Gesti che tolgono il fiato

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gesti che tolgono il fiatodi Irene Auletta

Lo dico spesso. Scrivere mi aiuta a capire, pensare, condividere, elaborare. A volte è più facile altre, come stasera, le dita sulla tastiera picchiano forte nel tentativo di liberare attraverso ciascuna lettera la rabbia, lo sconforto e l’amarezza.

Oggi, giornata straordinaria, perchè a causa dell’iscrizione al centro estivo, sono andata a prendere mia figlia a scuola. Di solito rientra con il pulmino che si occupa dei trasporti. L’impatto con la scuola speciale, dopo anni, per me non è ancora semplice, nonostante tante volte ho ripetuto e raccontato la mia esperienza e valutazione molto positiva.

Guarda é arrivata la mamma e c’è anche una doppia sorpresa perchè è insieme al papà.

Immagino te lo abbiano anticipato perchè appena incrocio il tuo sguardo ti vedo già gesticolare felice quasi saltando sulla sedia. Ogni volta è così e, ad ogni nostro incontro, il tuo corpo esprime una gioia grande come se non ci vedessimo da giorni.

L’ingresso della scuola è abbastanza affollato. Bambini, ragazzi e insegnanti attendono il loro turno per avviarsi verso i pulmini che riaccompagneranno a casa gli alunni.  Mi scatta un click e inizio, quasi senza accorgermene, a memorizzare e poi contare, tutte le volte che qualcuno ti tocca, mettendoti le mani addosso. Passano meno di quindici minuti e ho bisogno di uscire, perchè mi manca l’aria.

Penso ad Angela, la mia insegnante Feldenkrais e ricordo tutte le volte che invita ad essere gentili nei movimenti e nel lavoro che facciamo sul nostro corpo.

Sdraiatevi sulla schiena, chiudete gli occhi, ascoltate quello che il corpo vi racconta e vi suggerisce. Il silenzio aiuta un ascolto profondo e va oltre le nostre parole.

Chissà cosa ti dice il tuo corpo, mentre una volta, due, tre, quattro…. ventisei volte, in meno di quindici minuti, mani altrui ti toccano spesso senza alcun preavviso e in modo molto impulsivo. Non lo saprò mai figlia mia e da anni provo a scrutare le tue reazioni per capire, cercando di non interpretare i tuoi comportamenti in base a quello che farei io, se fossi al tuo posto. E io, farei cose brutte.

Qualche giorno fa al bar sotto casa ho ascoltato un frammento di chiacchiere tra nonne. Mio nipote ha solo tre anni e guai a toccarlo. Se un estraneo ci prova lui lo dice proprio, che non vuole essere toccato!

Tu però non hai tre anni, ne hai quindici e non puoi dirlo, nè potrai mai farlo.

Siamo circondati da corpi sordi che non sanno ascoltare, incapaci di stare nelle relazioni con chi non sa dire. Stasera non mi importa  pensare alle buone intenzioni, perchè non sono quelle che metto in discussione.

La prossima volta chiederemo ad Angela di aiutarci. Escludendo l’ipotesi che la mamma possa picchiare tutti, come facciamo a chiedere al mondo di essere gentile con te, anche se non hai parole per dirlo? 

Scoppi a ridere mentre ti leggo le ultime cose che sto scrivendo. Te la immagini la mamma che picchia tutti, vero amore?

Riflessi di vita

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riflessi di luce 1di Irene Auletta

Mi capita spesso, quando incontro i genitori per il mio lavoro, di entrare in uno spazio di ascolto che sembra lasciare fuori il mondo, facendone entrare solo fili di luce che portano riflessi in quello che accade proprio lì.

Ma come fai a fare questo lavoro e a lasciare fuori la tua esperienza di madre?

Me l’ha chiesto qualche giorno fa un’amica che non incrociavo di persona da tempo ma che mi segue molto attraverso le pagine di questo blog.

Se fossi al tuo posto, con quello che ti ritrovi ad affrontare ogni giorno, forse sarei sempre incazzata e di certo sarei poco disponibile a capire i piccoli problemi con i figli che, gran parte di noi, ingigantiscono.

Capisco che in realtà il quesito può sorgere spontaneo e mi sono ritrovata a fare un salto nel passato. Quando mia figlia era piccola mi trovavo, molto più di oggi, ad attraversare il mondo dei servizi per l’infanzia, incrociando operatori, bambini e genitori che, in ogni momento, segnavano lo scarto impietoso con l’esperienza che in parallelo stavo vivendo come madre.

Ricordo molto bene le spalle curve, appesantite dalla mia nuova esperienza e il respiro profondo che facevo ogni giorno, prima di aprire la porta che mi introduceva nel mio mondo professionale. Eppure, anche allora, l’ascolto dell’altro mi aiutava a sospendere quello rivolto alla mia vita e nel tempo, ho imparato che prendendomi cura dell’altro, lenivo pian piano anche le mie ferite. Non ho mai pensato che l’altro genitore mi portasse banalità e, al contrario, spesso provavo e provo dispiacere, quando intravedo una concentrazione su singoli aspetti definiti problematici che rischiano di lasciare sullo sfondo la bellezza di quel figlio e di quell’incontro.

Certamente negli anni tutti i genitori, e anche gli operatori, che ho incontrato mi hanno permesso di trovare connessioni, incroci e nuovi dialoghi tra esperienze educative diverse e con esse, anche con la mia.

Razionalmente so tutto e capisco bene quello che mi dicono le insegnanti e le terapiste ma ho bisogno di continuare a parlarne perchè io non l’accetto che mia figlia abbia queste difficoltà.

Inutile dirle che sono piccole difficoltà, che stanno pian piano risolvendosi, che tutto probabilmente andrà bene. Inutile almeno per me, per come intendo il mio lavoro, senza ricette. Forse stupisco questa madre quando le dico che fa bene a dirlo, a ripeterlo e che l’accettazione richiede tempo e grande disponibilità a mettersi in cammino.

Non mi viene mai da confrontare quello che ascolto con la mia realtà, con la mia storia di genitore o con mia figlia e, semplicemente, non mi viene perchè non mi appartiene. La mia storia di genitore mi insegna ogni giorno moltissimo e credo che i genitori che incontro beneficino, senza saperlo, di una ricchezza che va oltre la mia competenza tecnica e finisce negli occhi che stasera mi guardano felici mentre, dopo mesi di inappetenza e nausee, mi rubano il cibo dal piatto.

Questa è la mia felicità e domani, ne porterò con me spiragli di luce.

Fragilmente

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fragilmentedi Irene Auletta

Da mesi siamo tutti rincorsi e raggiunti dalle ininterrotte notizie che pongono al centro del loro interesse la violenza rivolta alle donne, in tutte le sue molteplici forme e sfumature.

Oggi, mentre facevo supervisione ad un equipe di educatori, nella presentazione della situazione da discutere il tema si ripresenta in tutta la sua crudezza e di fronte alla descrizione di alcuni aspetti il clima si fa attento e serio, il silenzio pesante.

Colgo gli sguardi e le parole.

Ma com’è possibile? Come mai nessuno riesce ad intervenire? Noi che incontriamo professionalmente queste situazioni cosa possiamo fare?

Alcuni clichè si ripetono senza sosta. Giovani donne che sembrano “scegliere” uomini violenti e picchiatori, che si allontanano per ritornare come attratte da una trappola alla quale è impossibile sfuggire, vite spaventose che, viste da vicino fanno percepire sulla pelle la tragedia dello squallore e dell’impotenza.

Gli adulti, professionisti e familiari, sembrano dividersi in due categorie. Quelli complici, arresi, spaventati, disorientati che tanto non c’è niente da fare … se le vanno pure a cercare. Quelli tenaci che perseverano nella ricerca di senso e di azioni possibili, decisi a non farsi sopraffare dall’assuefazione di queste storie terribili.

A parte la presenza dei professionisti, spesso mi chiedo dove sono i genitori, i fratelli, le sorelle, gli amici? Quale morbo culturale ha contagiato tutti rendendoli omertosi e sfiduciati?

Penso alla donna di cui stiamo parlando, a quello che sopporta da anni, alla sua incapacità di scegliere altro. Se non cucino come vuole mi prende a schiaffi e spesso anche a calci. Chissà cosa racconta a chi la incontra del braccio o della gamba ingessati, dell’occhio nero, dei lividi sulle braccia e sulle gambe. Chissà cosa pensano quei medici che se la ritrovano più volte al pronto soccorso credendo alle sue spiegazioni.

Questa situazione mi suscita una grande tristezza e un forte senso di impotenza. L’educatore che si esprime è un giovane uomo che sembra chiedersi come guarderebbe “il tipo” di cui stiamo parlando, se dovesse incontrarlo di persona.

Storia antica quella della violenza rivolta alle donne, ai bambini, agli anziani, insomma, alle persone percepite o realmente più fragili.

Continuiamo a parlarne, scriverne, discuterne. Ognuno di noi può fare qualcosa. Alzare gli occhi da terra mi pare già un buon inizio.

La festa a modo mio

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la festa a modo miodi Irene Auletta

Qualche anno fa ho partecipato ad un interessante progetto editoriale e culturale che ha visto la nascita e la pubblicazione del testo Maternità possibili. Con una delle due giornaliste bulgare che avevano avuto l’idea e colto lo spunto attraverso una testimonianza raccolta in face book, ho potuto condividere l’evoluzione di questo interessante progetto e diventare, come lei stessa mi ha detto più volte, la madrina italiana del testo.

Stavamo bevendo un caffè a casa sua. Senti, trattandosi di una raccolta di testimonianze di madri e non madri, un titolo pensato potrebbe essere Mimose … cosa ne pensi? 

Madri e non madri. Donne che portano la loro testimonianza rispetto al rapporto con la dimensione del materno. Penso a me, a come mi sento stretta inserita in qualsiasi categoria e forse mi perdo un po’ via nei miei pensieri mentre penso a un titolo più immediato.

Che ne dici di Le mamme possibili?

Il progetto è andato avanti per la sua strada, così come il testo nato e pubblicato sia in bulgaro che in italiano.

Oggi mi rimane lo spunto di quel titolo, di quell’idea, perchè mi piace pensare che la “festa della mamma” possa essere interpretata diversamente da tutte le donne. Chi ha figli e chi non ne ha, chi pensa alla propria madre, chi interroga, magari anche per professione, il proprio rapporto con il materno, chi si ritiene “speciale” per l’esperienza peculiare che attraversa insieme al proprio figlio.

In questi ultimi quindici anni, come madre, ho intrapreso un lungo e complesso percorso di ricerca e ogni anno, nella giornata della festa della mamma, mi sono ritrovata in una posizione diversa. Ma io, che mamma sono anzi, che mamma mi sento?

Mi ricordo ancora quando tanti anni fa mio padre ci coinvolse, me e mia sorella, nell’acquisto di un prezioso dono per mia madre. Una collana d’oro con un ciondolo a forma di cuore con all’interno una rosa in rilievo. L’ho rivista pochi mesi fa.

Ce l’hai ancora mamma? Figurati, certo che ce l’ho ancora e mi ricordo di quando me l’avete regalata, tu forse non avevi più di sette, otto anni.

Me lo ricordo anch’io mamma e questa giornata è per te. Per tutto quello che ti ho detto e per tutto ciò che rimane nel mio cuore.

Per te, perchè sai più di chiunque altro riconoscermi come la madre che sono e che ogni giorno mi permetti di essere, anche grazie al tuo sguardo.

Facciamoci un altro film

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conflitto

Ieri ero in trasferta a parlar di conflitti e adolescenti con una trentina di educatori. Oggi su Repubblica leggo Saviano che parla di regole e responsabilità. Categoria interessante che rischia sempre di svanire quando ci si infila nelle questioni educative.

Discutevamo di un evento in fondo banale e quotidiano, forse banale, o banalizzato, perché quotidiano: come si sceglie un film da guardare tutti assieme? Se si é in più di uno é facile che gusti diversi, stati d’animo, screzi in corso, trasformino la scelta di un film in una battaglia campale che alla fine rischia di lasciare sul campo morti e feriti, quale che sia il film che alla fine si riesce a noleggiare. Figurarsi se a scegliere sono otto adolescenti maschi e femmine, tutti ospiti del medesimo servizio.

É qui che intervengono le regole.

In fondo è semplice no? Siete in otto e il film lo scegliete a turno. Così siamo tutti contenti. Oppure, come é più probabile, sarete scontenti sette volte su otto. Però gli educatori potranno illudersi di aver regolato una potenziale fonte di conflitto: basta che si impegnino a fare “rispettare” la regola. Che è anche educativo, dopotutto. No?

Ni. Anche no. Insomma, dipende.

Immaginiamo che tutto fili liscio, sempre. Che nessuno mai si lamenti, che tutti rispettino il turno degli altri, guardando il film che sette volte su otto non hanno scelto, senza lamentarsi e senza defilarsi. In attesa di poter scegliere il proprio. Nel frattempo guardando quel che c’è, anche se non piace, perchè “bisogna accettare le scelte degli altri”. Sarebbe un risultato educativo? probabilmente. Sarebbe un risultato educativo auspicabile? ne dubito. A meno di non voler educare al conformismo, che è pur sempre un’opzione.

Occorre provare a immaginare la realizzazione dei propri sogni, per capire se non siano in realtà incubi.

Poi arriva il ragazzo che non ci sta e fa saltare il banco. A suo modo, naturalmente. Che non è quello di ragionare compitamente sul senso di quella regola e sull’opportunità di modificarla. Altrimenti non sarebbe un adolescente e, sopratutto, non si capirebbe a che serve un educatore. E quel modo mette in crisi l’intero castello normativo, quello che cercava appunto di “normalizzare”, facendo esplodere conflitti latenti di tutti contro tutti.

Quella trentina di educatori che ho incontrato in trasferta ieri, in battuta sostengono che le regole vanno fatte rispettare, e che il ragazzo ribelle deve capirlo. Messi poco dopo nella situazione di dar voce a ognuno dei personaggi presenti sulla scena, esprimono una profondità inaspettata che mette in risalto le ragioni di ognuno. Ragioni vere, legittime e condivisibili. Ma in conflitto tra loro. E ora che si fa? La scoperta della complessità affascina e sgomenta.

Ora forse è più difficile scegliere. Ma almeno è chiaro che la regola precedente serviva a evitare di doverlo fare. E’ chiaro anche che il rispetto lo si deve non a un astratto sistema di regole, ma alle persone coinvolte e alle loro ragioni. E che conta di più assumersi la responsabilità di dire no, non funziona, non sono più d’accordo, non era questo che doveva essere, proviamo in un altro modo, che non un presunto “rispetto delle regole” che soffoca ogni istanza e ogni ragione e che, sopratutto, non permette di imparare nella sulle regole, se non ad adattarsi passivamente o a ribellarsi violentemente.

Bellezze morbide

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bellezze morbidedi Irene Auletta

Ogni tanto ti osservo  e mi stupisco di come un corpo come il tuo, che ogni giorno deve affrontare mille prove di equilibrismo per muoversi, possa assumere posture così morbide e femminili.

Ieri sera durante la lezione Feldenkrais, che anche tu fai da anni sempre con la stessa insegnante, ho sperimentato ancora una volta la possibilità di movimenti morbidi, rotondi, flessuosi. Ti ho pensata …. sicuramente hai imparato anche da lì.

Da quando abbiamo sostituito quella morbidità con la tensione che sovente accompagna i nostri gesti, il nostro modo di stare e muoversi nel mondo e nelle relazioni?

Penso al modo di camminare che sperimento dopo ogni lezione e mi accorgo di quanto centri poco con le icone che molte di noi hanno interiorizzato come immagini di femminile. Penso anche a come i movimenti del nostro corpo , quando sono rigidi, un po’ a scatti, tesi, riflettono il nostro modo di parlare e di stare nell’incontro con noi stessi e con gli altri.

Non a caso, al termine delle lezioni anche il tono di voce cambia e svaniscono quei toni acuti, a volte aspri, che ogni tanto sentiamo e agiamo nelle nostre comunicazioni verbali. Che belle parole ho sentito stasera, ha commentato una nuova compagna di viaggio.

Angela, l’insegnante Feldenkrais, ti ha insegnato a far uscire la voce anche senza la forma delle parole e dopo ogni seduta, sento che anche tu ne raccogli i benefici regalandoci nuovi toni e sfumature.

Il corpo cresce, si muove e impara anche in presenza di qualche disabilita’ e la sfida, anche stasera, mi pare la ricerca continua della bellezza da insegnarti. In barba a tutti gli immaginari tu per me, figlia mia, sei la prova di cio’ che e’ possibile.

Parole mute

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parole muteDi Irene Auletta

Annamaria e’ una giovane donna che appartiene a quel mondo che molti non riescono a comprendere, vedere e accogliere. Annamaria, potendo parlare, darebbe lezioni sul senso delle piccole cose a tanti spocchiosi e arroganti, ma gran parte delle volte le può custodire solo per sè e per una ristretta cerchia di persone care.

“Ieri mattina una amica si è resa disponibile per far fare una passeggiata ad Annamaria. Dopo un tratto di auto sono entrate in un grande magazzino in cui si vende di tutto. Annamaria felicissima. Ha cominciato a correre a destra e a manca con entusiasmo e curiosità. Ad un certo punto, come ogni tanto succede, ha cominciato a strillare un po’ più forte e in maniera decisamente immotivata, per un osservatore “normale”. Perché vi racconto questo? Perché dopo un po’ il gestore ha fatto capire alla mia amica che la ragazza spaventava i clienti e le ha chiesto ….. se poteva uscire. Meno male che non è successo a me altrimenti lo azzannavo al collo! Di certo quando me lo ha raccontato sono rimasta spiazzata… E’ la prima volta che ci succede una cosa del genere…”.

Poi c’è la madre di Annamaria che stamane racconta e mi arriva un pugno allo stomaco di quelli che mi fanno sentire una morsa alla gola, un nodo fatto dalle tante lacrime trattenute e da quel dolore che non ti lascia mai. Tra madri possiamo capirci.

Ognuno di noi commenta come può e come riesce, ma io continuo a chiedermi quali parole, gesti, sguardi potrebbero alleggerire quella madre che intreccia ogni giorno un grande amore con una grande fatica e tanti pensieri.

Penso a quello che mi è accaduto ieri quando, entrando in un santuario, mia figlia ha avuto una reazione molto simile, per l’emozione e per il piacere che le suscitano i luoghi che le piacciono molto. Anche lì il peso degli sguardi altrui non ci ha risparmiato, come accade ovunque, ma il sole della giornata e la vista del mare me li ha fatti sentire più leggeri. Ci ripenso stamane mentre leggo il post di questa madre e in ogni parola sento un’eco di emozioni che conosco molto bene e il gusto amaro di quella rabbia che ogni giorno dialoga con ferite da curare.

Chiudo gli occhi, respiro e penso all’intensa foto che sul profilo facebook, mostra Annamaria vicina alla madre. Ci sono bellezze che non tutti gli occhi sono in grado di vedere e risate sonore che l’ottusità non può far sentire.

Le risposte possibili a quanto accaduto ad Annamaria spesso sono troppo razionali, come tutte le spiegazioni che a volte si danno per rassicurare e consolare. A lei e a sua madre mando solo questi miei pensieri, l’emozione che le accompagna sulla punta delle dita mentre scrivo, il sole che ho visto brillare ieri e il profumo del mare.

Eternamente bambini, ragazzi per sempre

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Eternamente bambini, ragazzi per sempredi Irene Auletta

Mentre stiamo organizzandoci per salire in auto mi accorgo che intralciamo il passaggio e allora mi scuso cercando di far affrettare mia figlia.

Non si preoccupi, mi dice la signora che sta spingendo la sedia a rotelle, la bambina può aspettare così ne approfittiamo per prenderci ancora un po’ di sole.

Siamo in uno spazio riservato ai posteggi per disabili, mi volto e seduta sulla sedia a rotelle vedo una giovane donna che mi pare non avere meno di venticinque anni.

Difficile dire quando anche agli occhi dei suoi genitori e dei suoi cari diventerà una ragazza. Se dico a mio padre che sua nipote non è più una bambina lui mi guarda alzando le spalle e con quel suo sguardo che sembra voler dire sei la solita esagerata!

Tante volte, parlando con gli operatori dei servizi per disabili adulti, mi sono soffermata sul loro nominarli sempre come ragazzi facendo così scomparire parole, immagini e significati riferiti a uomini e donne. Non è un vezzo semantico il mio perchè sono certa che le parole utilizzate nominano e orientano il mondo di significati di chi le sta esprimendo.

Dall’altra parte, mi ritrovo catapultata quasi in un universo parallelo quando, attraversando servizi per l’infanzia, incontro educatori e genitori che parlano di bambini di due anni quasi ne avessero venti. Le attese nei confronti dei bambini piccoli sono sempre più elevate e lo dice bene il recente termine adultizzazione, coniato proprio per nominare un fenomeno in atto negli ultimi anni.

Le attese poi, trascinano con sè anche i tipi di relazione che si instaurano. Se con i disabili si rischia spesso di sostituirsi a loro, di banalizzarne i gesti e le comunicazioni e, in buona sostanza, di infantilizzarli, con i bambini piccoli sembra smarrita quella dimensione di “bambinità” che, sospendendo linguaggi e significati adulti, può mantenere aperta la porta sulla meraviglia del mondo infantile, delle sue scoperte e della sua “visione del mondo”.

Immagino spesso una metaforica bilancia che potrebbe accogliere le due parti, aprendo nuovi e ricchi dialoghi e confronti. Figurati, non succederà mai, a chi interessa?, mi dicono colleghi con cui mi è capitato di parlarne.

Io insisto. D’altronde la tenacia l’avrai pur imparata da qualcuno?

In silenzio

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In silenziodi Irene Auletta

Come tanti, in questi giorni ho seguito le vicende dei carabinieri coinvolti nella recente sparatoria avvenuta a Roma. Ieri sera, quasi per caso, ho incrociato la dichiarazione della figlia di uno dei due, una giovane donna che, in questo mondo confuso e a tratti patetico, ha scelto la dignità. Ne parla stamane un bell’articolo di un quotidiano e mi continuano a rimanere in testa lo sguardo e le parole di quella breve intervista di ieri sera.

I toni pacati e moderati del dolore, quasi a ricordarci che le urla televisive degli ultimi anni hanno gran poco a che fare con l’autenticità e la forza dei sentimenti. Il dolore è una cosa seria, molto seria.

Mi colpisce una domanda di un giornalista che stamane risento in un commento in radio. Ma lei perdona chi ha fatto questo gesto?

Non posso fare a meno di chiedermi quali strani collegamenti ci siano tra il cervello e la lingua di questa persona e di chi, allo stesso modo, può anche solo pensare di porgere un simile interrogativo ad una figlia che sta seguendo con evidente preoccupazione l’evoluzione della gravissima situazione del padre.

Eppure, proprio in questi giorni, le parole di questa giovane donna sembrano gettare  luce su un’altra parte di questo nostro sofferente paese. Persone che si impegnano nel loro lavoro, che affrontano tragedie e perdite, che credono ancora nel futuro possibile.

Forse il perdono non abita nelle loro case perchè quello di cui si occupano ogni giorno è di gran lunga più urgente. Mi auguro che in una di queste, di quel padre e di quella figlia, entri un raggio di luce.

Gesti gentili

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gesti gentilidi Irene Auletta

Dopo diverse settimane sono tornata alle mie lezioni Feldenkrais. Impegni di lavoro mi hanno portato altrove ma davvero ne ho sentito tanto la mancanza. Il mio corpo è arrivato all’incontro bisognoso di cure e ancora una volta, mi ha ricordato l’importanza di dedicarsi tempo, ascolto e attenzione a contrasto di stili di vita che sovente travolgono.

Stasera in particolare mi colpiscono due cose. Angela, la nostra insegnante, ci invita a fare un movimento chiedendoci di farlo sempre più velocemente ma non in modo frettoloso. Ce lo ripete diverse volte a sottolineare la preziosità e il senso importante di quell’indicazione. Se ci si muove con fretta non si sente mentre la velocità permette un apprendimento nuovo. Non è la prima volte che emerge un contenuto analogo e ogni volta mi raggiunge in modo profondo. Mi sembra bella questa distinzione tra fretta e velocità perchè mi pare spinga ad un ascolto intenso che ho voglia di approfondire. Lo colgo come un suggerimento per la vita e per tutte quelle situazioni in cui non si può essere lenti.

Mentre il lavoro prosegue l’insegnante ci propone di fare un movimento e ci chiede di farlo gentilmente. L’invito a essere gentili verso se stessi mi colpisce sempre molto e mi fa pensare a quante poche volte accade realmente. In fondo se essere gentili è un modo di stare al mondo, farlo passare da sè mi pare un ottimo modo per rivolgerlo anche agli altri e alle nostre relazioni.

La gentilezza, da vocabolario, definisce chi ha o denota delicatezza di sentimenti e modi garbati. Detta così mi aiuta a rinnovare il significato di quel “volersi bene” che spesso mi pare più una moda che un senso condiviso. 

Intrecciare il modo garbato con il sentimento mi fa pensare al rispetto, verso di sè e verso gli altri a cui ci rivolgiamo. In tante relazioni che incrociamo ogni giorno, la strada da percorrere è ancora assai lunga.

Stasera mi voglio prendere cura di me con molta gentilezza per poterlo poi fare anche nei confronti delle persone che più mi sono vicine. Forse essere gentili può assomigliare al sasso che gettato nello stagno disegna tanti cerchi a memoria del gesto del lancio.

Penso alle persone che come me sono chiamate ogni giorno a gesti di cura che si ripetono da anni e che coinvolgono il corpo e l’anima dei propri cari. Penso a quante volte la fatica, il dolore fisico e dello spirito, possono spingere ad essere frettolosi e non veloci, bruschi e non gentili.

Ancora una volta mi porto via un’esperienza del corpo che rinforza pensieri e la convinzione che per prendersi cura è necessario curarsi. Se, come Angela insegna, si riesce a farlo gentilmente si sfiora la perfezione.

 

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