Bon ton

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mcdonalds1-537x402Come si sta seduti a tavola? Composti, naturalmente. E sarebbe una fortuna. Poterlo fare, intendo dire.

Sono anni che il mio ginocchio destro ha rinunciato al suo posto vicino al sinistro, in linea verticale sotto il piatto, tra la forchetta e il coltello. Lì dovrebbe stare secondo il bon ton e anche, a dire il vero, per i più elementari principi ergonomici.

Lui no. Lui, il mio ginocchio destro, si rifiuta sempre più spesso di mettersi al riparo, magari sperando persino nell’allungo della gamba. Sì, figurati, l’allungo. E quando mai. No. Meglio restarsene piegato con quell’angolazione assurda protesa a ore due, che tanto non ci deve restare mica molto. E’ un attimo e il sinistro, quello più scemo che invece si ostina a comportarsi come se nulla fosse, viene trascinato a forza fuori dall’intimo riparo nel quale credeva di potersi accomodare.

E io sono di nuovo in piedi, senza neppure aver avuto il tempo di scaldare il cuscino.

Da quando sedici anni fa è entrata Luna nella mia vita, in pratica non mi siedo a tavola, mi ci intrufolo in semiclandestinità. Certo, potrei mangiare direttamente in piedi, ma vuoi mettere il bello di stare tutti attorno al desco familiare per consumare la cena insieme, come si conviene a una famiglia normale? Poi in realtà l’unica che consuma la cena seduta insieme è mia figlia. Noi, più che altro, le turbiniamo attorno.

Ma non è il caso di farne una tragedia. Se voglio recuperare l’antica sensazione del convivio, del pasteggiare con ritmi accettabili conversando, dell’aver in tavola ciò che serve, dell’alzarsi infine tutti assieme dopo l’ammazzacaffè, mi basta infilarmi nel più vicino McDonald.

Tutti a tavola

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Probabilmente se non mangiassimo assieme sarebbe tutto più facile. Ma noi vogliamo mangiare assieme, come una famiglia normale: padre, madre e figlia riuniti attorno al desco familiare. Espressione assolutamente desueta per indicare un’accanimento valoriale d’altri tempi.

Quindi i nostri pasti sono tutto un rincorrere gesti che vanno accompagnati a uno a uno, nel mentre che cerchiamo di compiere i nostri. Non so più quante volte ho posato la forchetta tra l’inforchettamento e la mia bocca per porgerle dell’acqua, frenare un suo impeto eccessivo, aiutarla a raccogliere un boccone con il suo cucchiaio, soddisfare una sua richiesta, contrastare un suo tentativo di fuga dalla cucina, incoraggiarle un appetito, aprirle il frigo, avvicinarle la sedia, sminuzzarle una pietanza, raffreddarne un’altra, andare a controllare dove è andata dopo essersi alzata, riportarla a tavola per il secondo, portarle il resto della cena in sala per farle mangiare qualcosa…

Ehi, nel caso a qualcuno fosse sfuggito, non sto parlando di un bambino di dieci mesi, ma di una ragazzina di quindici anni. Mia figlia, appunto.

Eppure a tavolino lo schema non è difficile: uno l’assiste nel pasto, l’altra mangia, a turno. In alternativa, una l’assiste nel pasto, l’altro attende e quando la figlia ha finito e limitando le interruzioni alla marcatura intermittente, si mangia assieme, almeno in due.

Ma così non saremmo abbastanza normali. Noi vogliamo mangiare tutti assieme. Tutti quanti. E così pranzi e cene si trasformano in un delirio di alzati-siediti-rialzati-prendiquesto-dallequello-cosavuoi-aspettatiaiuto-vienidiqua-doveseiandata. Durano un’eternità in nostri pranzi e le nostre cene. Sembrerebbe. Poi guardi l’orologio e tra preparazione, consumazione e sistemazione della cucina passano sì e no tre quarti d’ora. Qualche volta ci riprendo e poi carico il tutto su Youtube.

Eppure, guardarti mentre, tutta concentrata, porti alla bocca quel tuo cucchiaio ricurvo con un impegno che neanche per battere un record mondiale, è un’esperienza impagabile. E lo è godere di questi tuoi gesti, proprio mentre noi compiamo i nostri, più agili, infinitamente più competenti, continuamente sospesi, e dunque capaci di prodursi godendo dei tuoi. Una fatica immane e può darsi pure che il conto arrivi prima o poi. Ma resta che non stiamo facendo una cosa per te, nell’attesa di farne una per noi: la stiamo facendo assieme.

Magari, ecco, occorrerà ricordarsi più spesso che il bello non sta nel riuscire a farti mangiare ma nel guardar-ci mangiare, frenando la tua fretta di iniziare quando hai fame o l’ansia per quella di farti iniziare quando non ne hai. In fondo, se desco familiare deve essere tanto vale riappropriarsi di questa immagine dal sapore d’antico sino in fondo: si inizia quando siamo tutti a tavola e ci si alza quando tutti abbiamo finito. Sento che le fatiche sono destinate ad aumentare, ma mi pare un bel progetto…

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