Cadere e rialzarsi

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cadere e rialzarsi

di Irene Auletta

Scendi dall’auto e ti osservo nei tuoi movimenti più impacciata del solito. Cosa sarà successo rispetto a quando siamo uscite di casa non è dato saperlo come gran parte delle cose che attraversano la nostra relazione e sono destinate a rimanere coperte dal silenzio, insieme ai pensieri custoditi nella tua testa.

Realizzo in un attimo un dolore alla spalla che, evidentemente senza successo, ha cercato di trattenerti e ti vedo distesa a terra ai miei piedi sull’asfalto. Il mondo intorno a noi è bloccato. Chissà se qualcuno osserva la scena. Ogni volta che cadi come prima reazione mi sento in colpa pensando di non essere stata abbastanza capace di trattenerti e poi sento in bocca il sapore aspro della rabbia che trattiene il sentimento bloccato nella gola.

Piangi un poco e io cerco di consolarti verificando che non ci siano stati danni gravi e  così riusciamo a raggiungere la nostra casa. Finalmente lì esce un tuo pianto di rabbia, inconsolabile e io, riesco solo a starti vicino facendo uscire il mio, di dolore.

Ci consoliamo così, insieme e ci aiutiamo a rialzarci da una caduta che porta con sè tante altre cadute. Ti medico le ginocchia sbucciate e ti racconto storie. Curando il corpo, mi prendo cura della tua anima e della mia.

Quando provo a dare parole alla tua rabbia utilizzando qualche parolaccia ti scappa una risata e io capisco che, anche per questa volta, ce l’abbiamo fatta.

Mentre preparo la cena ti appassioni guardando uno dei tuoi film preferiti e pian piano ti dimentichi della paura di poco fa. Ho cercato di prenderla tutta io e di tenerla con me per poterti aiutare.

Tra le lacrime penso che sei proprio la mia guerriera. Zoppichi ancora ma vuoi spostarti da sola per casa come a dimostrare, forse prima di tutto a te stessa, che non hai più bisogno di altro aiuto.

Il delicato equilibrio nel rapporto tra fragilità e forza stasera mi appare in tutta la sua luce e anch’io riesco a sorridere mentre ti racconto di quanto ti voglio bene come un viaggio lungo, lungo, che va dalla Luna della terra alla Luna del cielo e poi torna indietro.

Domande a spillo

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domande a spillodi Irene Auletta

Ci sono domande che qualsiasi genitore con un figlio disabile ha incontrato un’immensità di volte e che, nel tempo, assumono una differente risonanza a seconda dell’evoluzione del percorso di ciascuno nell’incontro con la disabilità.

Che malattia ha? Ma perchè fa così? E’ già nato così? Capisce?

Sicuramente la lista potrebbe allungarsi arricchendosi di note folcloristiche che negli anni ho raccolto nei tanti aneddoti di padri e madri. Uno per tutti. In autobus.

Come ti chiami? Non me lo dici come ti chiami? Ti hanno mangiato la lingua?

Risponde la madre dicendo che lei il suo nome non lo sa dire.

La signora non è convinta e si allontana borbottando … insomma, rispondere è ancora un segno di buona educazione, no?

Tante volte, osservando scene analoghe è possibile chiedersi chi è veramente il disabile e quasi mai la mia risposta indica chi, visibilmente, ci si aspetta di riconoscere.

Non è facile capire cosa sta accadendo al proprio figlio e non sempre si riesce a rispondere, come si vorrebbe, anche perchè in tante occasioni la disabilità del figlio, agli occhi altrui, appare contagiosa e in più occasioni ci si ritrova a fare “piccole” precisazioni che hanno il sapore dei chiodi.

Qualche anno fa, in occasione di uno dei nostri molteplici ricoveri ospedalieri, un medico visitando mia figlia iniziò così, come altrettanto avevano fatto negli anni precedenti tanti suoi colleghi.

Signora, con questo problema alimentare è necessario fare molta attenzione, la malattia è seria. Lei è sicura di rispettare attentamente la dieta? Con questa postura, sua figlia avrebbe bisogno di fare tanta fisioterapia, ve lo hanno già detto? 

Poi dicono che i genitori sono aggressivi e poco collaboranti. Ma secondo lei, avrei voluto risponderle, in questi dieci anni come siamo sopravvissuti senza di lei?

Mando giù l’ennesimo boccone amaro e uso la mia pungente ironia che finora mi ha salvato dall’ulcera. Alle prime due domande la risposta è si e lo è anche alla terza, se sta per chiedermi se mi sono accorta che mia figlia è disabile!

Insomma, se è vero che le domande sceme e inopportune non si possono evitare, lo è altrettanto la necessità di imparare a proteggersi. Dopo lo sguardo che uccide e il respiro zen, cosa possiamo aggiungere?

Gocce di felicità

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gocce di felicitàdi Irene Auletta

Piove. La primavera tarda ad arrivare e anche stamane ci accoglie una giornata uggiosa.

Mentre ci prepariamo per l’avvio della nostra giornata, una serie di imprevisti si pongono sulla nostra via con l’intenzione di farci venire il malumore. Ma noi resistiamo.

Riusciamo a recuperare il ritardo accumulato e scendiamo in anticipo, senza correre. Incrociamo diverse persone del nostro palazzo.

Anche stamane piove, non se ne può più. Questo umido ci sta entrando nelle ossa, ma quando arriveranno le giornate di sole? A guardare fuori dalla finestra viene voglia di rimanere chiusi in casa, altro che andare a lavorare!

Frasi rubate qua è la mentre attendiamo il pulmino che passa tutte le mattine per accompagnarti a scuola. Io le ascolto come sottofondo, tu sei altrove e, di certo, di queste affermazioni non te ne importa nulla.

Vuoi passeggiare da sola sotto la pioggia e allora facciamo un patto.

Lo puoi fare a condizione che sopporti il cappuccio, altrimenti devi stare vicino alla mamma sotto l’ombrello.

Accetti e resiti. Tenere in testa qualcosa per te è una vera tortura, ma la voglia di passeggiare sotto la pioggia vince la lotta. Prima il gioco riguarda le mani e le dita, che cercano di afferrare le gocce che ti circondano. Poi, quasi per caso alzi la testa e mentre ridi, una goccia ti finisce sulla lingua e così inizia la seconda parte del gioco e tu cammini con la bocca aperta nel tentativo di far posare nuove gocce sulla lingua. Come sempre ridi, felice della scoperta e della sorpresa curiosa.

Passa una vicina di casa e correndo via ci dice ma come fate ad essere così dì buon umore con questo tempaccio?

Ti guardo e penso che tu sei proprio così, sempre alla ricerca dell’eccezionale e stamane la mia giornata inizia felice, grazie a te.

Lei, non può capire.

Nonni all’orizzonte

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nonni per forza?di Irene Auletta

Lo zio Beppe è un signore di 85 anni che trattiene nel suo esserci la figura di un possibile nonno materno per mia figlia. Mi fa simpatia ascoltarlo con quel suo accento veneto che ancora resiste nonostante i molti anni trascorsi a Milano, soprattutto quando si libera di quel tono serio che lo caratterizza per permettersi qualche battuta.

E pensare che tutti mi dicono che sono fortunato a godermi i miei nipotini più piccoli, ma a me, in realtà, fanno incazzare. Sono disobbedienti e fanno un gran casino. Gli altri me li sono proprio goduti, erano bravissimi. Forse sono invecchiato e sono insofferente alla confusione.

Tante volte ci nutriamo di una marea di luoghi comuni e spesso ci vuole coraggio per chiamarsene fuori, anche a costo di affermazioni impopolari. Ho sempre sentito poco familiare quel comportamento di stucchevole lusinga che molte donne, e qualche uomo, assumono di fronte ai bambini piccoli e, negli anni, mi sono liberata dell’esigenza di uniformarmi a comportamenti per me innaturali.

Che carino, quanti anni ha? Guarda che occhi, com’è simpatico! 

Forse l’aver attraversato per anni servizi per l’infanzia ha contribuito al mio attuale modo di essere ma in realtà, anche da giovanissima, non ricordo un grande trasporto   vezzeggiativo nei confronti dei bambini piccoli. Il mio sguardo di apparente distanza ha sempre parlato di rispetto e dell’esigenza di non invadere spazi che percepisco molto delicati  e sensibili. Quante volte si sente l’esigenza di fare una carezza a un bambino piccolo estraneo senza chiedersi se è un suo desiderio e, soprattutto, se questo non rischia di spaventarlo? Quelli che per alcuni sono gesti naturali, come questi o come toccare la pancia di una donna in gravidanza, per me sono intrusioni e invadenze e quindi, me ne guardo bene dal compierli, anche a costo di risultare una persona un po’ fredda e distaccata.

Mi ha fatto sorridere lo zio Beppe, perchè ha dato voce ad un sentimento vero senza alcuna paura del nostro giudizio e senza alcuna aggressività.

Quando sarò anziano, spero di riuscire a fare solo il nonno.

Mi ha colta impreparata questa battuta fatta qualche giorno fa da un giovane collega e mi sono accorta di non aver mai dedicato pensiero a un’orizzonte per me impossibile. Sarà perchè rifuggo dal pensare al futuro, sarà che non lo sento un pensiero mio o sarà la vecchia storiella della volpe e l’uva?

Grazie zio Beppe, mi hai offerto una bella occasione per nascondere la malinconia.

 

Cavernicoli dei nostri giorni

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thecroodssneakpeek-11413di Irene Auletta

Negli ultimi dieci anni le sale cinematografiche che proiettano cartoni animati, hanno subito vere trasformazioni antropologiche visibili agli occhi del comune spettatore che abbia avuto la pazienza di seguirne l’evoluzione. Se da una parte sono sempre più presenti adulti o ragazzi appassionati del genere, la netta maggioranza è composta da adulti che accompagnano i loro figli che negli anni, sono diventati sempre più piccoli. Una volta, anche come tecnico, sconsigliavo ai genitori l’esperienza prima dei cinque o sei anni e per alcuni bambini era necessario anche andare oltre perchè apparivano disturbati da un’esposizione per loro troppo precoce.

Quando al figlio del protagonista, un giovane e impacciato cavernicolo, accade una certa cosa, il signore seduto dietro di noi che non smette un secondo di commentare quasi fosse comodamente sdraiato nel salotto di casa sua esclama, vedi cosa ti dice sempre papà, si impara dall’esperienza!

Vabbè, sta disturbando da un po’ però almeno fa un commento educativo di tutto rispetto. L’illusione dura pochissimo perchè mi accorgo che alle mie spalle saltella, piagnucola e protesta, un bimbetto di non più di tre anni che dopo circa quindici minuti dall’inizio del film non manca di mostrare tutti i segnali di disagio possibile, rispetto ad una situazione di certo non a sua misura.

Del resto nella sala si possono osservare parecchie situazioni analoghe. Bambini che piangono, che saltano tra le poltrone creando imbarazzo e fastidio agli altri spettatori, genitori che spesso sono costretti ad uscire e altri ancora che si arrendono uscendo dalla sala a metà proiezione.

Tornando al bambino di poco fa, ha passato tutto il secondo tempo a saltare per le scale, spesso rincorso e richiamato dal padre, con un immancabile succhiotto che ha tenuto in bocca per tutto il tempo. Se solo si guardassero e ascoltassero più spesso, i bambini ce la mettono tutta per inviarci segnali di aiuto.

Da uno a dieci, dimmelo quanto ti è piaciuto?

Per fortuna il film è terminato e questa è l’ultima frase che riesce a raggiungermi del fastidioso signore che ho cercato di ignorare per tutta la durata del film, senza riuscire a volte a nascondere il mio fastidio e, in parte, il dispiacere nel vedere adulti così smarriti e confusi.

Scorrono i titoli di coda, accompagnati da una forte musica mentre una bambina che sembra ancora incerta sulla gambe, si esibisce in una danza scatenata con tanto di movimento di bacino, quasi a imitare i movimenti sensuali che spesso scorrono sugli schermi televisivi.

Ci guardiamo noi tre. Vuoi dire che alla fine i più normali sembriamo noi?

Ridiamo della tua battuta e ridiamo guardando nostra figlia che sembra divertita e  assai incuriosita da alcune delle bizzarrie che ci circondano. Così è la vita.

Clausura, fin che s’apra. Silentium, fin che parli

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Il Vittorialedi Irene Auletta

Così ci accoglie la frase incisa sul battente della porta che ci introduce in un mondo fuori dal tempo, il Vittoriale degli italiani che Gabriele D’Annunzio allestisce dal 1921 al 1938, trasferendosi a Gardone Riviera, sulla riva bresciana del Lago di Garda.

Ci ritroviamo, io e mia sorella, inserite in un bizzarro gruppo di visitatori che comprende insieme ad altri due adulti, sette ragazzi delle scuole medie in gita scolastica. Una dei due adulti è la professoressa accompagnatrice e l’altra è una guida davvero molto brava che riesce a trasmettere chiarezza, interesse e passione, attraverso qualcosa che ripeterà chissà per quante volte al giorno.

La compagnia si rivela assai piacevole perchè mi offre la possibilità di cogliere, anche attraverso i commenti dei ragazzi, particolari visti attraverso i loro occhi oltre a quelli che i miei di adulta cercano di trattenere con avidità.

Giunti nella Stanza del Mappamondo che, come tutte le altre stanze bagni compresi, trabocca di libri, la guida ci dice che contiene oltre seimila volumi.

Seimila libri in tutto? Chiede un ragazzino  coraggioso che con le espressioni del viso sembra chiedersi perplesso e curioso, quanti saranno da vedere proprio seimila libri.

No, seimila solo in questa stanza, in tutto si stima una presenza di circa trentatrè mila libri, risponde gentile e sorridente la guida.

Il ragazzo diventa serio, gli pare impossibile e, mentre io ancora mi sto gustando l’idea di trovarmi in un luogo straordinario della nostra storia, non può fare a meno di volgere all’insegnate uno sguardo in cerca di rassicurazione.

Ma non li avrà letti tutti, vero Prof.?

I suoi compagni ridacchiano e io lo trovo meraviglioso, lui e tutta la scena nell’insieme. Osservo ragazzini curiosi, attenti, educati. Capaci di ascoltare e di chiedere con serietà e con la leggerezza che è il dono della loro età.

La professoressa incrocia spesso il nostro sguardo, quasi cercando una complicità tra adulti e accetta il gioco, invitandolo a pensare a quanti ne ha letti lui finora.

Questi ragazzi mi sono piaciuti tanto e mi hanno permesso di osservare un mondo per me poco frequentato. Anche l’insegnante mi è parsa di quelle che tutti vorrebbero avere come riferimento per i loro figli.

Intorno a noi ci sono tante bellezze, artistiche, storiche ed umane. Riconoscerle e gustarsele è sempre un piacere da non perdere!

I tempi dell’amore

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I tempi dell'amoredi Irene Auletta

Non ci vediamo da tre giorni ma, quando torno a casa, già dormi e devo accontentarmi di guardarti da lontano perchè se ti accorgi del mio arrivo, rischi di rimanere sveglia tutta la notte. Guardarti mi fa quasi male, tanto ho sentito la tua mancanza, pur nella voglia e nel piacere di vivermi un tempo tutto per me.

Aspetterò fino a domattina ma già mi preparo mentalmente all’incontro. Io ti vorrei abbracciare subito, stringendoti forte, forte, ma so che per te è troppo e allora, dovrò mettermi in attesa di un tuo cenno.

Come sempre, dopo una distanza, con te è necessario ricostruire pian piano il momento dell’incontro.

Così, stamane ti svegli, ma quando ti accorgi della mia presenza e del fatto che ti sono vicina, guardi altrove, con quel tuo modo di andare oltre che mi stupisce ogni volta. Non vuoi ancora che mi avvicini troppo, accetti un mio bacio leggero ma ancora non posso andare oltre.

Se esco dalla tua stanza mi chiami, nel tuo modo tutto tuo, ma se arrivo volti lo sguardo, chiudendo gli occhi quasi a far finta di voler dormire ancora. Magari sto sovrainterpretando i tuoi gesti, forse è solo l’emozione.

Incontrarsi nell’amore non è sempre facile e, soprattutto, il gioco dei tempi di ciascuno va curato come una musica dolce. Almeno, per te, ma anche per me, non può essere troppo rock.

Ti aspetto amore, quando sei pronta, la mamma è tornata.

Lassù qualcuno ti ama

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lassù qualcuno ti amadi Irene Auletta

Ti aspetto al nostro solito appuntamento al tuo arrivo con il pulmino pomeridiano. Oggi cambio di programma perchè devo fare piccole commissioni e  ti propongo di allungare il giro prima di tornare a casa. Dopo la tappa in cartoleria, passiamo davanti alla chiesa di quartiere e tu, senza alcuna indecisione, mi tiri verso l’ingresso e l’interno, irremovibile nella tua decisione di farci un giro.

Di solito queste esperienze le fai con tuo padre ma oggi vuoi coinvolgere anche me in questa tua curiosa avventura. Appena entrate, dopo esserti ben guardata in giro trovi un posto che ti piace e ti accomodi ad ascoltare, con grande attenzione, il silenzio.

Mi siedo lì vicino a te e ti osservo mentre ogni tanto fai piccoli suoi con la voce meravigliata dell’eco che ti risponde nella grande chiesta praticamente vuota. Momento magico. Tu ascolti il silenzio e io prego, come so fare, da laica.

Quando decidi di uscire, ci dirigiamo verso casa cercando di non perdere neppure una pozzanghera per camminarci dentro, ridendo ogni volta come fosse la prima.

Quasi sotto casa ci superano un giovane ragazzo per mano alla sua ragazza e, forse pensando di fare per lei una grande prodezza da vero figo, ti guarda e girandoti le spalle imita la tua camminata dinoccolata e instabile, ridendo di gusto con la fidanzata.

Caspita. In chiesa ero stata così brava e avevo fatto anche qualche pensiero misericordioso. Com’è che ora gli spaccherei subito la faccia e mi ritrovo a fare pensieri così terribili? Tu neppure te ne accorgi e continui a ridere delle mie facce e degli scherzi che non perdo occasione di farti.

Questa è la differenza tra me e un serial killer. Io l’ho solo pensato, e neppure per la prima volta, mentre quel ragazzo neppure se lo immagina. Ma si sarà sentito davvero tanto figo ad imitare la camminata di una ragazzina disabile? Poveretto, non sa che rischio ha corso.

Oggi ho fatto delle belle preghiere per te, amore. La prossima volta però devo farne una anche per me, per le brutte cose che ho appena finito di pensare.

Per fortuna esisti tu, che mi trascini nelle chiese.

Riforma o rivoluzione?

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riforma o rivoluzionedi Irene Auletta

Mi e’ piaciuto molto  ieri sera quest’incipit di Massimo Gramellini e i significati che hanno veicolato le sue considerazioni.

Pensandomi reduce dalla prima assemblea di Dedali, una novella associazione culturale, ho trovato parecchi intrecci possibili con la nostra mission: promuovere, sostenere e sviluppare le competenze educative.

Si, perché tutti noi che a vario titolo ci occupiamo di educazione, come professionisti, come genitori o semplicemente come adulti, abbiamo bisogno di continuare a chiederci cosa questo momento storico sta insegnando ai bambini e ai ragazzi.

Quali valori trascinano con se’ la crisi, il senso di precarietà perenne, lo smarrimento di senso costante o, per contro, un unico senso sventolato come l’ unico e il vero.

Chissà se qualche docente ha immaginato di far ascoltare ai suoi alunni i discorsi dei neoeletti presidenti alla Camera e al Senato, cogliendo l’occasione per aprire una discussione oltre che per insegnare un punto di vista altro sulle nostre istituzioni tanto infangate dagli eventi che si rincorrono ogni giorno e vengono urlati nelle nostre orecchie dai vari media?

Insegnando il diritto si insegna la vita. Mi ricordo quest’affermazione di una mia docente delle superiori che credo di aver compreso solo anni dopo ma che mi ha colpito tanto da ricordarmene ancora oggi.

Cosa insegna l’astensione? Io non l’ho mai capito, perché per me assumersi la responsabilità non corrisponde a nessuna scheda  bianca anzi, ho sempre trovato l’astensione a una decisione un atto molto ambiguo, seppur legittimo.

E pensare che ogni giorno e sempre più precocemente chiediamo ai bambini, ancora molto piccoli, di scegliere al nostro posto. Vuoi la pasta rossa o quella verde? Le scarpe o gli stivali? Andare al cinema o al parco? Ne parlavo proprio qualche sera con un gruppo di genitori. Educare alla scelta e’ un passaggio importante e delicato e, proprio per questo, e’ fondamentale non bruciarne precocemente le tappe, pena il suo fallimento.

Ai bambini dovremmo insegnare che per loro astenersi e’ un valore perché sono i grandi che hanno la responsabilità di alcune scelte e il dovere di portarne il peso che ne consegue. Dovremmo insegnargli che diventando grandi gli chiederemo pian piano di scegliere, sperando che sapranno farlo, sapranno cambiare idea e, soprattutto, che non avranno paura a dire prima sbagliavo.

 

Spalle per volare

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spalle per volare 1di Irene Auletta

Succede così ogni volta. Arrivo alla lezione Feldenkrais, pronta alla sorpresa del viaggio che ci aspetta e a farmi accompagnare nella nuova scoperta da Angela, la nostra insegnante. La proposta della serata riguarda un lavoro sulle spalle e io la ringrazio mentalmente per la scelta, consapevole di trascinarmi da qualche giorno un peso e un dolore ad una spalla in particolare.

E’ fin troppo ricorrente l’immagine dei corpi reclinati per il peso degli eventi e di certo ciascuno potrebbe provare a dare un nome alle fatiche che sente di portarsi proprio sulle spalle, all’interno di un’invisibile ma pesante gerla esistenziale.

Avete in mente cosa portano le nostre spalle? Stasera proveremo proprio a dedicarci più attenzione.

Il lavoro ci aiuta a riprendere contatto con noi stessi e consapevolezza del nostro corpo per terra e nello spazio. I movimenti sono sempre delicati e tanto più profondi quanto lenti.

Mi piace l’invito a riconoscere la direzione dello sguardo che, anche ad occhi chiusi, segue sempre una sua traiettoria. Le spalle pesanti sono sovente accompagnate dagli occhi che guardano a terra o comunque verso il basso. Un senso di chiusura, di protezione, di isolamento che, quasi inconsapevolmente, si finisce con lo scegliere in tanti momenti della vita. Come non pensare ai nostri stati d’animo più faticosi e a quelli che incrociamo, immaginando di fotografare corpi che si spostano a fatica, pesanti e poco disponibili all’incontro.

Penso alla donna alata di Notti al circo e alla ricerca di una leggerezza possibile. L’ho citata proprio qualche giorno fa durante una supervisione proponendo al gruppo di operatori un cambio di prospettiva e una differente direzione dello sguardo.

Alla fine della lezione le braccia sono molto più presenti e le mie spalle decisamente meno doloranti.

Come si fa a sopportare questa fatica? Ma tu come fai?

L’immagine riflessa dalle vetrine a volte è impietosa e allora ci vuole proprio un atto di volontà. Stasera le spalle possono fare di meglio.

Per un momento, basta essere schiacciate dai pesi. Il vento fa uno strano effetto. Le spalle posso essere più libere e insieme all’armonia del movimento delle braccia, mi fanno pensare al volo.

Da qui la prospettiva è un po’ diversa. Respiro.

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