I bambini ci guardano

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di Irene Auletta

Ho parlato molte molte del peso degli sguardi e della fatica di farci i conti ogni giorno ma in questi ultimi giorni mi hanno colpito in modo particolare gli sguardi dei bambini, anche molto piccoli. All’inizio ho pensato che fosse solo una coincidenza ma poi, incuriosita da alcune osservazioni ricorrenti, ho iniziato a farci caso con maggiore attenzione.

Ora, è cosa certa. Anche i bambini nel passeggino vengono raggiunti dalla tua diversità. Si fermano attenti a osservarti, curiosi di quella curiosità infantile, senza giudizio o pregiudizio. Già nel giro di pochi anni, il loro sguardo non mi pare più così limpido ma diventa carico di quelle domande che si intravedono senza neppure troppe censure nelle espressioni dei grandi.

Ieri ci siamo regalati il primo picnic della stagione, all’aperto e sempre un po’ isolati nella nostra bolla che, in verità, esisteva ben prima della pandemia.  Mentre siamo all’interno del parco, nel percorso verso la nostra meta, un papà passa in bici con la sua bambina, di non più di quattro o cinque anni, seduta nel seggiolino posteriore. Ci passano a fianco diverse volte e ogni volta la bambina non ti stacca gli occhi di dosso e quasi si contorce sul seggiolino per non perderti di vista fino all’ultimo istante per lei possibile, mentre il babbo si allontana pedalando.

Una, due, tre volte. Sarà pure una bambina ma oggi mi scoccia in modo particolare e così metto in atto alcune delle strategie inventate negli anni, forse per proteggere più me che te.

Però, poco dopo, non posso fare a meno di continuare a pensarci e la mia anima pedagogica continua a chiedersi cosa riescano a cogliere i bambini e perchè, sin da così piccini, siano tanto attratti dalla differenza. Forse per parlare di inclusione dovremmo partire proprio da lì, da quegli sguardi innocenti, da quella curiosità, da quella voglia di capire.

Forse, così facendo, potremmo sperare in un mondo più leggero anche per noi, che ci faccia passare felicemente inosservati. Forse.

Te lo racconto addolcendo tutte le parole tra noi possibili e come sempre ti curo e mi curo, ti guardo e mi guardo. Per oggi il verde e l’azzurro sono nostri amici. Per oggi, può bastare.

Il bello dei narcisi

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di Irene Auletta

Andiamo via da qui senza che tu abbia potuto fare amicizia con nessun bambino. Matteo oggi faceva il bagno in acqua con papà, una bimba si è avvicinata e gli ha chiesto come si chiamasse. Matteo dalla gioia ha subito iniziato a gridare e la bambina ha risposto dicendo ma è pazzo? 

Ringrazio Manuela che mi ha autorizzato a citare il suo post e non nascondo che, dopo averlo letto, ho avuto bisogno di un po’ di tempo nell’attesa che le acque della mia mente tornassero di nuovo più limpide. 

L’esperienza citata purtroppo è comune e simile a quella attraversata da tante famiglie e, ogni volta, viene da chiedersi cosa è possibile fare e continuare a fare per creare e diffondere una cultura capace di andare oltre. Certo, oggi ne parliamo e scriviamo molto di più e sicuramente tante situazioni si sono modificate, ma la strada è ancora molto lunga.

Di recente ho parlato spesso di inclusione e penso davvero che scuola e le agenzie educative tutte, a partire dall’asilo nido, abbiamo un compito importante da continuare a svolgere e grandi possibilità di lasciare segni differenti, capaci di nutrire la speranza del cambiamento.

“Fare amicizia” forse può essere una chimera ma permettere agli sguardi di vedere la bellezza anche nella diversità è una possibilità in cui credo molto. Lunita porta tanto amor in su casa … se sente. Lo ha detto proprio qualche giorno fa la signora che viene ad aiutarmi per le pulizie di casa e ho sperato che di questo racconti ai suoi nipotini. 

Comprendo bene il dispiacere di Manuela e gli echi che sicuramente hanno risuonato nella pancia e nel cuore di tanti altri genitori, ma credo che noi  genitori possiamo fare la differenza, proprio con il nostro esempio. Penso anche che avvicinare alcuni bambini e ragazzi come i nostri figli, non sia affatto semplice perchè la dimensione della cura è, in modo più o meno marcato, inevitabilmente presente nella relazione con loro.

Stare in una dimensione di cura, non facile per bambini e ragazzi, vuol dire prendersi cura di quell’incontro e noi possiamo essere validi mediatori, suggerendo idee e possibilità. Ricordo ancora la gioia di Luna in compagnia di una sua coetanea ad ascoltare musica condividendo gli stessi auricolari, così come il piacere di giocare insieme in acqua oppure di guardare un film o dei video. Insomma, lo stare insieme va suggerito e guidato per permettere alle diversità di avvicinarsi, conoscersi e incontrarsi laddove possibile per entrambi.

Ecco un’altra cosa che mia figlia mi ha insegnato. La cura delle possibilità.

“Genitori si diventa. Pianti tulipani e nascono narcisi! (Luciana Littizzetto)

La luce delle perle

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la luce delle perledi Irene Auletta

Non possiamo andare fino alla cascina perché lei è una pigrotta! Provo a dare un altro senso aggiungendo che in effetti camminare per te è proprio una grande fatica. Niente da fare. Si, si lei si impunta e si rifiuta di andare oltre … è proprio una pigrona.

Arrivo a prenderti e ti trovo in uno di quei momenti in cui le emozioni forti trovano spazio in quei tuoi movimenti delle braccia poco controllabili e in quella risata che suona subito stonata. Era lì tranquilla e poi ad un tratto le è scoppiata la ridarola.

Di esempi di questo genere ce sono tantissimi e sono certa che ogni genitore ne avrebbe da raccontarne parecchi. Negli anni, le frasi o le battute non sono cambiate, ma sta mutando, molto lentamente, il mio modo di ascoltarle e di interpretarle. Per molto tempo, e purtroppo mi accade ancora, di fronte ad alcune affermazioni ho sentito un pizzico nello stomaco e credo che molto spesso al mio interlocutore non sia sfuggita la severità del mio sguardo di disapprovazione.

Ma perché raccontare il quel modo qualcosa che riguarda mia figlia? E, pensandoci bene e un po’ a distanza, quello che di alcune comunicazioni mi ha sempre raggiunto stonato è il tuo ritratto, infantile o stupido. In realtà, anche il fatto di aver intravisto dietro ad alcune espressioni una sincera attenzione e un atteggiamento di autentico interesse, mi ha spinto a cercare oltre, provando ad interrogare diversamente quelle zone d’ombra alla ricerca di un po’ di luce. L’ho fatto, e provo a farlo ogni giorno, prima di tutto per te e per me.

Passeggiando per la città, in un momento di tempo vuoto che mi gusto come un dono inatteso, mi raggiunge una differente interpretazione forse stimolata da recenti letture che, senza paura o false mistificazioni, mostrano un intreccio doloroso fra handicap e male. Dietro alcune superficialità comunicative vedo ancora forte la paura di guardare e riconoscere la differenza, la fatica e l’incomprensibile. Di recente ho avuto anche l’impressione che, per alcuni operatori, questa modalità sia quasi pensata come protettiva per i ragazzi disabili e per le loro famiglie.

Ma cosa c’è di protettivo nel restituire sempre un’immagine di figlio adulto infantile o stupido? E, come è possibile, senza diventare giudicanti o insopportabili, creare insieme nuovi dialoghi?

In questo clima culturale di polemica a oltranza e di negatività dominante, mi accorgo che può davvero fare la differenza il “solo” provare a dire altro. Così aggiungo colori, nuovi racconti, differenti emozioni. Forse continuando a condividere le mie sfumature, e quelle che colgono anche altre persone che ti conoscono, potremo far avvicinare le diverse fotografie, sia le nostre che quelle di tante altre storie simili. Almeno, ci provo.

“Ogni volta che ammiriamo una perla dimentichiamo che è la cicatrice della malattia della conchiglia”. (Karl Jaspers)

Diversità precise

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Dopo tre ore trascorse davanti alla tv a ridere con i video infiniti girati con gli iphone di casa, Luna urla di disappunto perchè lo spettacolo è terminato. E non vuole saperne di alzarsi dalla poltroncina.

Sua madre alza gli occhi dal romanzo che ha appena iniziato, dopo aver finito in meno di un giorno quello precedente, e con disappunto riprende la figliola per la sua incapacità di interrompere ciò che le piace fare, anche se le sta facendo da ore.

Getto uno sguardo periferico alla scena senza scollare le dita dalla tastiera del Mac sulla quale armeggio da stamattina, e grugnisco che è proprio così e che non capisco perchè quella ragazzina non è proprio in grado di mollare il colpo…

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