Resistenze d’amore

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di Irene Auletta

Sto leggendo cosa hanno scritto gli educatori sul tuo diario e quando leggo dell’uscita e del tuo sereno comportamento mio padre commenta che, comunque, di uscire lo hanno deciso loro. E’ vero, forse, ma solo in parte. Penso a tutte le volte che provi a esprimere dissenso e a quando i racconti fermano le tue immagini di protesta, di rifiuto  o di quel muto e indecifrabile desiderio di fare altro.

Questo racconto a tuo nonno e, grazie al nostro confronto, capisco perchè mi sta così stretta la frequente descrizione di alcuni tuoi comportamenti definitivi genericamente come oppositivi, pur capendo che a volte noi stessi, genitori o operatori, non abbiamo le parole per dire il valore dei silenzi o dei tanti comportamenti per noi irraggiungibili.

Io ti adoro quando mi contrasti e quando rifiuti di fare la “bambolina” che esegue tutto quello che ti propongo. Mi metti in crisi e in difficoltà in questi casi? Certo che si (da morire direi!) e forse è proprio la mia difficoltà che mi fa comprendere cosa celano le tante banalizzazioni che raccolgo rispetto ad alcuni tuoi comportamenti o a quelli di molti altri ragazzi che, come te, affrontano il mondo attrezzati di tanto poco.

E, solo a conferma di questi pensieri, devo dire anche che ogni volta che ti sento definire brava o bravissima, provando quasi la medesima sensazione dell’effetto unghie contro la lavagna, nella maggior parte dei casi è perchè non hai creato problemi a chi in quel momento era in relazione con te.

Non puoi essere sempre in guerra, mi dice mia madre mentre le racconto di come vorrei che le persone ti guardassero e trattassero diversamente. Hai ragione mamma, o almeno, ogni tanto mi devo riposare per la prossima battaglia, come mi hanno suggerito di recente.

Difficile vivere per te figlia mia e per me, provare ad aiutarti. Ma, proprio mentre sono in viaggio lontana da te percepisco forte il valore di tutte le fatiche e la forza di non arrendersi alla facilità. Ogni volta, quando non ti capisco, con l’amaro in bocca mi costringo a trovare nuove strategie ma, non ho mai desiderato di trovarti meno ribelle e forte nell’esprimere la tua volontà.

Sei una bella persona tesoro e ogni giorno ti scopro preziosa per la nostra storia. Resisti e aspettami, che pian piano arrivo. Anch’io non mollo.

Piccole madri crescono

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di Irene Auletta

Condivido da tanti anni con madri e padri l’idea che l’esperienza della genitorialità è qualcosa che cresce, si sviluppa e matura accompagnando la crescita dei figli. Mi piace sovente sottolineare lo scarto tra la propria età anagrafica e quella che abbiamo come genitori perché, proprio in questa distanza, mi pare di poter collocare la disponibilità all’apprendimento e alle nostre inevitabili imperfezioni.

Oggi io sono una madre di diciannove anni e solo guardandomi indietro di pochi anni, riconosco differenze e nuove riflessioni che stamane mi raggiungono come una nuova possibilità. Mentre sto vestendoti noto quella tua tipica espressione che, seppur molto delicata, esprime un dolore. Provo a capire meglio e subito vedo un livido non piccolo sul tuo braccio.

Che sarà stato? Una botta, un pizzico o cos’altro? La mamma più piccola che sono stata ha passato anni a soffrire per quelle domande impossibili da fare e per quelle risposte che ogni volta mi rimandavano, insieme all’insuperabile silenzio, il mio limite e l’impossibilità di proteggerti ovunque. Ci sarebbero voluti ancora un po’ di anni prima di sentire davvero che lasciarti andare poteva diventare un valore.

Con questi figli imprigionati in comportamenti perennemente infantili, rischiamo anche noi genitori di non riuscire a crescere, bloccati in un ruolo che finiamo con il vivere, ogni giorno, sempre uguale a se stesso. Io, almeno questa prigione, vorrei davvero provare ad evitarla.

E così stamane, quelle antiche preoccupazioni sono rimaste silenziose sullo sfondo delle mie emozioni mentre tutte le parole sono state sostituite da quella crema che, insieme alle mie carezze, ho provato ad indirizzare un po’ al livido e un po’ al tuo cuore. Tu te ne sei accorta e da quel nostro dialogo muto sono sgorgate parole bellissime.

So bene che accadrà ancora e che non potrò prevederlo, ma mi auguro che mi importerà sempre meno capire come, quando è perché. Io sarò qui ad aspettarti per curarti e consolarti perché questo fanno le madri. O perlomeno, perché questo voglio continuare a fare io per te.

Quelli che ce la fanno sempre

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paperinikOgni volta, prima di fare qualcosa mi misuro con le solite domande ormai familiari e quasi amiche. Posso fare questa cosa con te? Sarai in grado di affrontarla? Io, sarò in grado di gestire le tue reazioni se tutto non andasse “liscio? Ce la faccio? Sono dell’umore giusto? E tu, sei dell’umore giusto? Questioni forse difficili da immaginare dall’esterno, che però sono la nostra abitudine

Ieri, dopo averci pensato, ho valutato che si, ci potevi venire con me dal concessionario, visto che ti avevo già raccontato dell’idea di cambiare la macchina della mamma e che anche questo poteva essere un modo per coinvolgerti in questo piccolo cambiamento.

Mi accorgo che formulo questo pensiero proprio mentre al contempo mi rivedo, dopo anni, a dirti che non possiamo prendere una macchina qualsiasi ma dobbiamo andare verso la nostra. Eppure sono convinta che sai riconoscere la mia auto e quella di tuo padre ma è come se la cosa non influenzasse minimamente la tua tendenza a dirigerti quasi sempre verso un veicolo diverso. Il concetto di proprietà è lontano da noi anni luce.

Ci andiamo al concessionario e tu sei bravissima e molto paziente, fino alla fine. Uno dei venditori ci tiene ad accompagnarci alla nostra auto.

Vi apro volentieri la portiera, dice.
Non si preoccupi, ce la facciamo benissimo, rispondo chissà perchè istintivamente.
Non ho dubbi, aggiunge il tipo, la mia è solo una gentilezza.

Sarà per suo cordiale sorriso o per la comprensione autentica che leggo nel suo sguardo che mi ritrovo a pensare alla mia risposta. Rifletto su questo strano automatismo comunicativo e lo riconosco appartenente ad un certo tipo di femminile impegnato nella cura di qualcuno o nell’assunzione di compiti particolari. Ce la faccio benissimo, tutto bene, non ho bisogno di aiuto. A volte queste frasi sembrano esibite come un valore.

Io ho capito nel tempo che per me queste affermazioni funzionano quasi come pillole rassicuranti. Mi vedo intenta a bilanciare quei sentimenti quotidiani, da anni compagni di viaggio. La paura di non farcela, di non riuscire a sostenere la fatica. Il senso di smarrimento e la ricerca di libertà ancora possibili. Il confronto con le mie incapacità e con i miei limiti.

Mi richiami a te con la voce. Mi ero persa, vagando in questi miei pensieri.

Senti, lo sai che la macchina che abbiamo appena scelto mi ricorda un personaggio di un cartone animato? Mi ascolti attenta. Cosa ne dici possiamo chiamarla la macchina di Paperinik? Mi guardi seria con quei tuoi silenzi pieni di mondi che mi fanno sentire abitante di un’altra galassia. Oppure, visto che siamo due ragazze, potremmo chiamarla …. Paperinikka come ti pare?

Sorridi subito e accenni un consenso visibile solo alla nostra storia. Adesso, è davvero nostra.

Respiro mentre mi accorgo che siamo arrivate a casa senza incidenti di percorso. Anche per oggi ce l’abbiamo fatta.

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