Lassù qualcuno ti ama

15 commenti

lassù qualcuno ti amadi Irene Auletta

Ti aspetto al nostro solito appuntamento al tuo arrivo con il pulmino pomeridiano. Oggi cambio di programma perchè devo fare piccole commissioni e  ti propongo di allungare il giro prima di tornare a casa. Dopo la tappa in cartoleria, passiamo davanti alla chiesa di quartiere e tu, senza alcuna indecisione, mi tiri verso l’ingresso e l’interno, irremovibile nella tua decisione di farci un giro.

Di solito queste esperienze le fai con tuo padre ma oggi vuoi coinvolgere anche me in questa tua curiosa avventura. Appena entrate, dopo esserti ben guardata in giro trovi un posto che ti piace e ti accomodi ad ascoltare, con grande attenzione, il silenzio.

Mi siedo lì vicino a te e ti osservo mentre ogni tanto fai piccoli suoi con la voce meravigliata dell’eco che ti risponde nella grande chiesta praticamente vuota. Momento magico. Tu ascolti il silenzio e io prego, come so fare, da laica.

Quando decidi di uscire, ci dirigiamo verso casa cercando di non perdere neppure una pozzanghera per camminarci dentro, ridendo ogni volta come fosse la prima.

Quasi sotto casa ci superano un giovane ragazzo per mano alla sua ragazza e, forse pensando di fare per lei una grande prodezza da vero figo, ti guarda e girandoti le spalle imita la tua camminata dinoccolata e instabile, ridendo di gusto con la fidanzata.

Caspita. In chiesa ero stata così brava e avevo fatto anche qualche pensiero misericordioso. Com’è che ora gli spaccherei subito la faccia e mi ritrovo a fare pensieri così terribili? Tu neppure te ne accorgi e continui a ridere delle mie facce e degli scherzi che non perdo occasione di farti.

Questa è la differenza tra me e un serial killer. Io l’ho solo pensato, e neppure per la prima volta, mentre quel ragazzo neppure se lo immagina. Ma si sarà sentito davvero tanto figo ad imitare la camminata di una ragazzina disabile? Poveretto, non sa che rischio ha corso.

Oggi ho fatto delle belle preghiere per te, amore. La prossima volta però devo farne una anche per me, per le brutte cose che ho appena finito di pensare.

Per fortuna esisti tu, che mi trascini nelle chiese.

Riforma o rivoluzione?

1 commento

riforma o rivoluzionedi Irene Auletta

Mi e’ piaciuto molto  ieri sera quest’incipit di Massimo Gramellini e i significati che hanno veicolato le sue considerazioni.

Pensandomi reduce dalla prima assemblea di Dedali, una novella associazione culturale, ho trovato parecchi intrecci possibili con la nostra mission: promuovere, sostenere e sviluppare le competenze educative.

Si, perché tutti noi che a vario titolo ci occupiamo di educazione, come professionisti, come genitori o semplicemente come adulti, abbiamo bisogno di continuare a chiederci cosa questo momento storico sta insegnando ai bambini e ai ragazzi.

Quali valori trascinano con se’ la crisi, il senso di precarietà perenne, lo smarrimento di senso costante o, per contro, un unico senso sventolato come l’ unico e il vero.

Chissà se qualche docente ha immaginato di far ascoltare ai suoi alunni i discorsi dei neoeletti presidenti alla Camera e al Senato, cogliendo l’occasione per aprire una discussione oltre che per insegnare un punto di vista altro sulle nostre istituzioni tanto infangate dagli eventi che si rincorrono ogni giorno e vengono urlati nelle nostre orecchie dai vari media?

Insegnando il diritto si insegna la vita. Mi ricordo quest’affermazione di una mia docente delle superiori che credo di aver compreso solo anni dopo ma che mi ha colpito tanto da ricordarmene ancora oggi.

Cosa insegna l’astensione? Io non l’ho mai capito, perché per me assumersi la responsabilità non corrisponde a nessuna scheda  bianca anzi, ho sempre trovato l’astensione a una decisione un atto molto ambiguo, seppur legittimo.

E pensare che ogni giorno e sempre più precocemente chiediamo ai bambini, ancora molto piccoli, di scegliere al nostro posto. Vuoi la pasta rossa o quella verde? Le scarpe o gli stivali? Andare al cinema o al parco? Ne parlavo proprio qualche sera con un gruppo di genitori. Educare alla scelta e’ un passaggio importante e delicato e, proprio per questo, e’ fondamentale non bruciarne precocemente le tappe, pena il suo fallimento.

Ai bambini dovremmo insegnare che per loro astenersi e’ un valore perché sono i grandi che hanno la responsabilità di alcune scelte e il dovere di portarne il peso che ne consegue. Dovremmo insegnargli che diventando grandi gli chiederemo pian piano di scegliere, sperando che sapranno farlo, sapranno cambiare idea e, soprattutto, che non avranno paura a dire prima sbagliavo.

 

Spalle per volare

Lascia un commento

spalle per volare 1di Irene Auletta

Succede così ogni volta. Arrivo alla lezione Feldenkrais, pronta alla sorpresa del viaggio che ci aspetta e a farmi accompagnare nella nuova scoperta da Angela, la nostra insegnante. La proposta della serata riguarda un lavoro sulle spalle e io la ringrazio mentalmente per la scelta, consapevole di trascinarmi da qualche giorno un peso e un dolore ad una spalla in particolare.

E’ fin troppo ricorrente l’immagine dei corpi reclinati per il peso degli eventi e di certo ciascuno potrebbe provare a dare un nome alle fatiche che sente di portarsi proprio sulle spalle, all’interno di un’invisibile ma pesante gerla esistenziale.

Avete in mente cosa portano le nostre spalle? Stasera proveremo proprio a dedicarci più attenzione.

Il lavoro ci aiuta a riprendere contatto con noi stessi e consapevolezza del nostro corpo per terra e nello spazio. I movimenti sono sempre delicati e tanto più profondi quanto lenti.

Mi piace l’invito a riconoscere la direzione dello sguardo che, anche ad occhi chiusi, segue sempre una sua traiettoria. Le spalle pesanti sono sovente accompagnate dagli occhi che guardano a terra o comunque verso il basso. Un senso di chiusura, di protezione, di isolamento che, quasi inconsapevolmente, si finisce con lo scegliere in tanti momenti della vita. Come non pensare ai nostri stati d’animo più faticosi e a quelli che incrociamo, immaginando di fotografare corpi che si spostano a fatica, pesanti e poco disponibili all’incontro.

Penso alla donna alata di Notti al circo e alla ricerca di una leggerezza possibile. L’ho citata proprio qualche giorno fa durante una supervisione proponendo al gruppo di operatori un cambio di prospettiva e una differente direzione dello sguardo.

Alla fine della lezione le braccia sono molto più presenti e le mie spalle decisamente meno doloranti.

Come si fa a sopportare questa fatica? Ma tu come fai?

L’immagine riflessa dalle vetrine a volte è impietosa e allora ci vuole proprio un atto di volontà. Stasera le spalle possono fare di meglio.

Per un momento, basta essere schiacciate dai pesi. Il vento fa uno strano effetto. Le spalle posso essere più libere e insieme all’armonia del movimento delle braccia, mi fanno pensare al volo.

Da qui la prospettiva è un po’ diversa. Respiro.

Ma quali eroi?

18 commenti

ma quali eroi 1

di Irene Auletta

Da anni vado dicendo che mi sento una madre apolide. Proprio così, nel senso di senza cittadinanza e senza appartenenza. Fatico a trovare  possibili condivisioni sia con chi vive esperienze tanto differenti dalla mia che con chi attraversa vicende esistenziali assai simili. Una parentesi piacevole e particolarmente positiva la sto scoprendo in questi ultimi anni grazie allo scambio e al confronto tramite il web dove, forse per il numero delle frequentazioni o per le caratteristiche del luogo, sempre più spesso incrocio echi di significati familiari e che riconosco con gradevole sorpresa.

Ho già scritto della questione e qualcuno mi ha anche un po’ presa in giro per il mio cipiglio. Ho osato affermare che mi irritano profondamente tutti quei genitori che, sicuramente per loro difficoltà, hanno sempre bisogno di normalizzare, banalizzando. Li riconosco subito in coloro che di fronte a qualsiasi considerazione o commento riferito ad un figlio disabile, hanno bisogno di affermare subito che anche loro stanno attraversando difficoltà simili, spesso facendo confronti che francamente a volte mi lasciano davvero basita. In genere i figli in questione hanno problemi a scuola, di peso e non raramente, faticano a stare dentro alle mitiche categorie dei percentili pediatrici di sviluppo, divenuti la nuova persecuzione di molti genitori. Naturalmente a disturbarmi non sono questi loro problemi, che comprendo e rispetto, ma l’esigenza di metterli a confronto con qualcosa che sovente è proprio molto lontano dalla loro comprensione.

Sono ancora più in difficoltà quando penso che chi ho di fronte dovrebbe più o meno parlare la mia stessa lingua e invece mi sento una marziana. So bene che ognuno ha bisogno di trovare le sue spiegazioni a quanto sta vivendo ma a me sono sempre state un po’ strette quella sorta di omelie che snocciolano le caratteristiche dei genitori di figli disabili definendoli come individui speciali, persone toccate da fortune o doni inspiegabili, illuminati sulle vie di qualche strano luogo. Questo davvero ho sempre fatto molta fatica a comprenderlo, pur nel totale rispetto del pensiero altrui. Figuriamoci a condividerlo.

Ultimamente invece, mi ha confortato leggere il commento di una mamma, una di quelle che mi fa sentire meno ufo e che, con un tatto invidiabile, invita i genitori con figli disabili a fare meno gli eroi e a chiedere aiuto, pensando anche a se stessi e alla propria vita. Ho apprezzato molto, provando grande rispetto, anche il coraggio di un’altra madre che si è concessa di scrivere in un post di come si ritrova a piangere per la stanchezza, a causa dei disturbi del sonno del figlio. La disperazione a volte spinge a farsi anche queste domande, ma che vita è la mia?  Non c’è bisogno di risposte banali, di luoghi comuni e di assurde spiegazioni. Forse bisogna proprio imparare a non aver paura della rabbia, del dolore, dello sconforto, del senso profondo di ingiustizia e del grande smarrimento.

Molte di noi, madri con figli disabili o con gravi problemi di salute, hanno finalmente voglia di allontanarsi da quell’immagine di Madonna a cui sovente vengono associate, per riprendersi in mano la loro vita di donne, madri, amiche, professioniste, mogli.

Vi sembra troppo? Io, per fortuna, inizio a sentirmi in buona compagnia.

Sogni infranti

5 commenti

sogni infrantidi Irene Auletta

Adoro il mare, mi trasmette molta energia e mi piace sempre osservare il gioco che fanno le onde accarezzando la spiaggia, lasciando quelle bollicine che spariscono dopo qualche secondo.

Ma come si fa a superare la delusione di questo figlio? Dei suoi incomprensibili comportamenti e degli scarti tra ciò che sembrava poter diventare da piccolo e com’è diventato ora?

Quante volte colgo tra le pieghe delle mie conversazioni con i genitori sentimenti quasi indicibili perchè etichettati come poco leciti. La delusione, il senso di tradimento, il rifiuto, tutti accomunati da quel gusto amaro che hanno le attese deluse.

Accade molto più di frequente di quanto si possa immaginare eppure non è facile parlarne, dando voce alle sfumature più aspre di alcune emozioni.

E’ un sogno infranto, mi dice un padre con grande dispiacere.

So molto bene cosa vuol dire chiedersi di accettare un figlio per quello che è e lungi da me la tentazione di fare qualche bella prescrizione sul da farsi, come una bella ricetta facile facile. Però so anche che è l’unica strada possibile per non condannarsi ad un’esistenza mediocre, sofferente e piena di acredine.

Ci sono nuovi sogni, che abitano nella realtà, che possono far incontrare sorprese inattese, sentire profumi nuovi e cogliere sfumature dell’esistenza visibili a pochi.

Penso alla sensazione che provo ogni volta che entro in acqua per fare una nuotata e a come il corpo si adatta ad essere avvolto dalla frescura liquida. Le onde sembrano scomparire ma ce ne sono subito di nuove sempre più frizzanti. Quelle che si infrangono, lasciano il posto ad altre che ogni volta assumono una nuova forma e un rinnovato vigore. Mi lascio cullare, sospesa in un abbraccio eterno, prendendo energia dal mare, dal sole e dalla luce riflessa.

Anni fa, sognavo di fare nuotate straordinarie, come fossi una vera atleta. Nel tempo ho imparato ad apprezzare il mio rapporto con l’acqua e, in particolare con il mare. Non nuoto affatto con uno stile perfetto e neppure me ne importa nulla. Quello che mi da gusto è il sapore del piacere che ogni volta si ripete, come la prima volta ma ogni volta diverso.

Così è mia figlia. Avrebbe potuto essere un onda diversa ma ha preso questa forma e di certo non le manca l’essere frizzante e ricca di bollicine.

Assomiglia a suo padre come una goccia d’acqua ma, come me, adora il mare.

Duri a morire

4 commenti

duri a moriredi Irene Auletta

Così sono i pregiudizi e gli stereotipi, passano di storia in storia e alla fine è difficile ritrovarne il punto d’origine. Le professioni che hanno come loro oggetto peculiare le relazioni educative e di aiuto, sono tra quelle fortemente prese di mira e non credo che questo accada per qualche sorta di maleficio ma proprio per la loro caratteristica pubblica e di grande esposizione collettiva.

Gli insegnanti aspettano solo la fine del mese e sono lì a scaldare il banco come i loro alunni.

Mi hanno sconsigliato di rivolgermi ai servizi sociali  … sa com’è quello che si sente dire che poi quando intervengono le assistenti sociali i bambini vengono messi in istituto.

Certi medici dovrebbero fare i macellai … altro che curare le persone!

Insomma, chiunque si può divertire o amareggiare allungando la lista, ma stamane io ho voglia di fare un’altra parte. Non perchè io stessa non sia particolarmente severa verso tali professioni e quindi anche verso me stessa, ma perchè  in molte occasioni credo di aver visto, vissuto e raccontato storie differenti e positive. Inoltre, le generalizzazioni le trovo molto spesso banali, noiose e ingiuste. Essere critici è una cosa, infangare, dar sfogo a luoghi comuni, esprimere polemiche sterili a oltranza è tutt’altro affare.

Mi capita spesso, per professione, di incrociare situazioni di grande sofferenza, di fatiche e di disagio e, tante volte, ho occasione di condividerle con colleghi alla ricerca di analisi e valutazioni che meglio possono adattarsi a quella storia peculiare. Non nego responsabilità ed errori anche da parte nostra, ma è altrettanto vero che raramente si ricevono riconoscimenti per quegli interventi che invece vanno proprio nella direzione giusta e che si configurano come reale aiuto alla persona incontrata, grazie alla competenza e professionalità degli operatori socioeducativi.

Penso a due mie colleghe assistenti sociali alle prese con una situazione assai complessa vissuta di recente. Decisioni da prendere, persone da accogliere e da consolare, emozioni da tenere sotto controllo, ansie da contenere e tanto dolore di contorno. Le guardo muoversi con tatto, lucidità, capacità di interrogare le opzioni possibili e il coraggio di assumersi la responsabilità di scelte non facili.

Vorrei immortalare quel momento per mostrarlo a coloro che dall’esterno sono capaci solo di sottolineare le mancanze e le difficoltà, ma riesco a trattenerlo solo nei miei occhi. Mi allontano dalla scena con un cenno di saluto, il più è fatto e fra poco quella situazione troverà un suo epilogo, permettendo a ciascuno di ritornare alla propria vita.

Avranno sentito la mia stima in quel frangente? Altrimenti, eccola, tutta per voi.

Scorie relazionali

4 commenti

scorie relazionalidi Irene Auletta

Leggo articoli, post che girano in rete, commenti e non posso fare a meno di chiedermi da quando la barbarie comunicativa ci ha travolti tutti, come un’onda che odora sovente di marcio.

Voteremo esclusivamente le leggi del nostro programma. E chi non vuole capirlo è un fallito, uno stalker e ha la faccia come il culo”. 

Un mio allontanamento dall’aula per un malessere ha provocato urla del tipo: ‘se ne ha bisogno si metta il pannolone’, pronunciate a voce così alta da giungermi persino nel bagno”. 

Il guaio è che questo tipo di comunicazioni si è infiltrato nelle nostre vite, lo respiriamo tutti i giorni e ha finito con il legittimare comportamenti che ogni volta spostano più in là il confine del lecito, del rispetto, della buona educazione.

Stronza non lo vedi che è diventato verde? Una per tutte, raccolta l’altro giorno passeggiando per una via della mia città.

La cosa che mi dispiace, ma davvero tanto, è che ultimamente ogni tentativo di riportare l’attenzione sui toni e sulle modalità, viene spesso liquidata con la richiesta di andare oltre e di guardare la cosiddetta sostanza, il contenuto. A volte questa affermazione la sento fare anche da colleghi o da persone che in qualche modo fanno della comunicazione un loro oggetto di studio. Aiuto.

A parte il fatto che da molti anni un nutrito gruppo di sguardi pluridisciplinari ha sfondato un portone teorico, affermando che la modalità è contenuto, mi chiedo cosa stiamo insegnando ai giovani, ragazzi e bambini che, ogni giorno, si interfacciano con questi adulti e con il loro modo di esprimersi. Io, più che vergognarmi per loro, sono seriamente preoccupata per quanto si insegna senza consapevolezza e senza alcuna coscienza delle brutture che stiamo lasciando in eredità.

Lungi dall’essere pruriti ideologici i miei timori riguardano la nostra storia, la nostra cultura e quanto passa attraverso le relazioni che quotidianamente si snodano tra le persone.

Come riusciremo a digerire l’esposizione a tutta questa aggressività?

I rifiuti tossici da smaltire, di cui si occupano anche tanti urlatori, possono assumere forme assai variegate e forse è giunto il momento di preoccuparsi anche di quelli comunicativi e relazionali che, a ben vedere, mi paiono altrettanto velenosi e nocivi di quelli ambientali.

Dee da Biffi

5 commenti

Dee da Biffidi Irene Auletta

La prossima volta ci regaliamo un incontro di lavoro che metta insieme bellezza, leggerezza e le riflessioni sul progetto del nostro gruppo di lavoro!

Ci siamo salutate in questo modo, poco prima delle vacanze natalizie perchè siamo fatte un po’ così, noi del gruppo Amazzone o Penelope, e ogni volta incontrarsi è una sorpresa. La location, la mitica sala da the e pasticceria milanese, ha fatto il resto conferendo all’incontro quel sapore un po’ antico che pare sospendere il tempo o quantomeno rallentarlo.

Per noi tutte questo progetto si nutre dei tempi rubati ai mille impegni di ciascuna e in questi ultimi tre anni ci ha permesso di realizzare tre eventi che, ognuno con la sua peculiarità, ci ha aiutato a crescere e maturare rispetto alla nostra idea iniziale.

Non mancano mai risate e la ricerca della leggerezza è un patto condiviso che va a braccetto con la voglia di approfondimento e ricerca che ci guida sempre nei nostri incontri.

Che ne dite di questo the? I pasticcini non possono certo mancare. Ma secondo voi, come possiamo strutturare le prossime fasi di promozione e riprogettazione dei futuri eventi?

Guardandoci dall’esterno siamo belle, dinamiche e i nostri pensieri si rincorrono per trovare tra loro una migliore armonia. Questa è sempre stata la magia dei nostri incontri, pochi ma intensi, che ci hanno portato a realizzare ogni volta qualcosa che si è trasformato sotto i nostri occhi, quasi a passo di danza.

Per differenza, penso a quegli incontri che durano ore e che si ripetono nel tempo, inconcludenti. Immagino alcune riunioni dalle quali sono uscita sfinita con la sensazione di aver solo perso tempo prezioso da dedicare al lavoro. Ricordo quei luoghi dove si sprecano valanghe di parole, senza concludere nulla.

Progettare vuol dire gettare avanti, esibire, e noi abbiamo trovato un modo per farlo nutrendo la nostra voglia di ricerca curiosa, divertendoci. Il lavoro dovrebbe essere anche questo, proprio per attribuire maggior valore all’impegno e alla serietà messa in gioco.

Chi ha detto che imparare è sempre e solo faticoso e noioso? Speriamo di essere un po’ contagiose perchè, oggi più che mai, abbiamo tanto bisogno di tornare ad innamorarci del sapere, del nostro lavoro e delle forme differenti per incontrarlo.

Chissà che Venere non ci possa aiutare!

Cuori analfabeti

7 commenti

cuori analfabetidi Irene Auletta

Com’è noto, quando gli eventi accadono nelle nostre vicinanze, ne sentiamo più forte la tensione e il calore, così come mi è accaduto qualche giorno fa rispetto ad un grave incidente stradale che ha coinvolto la giovane figlia di conoscenti.

Ho saputo di tua figlia, mi dispiace molto, immagino la vostra paura e preoccupazione.

Il padre, esibendo una chiara dissociazione tra ciò che contengono i suoi occhi e le sue parole dichiara quasi con tono freddo che sono cose che succedono.

Quante volte ho sentito questa frase da mio padre e da mia madre, di fronte all’inspiegabile, al dolore insopportabile e allo smarrimento provocato da notizie incomprensibili. Ero molto giovane e ricordo ancora bene la voce rotta di mia madre mentre mi annunciava per telefono, la morte di sua madre, mia nonna. Lo stesso ricordo mi raggiunge rispetto ad un’analoga comunicazione da parte di mio padre, ma questa volta riguardava suo figlio, mio fratello. Entrambi incapaci di accogliere una solidarietà dolorosa respinta quasi sempre prontamente con la solita frase, sono cose che succedono.

E’ in tal modo che, molto spesso senza alcuna consapevolezza, si insegna ai figli come rapportarsi con le emozioni forti e affrontare le situazioni di grande difficoltà. Si finisce così, sin da bambini, con il ricevere messaggi precisi che veicolano significati e indicazioni di modalità per stare al mondo.

Smettila di piangere, non ti sei fatto nulla!

Quante volte l’ho sentito dire a genitori o a educatori nei servizi per l’infanzia. Li osservo di fronte al mio invito che interroga il senso di quell’affermazione e la possibilità di introdurre cambiamenti che consentano al bambino di esprimere con maggiore libertà le proprie variegate emozioni.

Mi ci sono voluti anni di lavoro, a volte durissimo, per evitare di ringhiare nei momenti di sofferenza e, ancora oggi, ogni tanto mi scappa. Sono cresciuta confusa rispetto alla gestione del dolore e come molti, da adulta ho dovuto scoprire nuove strade e possibilità per affrontare le “cose che succedono”.

Invito spesso gli adulti, genitori o educatori, a proporre ai bambini la possibilità di piangere e ho di fronte agli occhi alcuni dei loro sguardi perplessi e quasi sospettosi.

Per me è stato un successo poterci arrivare pian piano e di sicuro mi sento bene quando mi ascolto dire piangi pure, ne hai tutte le tue ragioni e la mamma rimane qui, vicino a te.

 

Nuovi acrobati

Lascia un commento

nuovi acrobatidi Irene Auletta

Ieri giornata faticosa. Tante le ombre lasciate dalle giornate elettorali trascorse e dai pensieri che si affastellano alla ricerca di un senso, rispetto a quanto accade nel nostro paese e alla sensazione di trovarsi di fronte ad un corpo terrestre che rantola.

Nel frattempo, le vicende degli individui, proseguono per le loro strade, più o meno toccate da quanto gli accade intorno anche in base al loro personale malessere e alla possibilità di assumersi parte di quello collettivo che, per taluni, è davvero insostenibile.

Mi ritrovo per tutto il giorno a raccogliere malesseri, difficoltà, problemi, paure e quando arrivo alla mia lezione Feldenkrais e mi sdraio, sento il peso del mondo. La lezione è perfetta per il mio stato d’animo e si anticipa come occasione per lavorare sui concetti di equilibrio, stabilità, organizzazione, a partire, come sempre si verifica durante queste lezioni, da quanto accade nei movimenti del corpo, dall’ascolto di quel noi che spesso è talmente frammentato da perdersi pezzi di sè in giro per la propria esistenza.

I movimenti guidati da Angela, la nostra insegnante, sono piccoli, delicati e lei ci invita ogni volta a fare di meno e più lentamente, per assaporare i dettagli e affinare la nostra curiosità esplorativa. Quante volte ce lo devi ripetere Angela! Anche qui si vede la nostra difficoltà a smettere di correre, di anticipare i tempi, di essere già orientati al dopo e sempre più disattenti rispetto a ciò che accade ora.

Ci addentriamo in un percorso di ricerca attraverso un movimento antico, le prove del gattonamento, per sperimentare le capacità del nostro corpo di trovare nuovi modi per organizzarsi, per imparare dagli errori e per ricercare il gusto della scoperta e di un nuovo apprendimento.

L’insegnante sottolinea che perdere l’equilibrio è il solo modo per trovare la stabilità, altrimenti si diventa rigidi e incapaci di imparare.

Sono giorni in cui forse per tutti è necessario immaginarsi a camminare in equilibrio su un filo, protagonisti di un circo esistenziale che non fa ridere nessuno e che, al contrario, ha un forte retrogusto amaro.

Proseguiamo la lezione, provando e sperimentando con Angela che ci invita ad osare e a rischiare come condizione per continuare ad imparare.

Cosa avete scoperto questa sera?

Io, che non mollo.

 

Older Entries Newer Entries