Il tempo delle domande

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di Irene Auletta

Quanti anni ha? Domanda che negli anni mi sono sentita rivolgere tante volte, ritrovando uno sguardo incredulo e curioso di fronte alla mia risposta che, evidentemente, sottolineava uno scarto tra l’età e l’apparenza.

Solo di recente il commento e la reazione alla domanda hanno stupito me. Pensa che credevo fosse un po’ più grande! L’eccezione assoluta di questa risposta mi ha spinto ad indagarla meglio e così ho raccolto qualcosa di nuovo che mi ha fatto riflettere.

Vedendola a fianco di … confrontandola con … Il contesto era quello di un gruppo dove erano presenti altre persone, bambini, giovani e adulti con disabilità e l’idea di un’età definita in base ad un confronto mi è parsa interessante rispetto al potere dello sguardo.

Come dire che sicuramente tanto dipende dall’apparenza ma che ciò che può fare la differenza, restituendo un’impressione meno di superficie, è la disponibilità di uno sguardo capace di guardare altro e altrove, osservando l’insieme della persona, le sue peculiarità e il suo modo di stare nelle relazioni.

Il problema comune, nei confronti delle persone con disabilità, è proprio quello di riuscire ad andare oltre all’apparenza, a quell’aspetto fisico, a quell’espressione, a quella postura e soprattutto a quelle competenze, o sarebbe meglio dire, assenza di competenze, per come la maggior parte delle persone le identifica e definisce.

In una logica legata a ciò che sai fare, a quello che sai dimostrare ed esibire, possibilmente nel linguaggio dominante fatto di parole e performance, persone come te rischiano di scomparire, bloccate in un’eterna infanzia che congela, insieme a tutto il resto, anche il passare degli anni.

In questi ultimi, quello che abbiamo affrontato e stiamo ancora affrontando insieme nella nostra famiglia, ci ha visto tante volte da sole a rinforzare un legame che, pur non essendo sempre facile da sostenere, ha avuto un’evoluzione di intesa e maturità forse più semplice da osservare che da nominare.

In diverse occasioni ho sentito al mio fianco una figlia adulta, capace di accogliere un’immensità in quel silenzio pieno di tante emozioni. Ho sentito la forza di sostenerci reciprocamente, con vicinanza e complicità, intravedendo maturità inattese. Il tutto senza nulla togliere a quella che è e rimane la nostra vita, fatta di ciò che siamo, senza voler imbellettare o negare nulla.

E allora, proprio nel giorno del tuo compleanno ho trovato altro da regalarti, o forse sarebbe meglio dire da continuare a regalarti, oltre al contenuto di quei “pacchetti” pronti per te per le prossime esperienze da vivere insieme, ma anche separatamente, per il tuo festeggiamento.

Vorrei regalarti qualcosa che sempre di più possa esserti a fianco nella tua vita e nel tuo futuro, tra distanze e vicinanze, facendo tesoro anche della mia storia di figlia che cerca forza nell’assenza.

Vorrei regalarti la possibilità di ricevere sguardi capaci di andare oltre ciò che appari per osservare e apprezzare sempre di più ciò che sei.

Vorrei regalarti occhi capaci di trattenersi nei tuoi, cogliendo le tracce dei tuoi anni e della vita che hai attraversato, con tutte le sfumature di gioia, dolore, ricerca, scoperta e meraviglia.

Vorrei regalarti infine, le possibilità per continuare a diventare sempre più grande e adulta e per poter vivere una vita tutta tua, dove la mia distanza e quella di tuo padre, rimangano presenza forte, di sicurezza e di conforto, nel tuo cuore.

Auguri Luna mia grande, mia grande Luna.

La madre che vorrei

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di Nadia Ferrari

É la prima vacanza senza di te mamma, quanto l’ho sognata, desiderata, aspettata. Ricordo ancora con angoscia le fatiche ormai insostenibili degli ultimi tempi che mi hanno fatto rinunciare ad andare al mare ed ora che (finalmente!) sono in vacanza senza di te, quanto mi manchi! 

Torno da te una volta alla settimana per soli 15 minuti e in quei 15  minuti di agognata presenza arrediamo il nostro tempo di infinite dimensioni belle, tutte assurde. Domande stupide senza senso, risposte un po’ astruse a cavallo di molteplici tempi e diverse realtà. Ma siamo unite nel nostro comune destino di madre e figlia come non lo siamo mai state. 

Mentre raggiungo la RSA mi attraversa un’emozione così fisica per la voglia di vederti che mi irrigidisce un po’ il passo. Resto seduta al mio posto in trepida attesa e quando ti vedo sbucare dal centro sulla sedia a rotelle e sento che borbotti con chi ti accompagna perché tu non vuoi che si faccia qualcosa a tua insaputa, una gioia immensa mi pervade anima e corpo.  Mi vedi, ti rassereni, mi saluti, e comprendi finalmente perché sei lì. Mi chiami per nome. Che sollievo ti sono ancora presente! 

Mamma ciao! Come sei bella! Fai una smorfia e un gesto con le mani come a significare “non dire cazzate”. Non ti sono mai piaciute le smancerie. Allora mamma come stai? 

Eh Nadia sono qui … che cosa devo dire. Perché non vieni più a trovarmi? Te lo spiego ancora una volta cercando le parole più resistenti ma so che mentre te lo spiego l’hai già nuovamente dimenticato.  

Mamma hai mangiato? Mi raccomando mamma mangia sei un po’ dimagrita … Si Nadia mangio quando me lo danno eh!… ma solo quello che mi sento posso mica star male per fare un piacere a te! 

Ecco il tuo piglio di sempre. Di chi decide per sé senza mai farsi sottomettere… tu non ti sei mai fatta comandare da nessuno! Certo mamma mangia quello che ti senti. 

Poi mi chiedi di tuo nipote,  di tuo genero (se ti ricordi) e subito dopo di Fabio Bottero del tuo Massimotto ed infine non possono mancare i tuoi compagni della IVISC (la vetreria in cui hai lavorato come ultimo posto) Ecco la tua passione mamma: la politica. Anzi, meglio, il lavoro.

Si mamma tutti ti salutano il Paolo, l’Ermanno e il Bacchetta. Il tuo viso si illumina e il ricordo dei tuoi giovani compagni porta via il velo ombroso regalandomi uno dei tuoi più bei sorrisi. Il pensiero che “loro” (il tuo mondo, i tuoi ragazzi) non ti abbiano scordato ti fa felice. E allora racconti sempre entusiasta del piacere di lavorare. Se non sapessi il tuo passato da operaia in posti e turni faticosi penserei a lavori leggeri. Ma il lavoro ha rappresentato la tua realizzazione e libertà. 

Lo so mamma ci ho messo un po’ ma ora l’ho capito tu sei una donna libera. Lo sei sempre stata ed é forse questo che ti ha permesso di non sentirti mai seconda a nessuno, nemmeno a me. Per anni ho sofferto, giudicando questa tua interpretazione della libertà come una brutta forma di egoismo e forse é stato anche così, ma ora ti vedo determinata affrontare quel che ti tocca a testa alta, senza nessuna lamentela, facendoti rispettare, e mi piaci. Mi piaci proprio così come sei mamma. Finalmente senza alcuna vergogna! 

Mi sono massacrata nel cercare di comprendere quale madre e quale donna fossi cercando di trovare un nesso tra le due cose ma la logica, talvolta, non basta. La realtà è troppo complessa per essere rinchiusa all’interno di un sistema logico: nella vita, i conti non tornano quasi mai. La verità è al tempo stesso una e molteplice e quando si cercano le parole giuste per comunicare quello che si prova, che si é,  il pensiero balbetta e perde il filo. Gli opposti non si escludono l’un l’altro anche quando sono le proprietà di uno stesso oggetto. 

Per anni mi sono avventurata nell’oscuro mondo del passato, alla ricerca di quel momento particolare, di quel punto in cui tutto sarebbe cominciato ed ora mi rendo conto che sono sempre stata al cospetto di un mistero, a qualcosa che non scoprirò mai. Ecco mamma dopo tanto cercare é forse questa l’eredità che da te posso raccogliere?

Nella vita ci sono tante cose che non dipendono da noi e per le quali non ci sono risposte. Più conosciamo, più soffriamo perché la conoscenza ci obbliga ad accettare il limite che qualcosa ci sfuggirà per sempre.

Ma stavolta, questo, l’ho afferrato forte.