbiamo fare tanta attenzione perchè una certa idea di disabilità, affossa le persone più deboli che si trovano ad incontrarla. Dobbiamo fare tanta attenzione perchè a volte, piuttosto che andare al parco, in spiaggia o al ristorante e affrontare il peso degli sguardi altrui, tante persone scelgono di rimanere entro le mura rassicuranti della loro casa.

Questa è la nostra responsabilità individuale e collettiva e di questo possiamo farci carico ogni giorno, ognuno come può e riesce, non rinunciando alla sollecitazione di quella responsabilità politica che, ripeto, rimane innegabile e fondamentale.

Abbiamo bisogno di guardare la disabilità e le storie che la attraversano con uno sguardo amorevole, nel senso più laico possibile, per incontrale non solo attraverso le sberle dei fatti di cronaca ma anche attraverso le carezze che quelle stesse storie, se hanno tempo e spazio per essere ascoltate, possono dire, condividere e, forse, anche insegnare.

Abbiamo bisogno di non perdere di vista punti di luce per aiutare, chi è nel pieno dell’oscurità, a intravederne i contorni possibili. Certo, in questa direzione possono fare tanto gli operatori e i professionisti, ma può fare tantissimo anche ciascuno di noi scegliendo di dedicare un po’ del suo tempo per stare proprio lì, dove a volte manca il respiro.