Scelgo ergo sum

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Il bicchiere mezzo...nella tempesta

Talvolta mi chiedono se sono felice. Risponderò raccontando una storia. Anzi, due. Quindi verrà fuori un post piuttosto lungo: accomodatevi e armatevi di pazienza, un discorso sulla felicità non può essere troppo frettoloso.

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Storia numero 1
 

Ieri sono venuti a trovarci i nostri amici di Torino. Conosco Federico da moltissimi anni, abbiamo fatto insieme un pezzo di leva militare nel ’79. Da allora non ci siamo mai persi totalmente di vista, nonostante la distanza. E’ capitato anche non ci vedessimo o addirittura sentissimo per qualche anno, ma il filo della nostra relazione non si è mai spezzato. Qualche anno dopo è arrivata Lina, fidanzata e poi moglie, e da allora è una coppia che frequentiamo, incontrandoci due o tre volte l’anno. Ci ritroviamo, io e Federico, anche dopo qualche mese, riprendendo da dove avevamo lasciato la volta precedente. Un intimità preziosa quella che intercorre tra noi, rara. E anche questa volta si è manifestata sin dai primi istanti.

Giornata solare e fredda da festività natalizie ancora in corso. Decidiamo di fare un giro in centro a caccia di luminarie. Eravamo in cinque: i torinesi e la nostra famiglia al gran completo. Ora, senza i figli ormai grandi, loro si possono muovere molto più liberamente e tutti e quattro, in varia misura, ci siamo così occupati di Luna.

Tram, fermata in via Larga, poi Piazza Fontana, Corso Vittorio Emanuele, Duomo, Galleria, piazza Fontana, piazza Mercanti, Cordusio, di nuovo tram per il ritorno. Una vera passeggiata da signori. Luna cammina felice, passando in continuazione da una mano all’altra, sempre comunque con due di noi a fianco, uno a destra l’altro a sinistra. Fa freddo, a un certo punto pare stanca, ma la convinciamo a portare Lina in giro per una Milano che ha frequentato anni per lavoro, ma non ha mai visto. Tornati a casa, ci stipiamo sulla mia auto e voliamo in quel di Melegnano per vedere la Casa di Babbo Natale. Un tripudio del Kitsch spettacolare cui ricorriamo per compensare la luminosità austera di questo inverno 2015.

Ma il pezzo forte è stato il ristorante.

L’avevamo trovato in Rete cercando una pizzeria per celiaci. Si sono moltiplicate in questi ultimi anni nella metropoli. Ne scegliamo uno che sembra carino e molto attento. Con la celiachia di nostra figlia non si può scherzare. E poi, in pratica è dietro casa nostra. Abbiamo mangiato divinamente, serviti velocemente, Luna è stata straordinaria comportandosi da quella diciassettenne che è: ha finito una pizza enorme seguita da un gelato abbondante, mentre mangiava scansionava con lo sguardo tutto quello che stava accadendo nel frattempo in quel ristorante affollatissimo e attraversato in lungo e in largo da una decina di camerieri. Sarai disabile, figlia mia, molti dei tuoi tratti sono perennemente infantili, ma dietro quei tuoi occhi gioiosamente curiosi, si vede una persona che cresce. A suo modo. E noi, in questi momenti, sentiamo l’orgoglio montarci dietro il naso e nel cuore.

Abbiamo parlato di tutto noi adulti. Di Luna, dei loro figli ormai grandi ma ancora bisognosi della loro attenzione, del ristorante che avevamo trovato, della famiglia di lui, della nostra storia comune. Una serata serena, bella, piena. Della quale siamo andati avanti a parlare, la sera tardi, dopo che i nostri amici hanno imboccato la via del ritorno.

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Storia numero 2

Ieri sono venuti a trovarci i nostri amici di Torino. Conosco Federico da moltissimi anni, abbiamo fatto insieme un pezzo di leva militare nel ’79. Ne era nata una splendida amicizia, ma la lontananza chilometrica e poi anche di scelte di vita, non ci ha permesso di viverla come avrebbe potuto, come avremmo voluto. Ci siamo persi di vista per moltissimo tempo, poi ci siamo rincontrati e riusciamo a concederci qualche momento durante l’anno o da noi o da loro, sempre però di sfuggita, lasciandoci ogni volta con il rammarico di non poter vivere assieme nulla.
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Faceva un freddo cane e portarsi appresso Luna non è mai una cosa facile. Abbiamo comunque deciso di farci un giro per il centro a caccia di luminarie. Siamo andati in tram, per non finire incasinati nella folla con l’auto, e ci siamo sciroppati un tour cittadino affollatissimo e gelido senza trovare l’ombra di una luce, se non quelle della Rinascente e l’immancabile albero natalizio eretto sul sagrato. Luna a un certo punto non ce la fa più, inizia a impiantarsi con quella modalità da mulo che trasforma noi tutti nel conducente che tira e tira senza riuscire a smuoverla. Tenta anche un paio di volte la tattica “mi butto per terra e resto qui”. Riusciamo a trascinarla in qualche modo sino in Cordusio, riprendiamo il tram e torniamo indietro. Sarebbe stato da restare a casa al caldo ma, per riparare la delusione delle luminarie mancanti, decidiamo di portare gli amici sino a Melegnano, a vedere la Casa di Babbo Natale. Una roba kitsch oltre ogni immaginazione, servita per lo meno a compensare sul piano della quantità, il centro illuminato che avevamo sperato ma non trovato.
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Poi c’è stato il ristorante.
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L’avevamo trovato in Rete cercando una pizzeria per celiaci. Si sono moltiplicate in questi ultimi anni nella metropoli. Ne scegliamo uno che sembra per lo meno attento. Con la celiachia di nostra figlia non si può scherzare. In pratica era dietro casa nostra, ma abbiamo dovuto andarci comunque in auto perché rimettere in cammino Luna era da escludere, a meno di non arrivare in ritardo o, peggio, di arrivarci con un’incazzatura da far andare di traverso il menù. Pizze ottime e anche servite velocemente. Meno veloce riuscire a mangiarle, perché metà del tempo l’abbiamo passato a tagliare la pizza di Luna e ad aiutarla a infilarla con la forchetta. Procedura simile con il gelato successivo. Per lo meno ha mangiato tranquilla distraendosi con tutto il casino che c’era in giro per la sala.
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Nel frattempo noi adulti abbiamo parlato del più e del meno. Anche dei loro figli, che sino a poco tempo fa sarebbero stati lì in mezzo a noi, mentre ora sono sufficientemente grandi per farsi i fatti loro, mentre i genitori si fanno una gita a Milano per venire a trovare noi. Noi invece no. Noi siamo ancora in tre, nonostante Luna abbia diciassette anni e dovrebbe essere chissà dove con chissà chi e farci stare in ansia, invece di essere fisicamente in mezzo, in attesa che le si tagli la pizza, e ci resterà per tutta la vita. Insomma, una serata piacevole ma inevitabilmente amara, foriera di altre serate analoghe che ci restituiranno di volta in volta sempre di più l’impossibilità di cambiare. Abbiamo avuto amici con i quali abbiamo condiviso la nascita dei figli e poi i loro primi passi. Abbiamo visto con gli anni allargarsi inesorabilmente la forbice con nostra figlia. Li vediamo ora in apprensione perché i figli crescono, li vedremo fra non molto in attesa dei nipoti. Noi eravamo, siamo e saremo occupati a prenderci cura di una figlia condannata a un’infanzia perenne.
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Ci siamo taciuti tutto questo, dopo, quando siamo rimasti da soli. Troppo occupati a contenere il mal di schiena che nostra figlia, ancora una volta, ci aveva provocato.
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Epilogo
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La felicità non è una condizione: è una scelta.

Natale forever

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Natale forever

(continua a leggere su FattoreFamiglia)

Appuntamento dicembrino della rubrica Riflessi Generazionali. Poteva non starci una riflessione pedagogica sul Natale…?

Che ci porti Babbo?

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Luna Finestrinodi Irene Auletta

Cosa le posso regalare per Natale? Dimmi tu quali sono i suoi gusti e cosa le può piacere di più.

Da anni mi ritrovo di fronte a domande analoghe e ogni volta provo a percorrere strade creative. Mezzi sorrisi, spiegazioni più o meno sofisticate e suggerimenti possibili attraversati sempre da un velato imbarazzo. Cosa posso dire figlia dei tuoi gusti, delle tue preferenze o delle tue passioni?

Qualche giorno fa, grazie ad una di quelle coincidenze che bisogna prendere al volo, abbiamo fatto un piccolo viaggio scegliendo di andarci in aereo. lo scorso anno sarebbe stato impossibile anche solo pensarlo perchè la tua salute era in uno di quei suoi momenti no che trasformano ogni scelta in un possibile problema da affrontare.

Levataccia al mattino, volo, ospitalità a casa di amici e nuovo volo, concentrati in un fine settimana lungo. Il pensiero mi attraversa di corsa e mascherato di leggerezza. Oddio, ce la farai? Non ti staremo chiedendo troppo? E se ti senti male oppure fai una di quelle tue piazzate in un momento poco opportuno?

Dopo un’ora di viaggio in auto arriviamo in aeroporto alle sei di mattina accolti, poco dopo, da una cornice di montagne illuminate di rosa dai primi raggi di un bellissimo sole invernale. Tu sei particolarmente frizzate, come l’aria. Hai capito che sta accadendo qualcosa di speciale e, al di là delle nostre parole e dei nostri racconti, sembri guidata da un’irrefrenabile curiosità.

Cammini per un lungo tratto di strada senza alcuna protesta, studiando tutto ciò che ci circonda. Alla fine, oltre lo vetrate lo vedi e allora non hai più alcun dubbio. Ridi e salti con gli occhi che brillano. Si amore, saliamo proprio lì e ci facciamo un giro in cielo per andare a trovare Alessia, Anna Maria e Mario. Ti ricordi quest’estate che bei bagni abbiamo fatto insieme nella loro piscina e quanto ci siamo divertiti?

Il viaggio lo passi attaccata al finestrino, distraendoti solo per guardarci emozionata con quei tuoi sorrisi che raccontano mondi di emozioni. Noi ci guardiamo pensando la stessa cosa. Anche solo questo momento ci dice che abbiamo fatto la scelta giusta. La tua reazione è uno speciale regalo di Natale per noi che cerchiamo di raggiungerti nei tuoi luoghi, sovente misteriosi.

Dei regali materiali non ti importa nulla e ora lo posso ammettere con il cuore leggero. Ti piacciono le emozioni e le esperienze e questo è il nostro vero dono per te, figlia meraviglia.

Ci hai insegnato, e ogni giorno ce lo rammenti, che l’oggi è prezioso e irripetibile. Questo Natale tu stai bene e questo è il mio regalo più grande.

Per te, un volo.

Bolle di vita

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bolle di vitadi Irene Auletta

Ho concluso di recente un corso di formazione rivolto ad operatori sociali protagonisti di una sperimentazione pluriennale di percorsi di vita adulta per persone con disabilità. I panni che ho indossato in quel luogo sono quelli comodi della mia professione di formatore, che spesso mi scaldano di fronte ad alcune correnti gelide che attraversano contesti analoghi, soprattutto quando si parla di disabilità.

Se poi il tema è anche quello dell’autonomia e dell’ esplorazione di percorsi di vita indipendenti, è praticamente inevitabile che si parli del ruolo delle famiglie e, nei tanti anni di lavoro, devo confermare che le madri, nelle parole e nelle espressioni non verbali degli operatori, hanno in assoluto il primato di rompiscatole.

Durante la discussione, ricca e interessante in molte sue sfumature, un’operatrice che interviene parlando di una madre, inizia a farne così un primo identikit. La signora è decisamente una rompiballe, è di quelle madri molto passionali mi pare lucana.  Segue una breve pausa, come di una riflessione in corso.

In pochi secondi mi vedo. Oddio sono io! Ma vengo salvata da un terzo elemento e da una virata nel contenuto. Però questa madre ha anche oltre settant’anni e forse dobbiamo imparare chiederci più spesso cosa celano tanti comportamenti odiosi perchè, secondo me, la fatica a lasciare i figli e a separarsi da loro, spesso è accompagnata da un grande dolore.

E l’incontro si conclude con toni e contenuti sempre più positivi, tanto da farmi nutrire quella rinnovata speranza che il mio lavoro, nel suo piccolo, possa servire ogni giorno anche per aiutare tante persone disabili e altrettante famiglie.

Con questo spirito vengo a prenderti, nel nuovo centro dove hai trascorso gli ultimi giorni di una fase di valutazione circa un tuo possibile inserimento futuro, proprio lì.

Ti aspetto all’ingresso e vedo sfilare madri e figli che quasi un po’ si assomigliano, non tanto nei tratti genetici ma nello stile. Faremo la stessa impressione anche noi due? Il taglio dei capelli, gli abiti, i colori?

Ti sento arrivare prima di vederti perchè riconosco quel tuo modo di strisciare i piedi mentre cammini. Mi guardi, ma subito sposti lo sguardo e mi passi oltre. Lo so amore, è così quando non ce la fai ad incontrarci subito. Dopo due parole veloci usciamo e sul pianerottolo provo a fermarti negli occhi. Mi colpisce subito la tua espressione, tra il perso e il confuso, insieme a quel movimento rigido che non c’entra nulla con la tua volontà.

Sento il magone che mi stringe la gola ma resisto e provo ad avvicinarmi dicendoti piano che anche le esperienze belle, quando sono nuove, fanno tanta paura. Anche alla mamma. Sono qui, scendiamo le scale solo quando vuoi, mamma aspetta.

Pian piano ti avvicini e quando ti lasci andare nel mio abbraccio sento i tuoi abituali tremori aumentare di intensità. Sai cosa ti dico? Dobbiamo farci un piccolo regalo, di quelli che piacciono tanto a noi. Cosa possiamo fare? Lo dico ad alta voce ma so bene che l’idea spetta a me, mentre combatto tra i pensieri razionali che non perdono un colpo e le emozioni che danno colpi al cuore.

Ed eccoci qui, nel tunnel del lavaggio auto, a ridere di quell’esperienza che ti piace ogni volta e ci fa sentire in una bolla di sapone mentre ti racconto una storia con le facce, di quelle che ti fanno sempre ridere.

Il peggio è passato. Siamo quasi a casa quando mi accorgo del mio viso umido.

Ti rincorro nei sogni

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silenziosa lunadi Irene Auletta

Ogni volta che mi sento ripetere come a tutti i ragazzi della tua età succedano esattamente le stesse cose mi pizzica la pelle. È una storia vecchia, solo che nel tempo, è cambiata l’età e la tua esperienza è sempre più distante da quella di gran parte dei tuoi coetanei.

È normale se si oppone, si sa, l’adolescenza. Vabbè, questa può passare. Ma, quando un po’ preoccupata per una tua nuova esperienza, mi sono sentita dire che tutti i ragazzi non raccontano nulla di quello che vivono fuori casa, ho dovuto proprio trattenermi e ingoiare una pietra.

Cioè, com’è possibile che non si veda la differenza tra un ragazzo che sceglie di omettere o tacere e uno che, non solo non può raccontare perché non ne è in grado, ma che il fatto stesso di poterlo fare è lontano anni luce dalle sue categorie comunicative?

Siamo isole lontane, perse in un mare di non senso alla ricerca delle nostre piccole possibilità  per dirci e capirci. Ti guardo mentre dormendo mi appari all’inseguimento di qualcosa. Come sarà andata e cosa avrai pensato trovandoti in un nuovo ambiente con persone sconosciute?  È vero che in quel  posto ci sei stata un paio di volte con  babbo, ma cosa ci fai in quel luogo a te così poco familiare?

Dobbiamo sempre sperare nel racconto altrui e non per aneddoti stratosferici ma per quelle piccole cose che passano inosservate ai più. Avrai mangiato? Sarai andata in bagno? Sarai riuscita a farti capire se qualcosa non ti è piaciuta o se ti ha dato fastidio?

Gli occhi sotto le palpebre chiuse si muovono di continuo e anch’io chiudo quasi istintivamente i miei  sperando in un contatto magico, magari in un sogno. Lontane anni luce e vicinissime, è il nostro destino.

Mi ritorna alla mente  il verso di leopardiana memoria. Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti. Indi ti posi.

E io, sono qui ad aspettarti. Sempre.

Gravemente sufficiente

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gravemente sufficientedi Irene Auletta

Mi capita spesso di raccogliere commenti di genitori che, in occasione dei rituali colloqui di verifica con gli insegnanti, restituiscono emozioni di colori assai differenti.

Accade di ascoltare racconti di gratificazioni e soddisfazioni sovente associati a brillanti risultati raggiunti dai bambini o ragazzi dal punto di vista didattico. Allo stesso modo capita anche di percepire un senso di incomprensione, delusione, scarsa valorizzazione, che trasformano i fatidici colloqui in una vera e propria punizione a cui sottoporsi nella speranza che finisca il prima possibile.

Cosa vorreste vi raccontassero dei vostri figli a scuola? Riuscite ad appassionarvi ai loro apprendimenti? Quando vi parlano di alcuni comportamenti come vi sentite, a seconda che siano di lusinga o di critica?

Qualche anno fa, parlando con una mia amica parecchio provata dalla scarsa motivazione scolastica di sua figlia, ho provato a capire del perchè di tanta preoccupazione, prima e dopo il confronto con i docenti. Il fatto è, mi ha detto un giorno, che mi sento sempre valutata e giudicata e, appena torno a casa dopo un incontro, riverso tutta la frustrazione su mia figlia, pur rendendomi conto che non è questa la cosa giusta da fare!

Tante volte ho sentito racconti simili e quindi immagino che ci sia pure qualcosa di vero. D’altronde, nel mio lavoro con gli insegnanti, non mancano le valutazioni di genitori, troppo presenti o assenti, che sottovalutano o sopravvalutano le capacità dei loro figli, che delegano o vogliono sostituirsi agli insegnanti. Insomma, il mare dell’esperienza scolastica attraversato dagli adulti, genitori o insegnanti, mi appare molto spesso in burrasca.

Qualche giorno fa, come genitore, ho avuto due scambi molto interessanti con persone che, a diverso titolo e ruolo, hanno espresso una valutazione su mia figlia.

Da una parte ho sentito forte il codice legato alla “famosa” diagnosi funzionale che qualsiasi genitore con un figlio disabile conosce molto bene. Tuo figlio che cosa è in grado di fare? Quali competenze o abilità ha raggiunto in questo periodo? A quale categoria dei disabili appartiene? Alta o bassa? Grave o meno grave? Il problema non è legato alle singole persone coinvolte in questo tipo di valutazione ma ad una resistente cultura della disabilità che, nei luoghi della formazione e nelle vesti professionali, continuo a discutere criticamente, insieme all’urgenza di una sua evoluzione e trasformazione. Altra storia è ciò che accade nei pressi del cuore.

Angela, la tua insegnante Feldenkrais, mi racconta di come sei cresciuta, delle emozioni che riesci ad esprimere, della persona che sei diventata, della maturità del tuo ascolto, sempre più profondo, di ciò che accade al tuo corpo. Sono incontri e scambi che mi accompagnano da anni e che sempre hanno posto al centro ciò che sei e non quello che sai.

Orizzonti molto differenti che ci costringono ad una valutazione strabica. Se solo i due mondi si parlassero un pochino non potrebbe essere più semplice, per tanti genitori, comprendere il senso di molti momenti di valutazione?

Va bene così figlia, chiediamo aiuto all’ironia. Quale sarà la media tra gravemente insufficiente e dieci e lode?

Essenze

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Dalle-profondità-del-Mediterraneo-l-organismo-più-antico-della-Terra-638x425di Irene Auletta

Bellissima lezione quella di ieri sera al gruppo Feldenkrais. L’insegnante ci presenta il lavoro annunciandoci un’esplorazione alla ricerca delle sensazioni legate alla coscienza dello scheletro. Mi sembra un enunciato assai interessante e siccome arrivo all’incontro molto stanca già mi pregusto il piacere della nuova scoperta, assaporandomi questa pausa preziosa che mi regalo una volta alla settimana.

Oggi mi ritorna spesso in mente, nelle parole e nelle sensazioni provate. E riemerge proprio in quel preciso momento lì.

Incontro tanti genitori con figli disabili, sto dicendo ad una madre, e molto spesso sento tanta rabbia nelle loro parole. La signora, madre di un figlio disabile adulto, da anni impegnata in progetti sociali e culturali sul tema, mi guarda dritto negli occhi. La mia non è rabbia, e’ disprezzo!

Sembra stupita quando le restituisco che si vede, perché la mimica e il tono della sua voce mi arrivano allo scheletro, intrecciandosi con le parole di Angela, la nostra insegnante Feldenkrais. Sentire lo scheletro parla di un ascolto molto profondo e delicato, perché parla del contatto con la propria essenza.

Mentre la nostra conversazione prosegue, dico qualcosa che evidentemente il mio interlocutore non gradisce o non condivide, interpretando forse in modo non corretto una mia dichiarazione di dispiacere. Io continuo così come genitore, dice sempre la signora con una punta di stizza, tu prosegui pure a fare il formatore!

Eppure, lei è la stessa persona che un paio di settimane fa ci ha tenuto a dirmi che aveva saputo che ero la “moglie di”, facendo ben comprendere quindi di sapere anche che sono la “mamma di”. E allora cosa e’ successo? Incontrandomi nei panni di un operatore mi ha trasformata immediatamente in qualcuno verso cui andare contro? Qualcuno che di sicuro non può capire?

Mi torna in aiuto l’ascolto dello scheletro di ieri sera, quel contatto con un se’ troppe volte trascurato e travolto dalle contingenze di un frenetico quotidiano. So bene quanta rabbia si incontra come genitore di un figlio disabile o malato e ogni volta mi ricordo che è l’altra faccia di quel dolore, che ogni giorno si cerca di far maturare, in una ricerca di significati che aiuti a non soffocare nella malinconia.

Stasera, mentre ti sono sdraiata vicino, giochiamo a sentirci lo scheletro e tu, forse direbbe Angela, da sempre anche tua insegnante, sei più brava di me a farlo anche se non puoi raccontarmelo. Io ci provo e mi auguro di incontrarlo senza rabbia e tantomeno disprezzo.

Lo spero non per salvaguardare gli altri o fingermi la buonista che non sono, ma per me e per te.

Lo spero per curare le nostre essenze, nutrirle di bellezza e proteggerle, al di la’ di quello che gli altri riescono a fare, con il calore dei nostri incontri che mi auguro non smetteremo mai di cercare.

Ali tutte tue

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A fairy flying over a field with a palace in the background

di Irene Auletta

Ne parlavo qualche giorno fa con tua zia, di come vivendo con te scopro ogni giorno che quello che sovente viene definito normale, istintivo, naturale, è lontano anni luce dall’esperienza di vita tua e di tanti ragazzi come te, che la vita la affrontate a modo vostro.

Il fatto è che siete proprio voi a coglierci tante volte in castagna, lasciandoci lì ebeti a farci le solite domante. Ma come è possibile che non capisca questa cosa? Perchè sceglie sempre la strada più complicata per fare qualsiasi cosa? Se a volte sembra comprendere perfettamente come mai altre qualsiasi parola viene respinta come su un muro di gomma?

E noi lì a chiederci, cercare di capire, interrogare, esplorare. Noi lì, a dannarci l’anima. Almeno, questo vale sicuramente per me che in quel girone mi ci trovo particolarmente a mio agio e molto spesso anche in ottima compagnia.

Il bello del mio lavoro è che attraverso le parole degli altri, operatori e genitori, posso continuare a riflettere e a crescere, offrendo ogni giorno il contributo del mio apprendimento insieme a quello della mia competenza. Educatori di un centro per disabili mi raccontano della fatica di vedere l’adulto negli uomini e nelle donne, più o meno giovani, che ogni giorno incontrano nel loro servizio.

Difficile di certo per i genitori dicono ma poi, piano piano, scopriamo che lo è altrettanto anche per loro. Età anagrafiche, corpi, storie fanno a pugni con gesti, espressioni e comportamenti che, si sa, prendono maldestramente il sopravvento. E’ la croce del ritardo mentale o del deficit acquisito, come accade sovente anche con gli anziani. Ed ecco lì, uno dei tanti motivi che spinge a quel continuo infantilizzare persone di venti, trenta, cinquanta, sessant’anni.

Vuoi la merendina? Ti metto il cerottino? Sbucciamo la melina? Andiamo a fare la pipì? Aiuto, mi manca l’aria. Datemi anche l’ossigenino purchè mi permetta di respirare.

L’educazione ci trasforma mentre attraversiamo forme differenti di cultura. Per qualcuno stare in questo processo di crescita è più difficile, perchè di normale, istintivo, naturale, quando si ha qualche disabilità o deficit, non c’è proprio nulla. Ognuno trova il suo modo per sopravvivere e il mio è quello di continuare a imparare, insieme a te.

Stamane siamo ancora lì. Tu sei felice e provi a saltare, in quel modo tutto tuo che a vederti risulti proprio buffa. Tutto il corpo appare in elevazione tanto che ci si aspetta da un momento all’altro che il salto arrivi davvero. Invece i piedi rimango dove sono, bloccati a terra, dando al tuo movimento più l’immagine di un elastico che di un salto. Dai proviamoci ancora, ti aiuta la mamma … ci sei quasi!

Tu ridi e mi accorgo che a te, di alzare i piedi da terra, non importa nulla. Ancora una volta mi hai messo a tacere. Tra noi due, quella che vola davvero, sei sempre tu.

Scarpe rosse

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di Irene Auletta

Da bambina mi sono sempre piaciute e da adulta, appena ne trovo un paio giuste per me, fatico a non cedere alla tentazione. Si sa che le donne hanno con le scarpe un rapporto tutto loro! Le scarpe rosse poi, al di là della moda del momento, sono sempre state una mia passione, come quella di tante altre donne.

Mia madre e altre sue coetanee, raccontano di come anni fa, questo colore veniva sovente associato a donne “leggere” al punto che acquistare un paio di scarpe rosse poteva configurarsi come un atto di vera e propria trasgressione.

Oggi, per fortuna, non è più così. I colori hanno invaso alla pari tutti i capi di abbigliamento senza alcuna distinzione e di certo non è strano e neppure originale indossare scarpe dei colori più svariati.

Ma le scarpe rosse rimangono peculiari al punto che negli ultimi anni sono divenute simbolo e icona della campagna mondiale contro la violenza sulle donne, quasi a sottolineare quel confine fragile e da proteggere sempre, tra il piacere e la violenza, il dominio e la libertà, la gioia e il dolore.

Penso a cosa possano condividere in proposito molte madri con figlie adolescenti e quanto ancora l’educazione debba necessariamente riprendersi in mano per andare oltre gli slogan e raggiungere i bambini e i ragazzi che stanno crescendo e ricercando significati, proprio sui temi dell’uguaglianza e della violenza.

Ho raccontato recentemente durante un incontro di formazione che un’assessore di un piccolo comune, di fronte al mio parlare di inserimento dei disabili nel mondo della scuola, ha tenuto a sottolineare con un sorrisino per me indecifrabile, che il termine moderno oggi è inclusione.

Cosa c’entra? Io sono un po’ stufa delle parole che continuano a cambiare e dei significati che non solo rimangono sempre uguali ma a volte tendono anche ad involvere. La violenza, l’emarginazione, le disuguaglianze, l’ignoranza, vanno nominate e affrontate come tali, senza perdere l’occasione per farlo, ogni giorno.

Ogni volta che sentiamo parlare “di donne leggere”, “che se le vanno a cercare”, “che le meritano”, guardiamo dritto negli occhi il nostro interlocutore e non lasciamo alcun dubbio circa il nostro dissenso. Anche questo vuol dire fare educazione e insistere a chiamare le cose con il loro nome.

Non quello più alla moda, ma quello che nel suo dirsi non ne tradisce i significati, indipendentemente dai colori che indossano.

Danzatrici così

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donne che danzanodi Irene Auletta

Giorni di pioggia intensa. Per fortuna abbiamo l’auto posteggiata davanti casa. Oggi sarà una giornata si o una giornata no? Chissà. Scendi le poche scale che portano all’esterno è già intravedo quel tuo gesto di protesta che chiama all’appello tutto il corpo nell’abituale posizione chinata in avanti che negli ultimi tempi è la bandiera preferita della tua ostinazione.

Faccio finta di non accorgermene e inizio a distribuire tra le mie braccia ombrello, borsa, borsa da lavoro e il tuo zaino. Accidenti perchè non te l’ho messo in spalla anche se solo per compiere un tragitto di pochi metri?

Fai qualche passo e poi ti fermi, impuntandoti e decisa a non procedere. E intanto diluvia. Provo a spostarmi verso l’auto e tu mi guardi togliendoti il cappuccio. Sfida o gioco? Nel frattempo riesco ad aprire la portiera, mentre sei sotto la pioggia e accenni a fare qualche passo inciampando, come direbbe tuo padre, su una formica!

Mi avvicino di corsa, ti prendo per mano subito, mi cade l’ombrello mentre prendo al volo la borsa. Sto sudando e provo a non dimenticarmi di respirare.

Non è successo nulla tesoro, facciamo come quelli che cantano sotto la pioggia? Ma che sapore ha questa mattina, ne hai già assaggiata un po’? Lo dico mentre alzo gli occhi al cielo imitando quel tuo gesto a bocca aperta per assaporare gusto e freschezza. Finalmente ridi e così ti dimentichi per un po’ del perchè volevi opporti. Saliamo in auto e partiamo. Forse sarà una buona giornata.

Stamane, la scena mi ritorna in mente. Fiorella, un’amica di facebook, condivide di momenti difficili legati a giorni di convulsioni di sua figlia Ester, giovane donna disabile. Lo fa con leggerezza e con una delicatezza che percepisco sempre nei suoi messaggi, anche a distanza. Mi ricorda tanto Anna Maria, un’altra madre assai speciale.

Travolte dalla vita, per piccole o grandi avventure, cerchiamo ogni giorno un modo per stare in equilibrio, per non perdere la speranza e l’occasione di regalarci qualche sorriso di cuore. E così oggi mando proprio a voi questo pensiero. Madre e figlia, donne che da molti anni state attraversando il mondo con il vostro specialissimo passo di danza.

Cantiamo insieme sotto la pioggia, mentre inciampiamo, mentre ci sembra di non farcela. Forse per un momento ci sentiremo a distanza, ci verrà da sorridere e sapremo di non essere sole.

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