Il posto del cuore

Lascia un commento

il posto del cuoredi Irene Auletta

Mi piace quando la sera faccio qualche incontro di lavoro un po’ lontano da casa perchè il viaggio di andata e ritorno diventa un momento per pensare a quel momento liberandosi di tutte le urgente, le contingenze e le interferenze accumulate nella giornata.

Ieri sera ero a Lecco a fare una lezione rivolta a volontari che prestano il loro servizio in ospedale. Era il secondo incontro e già nel primo avevo avvertito una partecipazione e un coinvolgimento piacevole e un po’ sorprendenti.

Le riflessioni del mio intervento ruotavano intorno alla relazione di aiuto e ieri sera, in particolare, abbiamo affrontato il delicato tema dell’armonia tra l’empatia e il coinvolgimento emotivo.

E’ facile pensare, tra i tanti stereotipi, che essere professionisti vuol dire essere un po’ freddi e distaccati mentre il volontariato chiama ai primi posti la volontà, la disponibilità e gesti dettati dal cuore. E’ stato importante trattare questo argomento che mi è particolarmente caro, in un luogo che incontra la cura, la malattia e la sofferenza.

Sono arrivata pensando che avremmo parlato di morte e invece lei ci ha parlato per due sere di vita, una bella sorpresa!

Le relazioni di aiuto chiamano tutti noi, professionisti o volontari, a misurarci con le nostre fragilità e con le nostre paure, perchè l’altro bisognoso riflette parti di noi presenti o future.

Quando sono vicina ad un’anziana che magari ha un po’ perso la testa, mi invito ad essere attenta e delicata e penso che fra qualche anno al suo posto potrei esserci io.

Il rapporto con il limite del nostro tempo su questa terra, quella che i filosofi hanno chiamato finitudine, non è tema facile da trattare e oggi attraversiamo un momento storico che guarda, vive e vede solo il presente a negazione del valore del passato e dell’importanza di non perdere di vista l’orizzonte del futuro.

Uno dei partecipanti ha ricordato un insegnamento per lui importante e una domanda che porta sempre con sè, a memoria di un suo maestro. Quando saluti il paziente e torni a casa sei in grado di dire e ricordare il colore dei suoi occhi?

Lo sguardo, inteso come quella capacità di incontro di mondi e l’ascolto, come sospensione delle nostre parole e accoglienza di quelle altrui, chiamano a contatti profondi. Averne paura è sano, parlarne diventa una possibilità per crescere ed imparare qualcosa su di sè e su quell’incontro.

Mi viene da raccontare un’aneddoto che mi ha coinvolto con la mia maestra Feldenkrais a riguardo della posizione delle spalle e della direzione dello sguardo. Quando le spalle sono appesantite si chiudono e lo sguardo è rivolto solo a terra. Quella postura spesso parla di una preoccupazione o di una fatica che la persona porta con sè. Aprire le spalle, aiuta a respirare profondamente e a orientare lo sguardo davanti a noi. La preoccupazione o la fatica rimangono, ma può cambiare il nostro modo di affrontarle.

Racconto che penso spesso a questo insegnamento e che ho imparato che guardando davanti possiamo aprirci alla possibilità e alla speranza, lo sguardo a terra invece, raccoglie solo l’asfalto. Forse abbiamo tutti bisogno di ritrovare forza, fiducia e speranza e stasera le ho trovate proprio lì, in un ospedale, dove ogni giorno passeggiano a braccetto dolori e preoccupazioni.

Cadere e rialzarsi

14 commenti

cadere e rialzarsi

di Irene Auletta

Scendi dall’auto e ti osservo nei tuoi movimenti più impacciata del solito. Cosa sarà successo rispetto a quando siamo uscite di casa non è dato saperlo come gran parte delle cose che attraversano la nostra relazione e sono destinate a rimanere coperte dal silenzio, insieme ai pensieri custoditi nella tua testa.

Realizzo in un attimo un dolore alla spalla che, evidentemente senza successo, ha cercato di trattenerti e ti vedo distesa a terra ai miei piedi sull’asfalto. Il mondo intorno a noi è bloccato. Chissà se qualcuno osserva la scena. Ogni volta che cadi come prima reazione mi sento in colpa pensando di non essere stata abbastanza capace di trattenerti e poi sento in bocca il sapore aspro della rabbia che trattiene il sentimento bloccato nella gola.

Piangi un poco e io cerco di consolarti verificando che non ci siano stati danni gravi e  così riusciamo a raggiungere la nostra casa. Finalmente lì esce un tuo pianto di rabbia, inconsolabile e io, riesco solo a starti vicino facendo uscire il mio, di dolore.

Ci consoliamo così, insieme e ci aiutiamo a rialzarci da una caduta che porta con sè tante altre cadute. Ti medico le ginocchia sbucciate e ti racconto storie. Curando il corpo, mi prendo cura della tua anima e della mia.

Quando provo a dare parole alla tua rabbia utilizzando qualche parolaccia ti scappa una risata e io capisco che, anche per questa volta, ce l’abbiamo fatta.

Mentre preparo la cena ti appassioni guardando uno dei tuoi film preferiti e pian piano ti dimentichi della paura di poco fa. Ho cercato di prenderla tutta io e di tenerla con me per poterti aiutare.

Tra le lacrime penso che sei proprio la mia guerriera. Zoppichi ancora ma vuoi spostarti da sola per casa come a dimostrare, forse prima di tutto a te stessa, che non hai più bisogno di altro aiuto.

Il delicato equilibrio nel rapporto tra fragilità e forza stasera mi appare in tutta la sua luce e anch’io riesco a sorridere mentre ti racconto di quanto ti voglio bene come un viaggio lungo, lungo, che va dalla Luna della terra alla Luna del cielo e poi torna indietro.

Domande a spillo

10 commenti

domande a spillodi Irene Auletta

Ci sono domande che qualsiasi genitore con un figlio disabile ha incontrato un’immensità di volte e che, nel tempo, assumono una differente risonanza a seconda dell’evoluzione del percorso di ciascuno nell’incontro con la disabilità.

Che malattia ha? Ma perchè fa così? E’ già nato così? Capisce?

Sicuramente la lista potrebbe allungarsi arricchendosi di note folcloristiche che negli anni ho raccolto nei tanti aneddoti di padri e madri. Uno per tutti. In autobus.

Come ti chiami? Non me lo dici come ti chiami? Ti hanno mangiato la lingua?

Risponde la madre dicendo che lei il suo nome non lo sa dire.

La signora non è convinta e si allontana borbottando … insomma, rispondere è ancora un segno di buona educazione, no?

Tante volte, osservando scene analoghe è possibile chiedersi chi è veramente il disabile e quasi mai la mia risposta indica chi, visibilmente, ci si aspetta di riconoscere.

Non è facile capire cosa sta accadendo al proprio figlio e non sempre si riesce a rispondere, come si vorrebbe, anche perchè in tante occasioni la disabilità del figlio, agli occhi altrui, appare contagiosa e in più occasioni ci si ritrova a fare “piccole” precisazioni che hanno il sapore dei chiodi.

Qualche anno fa, in occasione di uno dei nostri molteplici ricoveri ospedalieri, un medico visitando mia figlia iniziò così, come altrettanto avevano fatto negli anni precedenti tanti suoi colleghi.

Signora, con questo problema alimentare è necessario fare molta attenzione, la malattia è seria. Lei è sicura di rispettare attentamente la dieta? Con questa postura, sua figlia avrebbe bisogno di fare tanta fisioterapia, ve lo hanno già detto? 

Poi dicono che i genitori sono aggressivi e poco collaboranti. Ma secondo lei, avrei voluto risponderle, in questi dieci anni come siamo sopravvissuti senza di lei?

Mando giù l’ennesimo boccone amaro e uso la mia pungente ironia che finora mi ha salvato dall’ulcera. Alle prime due domande la risposta è si e lo è anche alla terza, se sta per chiedermi se mi sono accorta che mia figlia è disabile!

Insomma, se è vero che le domande sceme e inopportune non si possono evitare, lo è altrettanto la necessità di imparare a proteggersi. Dopo lo sguardo che uccide e il respiro zen, cosa possiamo aggiungere?

Gocce di felicità

9 commenti

gocce di felicitàdi Irene Auletta

Piove. La primavera tarda ad arrivare e anche stamane ci accoglie una giornata uggiosa.

Mentre ci prepariamo per l’avvio della nostra giornata, una serie di imprevisti si pongono sulla nostra via con l’intenzione di farci venire il malumore. Ma noi resistiamo.

Riusciamo a recuperare il ritardo accumulato e scendiamo in anticipo, senza correre. Incrociamo diverse persone del nostro palazzo.

Anche stamane piove, non se ne può più. Questo umido ci sta entrando nelle ossa, ma quando arriveranno le giornate di sole? A guardare fuori dalla finestra viene voglia di rimanere chiusi in casa, altro che andare a lavorare!

Frasi rubate qua è la mentre attendiamo il pulmino che passa tutte le mattine per accompagnarti a scuola. Io le ascolto come sottofondo, tu sei altrove e, di certo, di queste affermazioni non te ne importa nulla.

Vuoi passeggiare da sola sotto la pioggia e allora facciamo un patto.

Lo puoi fare a condizione che sopporti il cappuccio, altrimenti devi stare vicino alla mamma sotto l’ombrello.

Accetti e resiti. Tenere in testa qualcosa per te è una vera tortura, ma la voglia di passeggiare sotto la pioggia vince la lotta. Prima il gioco riguarda le mani e le dita, che cercano di afferrare le gocce che ti circondano. Poi, quasi per caso alzi la testa e mentre ridi, una goccia ti finisce sulla lingua e così inizia la seconda parte del gioco e tu cammini con la bocca aperta nel tentativo di far posare nuove gocce sulla lingua. Come sempre ridi, felice della scoperta e della sorpresa curiosa.

Passa una vicina di casa e correndo via ci dice ma come fate ad essere così dì buon umore con questo tempaccio?

Ti guardo e penso che tu sei proprio così, sempre alla ricerca dell’eccezionale e stamane la mia giornata inizia felice, grazie a te.

Lei, non può capire.

Nonni all’orizzonte

Lascia un commento

nonni per forza?di Irene Auletta

Lo zio Beppe è un signore di 85 anni che trattiene nel suo esserci la figura di un possibile nonno materno per mia figlia. Mi fa simpatia ascoltarlo con quel suo accento veneto che ancora resiste nonostante i molti anni trascorsi a Milano, soprattutto quando si libera di quel tono serio che lo caratterizza per permettersi qualche battuta.

E pensare che tutti mi dicono che sono fortunato a godermi i miei nipotini più piccoli, ma a me, in realtà, fanno incazzare. Sono disobbedienti e fanno un gran casino. Gli altri me li sono proprio goduti, erano bravissimi. Forse sono invecchiato e sono insofferente alla confusione.

Tante volte ci nutriamo di una marea di luoghi comuni e spesso ci vuole coraggio per chiamarsene fuori, anche a costo di affermazioni impopolari. Ho sempre sentito poco familiare quel comportamento di stucchevole lusinga che molte donne, e qualche uomo, assumono di fronte ai bambini piccoli e, negli anni, mi sono liberata dell’esigenza di uniformarmi a comportamenti per me innaturali.

Che carino, quanti anni ha? Guarda che occhi, com’è simpatico! 

Forse l’aver attraversato per anni servizi per l’infanzia ha contribuito al mio attuale modo di essere ma in realtà, anche da giovanissima, non ricordo un grande trasporto   vezzeggiativo nei confronti dei bambini piccoli. Il mio sguardo di apparente distanza ha sempre parlato di rispetto e dell’esigenza di non invadere spazi che percepisco molto delicati  e sensibili. Quante volte si sente l’esigenza di fare una carezza a un bambino piccolo estraneo senza chiedersi se è un suo desiderio e, soprattutto, se questo non rischia di spaventarlo? Quelli che per alcuni sono gesti naturali, come questi o come toccare la pancia di una donna in gravidanza, per me sono intrusioni e invadenze e quindi, me ne guardo bene dal compierli, anche a costo di risultare una persona un po’ fredda e distaccata.

Mi ha fatto sorridere lo zio Beppe, perchè ha dato voce ad un sentimento vero senza alcuna paura del nostro giudizio e senza alcuna aggressività.

Quando sarò anziano, spero di riuscire a fare solo il nonno.

Mi ha colta impreparata questa battuta fatta qualche giorno fa da un giovane collega e mi sono accorta di non aver mai dedicato pensiero a un’orizzonte per me impossibile. Sarà perchè rifuggo dal pensare al futuro, sarà che non lo sento un pensiero mio o sarà la vecchia storiella della volpe e l’uva?

Grazie zio Beppe, mi hai offerto una bella occasione per nascondere la malinconia.

 

Tutti a tavola

3 commenti

IMG_4718

Probabilmente se non mangiassimo assieme sarebbe tutto più facile. Ma noi vogliamo mangiare assieme, come una famiglia normale: padre, madre e figlia riuniti attorno al desco familiare. Espressione assolutamente desueta per indicare un’accanimento valoriale d’altri tempi.

Quindi i nostri pasti sono tutto un rincorrere gesti che vanno accompagnati a uno a uno, nel mentre che cerchiamo di compiere i nostri. Non so più quante volte ho posato la forchetta tra l’inforchettamento e la mia bocca per porgerle dell’acqua, frenare un suo impeto eccessivo, aiutarla a raccogliere un boccone con il suo cucchiaio, soddisfare una sua richiesta, contrastare un suo tentativo di fuga dalla cucina, incoraggiarle un appetito, aprirle il frigo, avvicinarle la sedia, sminuzzarle una pietanza, raffreddarne un’altra, andare a controllare dove è andata dopo essersi alzata, riportarla a tavola per il secondo, portarle il resto della cena in sala per farle mangiare qualcosa…

Ehi, nel caso a qualcuno fosse sfuggito, non sto parlando di un bambino di dieci mesi, ma di una ragazzina di quindici anni. Mia figlia, appunto.

Eppure a tavolino lo schema non è difficile: uno l’assiste nel pasto, l’altra mangia, a turno. In alternativa, una l’assiste nel pasto, l’altro attende e quando la figlia ha finito e limitando le interruzioni alla marcatura intermittente, si mangia assieme, almeno in due.

Ma così non saremmo abbastanza normali. Noi vogliamo mangiare tutti assieme. Tutti quanti. E così pranzi e cene si trasformano in un delirio di alzati-siediti-rialzati-prendiquesto-dallequello-cosavuoi-aspettatiaiuto-vienidiqua-doveseiandata. Durano un’eternità in nostri pranzi e le nostre cene. Sembrerebbe. Poi guardi l’orologio e tra preparazione, consumazione e sistemazione della cucina passano sì e no tre quarti d’ora. Qualche volta ci riprendo e poi carico il tutto su Youtube.

Eppure, guardarti mentre, tutta concentrata, porti alla bocca quel tuo cucchiaio ricurvo con un impegno che neanche per battere un record mondiale, è un’esperienza impagabile. E lo è godere di questi tuoi gesti, proprio mentre noi compiamo i nostri, più agili, infinitamente più competenti, continuamente sospesi, e dunque capaci di prodursi godendo dei tuoi. Una fatica immane e può darsi pure che il conto arrivi prima o poi. Ma resta che non stiamo facendo una cosa per te, nell’attesa di farne una per noi: la stiamo facendo assieme.

Magari, ecco, occorrerà ricordarsi più spesso che il bello non sta nel riuscire a farti mangiare ma nel guardar-ci mangiare, frenando la tua fretta di iniziare quando hai fame o l’ansia per quella di farti iniziare quando non ne hai. In fondo, se desco familiare deve essere tanto vale riappropriarsi di questa immagine dal sapore d’antico sino in fondo: si inizia quando siamo tutti a tavola e ci si alza quando tutti abbiamo finito. Sento che le fatiche sono destinate ad aumentare, ma mi pare un bel progetto…

Alzometro

9 commenti

360PE_Contapassi_highres

Ne voglio uno. Se esiste, ne voglio uno. Anzi, due: uno per me e uno per mia moglie. Così posso misurare  quante maledette volte io e lei ci alziamo da dove siamo seduti (o sdraiati) per andare dietro a Luna.

Luna si siede, noi ci sediamo, lei si alza, uno di noi si alza per controllare dove va. Luna si deve alzare per una delle mille necessità quotidiane, entrambi ci alziamo: uno per farla alzare, l’altro per preparare quel che serve. Luna resta seduta, vuole una cosa: se riusciamo a farla stare seduta, uno si alza e gliela procura. Altrimenti lei si alza perchè vuole una cosa, di conseguenza ci alziamo tutte e due: uno per prenderle ciò che vuole, l’altro per aiutarla a risedersi…

E pensare che ho sempre odiato alzarmi. Preferisco aspettare, fare tutto ciò che c’è da fare e poi, solo poi, sedermi (o sdraiarmi). Con Luna quel “poi” è dopo che si è addormentata. Forse. Da quanti anni va avanti questa storia? Da quando ha iniziato a camminare, certo, quindi abbastanza tardi. Per fortuna. Ma la faccenda non sembra avere un tempo di scadenza.

E’ questo il problema per certi genitori: il punto non è la fatica, il punto è che non finisce.

Per questo voglio un alzometro. Se c’è lo voglio anche elettronico dotato di memoria e capace di calcolare le statistiche. Hai visto mai che riesca sul medio termine a effettuare risparmi di scala sulla fatica, ottimizzando i cicli di seduta-alzata-riseduta?

“Assegno di accompagnamento”, così si chiama la cifra mensile che mia figlia percepisce in virtù della sua condizione di persona con disabilità. Ci sono momenti in cui percepisco il significato esatto del termine “accompagnamento”. Non è una metafora è esattamente quello che occorre fare.

Se avessi un alzometro, potrei anche calcolare a quanti centesimi ho diritto ogni volta che mi alzo per occuparmi di te, figlia mia. Però non funziona a cottimo, perciò tieni presente che se mi fai alzare meno volte, le volte che comunque mi alzerò varranno di più…

Scusate, ora devo alzarmi.

Cavernicoli dei nostri giorni

7 commenti

thecroodssneakpeek-11413di Irene Auletta

Negli ultimi dieci anni le sale cinematografiche che proiettano cartoni animati, hanno subito vere trasformazioni antropologiche visibili agli occhi del comune spettatore che abbia avuto la pazienza di seguirne l’evoluzione. Se da una parte sono sempre più presenti adulti o ragazzi appassionati del genere, la netta maggioranza è composta da adulti che accompagnano i loro figli che negli anni, sono diventati sempre più piccoli. Una volta, anche come tecnico, sconsigliavo ai genitori l’esperienza prima dei cinque o sei anni e per alcuni bambini era necessario anche andare oltre perchè apparivano disturbati da un’esposizione per loro troppo precoce.

Quando al figlio del protagonista, un giovane e impacciato cavernicolo, accade una certa cosa, il signore seduto dietro di noi che non smette un secondo di commentare quasi fosse comodamente sdraiato nel salotto di casa sua esclama, vedi cosa ti dice sempre papà, si impara dall’esperienza!

Vabbè, sta disturbando da un po’ però almeno fa un commento educativo di tutto rispetto. L’illusione dura pochissimo perchè mi accorgo che alle mie spalle saltella, piagnucola e protesta, un bimbetto di non più di tre anni che dopo circa quindici minuti dall’inizio del film non manca di mostrare tutti i segnali di disagio possibile, rispetto ad una situazione di certo non a sua misura.

Del resto nella sala si possono osservare parecchie situazioni analoghe. Bambini che piangono, che saltano tra le poltrone creando imbarazzo e fastidio agli altri spettatori, genitori che spesso sono costretti ad uscire e altri ancora che si arrendono uscendo dalla sala a metà proiezione.

Tornando al bambino di poco fa, ha passato tutto il secondo tempo a saltare per le scale, spesso rincorso e richiamato dal padre, con un immancabile succhiotto che ha tenuto in bocca per tutto il tempo. Se solo si guardassero e ascoltassero più spesso, i bambini ce la mettono tutta per inviarci segnali di aiuto.

Da uno a dieci, dimmelo quanto ti è piaciuto?

Per fortuna il film è terminato e questa è l’ultima frase che riesce a raggiungermi del fastidioso signore che ho cercato di ignorare per tutta la durata del film, senza riuscire a volte a nascondere il mio fastidio e, in parte, il dispiacere nel vedere adulti così smarriti e confusi.

Scorrono i titoli di coda, accompagnati da una forte musica mentre una bambina che sembra ancora incerta sulla gambe, si esibisce in una danza scatenata con tanto di movimento di bacino, quasi a imitare i movimenti sensuali che spesso scorrono sugli schermi televisivi.

Ci guardiamo noi tre. Vuoi dire che alla fine i più normali sembriamo noi?

Ridiamo della tua battuta e ridiamo guardando nostra figlia che sembra divertita e  assai incuriosita da alcune delle bizzarrie che ci circondano. Così è la vita.

Per una conversazione gentile

2 commenti

conversazioneIn questi ultimi giorni ho intrecciato una serie di scambi fittissimi tra Facebook e questo blog. Anche se a qualcuno è sembrato che io discutessi di questo o quel tema, in realtà ciò che mi interessava era discutere del modo di conversare. Avevo l’impressione che un segno della profonda crisi in atto sia l’affanno delle conversazioni. Impressione confermata da quelle che ho attivato.

Per questo ho lanciato, sempre su Facebook, il progetto Ragione gentile e poi ho chiamato a raccolta i miei amici facebocchiani per definire le regole di un gioco che mi pare possa essere divertente e al tempo stesso molto istruttivo: un “Match di conversazione gentile”. Rimando a quel luogo per il proseguio di questa idea.

Dopo tanto discorrere, però, vorrei mettere dei punti fermi, che fra l’altro emergono largamente proprio da quel gioco lanciato sul mio profilo Fb e per i quali ringrazio i miei amici che vi hanno partecipato. Non saranno gli 8 di Bersani o i 20 dl Movimento 5 stelle, ma mi paiono altrettanto urgenti…

Regola numero uno: le parole. Discorrere significa interrogare quello che l’altro dice, ovvero le parole che usa esplicitamente. Non quello che voleva dire tra le righe, quello che non ha detto ma secondo me pensava, quello che altri dicono anche se lui non lo dice. Il che implica parlare all’altro usando il tu e l’io (io dico a te, tu dici a me), non il voi a intendere l’intera classe di quelli come lui (voi che dite/fate)

Regola numero due: i toni e gli atteggiamenti. In una conversazione i toni e in generale gli atteggiamenti non verbali vanno anch’essi interrogati perchè suscettibili di interpretazioni molteplici e molto spesso la prima che viene in mente è sbagliata. Non si usa quindi il tono dell’altro per togliere valore a quello che dice e non si interpretano i suoi atteggiamenti a meno di non chiedergli se condivide quell’interpretazione. Se poi la conversazione è scritta e non in presenza, a maggior ragione ogni speculazione sui “toni” è strumentale e certamente non gentile.

Regola numero tre: le cose dette. Una conversazione è un processo, dunque il significato emerge lentamente nel suo corso e quello che rispondo ora a ciò che mi ha appena detto l’altro, deve tener conto di quello che sia io che lui abbiamo detto prima. Aggrapparsi all’ultima cosa detta, come restar ancorati alla prima, senza tener conto del nesso con il discorso nel suo complesso è sostanziale mancanza di rispetto per l’altro.

Regola numero quattro: la struttura del discorso. In una conversazione la struttura del discorso è importante quanto il suo contenuto. Per affermare una qualche verità, occorre che la struttura del discorso sia coerente con la verità che sto affermando. In caso contrario l’altro ha pieno diritto di rilevare la contraddizione e chiedermene conto. Si può inneggiare alla violenza con un discorso violento, non sarà bello ma è coerente ed efficace. Non si può fare il contrario però, come sostenere il valore del rispetto dell’altro in una conversione che non rispetti quello che dice l’altro.

Regola numero cinque: i temi. Le conversazioni si snodano lungo temi di conversazione. A seconda dei luoghi e dei contesti, il tema può essere predefinito e stabilizzato oppure mutevole. Stare nel tema significa rispettare il tema proposto indicando il nesso con ciò che si dice. Ovviamente si può anche cambiare tema se il luogo lo prevede, ma in una conversazione il cambio di tema va concordato. Non si cambia tema, invece, per evitare di affrontare qualcosa che l’altro ti chiede e se lo si fa, l’altro ha pieno diritto di richiamarti al punto.

Regola numero sei: gli obiettivi. Una conversazione ha come obiettivo di fondo l’esplorazione delle ragioni in gioco attorno all’oggetto della conversazione stessa. L’obiettivo è uscire da una conversazione sapendone di più della  propria e della ragione altrui. Non è dunque “aver ragione” nel senso di vincere una sfida. Uscire da una conversazione con la sensazione di averla spuntata ma senza una briciola in più di consapevolezza attorno all’oggetto discusso, nella migliore delle ipotesi è una perdita di tempo. Nella peggiore una sopraffazione.

Regola numero sette: i risultati. Se un discorso costruito in solitaria, serve a far capire cosa penso, una conversazione serve a capire cosa pensa l’altro e a migliorare quello che penso io. Quando ciò non accade una conversazione si riduce a più discorsi che si snodano ognuno per proprio conto e quindi cessa non solo di essere gentile, ma di essere una conversazione.

Regola numero otto: il gioco. Una conversazione è uno scambio di punti di vista attorno a qualche oggetto. I punti di vista si esprimono proponendo il proprio e ascoltando gli altri. Limitarsi a giudicare ciò che mette a disposizione l’altro senza proporre il proprio, invece, è un gioco scorretto come lo è ribadire più volte il proprio senza tener conto delle obiezioni formulate dall’altro

Regola numero nove: il contraddittorio. Una conversazione è uno scambio di giudizi su ciò che viene detto. Ciò che rende legittimo il giudizio sono le argomentazioni che vengono utilizzate a suo sostegno e la possibilità di confutarlo con altre argomentazioni. Non è affatto gentile invece giudicare senza sostenere il proprio giudizio o facendolo con frasi del tipo “secondo me è così” e non sottoponendo il nostro giudizio a quello dell’altro.

Regola numero dieci: valori, relazioni, emozioni. In una conversazione si intrecciano ovviamente anche una serie di fattori non razionali. Se conversiamo di qualcosa che ci interessa, è facile che la conversazione sia attraversata da forti passioni per il tema, da contrasti preesistenti con il conversante, da emozioni di varia natura che rendono meno lucido il nostro giudizio e il nostro modo di stare nella conversazione. Ma tutto ciò non può essere in alcun modo considerato una giustificazione per contravvenire alle prime nove regole. Valori, relazioni, emozioni condizionano una conversazione, proprio per questo queste regole devono essere considerate un patto tra i conversanti per aiutarsi reciprocamente a contenerne il condizionamento e indirizzarlo verso una forma gentile di Ragione.

L’obiezione più probabile, che mi sento di dover anticipare perchè è la prima che mi sono fatto io, è che discorre in questo modo è molto difficile. Infatti. Ma non ho detto che bisogna saper discutere in questo modo. Io sono un pedagogista e un educatore, dunque questi dieci punti, venendo da me, vanno intesi come uno strumento per imparare a conversare. Ed è questo che è urgente.

Clausura, fin che s’apra. Silentium, fin che parli

Lascia un commento

Il Vittorialedi Irene Auletta

Così ci accoglie la frase incisa sul battente della porta che ci introduce in un mondo fuori dal tempo, il Vittoriale degli italiani che Gabriele D’Annunzio allestisce dal 1921 al 1938, trasferendosi a Gardone Riviera, sulla riva bresciana del Lago di Garda.

Ci ritroviamo, io e mia sorella, inserite in un bizzarro gruppo di visitatori che comprende insieme ad altri due adulti, sette ragazzi delle scuole medie in gita scolastica. Una dei due adulti è la professoressa accompagnatrice e l’altra è una guida davvero molto brava che riesce a trasmettere chiarezza, interesse e passione, attraverso qualcosa che ripeterà chissà per quante volte al giorno.

La compagnia si rivela assai piacevole perchè mi offre la possibilità di cogliere, anche attraverso i commenti dei ragazzi, particolari visti attraverso i loro occhi oltre a quelli che i miei di adulta cercano di trattenere con avidità.

Giunti nella Stanza del Mappamondo che, come tutte le altre stanze bagni compresi, trabocca di libri, la guida ci dice che contiene oltre seimila volumi.

Seimila libri in tutto? Chiede un ragazzino  coraggioso che con le espressioni del viso sembra chiedersi perplesso e curioso, quanti saranno da vedere proprio seimila libri.

No, seimila solo in questa stanza, in tutto si stima una presenza di circa trentatrè mila libri, risponde gentile e sorridente la guida.

Il ragazzo diventa serio, gli pare impossibile e, mentre io ancora mi sto gustando l’idea di trovarmi in un luogo straordinario della nostra storia, non può fare a meno di volgere all’insegnate uno sguardo in cerca di rassicurazione.

Ma non li avrà letti tutti, vero Prof.?

I suoi compagni ridacchiano e io lo trovo meraviglioso, lui e tutta la scena nell’insieme. Osservo ragazzini curiosi, attenti, educati. Capaci di ascoltare e di chiedere con serietà e con la leggerezza che è il dono della loro età.

La professoressa incrocia spesso il nostro sguardo, quasi cercando una complicità tra adulti e accetta il gioco, invitandolo a pensare a quanti ne ha letti lui finora.

Questi ragazzi mi sono piaciuti tanto e mi hanno permesso di osservare un mondo per me poco frequentato. Anche l’insegnante mi è parsa di quelle che tutti vorrebbero avere come riferimento per i loro figli.

Intorno a noi ci sono tante bellezze, artistiche, storiche ed umane. Riconoscerle e gustarsele è sempre un piacere da non perdere!

Older Entries Newer Entries