Seconda stella a destra

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sindrome-di-peter-pan 

di Igor Salomone 

“Resterò, per sempre un bambino, è questo il destino che incontrerò”. Parole che riecheggiano ossessivamente per casa, cantate dalla sigla di uno dei tanti Peter Pan televisivi, mandati in onda a ripetizione su un qualche canale per bambini.

Peter Pan. La metafora di una Verità bruciata in fretta e che ieri, come avrebbe detto Dalla, era vera. In origine la favola raccontava del desiderio di eterna fanciullezza che si contrappone alla necessità di diventare adulti. Un racconto sulla crescita e i suoi costi, insomma. Poi è arrivata la stagione del coltiva il bambino che è in te. L’infanzia è divenuta il nuovo mito, restare un po’ bambini il must di una società opulenta e irresponsabile. Dal film con Robin Williams in poi, Peter Pan non è più un rischio da evitare, ma un destino al quale tornare.

Succede così con le Verità, se si vive abbastanza a lungo: ci credi, le abbracci, lotti perchè i più possano vederle, poi, quando i più le vedono, mutano di forma e si trasformano nel nuovo problema. Restare per sempre un bambino era uno slogan libertario, stava a indicare che una condizione adulta connotata solo da doveri, responsabilità, sacrifici, era un destino di tristezza e, in definitiva, di malessere. Tempo un paio di generazioni, quello slogan da libertario è diventato pubblicitario e vende molto bene. Niente come il desiderio di eterna giovinezza riesce a moltiplicare i bisogni e, si sa, se i bisogni si moltiplicano, si moltiplicano anche i prodotti creati per soddisfarli.

Il sogno collettivo, oggi, è passare dalla gioventù alla vecchiaia senza passare dal Via. Evitando anche la vecchiaia,  morendo giovani  magari. Possibilmente intorno ai novant’anni.  E la tristezza, almeno da parte mia, sta nel vedere in tutto ciò il risultato di una Verità che sembrava rivoluzionaria. Dovevamo evitare il rischio di incontrare un Capitan Uncino torvo e vendicativo, cioè noi stessi da grandi dopo aver perduto tutti i nostri sogni, e invece ci siamo persi nei sogni evitando di diventare grandi.

Diventare grandi è la cosa più bella del mondo e restare per sempre un bambino un incubo terribile. Ce l’ho davanti agli occhi tutti i giorni questo incubo, materializzato dalla disabilità di mia figlia. Bisogna rischiare di smarrire la seconda stella a destra, per capire che diventare adulti è la vera isola che non c’è. O, per lo meno, che rischia di non esserci più.

Tanti modi

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mani anzianidi NADIA FERRARI

Ci sono tanti modi per rinascere e altrettanti per rimorire. Ogni volta.

Mamma oggi é Pasqua, non siamo state insieme e ti penso lì dove sei incidentata. Al momento non ho avuto il coraggio di prendermi cura di te mamma, come al solito é prevalsa la rabbia enfatizzando la possibilità persa di evitare l’incidente se tu non fossi quella che sei! e l’aiuto che ho cercato e ricevuto dal Centro che quotidianamente frequenti mi é sembrato una sponda a cui aggrapparmi con tutta me stessa. Ora la tristezza mi stringe il cuore, vedo nel tuo corpo infermo tutta la tua debolezza, il colore del trauma dipinge sul tuo viso il male che hai sentito e, piango.

Sono fuggita mamma, non ce l’ho fatta. Lo so, un’occasione persa. Un modo anche vile, violento di delegare ad estranei le cure che ti sarebbero state utili a lenire il male non solo fisico. Povera, ti sei fatta male e ti lascio sola. Cerco con ostinazione irrimediabilmente d’incontrarti e quando é il momento passo. Passo, e poi mi pento e torno in gioco e ci sono. E ci sono sempre stata fin da troppo piccola quando a lasciarmi sola eri tu.

Straordinariamente mi trovo a scoprire che mi comporto con te in quel tuo modo per me inaccettabile, creando tra noi un circolo virtuoso al contrario, dove la virtù che reciprocamente ci regaliamo é la mancanza. E la risorsa é sempre stata esterna a noi. Perché? Eppure siamo praticamente da sempre solo noi due.

No. Non é mancanza di bene, noi ci cerchiamo costantemente senza incontrarci mai. Allora cos’è? Tra noi é mancata la complicità, la fiducia, la solidarietà, perché tu mamma non hai mai investito su di me. Eppure io ero una brava bambina e da adolescente una brava ragazza. Tu hai creduto nel nuovo mondo, nella gioventù, ed io ero li nel gruppo dei tuoi ragazzi, come loro, pari a loro. Non sei riuscita mamma a raccontarmi una storia in cui dallo sfondo del mondo che andavamo costruendo si stagliava il nostro incontro come qualcosa di speciale. Ed io non sono riuscita ( e ancora non riesco) a vedere la forma particolare del bene che sicuramente mi hai voluto. Io non dimentico il male determinato dalle tue scelte di essere quel tipo particolare di donna e di madre e tu non mi perdoni di non riuscire ancora oggi che sono grande a perdonare le tue scelte e le tue debolezze. Un bel casino.

Oggi però ci siamo sedute al Centro una di fronte all’altra, un po’ isolate come se avessimo trovato per la prima volta in uno spazio comune il nostro angolo di intimità, ci siamo raccontate le cose di sempre, già dette. Oggi ho provato ad ascoltare altro non saprei dire bene cosa senza far caso alle parole “sbagliate” e il sapore era buono. Tu non puoi capire mamma, oramai tocca a me nutrirti e dovrei farlo offrendoti pace e serenità, il percorso é tutto mio e imparare a non recriminare ciò che non è stato per me non é esente da dolore e da fatica.

Per rinascere mamma bisogna prima morire ed io muoio ogni volta che penso al passato e rinasco ogni volta che riesco a farlo morire.

Difendere le relazioni

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Laboratorio di Sintesi Educativa

un’idea di Igor Salomone
Approfondisci il tema di questo post seguendo il progetto in progress sulla pagina del sito igorsalomone.it

Leggevo l’altro giorno su Repubblica questo articolo, annunciato con un occhiello sul fondo della prima pagina. Il titolo è un programma: Studenti contro Prof. Così le nostre classi diventano un ring. Inquietante. Apre scenari destinati a mandare in soffitta tutto un genere cinematografico, da La scuola della violenza, con Sidney Poitier a Meri per sempre con Michele Placido, passando per tutti gli epigoni dell’uno e dell’altro. Almeno lì i “prof” non le prendono. L’articolo invece racconta che le prendono, eccome.

Mi chiedono sempre più spesso cosa mai sia “Difesa relazionale”. Quella che vado proponendo ormai da una decina d’anni nelle situazioni più svariate e che d’acchito appare incomprensibile nel nome stesso. Ecco, una difesa relazionale è esattamente ciò di cui ci sarebbe bisogno nelle situazioni raccontate in quell’articolo.

Nella maggior parte dei corsi di difesa personale, insegnano ad affrontare situazioni di pericolo con un obiettivo unico: portare a casa la pelle. Ammesso e non concesso sia possibile obbligare tutti gli insegnanti “a rischio” a un corso di quel tipo, che se ne farebbero? Nessuna delle aggressioni raccontate mette nelle condizioni di doversi salvare la pelle. Un calcio nel sedere, uno schiaffo, delle spinte, degli strattoni, delle ingiurie urlate a un dito dalla faccia, mettono a rischio la tua dignità se le prendi e la tua libertà se le dai. Dunque saper atterrare o mettere fuori combattimento un minore che ti sbeffeggia non serve a nulla, anzi potrebbe essere pericoloso. Cosa serve allora?

Serve innanzitutto avere coscienza delle proprie reazioni di fronte a un atto aggressivo. Ho visto decine di operatori rispondere a un gesto percepito come violento o anche solo invasivo con l’intero repertorio delle cose che non andrebbero fatte. Tipo irrigidirsi, alzare la voce, alzare il corpo, gonfiare il torace, smanacciare cercando di afferrare le braccia del proprio presunto aggressore e simili. Diciamo che un po’ di consapevolezza, non guasterebbe, perchè non è mai dato sapere se un gesto aggressivo è gratuito, oppure se è una risposta al nostro maldestro modo di difenderci.

In secondo luogo serve chiedersi da dove viene ciò che ci sta accadendo quando l’altro ci mette le mani addosso. I problemi non cadono dal cielo, e se un ragazzo arriva a prendere a calci un professore, quell’atto va letto come l’ultimo di una catena di fatti non governati in precedenza. Esistono le violenze “da strada”, come usa dire, perpetrate da sconosciuti in luoghi sconosciuti per motivi sconosciuti. Ma sono casi estremi. Ciò che mostra l’articolo di Zunnino è quello che sappiamo tutti da tempo ma non ci decidiamo ad accettare: chi ci aggredisce nella maggior parte dei casi è una persona conosciuta, con la quale addirittura abbiamo una qualche relazione se non addirittura una reponsabilità di ruolo. Dunque qualsiasi nostra reazione avrà conseguenze su quella relazione in futuro, e non possiamo escludere che l’attacco subito oggi non sia la conseguenza di qualcosa che abbiamo fatto ieri.

In terzo luogo, ma è il fattore probabilmente più importante, la violenza non va considerata come una qualità del nostro aggressore, ma come una condizione generata dal contesto della nostra relazione. I rapporti di potere (come quello tra insegnante e studente), il sovraffollamento dei corpi, la costrizione fisica e la promiscuità prolungata, sono generatori di stress che possono sprigionare aggressività con esiti anche violenti. Occorre dunque fare un intenso lavoro di prevenzione sia lavorando sulla scena educativa per tentare di renderla meno pericolosa, perchè ogni scena educativa è pericolosa e bisogna imparare a vederlo, sia imparando ad ascoltare come il proprio corpo l’attraversa per poterlo mettere in sicurezza relativa.

Ecco, questo è “difesa relazionale”. E riguarda tutti: insegnanti, educatori, operatori sociali, genitori, donne. Non solo quindi per pochi patiti di sport da combattimento disposti a sudare tre quattro volte alla settimana in una palestra per dieci o vent’anni, ma per chiunque viva contesti relazionali intensi nei quali possa prodursi un conflitto che possa sfociare in uno scontro anche violento. 

Nel Laboratorio di Sintesi Educativa, quando ci sarà e avrà avviato le sue attività, sarò felice di accogliere tutte quelle persone per cercare assieme la via di un’autodifesa etica e consapevole. Che miri a difendere la relazione con l’altro, anche quando ci aggredisce. Che abbia in conto la protezione di entrambi. Che sappia creare le condizioni per evitare l’escalation. Che metta in sicurezza i luoghi dell’incontro.

Amico vento

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Moon-and-Star-ornaments-doors-decorated-metal-font-b-tube-b-font-font-b-wind-bdi Irene Auletta

Mi ci abituerò mai? Allora signora, partendo da quell’episodio di grave crisi del duemilauno ci racconta un po’ come sono andate le cose?

Ecco. Ci risiamo a ripercorrere una narrazione da via crucis nonostante l’accoglienza dei medici e l’immediato senso di fiducia che mi trasmettono. In certe situazioni il cuore va per i fatti suoi e io cerco di non perdere di vista mia figlia che rischia di rimanere sempre più sullo sfondo, quasi sbiadita rispetto a tutte quelle parole difficili e complesse.

Le diagnosi, i sintomi e le terapie, quando si parla di malattie serie, tolgono il fiato soprattutto se ad ascoltarle c’è un genitore.

In quel momento quasi mi dimentico della disabilità e rammento che sempre più di frequente mi ritrovo ad incrociare esperienze che le mettono entrambe in scena. La disabilità appunto e la malattia. Problemi diversi che insieme, ancora dopo tanti anni, mi provocano una forte vertigine. E poi, proprio in certi momenti, chissà come ti vengono in mente quelle frasi sentite tante e tante volte. “No, no, non l’ho fatta l’amniocentesi perché comunque non avrei mai interrotto la gravidanza!”.  “La madre è  un’ansiosa e lo tratta troppo da piccolo”. “Si è vero, avrà anche delle difficoltà, però è furbo e ci marcia”.

Proprio voi, cari signori con tutte queste belle certezze, provate a sbirciare in questo ambulatorio, ad ascoltare cosa i medici stanno commentando in presenza dei genitori e come descrivono lo stato di salute di questa ragazzina. Lo sentite? Tum. Tutum. Tum. Tutum. Non è un’eccezione in occasione di un qualche imprevisto. È un battito amico che non ti lascia mai e, se non impari a volergli un po’ di bene, è un vero casino. Solo dopo aver fatto questo, posso ascoltare e rispettare tutte le vostre “indiscutibili” affermazioni che forse neppure immaginano di cosa stanno parlando.

Già che ci siamo facciamo una rivalutazione a trecentosessanta gradi. Ancora? Ma quanti cavolo di giri intorno al mondo abbiamo fatto in poco meno di diciotto anni? Davvero non mi aspettavo di vederla così bene, dice il tuo medico storico che, ora in età da pensione, sta facendo il passaggio del testimone ad una nuova equipe. Solita storia anche questa. I tuoi esami dicono alcune cose e la tua persona, le tue espressioni, la tua tenace seppur lenta crescita ne raccontano altre. E vabbè, vorrà dire che vorremo bene pure all’ambivalenza eterna.

Mentre ci dirigiamo verso la nostra auto il vento forte ti fa ridere con quella tua risata infantile irresistibile. Vento, vento forte, porta via la preoccupazione e le paure!

Il cielo è blu e il cuore più quieto. Il vento non si smentisce mai.

Ostinarsi a lasciare

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Yoda_y_Lukedi Irene Auletta

La lezione inizia ed è una di quelle, almeno parzialmente, conosciute. Poco prima con Angela, la nostra insegnante Feldenkrais, avevo anche espresso una mia preferenza proprio per questa ma, sin dalle primissime indicazioni, qualcosa non funziona. L’invito ad andare lentamente, ad essere gentili nel movimento e a cercare la morbidezza, stasera sembra produrre in me l’effetto contrario.

La mente continua ad allontanarsi da quella scena, assorbita da alcune preoccupazioni che in modo prepotente invadono quel sospirato momento solo per me. Penso a te, alle tue fatiche del presente, alle tensioni che sembrano caratterizzare tutte le tue principali relazioni. E soffro.

Fate partire il movimento dai mignoli, incrociate le mani, fatele risalire pian piano lungo il ….. Eccomi che sono già altrove. Penso a quelle frasi sovente rivolte a te ma che, in realtà, sembrano più una recita per me stessa. Ti osservo mentre non molli, ti ostini, resisti. E io a dirti che devi lasciare andare, che devi arrenderti un pochino altrimenti puoi solo continuare a stare male. Ma con chi sto parlando?

Nel fare un certo movimento avverto una lotta fortissima tra corpo e volontà. Le indicazioni di Angela sembrano scontrarsi contro un muro e anche i movimenti più semplici diventano ostacoli insormontabili. La mente si ottunde e in diverse occasione lei si avvicina facendomi notare che sto saltando qualche passaggio oppure sto facendo qualcosa di differente dalla sua indicazione. Ed è proprio questa la sensazione. Sento male da tutte le parti e qualsiasi movimento incontra tensione e resistenza.

Lascia andare questa sensazione e dormici sopra. Vedrai che stanotte andrà meglio e chissà cosa accadrà domani. Angela è straordinaria riesce sempre ad accoglierti dando valore alle tue difficoltà, infondendoti fiducia.

Sveglia, mentre gli altri ancora riposano, mi ritrovo nella mia sala ad occhi chiusi. La voce dell’insegnante riemerge puntuale nella memoria e mi guida nei movimenti e nella sequenza. Tutto mi appare facile e ogni gesto una liberazione. Il corpo cede e con esso la volontà. Lascio andare e le lacrime mi solcano le guance mentre inizio a sentirmi decisamente meglio. Oggi amore avrò qualcosa di nuovo da raccontarti a proposito delle sfide.

Lezione appresa.

Eco di fiducia

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principessa ranocchiodi Irene Auletta

Delle stereotipie non ne parla nessuno. O meglio. Ne parlano le diagnosi, i manuali e i dizionari. “Qualcosa che viene ripetuto allo stesso modo e sempre uguale”. Un comportamento, un gesto, un verso, un movimento.

Però in pochissimi si spingono a parlarne nei termini relazionali e vale a dire interrogando quanto, come genitori o operatori, ci si ritrova quotidianamente ad affrontare e a vivere nella gestione di tali comportamenti. Temo ci sia del pudore perché, al di là di tutte le comprensioni e interpretazioni possibili, bisognerebbe premettere che ti mandano al manicomio. O almeno, questo accade a me.

La cosa che salva ci disse una mamma conosciuta parecchi anni fa, è che si alternano e, quando ti sembra di non riuscire più a sopportarne uno, ecco che ne arriva un altro diverso a darti tregua! Allora mi sembrò una descrizione terribile e qualcosa di tanto lontano da quel fiorellino di poco più di due anni che avevo di fronte.

Negli anni, io e tuo padre ci abbiamo ripensato tante volte e altrettante la fiducia in quel cambiamento preannunciato ci ha permesso di sopportare momenti molto difficili, quasi insostenibili.

Il mondo non ti aiuta. Ma come, così grande ancora con il dito in bocca? Ma non si fa quel verso! Oggi Luna ha continuato a fare la sciocchina. E via di questo passo commettendo sempre lo stesso errore e cioè quello di banalizzare e attribuire intenzione a qualcosa che va ben oltre e che, sovente, porta con sé tutta la sofferenza legata a quel gesto o comportamento che tende a sopraffarti.

Secondo me le stereotipie sono contagiose perché inducono in chi le incontra, non come diretto interessato, un bisogno incontrollato di ripetere continuamente e insistentemente le medesime cose. Una stereotipia, appunto.

E allora ci provo ogni volta a fare qualcosa di diverso e a inventarmi nuove strategie ma molto spesso mi ritrovo a misurarmi con la frustrazione di un insuccesso. Chissà perché mi viene in mente proprio mentre sto scrivendo quella scena vista tante volte nei cartoni animati. La ragazzina che guarda il cielo e le stelle per esprimere un desiderio ripetendo ti prego, ti prego, ti prego.

Forse anche stavolta ho sbagliato la mia risposta stereotipata. Devo provare con questa.

Passerà, passerà, passerà.

Fatti non foste a viver come bruti

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Sei un vigliacco. Vigliacco e privo di dignità. Vigliacco, privo di dignità e imbecille. Ora ti dirò perché.

Come definiresti chi si nasconde, dopo aver tagliato tutte e quattro le ruote di un’auto, la nostra, per ben due volte nell’arco di un mese? Volevi dirci qualche cosa? Ho capito solo che sei incazzato con noi, ma perché? Manifestati dannazione, mandaci un maledetto messaggio, anche obliquo, anche in codice, anche per mano di terze persone, lascia un biglietto sotto il tergicristallo, volantina sulla piazza, fa come vuoi, ma non ti sembra dovremmo sapere cosa vorresti espiassimo a suon di centinaia di euro, tempo perduto, rospi ingoiati e preoccupazione crescente? Sarebbe bello anche sapere chi sei, giusto per poter fare ammenda di qualche eventuale colpa commessa ai tuoi danni. Ma sei un vigliacco, e lo sei al punto da nascondere te stesso e perfino le tue motivazioni.

Ti sarai reso conto vero che le gomme contro le quali ti sei accanito a più riprese, appartengono a un’auto parcheggiata  in un’area disabili riservata? E che, in entrambi i casi, aveva esposto il pass in bella evidenza sul cruscotto, come da normativa? La prima volta potevamo pensare di no, che fossi uno sconsiderato in giro con gli amici la domenica notte, tutti ubriachi e in cerca di bravate, e che avessi trovato per caso la nostra auto comoda e disponibile, quasi messa a bella posta per provare la lama del tuo coltello. Ma la seconda volta…stesso modus operandi direbbero nei crime televisivi, non è più un caso, significa che ce l’hai proprio con noi e che la tua rabbia vile si è sfogata fregandosene dei segni che ti dicevano attenzione! qui c’è un mezzo che serve a una persona disabile!

O forse, la tua rabbia nasceva proprio da quello. Avrai pensato: ecco il solito privilegiato che parcheggia dove cazzo vuole con la scusa della disabilità, adesso gliene faccio passare la voglia. Poi sei tornato dopo un mese, il privilegiato era ancora lì con quattro pneumatici nuovi fiammanti, praticamente una provocazione, e hai deciso di dargli un’altra lezione, magari mettendo già in agenda la terza. Ti sei vantato di questo tuo gesto? mi auguro di no, perché la mancanza di dignità è contagiosa e se l’hai raccontato in giro hai costretto altri alla complicità con un gesto ignobile. Sono incazzato, lo ammetto, ma col passare delle ore cresce in me un sentimento di pena nei tuoi confronti. Deve essere veramente brutta una vita dominata dal rancore. Noi abbiamo otto ruote tagliate, tu hai il senso della vita in frantumi.

Sai cosa c’è che alla fine mi rattrista di più? La totale inutilità del tuo gesto. Cosa volevi ottenere? di spaventarci? di renderci la vita difficile? Il problema è che non hai la più pallida idea di quanto la nostra vita sia già difficile e segnata dalla paura. Conviviamo con l’ansia quotidiana per la salute di nostra figlia, sì, quella cui è intestato il pass, la disabile, la fortunata avente diritto a un parcheggio davanti a casa. Le nostre giornate sono scandite dalle fatiche, dai disagi, dalle difficoltà. Trovarsi appiedati un lunedì mattina perché qualche buontempone ha tagliato tutte e quattro le gomme dell’auto impedendoci di accompagnare nostra figlia al centro dove trascorre le sue giornate, è solo una delle mille e mille difficoltà del nostro videogame esistenziale. Non è piacevole, ma siamo sopravvissuti a prove di gran lunga peggiori. Quindi il tuo gesto è inutile. Non ci spieghi il perché, non ci dici chi sei, non sappiamo quello che vuoi e dunque non possiamo neppure provare a dartelo. Aggiungi solo una fatica a un elenco lunghissimo e niente più. Oltre alla vigliaccheria e alla mancanza di dignità, dunque, nel tuo gesto non c’è neppure un po’ di intelligenza. Pura violenza senza una briciola di pensiero. E la debolezza del pensiero è ciò che il dizionario della lingua italiana dà come definizione di imbecillità.

Mi dispiace per te, quindi, nostro sconosciuto persecutore. E già che ci sono, mi dispiace anche per questo nostro mondo. Viltà, perdita di dignità e intelligenza debole, sono mali piuttosto diffusi. Pensavi di essere originale? Ti sbagli, la banalità della tua violenza è addirittura sconcertante. Guardati in giro, troverai mille come te e il motivo è semplice: la via del coraggio, del rispetto, del pensiero, è molto più faticosa. A tagliar gomme nascondendo la mano ci vuol niente. A guardarmi negli occhi per dirmi cosa ti ho fatto e, semmai, perdonarmi, ci vogliono impegno, disciplina, fatica, orgoglio, forza, volontà. Virtù che temo tu abbia smarrito. Usa il coltello per tagliar via questa tua vita grama e piccolina. Virtute e conoscenza sono sempre a portata di mano, se usi la mano per imparare, invece che per colpire.

Le magie del vento

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capelli_al_vento_ridotta777di Irene Auletta

Ti lascio in quel modo che mi fa male e ti guardo mentre con quei comportamenti infantili, per me problematici da gestire, esprimi da giorni qualcosa di incomprensibile.

Mentre il nodo in gola quasi mi impedisce di deglutire mi arrovello a pensare come posso aiutarti a superare questo momento. In realtà la testa mi dice chiaramente, come in tante altre occasioni, che la cosa migliore è darsi tempo. Passerà anche questa. La mia pancia però non ne vuole sapere e lo stesso vale anche per le mie gambe poco interessate alla logica e smaniose di tornare indietro di corsa a riprenderti, per tenerti a casa con me.

Lo so bene. Non sarebbe la cosa giusta da fare e lo dico prima ancora di sentire affastellate nella mia testa le mille prescrizioni facilmente immaginabili in questi casi e di cui io stessa sono portatrice. Condannate ad un continuo minuetto tra testa, pancia e cuore, ci spingiamo ad affrontare la vita. Penso a madri come me.

Penso a Daniela preoccupata per la caduta di Annamaria. Chissà come sta oggi quella giovane donna conosciuta poco fa e che in un attimo mi ha fatto intravedere come potresti essere tu fra una decina d’anni. Penso a Paola, costretta a tenere a casa una figlia adulta perché il suo comune non ha più fondi per il centro disabili che frequentava. Il cuore batte per Annamaria, l’amica che osserva, non senza preoccupazione, la sua Alessia e le trasformazioni legate all’assunzione di un necessario farmaco. Il pensiero vola ancora più a sud a Fiorella che mi piace un sacco per la grinta e per come parla della sua Esteruzza.

Madri, e chissà quante ce ne sono, che ogni giorno incontrano le fatiche e le preoccupazioni intrecciate alle storie delle loro figlie. Madri che resistono alla ricerca di soluzioni possibili riuscendo spesso a condividerle con un sorriso lieve.

Pensandoti mi accorgo che la tristezza stamane mi pesa sulle spalle come tonnellate mentre entro in un negozio e incrocio lo sguardo di un anziana signora. Chissà cosa avrà intravisto nei miei occhi che la spinge a quel sorriso dolce?

Vorrei essere come un vento leggero. Fra poco te lo porterò in dono e già ti immagino con quella tua espressione buffa mentre i capelli svolazzano insieme alla tua risata.

Anche oggi, ci salverà la magia.

Fiori al tramonto

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fiori al tramontodi Irene Auletta

Che fai ci vieni a prendere in stazione? Solo se puoi però … va bene?
Arrivare alle sette di mattina a Milano potrebbe voler dire per tanti scegliere di prendere un taxi per raggiungere la propria destinazione. Ma non per voi che appartenete a quella generazione che viaggia un po’ sfasata tra ieri e oggi.

Quando arrivo vi vedo subito li in attesa. Due anziani e mamma un po’ di più. Mi fate lo stesso effetto ogni volta che vi incontro dopo una pausa di tempo e forse accade lo stesso a tutti i figli adulti con i loro genitori, sempre più maturi.

Mi pare ogni volta che sfilino a confronto diverse immagini e quella del presente ci mette spesso qualche secondo per mettersi a fuoco. Siete i miei genitori e dentro di me le vostre espressioni e i vostri visi scorrono nel tempo, soffermandosi su alcuni più radicati nella memoria e che non sempre corrispondono esattamente alla fotografia del presente.

Avete fatto un buon viaggio? Siete stanchi? Iniziano i racconti che si alternano alle domande e subito quelle sulla nipote occupano la scena, riuscendo ogni volta a scaldarmi il cuore. Fate quello che riuscite nei confronti di questa vostra unica nipote un po’ ufo che spesso comprendete più di quanto appare nelle vostre relazioni con lei, a prima vista goffe. Siete la conferma che l’amore colma ogni lacuna e fa lo sgambetto alle incertezze.

Guardo mio padre dallo specchietto retrovisore. Vedo quegli occhi verdi che non ha lasciato in eredità a nessuno di noi brillare di quella luce celata per tanti anni dagli affanni della vita e da quell’espressione austera che oggi viene sostituita tante volte da una dolcezza inattesa.

Ti sei alzata presto? Sei stanca? Grazie per essere venuta a prenderci.

Giunti a destinazione, vi guardo allontanarvi verso quella vostra casa milanese che abitate a mesi alterni e che vi vede ancora viaggiatori tra nord e sud.

Prima di correre alla mia vita di madre che mi aspetta a casa, trattengo negli occhi di figlia il vostro saluto e il sorriso stanco pensando che avrei attraversato la città anche di notte per non perdere questo momento.

Gli anni sono volati nella nostra storia e questi sono i giorni del tramonto. La loro luce e la dolce malinconia che li accompagna non hanno prezzo.

Torno a casa cantando.

Coraggio tenace

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prove di coraggio

di Irene Auletta

Ma quanto ti piace guardare i nostri filmini? Babbo, da intenditore, non perde occasione per fare riprese che possano raccontare delle nostre esperienze, lasciandone traccia nelle nostre menti, nel cuore e nei tuoi occhi sempre attenti. Proprio in questi giorni ne abbiamo ripescati alcuni dei tuoi primi sei, sette anni di vita e, come segni indelebili, ogni volta mi pare di veder riemergere stati d’animo, emozioni, pensieri e preoccupazioni.

Ti ricordi quell’anno? E quando siamo andati a fare quella gita? Oddio, e quella scenata che ha fatto nel ristorante? E quanto rideva mentre avete fatto quello scivolo dentro ai gommoni?

Quello che mi piace di più, guardandoli, è la visione bonificata che riesco a farne ogni volta, lasciando sullo sfondo le tue proteste, le urla, le volte che ti sei buttata per terra e via discorrendo. Le immagini ti vedono protagonista, con me e il tuo babbo mentre provi, sperimenti, scopri e curiosi. Quasi sempre sei divertita come se l’idea stessa della ripresa ponesse in luce solo i lati più gioiosi e leggeri di quel momento. Raramente posso fare a meno di far convivere dentro di me il contrasto delle emozioni. Gioie e dolori, preoccupazione e leggerezza, malinconia e speranza.

Ti osservo intorno ai cinque anni, ancora incapace di camminare da sola, barcollante e aggrappata alla mia mano mentre ti dirigi con tenacia e decisione verso una piscinetta che ti attende nel giardino di quella nostra casa di vacanza. In altre immagini, mi commuove vederti alle prese con quei gradini che sembrano la scalata dell’Everest mentre provi a salire solo per il desiderio di raggiungere qualcosa che, poco più in là, ha catturato la tua attenzione. Ogni volta sembra di assistere ad un’impresa e tu, insisti.

Mi torna in mente un post scritto da una madre in cui parla della testardaggine del figlio che ha la tua stessa disabilità. Già, ancora la testardaggine, quel carattere ricorrente di cui mi è capitato di scrivere più volte.

Ma quanta fatica hai già fatto tesoro nella tua vita? Quanta tenacia ti ci è voluta per arrivare fin qui e quanta incomprensione hai dovuto accettare in un mondo che non ti capisce?

La tua risata cristallina mi riporta alle scene sullo schermo e a noi. Cantiamo allegri mentre stiamo percorrendo un sentiero di montagna, inventandoci uno dei nostri mille giochi per permetterti di andare e di provare, nonostante la fatica evidente ad ogni passo. Giuro che la prossima volta che ne scrivo, partirò da un’altra domanda.

Ma quanto coraggio ci vuole?

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