Occhi lontani

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occhi lontanidi Irene Auletta

“Ho detto alla signora che sono tua madre e lei mi ha riposto che non era neppure necessario dirlo …. Si vede da lontano che sei mia figlia!”.

Ogni volta che sottolinei la nostra somiglianza mostri un atteggiamento che non nasconde la fierezza di questo filo che ci unisce e io mi ritrovo a collegare immagini e volti. Il tuo odierno di donna anziana e quello trattenuto nella memoria che, sorridente, mi appare più volte al giorno sulla schermata del mio iPad.

Una vecchia foto in bianco e nero ti ritrae mentre disponi fiori in un vaso sotto lo sguardo attento delle tue due figlie.

Chi si misura prematuramente con la perdita dei propri genitori si ritrova esposto ad un dolore fortissimo che, inevitabilmente, ne preclude altri. L’invecchiamento dei propri cari, lo stillicidio di malattie senili, le perdite di energie vitali e di memoria. Non posso fare a meno di pensarci ogni volta che mi soffermo a guardarti. Forse per quella somiglianza che ci unisce e che, quasi per un destino beffardo, ci ha portato ad attraversare strade esistenziali molto simili, soprattutto rispetto alla nostra esperienza di maternità.

Per fortuna io avevo voi, mi dici spesso riferendoti al figlio salutato troppo presto. E io, mamma, chi avrò a comprendermi così profondamente quando tu non ci sarai più?

Nel tempo hai portato sulle spalle pesi enormi, esibendo sempre una bella grinta e il sorriso sulle labbra. Poi gli ultimi anni hanno iniziato a portarti lontano, in un luogo dove sembri già pregustarti un po’ di riposo. Sempre tu, ma sfocata e spesso persa nei tuoi pensieri con lo sguardo oltre il presente.

Che brutto diventare vecchia, mi dici mentre ci gustiamo un momento di riposo sedute su una panchina di ritorno da una piccola passeggiata. Forse tutti noi abbiamo ancora bisogno di imparare qualcosa sul modo di attraversare le nostre differenti età della vita, assaporando fino alla fine le possibilità offerte da una vita lunga.

Vedo intorno a me storie differenti di figli con genitori anziani. Pochi mi sembrano sereni in una posizione di accompagnamento verso gli ultimi anni della vita. Alcuni sembrano remare controsenso, nel bel mezzo di rapide, smarrendo momenti preziosi.

Vorrei imparare ancora qualcosa da questo nostro incontro. Rimanerti a fianco per quello che sei ora senza smarrire quel collage di tutte le nostre immagini raccolte nel tempo, tenendo insieme tutto, pregi e difetti, gioie e dolori. Vorrei smetterla di lottare per ciò che non è più o che non può più essere. Vorrei gustarmi ancora le possibilità offerte dal presente imparando a gestire quella rabbia che ogni tanto prende il sopravvento per nascondere il dolore.

Dammi ancora un po’ di tempo mamma, sono sulla buona strada, imparo in fretta.

Donne, menti e cuori per l’educazione

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foto 1

di Irene Auletta

Sfoglio un album di foto ricordo.

Luglio 1991. Incontro per la prima volta due gruppi di educatrici di servizi per la prima infanzia di un comune dell’hinterland milanese. Allora si chiamavano ancora asili nido. Loro si stavano cimentando con un forte bisogno di formazione e di cambiamento e io con le mie prime esperienze nel ruolo di consulente pedagogico. Di certo allora, nessuno di noi avrebbe immaginato una storia professionale che ci ha viste per quindici anni compagne di viaggio.

Febbraio 2014. In occasione di una serata culturale che conduco insieme ad una collega ci incontriamo di nuovo. Senti Irene, quest’anno ricorrono i miei quarant’anni di lavoro e, anche se in pensione ci andrò il prossimo anno, mi piacerebbe fermare questo momento raccogliendo la mia esperienza e condividendola con le persone che insieme a me, hanno attraversato la mia storia professionale. Ci stai? Mi daresti una mano a pensare ad una serata che si configuri come incontro leggero, per festeggiare e ricordare insieme?

Aprire 2014. Eccoci di nuovo qui. Come succede nelle storie importanti, anche se non lavoriamo più insieme da parecchi anni, appena arrivo riconoscono il clima, l’organizzazione e la cura dell’ambiente, i sorrisi e i saluti che parlano di incredibili intrecci di vita e lavoro, trattenuti anche nel titolo dell’invito preparato dalla festeggiata e consegnato a ciascuna delle invitate. Non potrebbe essere diverso per lei perchè questo è sempre stato il suo modo di intendere il lavoro e l’educazione. Intrecci tra mente e cuore, tenacia e leggerezza, rigore e tenerezza, fatiche e raccolti.

Ricorrono parole che riconosco semi della nostra storia e che son diventati frutti individuali ricchi di sfumature differenti. Crescere, imparare, insegnare, credere, osare, sperimentare, divertirsi, impegnarsi. Il tutto condito con la passione che in tanti anni di lavoro ha fatto patire e ha permesso di gioire.

Serata ricca, piena di emozioni, ricordi, immagini, racconti. Di te mi ricordo bene quella volta che… Ti ricordi quando insieme abbiamo? … Quando ti ho conosciuta ho pensato… Durante la serata ci fanno compagnia tante fotografie che ritraggono momenti di quarant’anni di lavoro con bambini, genitori, colleghe e formatori. Materiali elaborati e prodotti individualmente e insieme. Programmazioni di lavoro, profili dei singoli bambini, lettere destinate a referenti istituzionali, tracce di momenti formativi e altro ancora che racconta una storia che, insieme ad altre storie, ha attraversato le trasformazioni dei luoghi educativi pensati per accogliere bambini piccoli e le loro famiglie.

Momenti di respiro profondo. Un’educatrice, già in pensione da qualche anno e che ha lavorato fino a sessantacinque anni con il sorriso sulle labbra e negli occhi, mi dice che ci voleva proprio, una boccata di ossigeno!

Educazione e vita, ancora una volta insieme in quei saluti affettuosi che profumano di un nuovo arrivederci.

Lavatrici semantiche

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lavatrici semantichedi Irene Auletta

Giorni strani abitati da parole che mi rimbalzano addosso chiamandomi a scrivere.

Allora ragazzi cosa ne pensate? Espressione abituale e per nulla originale ma abbastanza atipica se calata all’interno di un incontro di supervisione condotto da una psicologa e rivolto ad un nutrito gruppo di operatori con non poca esperienza. E taluni, anche di età superiore alla stessa supervisora.

Ricordo molto bene quando durante i miei primi lavori con le educatrici dei servizi per l’infanzia mi sono sovente ritrovata a coordinare e condurre gruppi composti da donne più anziane e più esperte di me nella loro professione. Sentirle chiamare ragazze da altri colleghi mi ha sempre stonato al punto che non ho mai ceduto a questa tentazione che, oggi più che mai, trovo assai poco pertinente e con una nota di quel velato paternalismo fastidioso tanto da farmelo respingere con decisione.

Guarda che sei proprio una monella!! Da una parte della frase c’è un’educatrice e dall’altra una ragazza di sedici anni. Vi sembra strano? Forse meno se immaginate la ragazza disabile?

Ora, che si debba anche combattere per il linguaggio utilizzato dagli operatori mi pare davvero troppo ma purtroppo da anni mi trovo impegnata su questo fronte, sia come pedagogista che come madre. Ogni tanto vorrei proprio imitare il mitico protagonista di Forrest Gump ripetendo la sua frase celeberrima “sono un po’ stanchino” al termine di una maratona durata anni.

Vuoi dire che è questo che ci aspetta? Una maratona senza fine? Spesso alcuni colleghi mi hanno restituito questo aspetto come un mio eccesso, quasi una pignoleria esagerata e può essere che abbiano anche ragione. Io però non posso smettere di pormi alcuni quesiti che mi sembrano squisitamente pedagogici proprio nell’andare ad interrogare il senso di alcuni scambi comunicativi e di alcune espressioni.

Ma cosa posso rispondere a mio figlio tredicenne quando mi manda a quel paese? mi chiede un genitore. Cosa possiamo rispondere a insegnanti che sembrano aver perso il senno di fronte a studenti che incalzano con epiteti a dir poco sconvenienti?

Una volta si invitavano le persone poco educate a lavarsi la bocca con il sapone. Mi chiedo cosa si possa usare oggi quando il linguaggio è così tanto fuori luogo e stasera, ho paura a rispondermi.

Pizzichi d’amore

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pizzichi d'amoredi Irene Auletta

Qualche tempo fa, un amico di fb alle prese con un figlio che dovrà sempre misurarsi con seri limiti nella sua autonomia, scriveva di come per lui i viaggi sono sovente fonte di pensieri malinconici.

Mi guardo intorno nel terminal dell’aeroporto e vedo comitive di giovani ragazze alle prese con i loro primi viaggi.

Solo a quell’età si può essere così meravigliose e anche tu avresti potuto essere tra loro, in una vita diversa. In anni ancora recenti, il dolore mi avrebbe colto all’improvviso facendomi quasi piegare mentre oggi sorrido in compagnia di quel piccolo pizzico al cuore.

Il tempo, fa davvero la differenza. Sempre.

Ricordo molto bene il momento in cui ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad un bivio decisivo. Passare la vita a disperarmi per ciò che non avrebbe potuto mai essere oppure ingegnarmi per trovare soluzioni creative di fronte a quell’impossibile quasi urlato dalla vita, ogni giorno.

Tua zia mi ha aiutato offrendomi l’occasione di quei nostri viaggi annuali che, nel tempo, mi hanno portata lontana da te creando quello spazio magico che offre ogni volta la possibilità di andare e ritornare. Spetta a me perchè tu, da sola, non lo potrai mai fare, ma il nostro momento non ce lo può rubare nessuno e, anche se sei tu ad aspettarmi e poi riaccogliermi, la nostra danza d’amore ha trovato la sua insostituibile rarità.

Non è forse questa la scommessa di ogni relazione tra genitori e figli?

Io nel frattempo ho imparato a smettere di chiedermi se ti sarei mancata, forte del bisogno di lasciarti per scoprire come va senza di te e certa che il problema della separazione è sempre stato più mio che tuo. In fondo, un figlio con scarse autonomie rischia di generare genitori con altrettanti limiti e provare a non soccombere è sempre stato il mio modo di essere tua madre. Viaggiare, andare e separarsi, sono modi per prendere distanza e guardare le relazioni da differenti prospettive. Ogni volta imparo qualcosa su di me e su di te, condito da sentimenti molto variegati.

Proprio oggi, durante una supervisione, parlavo con un gruppo di educatori della responsabilità dei genitori e dello smarrimento odierno dell’adultità di fronte a situazioni di dolore o difficoltà. Andare e ritornare, può essere anche un modo per ritrovarsi, recuperando al tempo stesso quella forza necessaria per affrontare momenti a volte più faticosi di altri.

Ed eccomi di nuovo qui a raccontarti, in quel silenzio dei nostri incontri. In valigia, stavolta, c’è stato poco spazio per la malinconia. Guarda cosa ti ha portato mamma … Ci basterà di certo per i prossimi mesi!

Notizie da accarezzare

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notizie da accarezzaredi Irene Auletta

Per qualche giorno ho lasciato decantare la notizia soprattutto per darmi il tempo di non gettare avanti troppo frettolosamente una riflessione che invece merita tutta la delicatezza e il rispetto del caso.

Mi riferisco alla triste vicenda del bambino soffocato dal cibo in un noto centro commerciale e a cui le pagine dei quotidiani e del web hanno dedicato ampio spazio. Ma per dire cosa? Ancora una volta, accade qualcosa di drammatico e parte immediatamente la caccia al colpevole come unica possibilità per trattare la questione e per porre in evidenza ciò che comunque poteva essere evitato. Se fossi al posto di quei genitori di certo non ne trarrei alcun aiuto e, al contrario, mi sentirei aggredito oltre che dalla sorte anche da questa cavolo di cultura che, come ha detto di recente un amico, ci sta davvero uccidendo tutti.

Colpa della società che non istruisce le giovani madri attraverso un corso di disostruzione delle vie aree (non lo sapevate che esiste un corso simile?) che dovrebbe essere reso obbligatorio insieme a quello di preparazione al parto. E ancora, com’è possibile che in un grande centro commerciale così popolato non sia presente un’ambulanza o del personale sanitario? Com’è possibile che l’ambulanza impieghi così tanto tempo per rispondere ad un’emergenza?

Ovviamente in ciascuno di tali quesiti ci sarà di certo verità ma non ho potuto fare a meno di chiedermi se a qualcuno è venuto anche in mente di paragonare il numero di incidenti analoghi che avvengono, non in altri centri commerciali, ma all’interno delle mura domestiche e che, ogni anno fanno registrare percentuali inquietanti di epiloghi altrettanto gravi o comunque certo da non sottovalutare. E sei poi non si parla di soffocamento quali altri corsi dovremmo rendere obbligatori per i neo genitori al fine di evitare che ai loro figli accada qualcosa?

Non so, ma ho proprio l’impressione che manchino altri sguardi. Senza nulla togliere a quanto alcune voci autorevoli hanno già sottolineato, mi chiedo che fine hanno fatto nelle nostre vite gli imprevisti, gli accidenti, gli eventi inevitabili, i limiti umani. Insomma, mi chiedo che fine ha fatto la vita.

E soprattutto mi chiedo come possiamo farla rientrare nelle nostre riflessioni educative quando andiamo ad incontrare bambini, ragazzi e genitori. Perchè, pur attivando al massimo azioni preventive e di tutela, la vita ci attende dietro l’angolo con qualcosa di imprevedibile e l’unico modo di sopravviverci è di non trasformarlo in un nemico o nella malvagità di un fato bastardo.

Episodi come questi possono insegnarci a non fuggire sempre e solo alla ricerca di quello che avrebbe potuto essere differente e permetterci di cogliere occasioni nuove, anche tra le pieghe delle tragedie. Sono già in tanti quelli che sanno solo urlare, aggredire e puntare il dito contro qualcosa o qualcuno.

Rendiamo onore al dolore di quei genitori e di quanti attraversano tragedie analoghe imparando qualcosa di nuovo. Di certo i nostri pensieri arriveranno così non solo come schiaffi, ma come leggere carezze per tutti loro e per le fragilità dell’esistenza.

Con l’educazione fra le nuvole

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Su indicazione di un amico feisbucchino, Demetrio Conte, ho seguito con attenzione questa TED conference. Fortunatamente sottotitolata nell’unica lingua che conosco. Adoro le persone che sanno raccontare in quel modo cose così complesse, vale la pena, lo riconosco.
Nel merito gli esperimenti di Sugata Mitra sono davvero affascinanti. E si deve anche essere divertito parecchio.
Tuttavia l’idea di far fare un passo indietro all’insegnamento per organizzare processi di autoapprendimento collaborativo non è affatto nuova. E’ un’idea che precede di decenni l’esplosione del web e della conoscenza depositata in Rete.
Che poi la scuola sia ancora lì con la centralità dei processi di insegnamento e che lo sia in tutto il mondo, è un dato di fatto.
C’è una questione che il discorso di Sugata lascia però in sospeso, una questione in sospeso da decenni: riorganizzare l’insegnamento richiede ripensare le forme dell’insegnamento.
Non basta indicare come potrebbero apprendere per conto loro i bambini. E tutto quello che riesce a dire la conferenza è che chi insegna, a scuola, in famiglia e in ogni luogo, dovrebbe porre domande e poi tirarsi indietro e stupirsi delle risposte.
Sarebbe già una grande rivoluzione se tutti gli insegnanti imparassero a fare ciò, questo è certo. Ma se tutti gli insegnanti dovessero capire di colpo che devono imparare a fare ciò e lo facessero, non avremmo affatto quel mondo di bambini avanti di dieci anni che preconizza Sugata. Perchè il compito educativo si deve nutrire di domande e di stupore, è necessario riscoprire questa verità, ma non può limitarsi a questo.
Le domanda da porsi non è: come facciamo a far sì che chi apprende, apprenda seguendo i propri processi di apprendimento? ma piuttosto: quali sono i compiti di chi educa verso chi appende? Perchè questa funzione si trasforma, ma non viene meno neppure nella prospettiva proposta da Mitra.
Va notato che nella conferenza di Sugata Mitra ci sono tre elementi che fanno da ordito al suo discorso e che rischiano di restare sottortraccia, mettendo in primo piano essenzialmente la capacità esplorativa e creativa dei bambini.

Il primo è che i bambini imparano insieme.
E’ la scoperta collettiva che funziona, non l’onanismo cognitivo. Dunque i bambini devono imparare due cose contemporaneamente: qualcosa sulle conoscenze che stanno indagando e la capacità di farlo assieme. Considerare questi due livelli di conoscenza come equivalenti è un errore madornale. Del resto non è un caso che lo speaker, non a caso un informatico, parli essenzialmente di conoscenze fisiche, chimiche e matematiche. Non si impara a lavorare assieme con quel tipo di conoscenze. Il meno che possa capitare in un processo di apprendimento collaborativo non tutelato, è che qualcuno impari molto e qualcuna altro molto poco e solo di riflesso. Se è vero che i processi cognitivi sono diversi per ognuno, in un gruppo di apprendimento è facile che chi ha più forza, imponga i propri processi di apprendimento agli altri. Sapere e potere vanno sempre di pari passo e pensare che l’arretrare del potere dell’insegnante azzeri la dinamica del potere nell’apprendimento è pia illusione.

Il secondo è l’elemento motivazionale.
Metti un aggeggio strano e affascinante nelle mani di chi non l’aveva mai neppure visto e i bambini iniziano a giocarci. Facile. Ma ci giocano perchè sono interessati ai contenuti offerti, o usano i contenuti offerti per poterci giocare? Chissenefrega, si potrebbe dire. Sino a un certo punto. Perchè se la motivazione fondamentale è l’interesse al gioco è l’enigma costituito dal funzionamento di un oggetto, una volta svelato l’enigma il gioco non è più divertente. Inoltre il processo di apprendimento non può essere spacciato a lungo per un divertimento. Imparare costa fatica, comunque, anche se è divertente e anche se impariamo cose che vogliamo nel modo in cui vogliamo. Dunque è anche questo che i bambini devono imparare, oppure al primo ostacolo e alla prima noia, potrebbero abbandonare il campo.

Il terzo elemento è che i bambini imparano insegnandosi tra loro.
Questo fatto, lungi dal rendere marginale l’insegnamento, non fa che evidenziare come insegnare sia il modo migliore per imparare. Insegnando si impara, e questo dà senso fra l’altro all’apprendimento collaborativo, dunque occorre rafforzare, trasformandola radicalmente, la struttura dell’insegnamento, non ridurla a una sorta di distributore più o meno intelligente di input seguiti da “ohhh” i stupore per quello che poi accade…

Detto questo, possiamo anche buttare a mare la scuola così com’è. Molto di ciò che dice Mitra è corretto sul piano storico. Ma gettar via una struttura pedagogica obsoleta non significa disfarsi dell’educazione fantasticando che i bambini, senza questo vecchio arnese, se la caverebbero meglio da soli.

Affilare incontri

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affilare parole di Irene Auletta

Un signore che ci conosce da anni e che ogni tanto incrociamo sulla nostra via, non perde mai l’occasione per salutarci e salutarti tentando con goffi gesti piccole gentilezze che raramente sembrano raggiungerti nel tuo mondo di significati.

Tuttavia, proprio grazie ai suoi aspetti più positivi, stona come il gesso sulla lavagna quel tono urlato che utilizza sempre per rivolgersi a te ignaro del mio parlarti a voce bassa. Sempre più bassa per contrasto e nella speranza che comprenda.

Grande classico quello di parlare ad alta voce rivolgendosi ad un disabile oppure ad un anziano. Vuoi dire che il pensiero latente dominante immagina un inspiegabile collegamento tra difficoltà, limiti e sviluppo dei sensi? Bizzarrie degli stereotipi o dei luoghi comuni.

Qualche tempo fa, in un ristorante, una signora accoglie le nostre ordinazioni dimostrandosi molto attenta a tutte le nostre complesse indicazioni alimentari. Dopo averti chiesto per tre volte il tuo nome rispondo al tuo posto e già la guardo con sospetto per il tono insieme mieloso e in falsetto. Tra i miei preferiti per gli eccessi di orticaria!

Non ce la fa a trattenersi e, cogliendo tutti noi di sorpresa, allontanandosi dal nostro tavolo decide di darti una carezza sulla testa esclamando … carina!

Io faccio la faccia truce e per fortuna gli occhiali da sole (siamo in terrazza!) proteggono la signora dalle mie frecce oculari. In queste occasioni mi viene spesso in mente un noto film, tra bellezza e catana.

E’ proprio così, anche quanto si parte bene sembra inevitabile scivolare in quei comportamenti che trovo davvero inappropriati, invadenti e anche insopportabili. Ne ho già scritto tante volte e so di condividere con molte persone la fatica di gestire relazioni e comunicazioni che il più delle volte rischiano di assumere le connotazioni della mitica goccia di troppo.

Ogni tanto mi fermo a immaginare strategie nuove e di recente propria una tua compagna di centro mi ha offerto l’occasione per capire meglio. Sei tra le più grandi di età nel gruppo di ragazzi e ragazze ma, senza alcun dubbio, appari come la più piccola anche a causa di quella tua espressione ancora molto infantile che suscita i classici commenti riservati ai bambini piccoli.

Ciao piccolina, ti dice questa ragazza mentre guarda interrogativa la mia mano che, avvicinandosi all’altezza della tua testa, le impedisce gentilmente di darti una carezza. Che strano tono usi, le dico, sai che lei è più grande di te? Mi guarda attenta e seria.

Scusa, hai ragione. Vi sorridete per salutarvi e anch’io partecipo sentendomi un pochino più leggera.

Lezione numero uno, appresa. Direbbe Tata Matilda

 

Testardi, tenaci o coraggiosi?

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braveIrene Auletta

Da tanti anni, di fronte al racconto di bambini o ragazzi con qualche tipo di disabilità, ritrovo l’aggettivo testardi ricorrere con grande puntualità ed è praticamente immancabile soprattutto laddove il problema riguarda in modo significativo limitazioni gravi nell’area comunicativa e del linguaggio.

Non solo ne parlano i genitori, ma gli stessi educatori, insegnanti, terapeuti spesso attingono a questa definizione per dare senso a qualche comportamento. Nei casi peggiori non mi è neppure mancata la stupida affermazione “bisognerebbe capire se ci è o ci fa!”.

Se devo essere sincera la storia non mi quadrava neppure anni fa ma oggi mi lascia assai perplessa soprattutto perché definendo un aspetto caratteriale o del comportamento si rischia di lasciarne totalmente sullo sfondo l’origine non genetica, ma ambientale e quindi educativa.

Provate a immaginarvi fin dalla nascita in un mondo che vi invade di parole mentre voi ne avete pochissime e a volte nulla, pensate ad un bisogno anche elementare che non riuscite a far comprendere e, se poi ci addentriamo nell’area dei sentimenti o delle emozioni, che dire?

La cosa poi altrettanto bizzarra è che quando non si parla di testardaggine molto spesso compaiono commenti come apatico, poco motivato all’apprendimento, tranquillo, buono. Da quando la testardaggine, l’ostinazione a esserci o la tenacia sono diventati aspetti problematici o negativi nel percorso di crescita?

Di certo la difficoltà è dell’adulto che non riesce a capire, a trovare strategie alternative o, semplicemente, a gestire comportamenti che, come possono, chiedono ascolto, rispetto della persona, possibilità di scelta.

Rivedo in modo nitido la nostra fotografia del presente che, lungi dall’essere collegata alla tua adolescenza, da anni si ripropone con impeccabile puntualità. Vuoi farti valere, esprimere il tuo dissenso, una protesta, un malessere, un desiderio e allora cosa fai? Hai scoperto che il tuo corpo può compensare l’assenza di parole ed eccoti seduta o sdraiata a terra ogni volta che vuoi dirci qualcosa, preferibilmente in mezzo alla strada, in qualche negozio o in un parco.

E noi annaspiamo, ci guardiamo suggerendoci con gli occhi nuove possibilità, usiamo la nostra autorevolezza che ogni tanto assume i toni severi dell’autorità. Le più recenti strategie ci sostengono con l’utilizzo delle nuove opzioni offerte dai moderni smartphone: FaceTime, piccoli video o foto per anticiparti e renderti visibile quello che ti stiamo proponendo o provando a farti capire. Insomma, di tutto e di più e forse, incrociandoci, appariamo un po’ marziani, in una nostra bolla peculiare che nei momenti critici si nutre solo della possibilità di riuscire a resistere, mentre tu non molli nel tuo tenace tentativo di affermare la tua esistenza.

Mi piaci figlia quando sei così anche se mi poni di fronte a difficoltà che mi sembrano a volte insormontabili. Tu prosegui con coraggio per la tua via e io continuerò a fare del mio meglio per provare a capire e per aiutarti a trovare strade alternative e a non soccombere.

 

Di, a, da, in, con, su, per, tra, fra

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gergoDA, pronunciato di-a. Ero al primo incontro di formazione in una scuola materna e le insegnanti parlavano dei “di-a” inseriti nel progetto che stavamo analizzando. Mi ci è voluto un po’ a capire l’acronimo, una volta escluso si potesse trattare dell’antimafia.

Mi chiedo se si tratti più di un’influsso burocratico sulla genesi del gergo locale, oppure di pigrizia. In effetti, occorre ammettere che l’espressione “diversamente abili”, oltre a essere ipocrita è anche piuttosto disagevole con quell’avverbio di modo che regge un attributo improbabile.

Sembra che l’imbarazzo culturale non abbia mai fine e il linguaggio, oltre al buon senso, ne fa le spese.
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Dunque mia figlia se fosse nata nell’ottocento sarebbe stata un’idiota (non a nascere nell’800 ma perchè questo è uno dei termini in uso all’epoca per riferirsi a quelli come lei). Se fosse nata a metà del secolo scorso, sarebbe stata un’handicappata, poi una disabile. Oggi può dirsi fortunata, è una lineare, impersonale e asettica preposizione semplice.

Pietre nel cuore

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pietre nel cuoredi Irene Auletta

Ci sono giorni che vanno guardati a distanza per permettere al respiro di restituire leggerezza al corpo e alla vita.

A volte ci si trova a fianco di genitori che stanno affrontando prove molto dure che loro stessi faticano a comprendere.

Se a modo tuo ami tuo figlio, chi sono queste persone che si permettono di prendere decisioni al tuo posto, magari decidendo come scelta migliore la distanza tra voi?

Solo se si riesce ad andare oltre le notizie pettegole di operatori sociali che portano via i bambini alle loro famiglie, si può intravedere e afferrare il dilemma etico e umano che, ogni volta, e’ necessario incontrare e attraversare in queste situazioni. In ogni caso, al di la di torti e ragioni, ci sono relazioni d’amore che, loro malgrado, risultano poco sane soprattutto per i più deboli che sovente sono proprio i bambini.

Negli anni mi pare di aver sviluppato una maggiore chiarezza rispetto alla difficoltà o scarsa professionalità di tutti quei colleghi che in modo molto assertivo sembrano avere sempre la risposta giusta di fronte a situazioni che incontrano le svariate fragilità dei genitori. E se qualcuno si intromettesse nella storia della vostra famiglia, esprimendo valutazioni e giudizi suoi vostri figli o sul vostro modo di essere genitori o coppia?

Questa domanda, se non viene bloccata da una stizza impulsiva, può aprire a significati nuovi e importanti, svelando le molteplici sfumature della parola empatia, troppo bella per essere abusata e banalmente semplificata.

Lei non può capire cosa provo in questo momento!

Me lo sono sentita dire tante volte e altrettante ho risposto che forse era vero perchè di fronte a situazione importanti, mi piace mettere prima di tutto il rispetto delle emozioni e dei sentimenti altrui. Mettersi a fare una gara su chi capisce cosa sovente non porta da nessuna parte.

Io so che ogni volta cerco di ascoltare, di dare spazio e valore alle reazioni  possibili perchè questo mi piacerebbe si facesse anche con me, in caso di necessità.

Come madre so bene cosa vuol dire portarsi ogni giorno pietre nel cuore. Anche nel mio lavoro cerco di non dimenticarlo mai e, soprattutto, di non averne paura. Ognuno si porta le sue e a volte, anche solo guardandosi negli occhi, è possibile  riconoscerle e sentirne il peso.

Poi, le strade si separano, ognuna con il suo fardello e io ogni volta imparo qualcosa, su di me e sull’altro che ho appena incontrato. Di sicuro ho imparato che aspettarsi sempre che l’altro capisca sposta l’attenzione da ciò che forse è veramente più importante.

Capire qualcosa di nuovo su di sè.

 

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