Staffette

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Staffettadi Irene Auletta

Ogni tanto immagino che accada così anche nella vita.

Ed ecco il numero dieci che si avvicina e sembra pronto per il cambio con il numero quindici! Avvicinamento tattico e poi lo scatto per il cambio e il volo in avanti verso altro obiettivo.

Fantastico di una telecronaca che dica più o meno così e, in fondo, la staffetta mi pare proprio una bella metafora esistenziale del prendere la rincorsa per affrontare nuovi traguardi e poi “passare il testimone”.

Accade tra maestri e allievi e tra genitori e figli. Quel passaggio di prove, esperienze e storie che dovrebbe lasciare all’orizzonte i più maturi per garantire la scena libera ai nuovi protagonisti dell’esperienza della vita.

Mia madre, che ha sempre adorato il biondo platino e i tacchi alti, negli ultimi anni me lo ripete spesso. Se ti piacciono fallo finché puoi … Vedi, ora che sono diventata vecchia, le mie passioni le ho passate a te e a tua sorella!

E io a chi le passero’? Come potrò vivere il piacere e le emozioni di una figlia “signorina”, come si diceva una volta per accogliere e festeggiare il menarca? Chi lo sa. So per certo però che, insieme a tanto altro, biondo platino e tacchi rimarranno lì, presenti in tante altre storie, ma di sicuro, non nella nostra.

In realtà, anche io e te non perdiamo occasioni per scambiarci la staffetta della vita ma in quel modo tutto speciale che condividono tante madri e figlie, come noi. Tu cresci pian piano e io spero solo di invecchiare al rallentatore. Come dice una mamma amica che come me vive la storia con una figlia “pazzerella”, dobbiamo sempre tenerci in allenamento e può essere che questo ci aiuti pure a rimanere giovani. Chissà.

In questi giorni di cambiamenti e di corpi che si trasformano, il mio e il tuo cercano di trovare nuovi equilibri sempre nel silenzio che caratterizza la nostra storia. Racconti muti di umori, timori, dolori.

Ci guardo qui a passeggiare su questa accogliente spiaggia d’Abruzzo e, per sdrammatizzare, penso a come si dice da queste parti. Insieme, io e te, facciamo ancora una bella lontananza. E va bene così.

Lo spazio vicino fa sentire troppo il cuore e quello, si sa, rimane per pochi intimi.

Stabilmente instabili

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stabilmente instabili jpgdi Irene Auletta

Da quanto seguo le lezioni Feldenkrais la questione dell’equilibrio è tra quelle che ricorre sovente e ciò mi intriga parecchio.  Ne avevo già scritto qualche anno fa, ma ogni volta mi sembra di aggiungere nuovi livelli di ascolto, comprensione e consapevolezza.

Rispetto a questo percorso è forte il legame, sempre più chiaro, che tiene per mano dimensioni della mia vita privata e altre legate alla mia professione. Quando penso ad Angela, la nostra insegnante, ne sento sempre la doppia relazione che mi lega a lei come madre, che da anni le affida la figlia e come allieva, che da meno tempo le affida anche la cura del proprio corpo. Un filo leggero, che brilla di poche parole e che trattiene sedici anni di storia con moltissime sfumature di emozioni.

Allo stesso modo gli apprendimenti legati al corpo hanno assunto nel tempo uno spessore sempre più consistente che, con grande fluidità, incontra e attraversa anche le riflessioni che accompagnano le mie pratiche professionali nell’incontro con operatori e genitori dei servizi socioeducativi.

Mettetevi in questa posizione, ascoltate i punti di appoggio, immaginate che linee ideali formino figure …. Trattenete le immagini. Provate a fare questi movimenti dandovi la possibilità di sperimentare e provare forme di movimento non abituali, concedendovi la possibilità di perdere l’equilibrio, fidandovi della vostra capacità di riacquistarlo, trattenendo un’esperienza di apprendimento organico.

Ma è poi così differente con quanto accade circa le altre dimensioni dell’apprendimento? Quando Angela dice che la vera stabilità è quella che sa misurarsi con la perdita dell’equilibrio, con l’errore e con la possibilità di ritrovarsi, penso istintivamente a quante volte nel mondo dei servizi educativi, nominando l’esigenza di autorevolezza, si fatica a delinearne i confini. Viene più facile dire cosa non è scartando gli opposti di istanze autoritarie piuttosto che quelli di un lassismo permissivo.

Oggi penso che essere figure adulte autorevoli forse vuol dire proprio questo. Esibire una stabilità capace di rassicurare per gli aspetti di forza e di fermezza, non nascondendo al tempo stesso le dimensioni di perdita di equilibrio che permettono movimento, scoperte e nuove possibilità.

Camminate sentendo forte il contatto con la terra e al tempo stesso non dimenticate di volgere lo sguardo all’orizzonte e di guardare il cielo e le stelle.

Ancora una volta mi penso e ti penso. Noi pellegrine alla ricerca costante di modi per essere e per attraversare la vita. Alcuni ingredienti non possono mancare.

Sole e vento, lacrime e sorrisi, radici e ali.

 

 

Danze possibili

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danze possibilidi  Irene Auletta

Quando cerco di convincerlo a fare una determinata cosa e dopo tante parole e spiegazioni si butta a terra per strada o nel supermercato, secondo lei cosa posso fare?

A pormi la domanda e’ una madre nel corso di una serata a tema rivolta a genitori di servizi per la prima infanzia e la sua domanda fa eco ad altre simili riferite a comportamenti che siamo abbastanza abituati ad incontrare o immaginare proprio nel rapporto con bambini piccoli, ancora alla ricerca di un modo per stare nel mondo delle relazioni con gli adulti e le sue relative regole.

Tante volte mi sono trovata di fronte ad interrogativi analoghi nel mio lavoro con i genitori ma, quando dalla parte del bambino non c’è più un piccolo di pochi mesi o anni ma un ragazzino disabile, la cosa inizia a farsi più complicata.

Osservo la scena di un nonno che tenendo per mano un bambino di non più di tre anni si dirige verso la sua automobile. Il bambino piagnucolando mi passa accanto proprio mentre esclama tra le lacrime “non voglio più camminare oggi, sono tanto stanco!”. Poco dopo, più o meno nello stesso tratto di strada, una scena simile coglie di sorpresa altri due protagonisti parecchio differenti. Una donna di fronte ad una ragazzina disabile bloccata nella sua camminata e chinata in avanti, come a raccogliere qualcosa appena caduto a terra. Osservando meglio la scena però si capisce che mentre la donna cerca di dire qualcosa rivolta a quella che pare essere sua figlia, la stessa procede di qualche passo per poi riassumere la medesima posizione che, a quel punto, appare chiaramente come una netta decisione di non voler proseguire nel percorso.

Presa di posizione o opposizione? Difficile da comprendere quando l’assenza delle parole prova ad essere sostituita da un linguaggio del corpo che trova sovente di fronte adulti incapaci di ascoltare o decodificare alcuni comportamenti.

Questo ragazzino e’ un soggetto collaborante? Oggi ha fatto più volte questi capricci …. Quando si impunta è proprio una testa dura!

Con educatori o genitori di ragazzi disabili mi è capitato più volte di accogliere commenti analoghi e, ogni volta, ho provato a cercare un equilibrio tra le possibilità di dire di uno e quelle di ascoltare dell’altro. Il fatto e’ che anche la scarsa disponibilità o l’incapacità a collaborare hanno molteplici sfumature. Un conto e’ essere seduti sulla poltrona di un dentista e provare ad eseguire le sue indicazioni nel corso di un trattamento, altro è trovarsi calati in una scena che magari non si riesce a comprendere a pieno e provare, in totale assenza di parole o con un linguaggio assai limitato, a dire anche solo semplicemente “sono stanco e vorrei fermarmi un attimo” oppure “non ho voglia di venire con voi!”.

Brutta bestia l’assenza di parole in un mondo che sembra esistere solo quando si sanno pronunciare o in relazioni che sembrano smarrire ogni senso nel silenzio assordante di quel vuoto.

E così, rieccole le due protagoniste di prima. La donna ad un certo punto sembra decidere per il silenzio. Il corpo della ragazzina non le permette più di agire ciò che faceva quando era piccola e di risolvere l’impaccio prendendola in braccio. Il nuovo rapporto tra i loro corpi introduce nuove regole che sono da ricercare in un dialogo tutto da inventare. Parole e corpo o l’incontro tra corpi stanno provando nuovi modi per dirsi, per incontrarsi e provare a condividere scelte e significati.

Le lascio lì nella loro storia a sperimentare mentre stamane provo a raccontarle accompagnata dai tuoi commenti sonori che, se solo non ti avessi di fronte, potrebbero ricordare proprio quelli di una bambina piccola. Invece, tu sei una ragazzina di sedici anni e io una madre che scrive di noi due e di come stiamo provando a cavarcela tra i tuoi silenzi, i tuoi gesti e la totale impotenza di tante mie parole.

Libertà alla cannella

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libertà alla cannelladi Irene Auletta

Tesoro, dobbiamo assolutamente raccontare alla mamma che hai attraversato la strada da sola!

Tutum. Il cuore batte un colpo in accelerata mentre ti immagino fare qualcosa che per te non è affatto semplice. Penso che il babbo è davvero bravo a spingerti a provare, osare e sperimentare.

Il ruolo dei padri quando si manifesta con tale chiarezza è assai rassicurante e scalda parecchi angoli del cuore.

Ci separiamo perchè devo fare qualche commissione e al mio rientro vi vedo da lontano. Tu che attraversi ancora da sola sulle strisce pedonali mentre tuo padre ti attende sul marciapiede. Il sapore dell’ambivalenza è sempre un po’ dolceamaro ed è solo il gusto che sa di miele che mi spinge ad andare oltre la tua età anagrafica permettendomi così di assaporami con calma la scena. Rimango a distanza perchè non voglio disturbarvi in quel momento tutto vostro e anche da lontano si vede perfettamente il filo invisibile della fiducia e dell’amore che ti lega a tuo padre, tanto da farti sperimentare, con tutta l’evidente fatica, prove importanti.

Un raggio della memoria si illumina. Eravamo proprio lì, allo stesso angolo della strada vicino al nostro portone. Avevi sei anni e per l’ennesima volta avevo provato a invitarti a fare qualche passo da sola. Fino ad allora ogni volta, di fronte al mio invito, la tua mano si stringeva ancora più forte nella mia e, ogni volta, io risentivo nitidamente le parole di Angela, la tua insegnante Feldenkrais.

E’inutile che le gambe vadano avanti lasciando indietro la consapevolezza del gesto. Devono muoversi insieme e solo questo sarà il vero apprendimento.

Quanta sapienza in quell’invito ad attendere l’armonia tra gesto e coscienza. Io aspettavo, pensando spesso che non sarebbe mai accaduto e anche quel giorno ti ho rinnovato la domanda più per abitudine che per una reale convinzione.

Che ne dici, ci provi ad andare da sola per qualche passo? E tu, come al solito mi prendi alla sprovvista, mi lasci la mano e ti dirigi verso il portone, lentamente come a gustarti la tua “prima volta”.

Tutum, tutum, tutum.

Sono passati dieci anni da allora e io e tuo padre abbiamo migliorato l’armonia tra la mano che ti stringe forte e quella che ti permette di andare, lasciandoti. Si impara anche così a essere genitori.

La libertà, l’autonomia e le soddisfazioni hanno proprio il gusto dello sciroppo di Mary Poppins. Diverso a seconda di chi lo gusta e lo assapora.

Occhi lontani

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occhi lontanidi Irene Auletta

“Ho detto alla signora che sono tua madre e lei mi ha riposto che non era neppure necessario dirlo …. Si vede da lontano che sei mia figlia!”.

Ogni volta che sottolinei la nostra somiglianza mostri un atteggiamento che non nasconde la fierezza di questo filo che ci unisce e io mi ritrovo a collegare immagini e volti. Il tuo odierno di donna anziana e quello trattenuto nella memoria che, sorridente, mi appare più volte al giorno sulla schermata del mio iPad.

Una vecchia foto in bianco e nero ti ritrae mentre disponi fiori in un vaso sotto lo sguardo attento delle tue due figlie.

Chi si misura prematuramente con la perdita dei propri genitori si ritrova esposto ad un dolore fortissimo che, inevitabilmente, ne preclude altri. L’invecchiamento dei propri cari, lo stillicidio di malattie senili, le perdite di energie vitali e di memoria. Non posso fare a meno di pensarci ogni volta che mi soffermo a guardarti. Forse per quella somiglianza che ci unisce e che, quasi per un destino beffardo, ci ha portato ad attraversare strade esistenziali molto simili, soprattutto rispetto alla nostra esperienza di maternità.

Per fortuna io avevo voi, mi dici spesso riferendoti al figlio salutato troppo presto. E io, mamma, chi avrò a comprendermi così profondamente quando tu non ci sarai più?

Nel tempo hai portato sulle spalle pesi enormi, esibendo sempre una bella grinta e il sorriso sulle labbra. Poi gli ultimi anni hanno iniziato a portarti lontano, in un luogo dove sembri già pregustarti un po’ di riposo. Sempre tu, ma sfocata e spesso persa nei tuoi pensieri con lo sguardo oltre il presente.

Che brutto diventare vecchia, mi dici mentre ci gustiamo un momento di riposo sedute su una panchina di ritorno da una piccola passeggiata. Forse tutti noi abbiamo ancora bisogno di imparare qualcosa sul modo di attraversare le nostre differenti età della vita, assaporando fino alla fine le possibilità offerte da una vita lunga.

Vedo intorno a me storie differenti di figli con genitori anziani. Pochi mi sembrano sereni in una posizione di accompagnamento verso gli ultimi anni della vita. Alcuni sembrano remare controsenso, nel bel mezzo di rapide, smarrendo momenti preziosi.

Vorrei imparare ancora qualcosa da questo nostro incontro. Rimanerti a fianco per quello che sei ora senza smarrire quel collage di tutte le nostre immagini raccolte nel tempo, tenendo insieme tutto, pregi e difetti, gioie e dolori. Vorrei smetterla di lottare per ciò che non è più o che non può più essere. Vorrei gustarmi ancora le possibilità offerte dal presente imparando a gestire quella rabbia che ogni tanto prende il sopravvento per nascondere il dolore.

Dammi ancora un po’ di tempo mamma, sono sulla buona strada, imparo in fretta.

Figli fragili

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figli fragilidi Irene Auletta

Spesso nel confronto tra genitori emergono frasi comuni in cui ci si riconosce e rispecchia. Figli che fanno preoccupare, soffrire, gioire, sperare. Figli amati in un percorso di ricerca e che, fuori dalle attese, prendono il loro posto nel cuore e nelle relazioni per quello che possono essere e sono.

Ma poi, non dovrebbe essere così per tutti i figli?

Se avessi una figlia diversa che madre sarei? Impossibile a dirsi perchè ho sempre pensato che la differenza la fanno i figli che incontri . Ed io, ho incontrato proprio te.

Per lavoro incrocio tue coetanee che abitano un mondo che pare distante anni luce dal tuo e mi ritrovo di fronte a pensieri assai ambivalenti. Non penso più da anni come saresti tu se non fossi tu ma non ho mai smesso di chiedermi che storie differenti avrei potuto incontrare e, sopratutto, come me la sarei cavata.

Ma i nostri figli sono diversi, sono persone fragili che avranno sempre bisogno del nostro aiuto. Smetterò mai di soffrire? Avrei preferito fosse stato disabile.

Così mi dice una madre mentre mi racconta di un figlio con una grave malattia. Non sa la signora quanto posso capirla e neppure immagina, forse, che dietro quell’abito professionale ci può essere una madre che, senza esprimere alcuna preferenza, ha ricevuto un doppio regalo dalla vita, disabilità più malattia. Naturalmente, la mia idea del “dono” è ironica e invito tutti coloro che possano anche solo vagamente pensarla così a immaginarsi loro, con i loro figli in quella situazione. Se poi continueranno a sentirsi fortunati e premiati da diversi doni, tanto di cappello.

Torno a pensare a te e all’idea di fragilità che tante volte ti calza perfettamente, quando ti vedo bloccata in quel mondo senza parole che sembra non concedere possibilità neppure alle emozioni più elementari. Ieri ti sei bloccata di fronte ad un pulmino giallo, di quelli che hai preso per anni e che ora hai dovuto salutare insieme all’esperienza di scuola fatta fino a pochi mesi fa. Te l’abbiamo detto tante volte ma ieri proprio non ne volevi sapere. Tu ci volevi tornare a prendere quel pulmino e delle mie spiegazioni non ti importava nulla. Quando il pulmino è passato lasciandoti lì vicino a me sul marciapiedi, hai iniziato a piangere in quel modo inconsolabile che non ammette parole.

Dietro quel pianto ho intravisto mondi di significati possibili. Ma, saranno stati proprio quelli i tuoi, quelli che magari avresti voluto raccontarmi o ti aspettavi che io comunque capissi perchè, per la miseria, sono tua madre?

In silenzio ti ho abbracciato a lungo in mezzo al traffico e ai passanti, avvolte in una bolla fragile e nella speranza di un’unica forza, quella del nostro amore.

 

Cercasi senso

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cercasi sensodi Irene Auletta

Avete presente tutti i giochetti di parole attivati dalla nuova definizione diversamente abili? Anche alcuni comici famosi ne hanno fatto cavalli di battaglia, il che mi fa pensare che l’idea sottesa di abilità diversa sia andata un po’ a farsi friggere. Vogliamo parlare dei diversamente belli?

La madre di un ragazzo disabile mi ha fatto riflettere proprio di recente su questo argomento, grazie al suo definirsi diversamente genitore che mi ha ricordato l’identica definizione data di sè stesso anche da parte di un padre separato con tre figli.

Alla fine, non so perchè, ho l’impressione che nell’idea di diverso che sovente raccolgo, si siano concentrate in gran parte valenze negative o problematiche e capisco che forse, proprio lì, confluiscono tensioni quotidiane che faticano ad essere nominate diversamente o altrove.

La differenza pesa come un macigno e al di là degli slogan sbandierati ad oltranza, chi la attraversa, anche per motivi assai differenti, sa bene che farci i conti ogni giorno non è affatto semplice.

Anche in ufficio mi fanno pesare di continuo i permessi che prendo, seppur autorizzati dalla legge, per accompagnare mio figlio alle varie visite mediche. Così mi dice una madre oscillando tra l’amareggiato e il rabbioso. Vorrei dirle che la comprendo bene, che ho sempre cercato di proteggere la mia vita privata da queste interferenze e che spesso, aprendomi, ho raccolto delusioni e comportamenti molto discutibili sia da un punto di vista etico che umano.

Faccio un giro dentro me stessa e mi accorgo che quel tipo di sentimenti li ho lasciati andare anni fa stringendo amicizia con il disincanto. Penso a cosa ho provato a fare io, a cosa sperimento quotidianamente e quindi provo a rilanciare.

Lei sa fare cose che altri genitori neppure immaginano e potrebbe di certo insegnare. Sarebbe bello fare un elenco di quanto la diversità rende possibile, per uscire dai clichè e per iniziare a raccogliere e valorizzare quanto della sua esperienza può dar senso alla fatica che nessuno può toglierle.

In fondo una frase del genere può riguardare una bella varietà di genitori o adulti in genere a patto che ci si liberi di quell’eco spiacevole che spinge a crogiolarsi più nel lamento che nell’attivazione di nuove ricerche di senso.

Ma come si fa? mi dice una madre sconfortata. Non ho ricette magiche da offrirle e mentre le rispondo, esplorando con lei nuove possibilità, la mente veleggia anche altrove.

Ci sono giorni più amari che lasciano il sapore di ferro in bocca e giorni buoni, che sanno di zucchero filato. Proprio come quello che tu, mio tesoro, hai finalmente scoperto il giorno del tuo sedicesimo compleanno.

Sarà mica stato diversamente dolce?

Sfidami sempre

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sfidami sempredi Irene Auletta

Ti era già accaduto un paio di anni fa.

Tu, che non hai mai messo le mani in bocca neppure da piccola, un giorno, forse per caso, hai scoperto quel gesto che subito ha raccolto il dissenso esplicito da parte degli adulti a te vicino. Non solo. Come sovente accade, come genitori, educatori e insegnanti, in difficoltà o anche solo presi alla sprovvista, siamo tutti caduti nella trappola della prescrizione accompagnata per alcuni, da quelle mani addosso che purtroppo tu non riesci proprio a respingere.

E così, tu ci hai dichiarato guerra. Nel giro di una settimana ci siamo dovuti tutti misurare con il tuo comportamento divenuto ormai quasi ossessivo. In me madre, hai toccato le corde profonde e di grande sofferenza che da anni mi trovo a gestire nell’incontro con quei tuoi comportamenti che mi mettono spalle al muro. Non tanto per la trasgressione in sè, ma per ciò che comportava rispetto alla nuova immagine che tu offrivi a me e al mondo.

Peccato, mi disse una persona, era una ragazzina così a modo e graziosa! 

Doppia pugnalata. Quella sera stessa, abbiamo cambiato rotta.

Poche parole sostenute dai toni dell’amore e un abbraccio di comprensione per la nuova sfida da affrontare insieme. Ce l’abbiamo fatta.

Oggi è accaduto ancora. Arrivo a prenderti nel nuovo centro che frequenti da poche settimane e subito ti intravedo con il dito in bocca e con quello sguardo inconfondibile di trionfo. Per rincarare la dose, mentre l’educatrice mi racconta cosa è accaduto, afferri un gioco lì vicino e, guardandomi, assaggi anche quello. Ci risiamo, ma stavolta non ci casco.

Le nuove persone che andrai conoscendo dovranno imparare a incontrarti e io farò la mia parte per aiutarti a trovare altri modi possibili per contrapporti, sfidare, farti valere e contrastare gesti e parole che, seppur spinti dalle migliori intenzioni, rischiano di azzerarti e mettere a dura prova la tua volontà.

Naturalmente, mentre ci dirigiamo verso l’auto, quel comportamento pian piano scompare mentre ti racconto quanto mi sei mancata. Mi guardi con quello sguardo che sembra contenere mille domande e io lo sostengo, provando a riempire il silenzio della mia comprensione.

Sai che ti dico amore? Non ti preoccupare, passerà anche stavolta ma tu non arrenderti. Sfidami sempre e abbi pazienza. Se ogni giorno tu riesci a convivere con la tua disabilità, posso farcela anch’io, con la mia.

Sette millimetri di gioia

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sette millimetri di gioiadi Irene Auletta

Sono dal parrucchiere con la tinta in posa, in completo ozio, accomodata sulla poltrona e persa nei miei pensieri. Alle mie spalle mi raggiunge una voce maschile e subito il saluto di una signora lì presente che accoglie suo figlio, evidentemente contenta di poterlo presentare. Rivolta al personale del negozio esordisce con un “ve lo ricordate quando lo portavo qui piccino per tagliargli i capelli? Ora è un uomo”.

Seguono le solite frasi che in queste occasioni non possono mancare, sottolineando in particolare l’altezza del giovane uomo. La madre finge austerità mentre gongola per il suo figliolo, felice della combinazione genetica che ha unito la sua corporatura all’altezza del marito. Peccato per mia figlia, prosegue, lei invece è più bassa, non è stata fortunata come lui. Certo la cosa importante è la salute ma se anche lei avesse preso qualche centimetro in più sarebbe stata perfetta.

Mi sento lontana anni luce da questi commenti ma comprendo bene la soddisfazione di questa madre e mi piace la luce che brilla nei suoi occhi mentre parla dei suoi figli.

Non posso fare a meno di pensare a me, a te e al fatto che spesso qualcuno ti definisce alta, probabilmente per la fatica a riconoscere la tua età o forse per il confronto fatto più con una bambina piccola che con una ragazzina quasi sedicenne.

Anche noi ogni tanto ti guardiamo e non possiamo fare a meno di commentare non ti sembra un pochino più alta? 

Anche stamane quello che è ormai diventato il nostro gioco segue il rituale di prassi. Muro di riferimento con precedente segnetto, scatola da mettere sulla testa e tutti pronti per la prova altezza con te che un po’ ridi e un po’ sfuggi perchè stare ferma non è proprio il tuo punto forte.

Attenzione, attenzione in effetti il segno precedente si è spostato e noi esultiamo con te che ci guardi senza capire.  Amore sei più alta di ben sette millimetri, evviva!

Sei veramente una pulce ma noi ti guardiamo sorridendo perchè siamo fieri del tuo portamento e del fatto che quando recuperi una postura più corretta anche il tuo modo di camminare migliora notevolmente.

Settimana prossima seduta da Angela, la tua terapista Feldenkrais.

Vedrai, quando la mamma verrà a prenderti le sembrerai un gigante!

Lasciarsi e ritrovarsi

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lasciarsi e ritrovarsi 1di Irene Auletta

Mi hai accompagnato all’aeroporto e hai voluto per tutto il tempo rimanermi vicino rifiutando con decisione il contatto con Inna, la signora che da molti anni ci e’ vicina.

Mi hai stretto forte la mano ridendo e scrutando ogni particolare di quello strano luogo. Ti ho detto che mi avresti dovuto salutare dopo poco perché dovevo prendere l’aereo e tu, come di tua abitudine, hai mostrato di non ascoltare, facendo “finta di nulla”. La curiosità per quello che ci circonda attira la tua attenzione e ti fa assumere quell’aria attenta ai dettagli e ai particolari che sembra precludere altre possibilità di ascolto.

Inizio a salutarti dicendoti che ci rivedremo il giorno dopo e che verrai a prendermi con il babbo. Tu mi abbracci e poi il tuo sguardo si sposta oltre e interrompi con me qualsiasi tipo di contatto, fisico e visivo.

Non passano molte ore e la scena si ripete, praticamente identica. Solo che stavolta mi aspetti agli arrivi dell’aeroporto, con babbo che ti fa la telecronaca in diretta di tutti i miei movimenti dal momento della partenza, dell’atterraggio e dell’imminente arrivo.

Ti vedo prima che tu possa scorgermi e l’amore mi soffia incontro mentre, con la serietà che ti contraddistingue in alcune situazioni, mi cerchi tra la folla. Appena mi vedi ridi, salti e fai suoni con la voce di saluto e di gioia. Accetti un mio bacio e un breve abbraccio poi, di nuovo, poni tra noi la distanza di sicurezza e ti aggrappi alla mano del tuo babbo.

Quando le emozioni sono così forti bisogna fare una pausa e mettere nel mezzo del tempo che aiuti a ritrovare nuovi equilibri. Negli anni ho imparato a moderare le mie attese e ad aspettarti e forse, ho anche imparato a rispettarti, senza far prevalere il mio desiderio di adulta.

Mentre ero lontana, proprio in occasione dell’impegno che mi ha fatto prendere l’aereo, un padre con una figlia disabile, sapendo di te, mi ha detto che secondo lui il dolore passa quando guardi tua figlia e la smetti di pensare a ciò che avrebbe potuto essere.

Io, sono una madre e può essere che con il dolore stia facendo conti un po’ differenti. So per certo però che i tuoi saluti di questi giorni, non li cambierei con quelli di nessun’altra figlia al mondo.

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