Madri ricorrenti

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di Igor Salomone

C’è chi, come me, ha perso la mamma tanti anni fa. Altri la stanno accompagnando nel percorso difficile della demenza che gliela toglie, lasciandola lì. Poi c’è chi può contare sui gesti di un’altra madre, quella dei propri figli e, magari, della madre di quella madre. Qualcuno, forse molti, deve accontentarsi di un saluto veloce e immateriale partito dall’altro capo di un continente o di un oceano. Tanti l’hanno ancora intorno, assaporandone la prossimità o maltollerandola.

Le madri sono ovunque: nei ritratti sulle mensole, negli oggetti che hanno usato per una vita e ora sono lì, inutilizzati, a parlarti di loro, nei cassetti colmi di biancheria ben piegata, negli odori, nei sapori e nei rumori di casa vecchi e nuovi, nelle braccia che ti hanno protetto e nelle braccia nelle quali cercherai protezione per tutti gli anni a venire, nelle lacrime asciugate e in quelle versate, nello sguardo dei tuoi figli e in quello di te figlio.

E siamo fortunati, Luna, ad avere al nostro fianco chi ce le ricorda tutte, ogni giorno, sempre.  

Apologia dell’intelligenza

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di Igor Salomone

Proviamo a ragionare. Se dico o scrivo che la pedofilia (o l’omicidio, lo stupro, il cannibalismo) ha i suoi lati positivi, commetto un reato? Non sono un giurista, ma a occhio direi di no, altrimenti chiunque provasse a fare un ragionamento attorno a qualcosa di esecrabile, rischierebbe la prigione: uccidere con un bagliore infuocato centomila persone può essere un crimine, ma nessuno ha perseguito tutti quelli che si sono dichiarati favorevoli alla bomba nucleare sganciata su Hiroshima (e se è per quello neanche chi l’ha sganciata e chi glielo ha ordinato). 

Certo, se proclamassi il diritto di ognuno a praticare la pedofilia e addirittua incitassi a farlo, probabilmente sarei in zona reato. Ma il confine tra il ragionare attorno a qualcosa e indurre dei comportamenti concreti è sottile e per stabilire quando questo confine viene superato producendo un comportamento illegale e perseguibile, ci vuole un giudice. O anche più di uno. 

Ma non è che un’idea orribile deve per forza essere un’idea illegale.  Stiamo rapidamente dimenticando che etica e legalità sono due cose affatto diverse. E c’è un buon motivo per questa amnesia collettiva: per decidere cosa è eticamente corretto e cosa no occorre impegnarsi nella faticosa pratica del pensiero e, peggio ancora, dell’assunzione di responsabilità. Per decidere cosa è legale o no, invece, è sufficiente ricorrere a un giudice e pagare un (buon) avvocato. 

A me non frega un accidente se l’apologia del fascismo è illegale oppure no. A me i gruppi dichiaratamente nazifascisti, le case editrici che pubblicano collane di libri inneggianti al fascismo, i negazionismi, i saluti romani, fanno semplicemente schifo: sono moralmente esecrabili, storicamente pericolosi, esteticamente grevi, fisicamente privi di spessore.  Non ho bisogno di una legge che vieti chi vomita insulsaggini su Mussolini e vent’anni della nostra storia, ho bisogno di chi, come Antonio Scurati, mi aiuta a capire cosa l’uno e l’altra hanno lasciato nella coscienza di tutti noi e di cui dobbiamo ancora liberarci.

Vietare per legge opinioni che dovresti allontanare con disgusto, invece, è estremamente pericoloso perchè la prossima opinione a essere vietata potrebbe essere la tua.

Il sol dell’avvenir

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di Nadia Ferrari

Nel giorno della tua festa non posso fare a meno di pensare a te. 

Condividiamo un tempo ormai così lungo ornato di eventi, incontri, ricordi. Come non amarti se sei gran parte della mia vita?

Ti ho amato molto “caro il mio lavoro” soprattutto in gioventù allora eri addirittura una priorità insieme a te ho creduto di poter cambiare il mondo e forse ci sono anche riuscita se penso al minuscolo mondo che ruota attorno a me. 

È con te che ho incontrate le più belle persone della mia vita, donne e uomini, colleghe e colleghi, formatori e dirigenti, meravigliosi compagni di avventure. Irrinunciabili maestri e maestre che, appassionati e costretti a far di te il luogo dell’educazione, della giustizia, dell’eguaglianza, mi hanno insegnato la ricerca della “qualità” nelle cose che si fanno … fatiche comprese. 

Me lo hanno insegnato mostrandomelo. 

“Non esiste nessun manuale che parli del problema essenziale della manutenzione della motocicletta: tenere a quello che si fa. Questo è considerato di scarsa importanza, o viene dato per scontato. (…) La qualità, sappiamo cos’è eppure non lo sappiamo. Questo è contraddittorio. Alcune cose sono meglio di altre cioè hanno più qualità. Ma quando provi a dire in che cosa consiste la qualità astraendo dalle cose che la posseggono, paff, le parole ti sfuggono di mano (Robert M. Pirsig)

È capitato a tutti credo almeno una volta nella vita di veder lavorare uno specifico insegnante, un allenatore, un dipendente pubblico, un impiegato, un medico, un imprenditore, un cameriere, un operaio, una badante e pensare che quella persona stava facendo bene il suo lavoro. 

È un problema di senso amarti non di prestigio. 

Lavorare stanca, logora, di lavoro si può anche morire, non è facile amarti quando riveli queste parti di te. Ci vuole coraggio, impegno e lotte affinché tu contribuisca realmente e per tutti a migliorare la vita che abitiamo. Come in ogni amore ci sono luci ombre, cadute e rinascite, cose belle e cose da dimenticare. Come in ogni amore esiste un filo sottile e invisibile di reciprocità per migliorare è necessario prendersi cura anche di te, sarebbe bello pensare a te come ad un albero.

 “Gli alberi hanno bisogno di due cose: sostanza sotto terra e bellezza fuori. Sono creature concrete ma spinte da una forza di eleganza. Bellezza necessaria loro è vento, luce, uccelli, grilli ed un traguardo di stelle verso cui puntare la formula dei rami”. (Erri De Luca)

Nel giorno della tua festa infine non posso non pensare a mia madre ormai 88enne, invalida grave, che ancora oggi alzandosi con una fatica incommensurabile per recarsi al centro diurno si confonde e mi dice “dai andiamo che devo andare a lavorare”. Sei ancora tu vestito di demenza che la fa alzare ogni mattino.  È nel giorno della tua festa che sento forte il senso che hai rappresentato per mia madre, figlia delle lotte operaie, artigiana dell’emancipazione, e che io ricevo in eredità.

Una eredità che oggi mi commuove.

 

Distanze vicine

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di Irene Auletta

È sempre bello e importante prendere e andare, che sia per lavoro, studio o vacanza, è mettere distanza. Da un po’ lontano vedo la vita di ogni giorno con differenti sfumature di tanti toni. Provo a non lasciarne indietro nessuno, neppure quelli più difficili da guardare.

La mancanza può essere una possibilità per stare con emozioni intime che hanno bisogno di solitudine e poi, più invecchio e più la solitudine mi piace assai. Saranno anche queste le sfumature dei tramonti?

Intorno mi arrivano notizie di figli all’estero, che si laureano, si sposano, hanno a loro volta figli. È così, mie coetanee mi narrano di mondi per me lontanissimi e, in parte, incomprensibili. Che bello diventare nonna! E poi proprio ora che fra pochi anni sarò in pensione. Cosa? Ma scherziamo, come nonna? Come pensione? Aiuto!

Eccomi lì incatenata a un ruolo di madre che mi ha fatto perdere la trebisonda del tempo. Persa in un accudimento quotidiano con questa figlia un po’ sempre piccola che alla fine mi fa, paradossalmente, sentire una madre sempre “giovane”. Che scherzi bastardi sa fare la vita!

Prima che la malinconia e la tristezza occupino tutto lo spazio, tuo padre interrompe i miei pensieri, avvisandomi che mi state raggiungendo dove sono per farci una gita al lago e poi tornare a casa insieme.

Le distanze iniziano a sfumare e le foto, che immortalano le tue emozioni del viaggio, tra bus e treno,  mi fanno già pregustare quel nostro incontro che dopo qualche giorno di distanza mi fa sentire male in gola, tanto il desiderio di riabbracciarti.

Ed eccoci qui, mai uguali a chi ci circonda, diversamente distanti, tra poco saremo ancora lì a nutrirci occhi negli occhi, mani nelle mani, vita nella vita.

Anche per questa lezione, figlia mia, ti devo ringraziare. La vita è un bel casino, ma può scatenare sempre grandi e bellissime passioni pronte a nutrirne il senso.

Vi aspetto, miei preziosi.

Ora e sempre

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di Igor Salomone

Libro e moschetto

Oggi, 25 aprile, festeggiamo la Liberazione. Ma da cosa? La risposta più scontata è: dall’occupazione nazifascista dell’Italia. Giorni gloriosi quelli. Rivedere i gruppi partigiani che, abbandonate le montagne, i casolari, i covi dove per anni si erano nascosti per poter combattere il regime barcollante ma spietato, sfilavano finalmente per le strade di MIlano, Torino, Bologna, Genova è per me, ancora oggi, motivo di emozione profonda.

Ma non basta. La Liberazione è stato un fenomeno molto più ampio di una guerra civile che ha coinvolto mezza Italia nella seconda metà dell’ultima guerra mondiale. Ciò di cui ci dovevamo liberare era il Fascismo e la sua penetrazione profonda e capillare in tutte le pieghe delle istituzioni e dello stesso sistema di vita e di pensiero.

Voglio ricordare oggi, 25 aprile, che Il Fascismo, come tutti i totalitarismi del resto, è stato innanzitutto un grande progetto pedagogico: ha riscritto la storia, reinventato il linguaggio, dettato gli scopi, strutturato il sistema educativo formale e informale sin nei più piccoli dettagli per plasmare le menti, domare gli spiriti, indirizzare le volontà di milioni di persone.

Ed è stato talmente efficace che, a distanza di più di 70 anni, i figli e i nipoti di quelle menti, di quegli spiriti e di quelle volontà plasmate dal Fascismo, si portano ancora appresso quell’eredità. Taluni con orgoglio, moltissimi altri senza neppure rendersene conto. A dirla tutta, è probabile che in tutti noi, chi più chi meno, abiti ancora qualche cascame culturale del Ventennio.

Quindi il 25 aprile non celebriamo la fine di qualcosa, che in effetti dopo tanti anni potremmo anche piantarla lì, il 25 aprile celebriamo l’inizio di qualcosa: l’inizio di un processo di liberazione da una cultura penetrata profondamente nel nostro tessuto sociale e che continua ancora oggi a manifestarsi. Anzi, oggi più che mai.

Il Fascismo ci ha insegnato una lezione da non dimenticare per tutti i secoli a venire: l’educazione è potere. Quindi resistere, significa esercitarlo con estrema prudenza e, insieme, contrastando ogni tentativo di trasformarlo in un potere assoluto. Da qualunque parte questo tentativo provenga. 

Ora e sempre.

Pedagogia digitale – 2

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di Igor Salomone

Ecco, giusto, diamo delle regole. Quando il pedagogista si sente convocato di fronte a un qualsiasi problema, la risposta standard è: occorre dare delle regole. E chi potrebbe dissentire? nessuno. Appunto, quindi perchè dire cose che tutti sono già pronti ad ascoltare? Certo, così è più facile essere capiti, però mi sfugge a cosa serva far capire cose ovvie.

Quindi, gli smartphone possono essere pericolosi per gli adolescenti. Chiaro. Non sono da demonizzare, ovviamente. Però ci vogliono dei paletti: mai prima dei 13 anni, quando arrivano massimo un’ora di uso giornaliero, poi si può aumentare progressivamente ma mai più di due ore (un quarto d’ora all’anno? due minuti al mese? scatto d’anzianità di sessanta minuti al compleanno?), ritiro prima di andare a letto. Sembra il bugiardino di un farmaco, effetti collaterali descritti con chiarezza, modalità d’uso anche, manca solo la composizione.

Ma sono sicuro che Daniele Novara abbia detto ben altro. L’intervista apparsa su Repubblica riporta solo il cipiglio normativo, però le interviste sono così, tu parli magari un’ora e la redazione sceglie solo le cose che ritiene più digeribili dal proprio pubblico. Quindi, Daniele non me ne voglia, mi faccio carico io di riportare tutto ciò che lui ha sicuramente detto e che lo spietato redattore ha cassato.

Primo. La tecnologia va capita.
Gli smartphone, come tutte le tecnologie, non solo non vanno demonizzati: vanno capiti. Regolamentare ciò che non si conosce è il modo migliore per far fallire le regole.

Secondo. Le regole devono permettere.
Le regole che funzionano sono regole che indicano come usare qualcosa, non quando non usarla. Limitarsi a evitare un problema è una strategia educativa perdente

Terzo. La legge è uguale per tutti.
Le regole sull’uso della tecnologia, devono riguardare tutti, adulti e genitori compresi. Questo non vuol dire che devono essere uguali per tutti, ma che tutti si devono sentire sottoposti a delle regole.

Quarto. La tecnologia siamo noi
Il rapporto con la tecnologia è un problema epocale e richiede processi di adattamento creativo complessi. Abbiamo bisogno di giovani capaci di abitarla, non di una generazione divisa tra chi ne abusa e chi la teme.

Quinto. Educazione e futuro
Lasciamo agli psicologi il compito di additare le patologie connesse con l’uso della tecnologia. Facciamo che gli educatori si occupino di guidare i ragazzi attraverso trasformazioni che tutti fatichiamo a capire, evitando i nostalgismi e le visioni apocalittiche.

Potrei andare avanti ancora un bel po’, ma credo sia sufficiente per restituire all’intervista di Daniele Novara lo spessore che merita.

Obiettivo amarsi

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di Irene Auletta

Non ho idea di cosa sto sognando e credo di essere ancora altrove quando mi accorgo del tuo richiamo notturno. La sveglia impietosa segnala che sono solo le due e mezza e so già che è il mio turno. Io e tuo padre facciamo così, ci alterniamo in base alle giornate e agli impegni di lavoro. Insomma, una sfida a chi può resistere di più e stanotte tocca  a me.

Vista l’ora non abbandono la speranza che tu possa riaddormentati ma dopo tre ore, e in vista del primo chiarore, mi arrendo alla stanchezza e alle attese negate. Tu sei molto insofferente tra stanchezza, irritazione e qualche fastidio non bene identificato e per la prima volta nella tua vita accade che mentre provo a consolarti mi arriva una sberla. 

La mia reazione muta va oltre le parole e di fronte al tuo lamento ci vedo lì, naufraghe nella notte. Freno la mia reazione e ti vedo indifesa quanto me, di fronte a qualcosa che sembra impossibile da gestire diversamente. In più stanotte c’è anche il malessere che aggiunge il suo carico ulteriore.

Realizzo di averti disturbata e che in qualche modo deve uscire anche un po’ di umana rabbia e allora mi allontano dicendoti che capisco di essere stata un po’ invadente.

Il suono della sveglia ci trova così tu più serena e io persa nei miei pensieri malinconici, mentre con ironia penso alle parole di ieri della mia ginecologa e alle “prescrizioni” di vita per la mia età e per coltivare una buona salute. Vabbè, lasciamo perdere.

Per reagire alla stanchezza deciso di accogliere la giornata con la musica e un po’ di ballo e nella ricerca incrocio sul mio iPhone questa bella canzone dei Negramaro proprio mentre cantano 

Ti è mai successo di voler tornare 

A tutto quello che credevi fosse da fuggire 

E non sapere proprio come fare 

Ci fosse almeno un modo uno per ricominciare

Pensare in fondo che non era così male 

Che amore è se non hai niente più da odiare 

Restare in bilico è meglio che cadere 

A me è successo amore e ora so restare

Quando si dice le coincidenze.

Balliamo un po’ e pian piano i nostri corpi provano a incontrare la nuova giornata meno massacrati avviandosi nel mondo, simulando false normalità.

Dai facciamo che ci salutiamo senza odiarci, mi viene da dirti con leggerezza ripensando alla canzone e osservando i tuoi occhi scuri. Forse è anche un invito a me a non odiare alcuni momenti di questa vita e a trovare la forza da continuare a darti e a darci.

Ci abbracciamo forte e prima di salire sul pulmino il tuo viso si illumina in un sorriso bellissimo. Anche per oggi amore, siamo salve. Ci amiamo.

Speriamo che sia bellezza

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di Irene Auletta

Questo racconto l’ho lasciato maturare un po’, l’ho raccontato qualche giorno fa in un corso di formazione e ora i tempi sono maturi per la scrittura.

Domenica sera. Dopo un pomeriggio in giro con tuo padre, a far cose assai belle, appena torni a casa ricompaiono quelle maledette stereotipie amiche nemiche di questi ultimi tempi.

Cosa ne dite di una pizza? E se invece di mangiarla a casa andassimo in pizzeria?

Poco dopo eccoci li, io e tuo padre, che non riusciamo a smettere di guardarti pieni d’orgoglio amoroso. Hai imparato a stare nelle situazioni pubbliche ed è evidente quanto ti danno gusto. Scompaiono proteste e gesti di chiusura e al tavolo con noi vediamo solo un’attenta e curiosa signorina.

L’emozione è palpabile negli sguardi che ci scambiamo e di sicuro io e tuo padre sappiamo bene di condividere lo stesso dolore quando, esattamente al contrario di ora, ti vediamo un po’ persa in un tuo mondo parallelo.

Così la serata diventa sempre più saporita, tra umori e cibo, sensazioni ed espressioni belle.

Un certo rumore segnala una comitiva che prende posto a un tavolo vicino. Ci sono adulti e ragazzi, presumibilmente genitori e figli.

Stai proprio facendo il mongoloide! commenta ad alta voce una signora del gruppo rivolta ad un ragazzino seduto allo stesso tavolo e, nel farlo, imita un verso tipo gorilla che evidentemente la signora associa al genere appena nominato. Non contenta, sempre con tono di voce alto, poco dopo aggiunge, eccolo lì, ora è passato a fare l’autistico.

Mi disturbano il tono, iI contenuto, l’invadenza e la volgarità che mi raggiungono nella nostra bolla magica. Ma, ancor di più, mi disturbano le risate degli altri adulti seduti al tavolo e l’ilarità della conversazione.

Penso a quanto sono differenti le storie. Noi che ci gustiamo ogni attimo come prezioso mentre lì vicino si sprecano occasioni. Saranno consapevoli questi adulti di cosa stanno insegnando con le loro battute? Si renderanno conto che educare alla bruttezza, alle prese in giro, alla denigrazione, lascia tracce profonde nella vita e nello sguardo dei figli? 

Sposto l’attenzione e la mente da quella scena perchè non voglio che questo episodio rovini il nostro piccolo idillio della sera. Mi rimane solo un eco di amarezza.

Nel silenzio del mio cuore, rinnovo il nostro patto segreto. Per te figlia, voglio trovare parole ed emozioni sempre più belle.

Al resto, ci pensa il mondo. 

Ti accompagno io dopo i compiti

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di Igor Salomone

Paternalismo forever

Bravi ragazzi, sì dai proprio bravi. Fate bene a pensare al vostro futuro, noi ce la siamo goduta, ma voi dovete ancora farlo e c’è rimasta poca ciccia in effetti. Quindi fate bene a protestare. Di tanto in tanto.

Mi raccomando però, niente violenze eh? Neanche verbali. Sì insomma, tutti quei c..zi nel discorso dell’attivista milanese, come si chiama? così giovane e così arrabbiata. Non sta bene e, dai, alla fine non giova neppure alla causa.

E sapete che siete proprio belli? sì, sì, guardarvi sfilare sorridenti e colorati, anche un po’ incazzati, ma ci sta, è un piacere per gli occhi e scalda il cuore. Sembra quando eravamo noi in piazza per rivendicare giustizia, pace e tutte quelle cose lì. Mamma quanti anni sono passati, a vedervi vien la nostalgia. E voglio dirlo, accidenti, anche un po’ di orgoglio. Alla fine guarda che generazione abbiamo tirato su!

A proposito, tutti i venerdì? non vi sembra un po’ eccessivo? In fondo abbiamo già capito quello che volevate dirci. Adesso tocca ai grandi. Poi, per carità, se vedete che gli adulti traccheggiano come sono abituati a fare, magari fra un cinque o sei mesi ritornate in tutte le piazze del mondo. Possibilmente di sabato però, non ha senso che perdiate dei giorni di scuola. Insomma, la vita deve continuare, non si può bloccare un’istituzione solo per portare la vostra testimonianza. Come? noi facevamo le barricate? sì, vero, e guardate come è andata a finire. Fatevi sentire, ma non alzate troppo la voce, date retta a me.

Comunque sono proprio contento che abbiate dimostrato di non essere come vi dipingono: una generazione attaccata agli schermi dei vostri telefonini. Siete ben altro e l’avete dimostrato organizzando questa bellissima giornata mondiale di protesta per i cambiamenti climatici. A proposito, come ci siete riusciti? Vi siete scritti delle letterine su carta colorata? Vi hanno aiutato mamma e papà con le loro associazioni? Vi siete tenuti in contatto con una rete di radioamatori? In effetti è un bel mistero.

A ogni modo, potremmo fare che ogni anno il 15 marzo, o meglio il sabato più vicino al 15 marzo, ne organizziamo una, che ne dite? Magari insieme questa volta. Facciamo una raccolta fondi, scriviamo dei libri, mettiamo in piedi qualche bella fondazione. Me lo vedo già, magliette con il logo, scegliamo una pianta o dei fiori a simbolo dell’evento e li vendiamo agli angoli delle strade, servizi e dibattiti radiotelevisivi prima durante e dopo, insomma, una kermesse da collocare tra Il Carnevale e la Festa del Papà. Che ci viene fuori anche qualche soldo, hai visto mai.

Adesso però tornate a studiare, eh? che la laurea è importante, il master anche. Per farvene cosa non si sa, anche perchè ora che avrete finito, potreste aver imparato mestieri che non serviranno più. Ma non importa, studiate lo stesso e se fra dieci anni qui farà troppo caldo per viverci, vorrà dire che vi trasferirete in Norvegia a coltivare i vigneti che nel frattempo saranno cresciuti rigogliosi. Sono sicuro che il Merlot “Greta” andrà a ruba in tutto il mondo. Sopratutto il 15 marzo.

Colori notturni

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di Irene Auletta

Comunque la disabilità è proprio così. 

Passi un sacco di tempo a dirti che quella determinata cosa non passerà mai, poi intravedi barlumi di speranza, poi ti illudi che finalmente è passata e alla fine scopri che puntualmente alcune cose ritornano. Sempre.

Tra gli evergreen non mancano i problemi alimentari, le intolleranze, le irritazioni o infezioni, i comportamenti ossessivi e i disturbi del sonno. Giusto per dirne solo qualcuno.

Da qualche settimana le nostre notti avevano assunto una parvenza di quasi normalità, fino a quando è tornato quell’andamento a onda che conosciamo, ahimè, benissimo. Sveglia che gradualmente passa dalle sei, alle cinque, alle quattro e stanotte alle tre e mezza eri lì che bussavi alla tua porta come fai sempre per segnalarci che la notte, per te, è finita.

Con grande sollievo penso al lungo percorso fatto insieme su tanti fronti e in particolare anche su questo. Me lo ha segnalato quel pensiero nato lì, spontaneamente, per primo. Accidenti e domattina c’è piscina! Solo dopo mi sono ricordata della giornata parecchio impegnativa che invece aspettava me, al varco dell’albeggiare tinto di quei meravigliosi colori che ogni cambio di stagione sa dipingere in cielo.

Mi sei mancata moltissimo in queste ultime settimane che mi hanno visto tanto spesso lontana da casa e allora decido di organizzare una postazione notturna che ci permetta di stare vicine, quasi a recupero del tempo perso.

Ogni tanto ridi, mi accarezzi, commenti le bizzarre vicende di quella serie  televisiva che riesce a fare compagnia alla tua insonnia. Santo Netflix! In questi casi, io raramente riesco ad appisolarmi, ma stavolta mi accorgo che la tua vicinanza mi fa riposare e mi ricarica di quella bellezza che quasi riesce a rendere meno opache le ombre della vita che, con il buio, tornano ad essere ingombranti.

Stasera, a conclusione di un incontro formativo con un gruppo di educatrici che conosco da anni,  mi ritrovo a invitare alla leggerezza dichiarando che il lavoro è un gioco. Lo dico consapevole del fatto che le mie interlocutrici comprendono bene cosa intendo, attribuendo alla dimensione ludica quella serietà che i bambini piccoli sanno insegnarci ogni giorno. Imparando giocando e giocando per imparare.

Chissà che un giorno io non riesca a dirlo anche della vita!

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