L’eredità spezzata – Recensione n°2

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di Igor Salomone

Ecco la seconda recensione al mio romanzo L’eredità spezzata da parte dell’amico Davide Locastro. Pubblicata sulla sua bacheca Fb, mi è sembrato giusto dargli spazio anche sul blog. Grazie Davide, come ti ho risposto il giorno in cui l’hai pubblicata, per averlo letto e per avermi restituito il tuo prezioso sguardo. Nelle tue parole ho ritrovato le mie. Quelle del romanzo e quelle della vita.

La prima recensione la trovate qui

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“Ci sono libri che restano per il talento immenso di chi li ha scritti; altri restano per la potenza della storia che raccontano; altri ancora per le emozioni che trasmettono, per il segno che riescono a lasciare in chi legge.
Igor di talento ne ha, anche se è dal vivo, nella realtà di una relazione fatta di corpo, gesti, sguardi, voce, a volte lacrime e sudore, che ha costruito quello che per me (e per molti altri) è il suo personale mito. La storia c’è, anche se è una non storia, fatta di silenzi, vuoti mai riempiti, cose non dette; una storia non è fatta solo di ciò che accade, ma anche (e soprattutto) di ciò che non accade, di ciò che sarebbe potuto accadere. E poi ci sono le emozioni, quelle raccontate, che appartengono al romanzo e a quelle di chi legge o, meglio, a quelle che nascono dall’incontro della storia con il suo lettore.
L’eredità spezzata è un libro dentro ad un altro libro; è la costruzione di un’eredità negata e tuttavia presente; è la storia di padri che generano figli e diventano a loro volta padri e della loro incapacità di lasciare un segno che diventi storia.
Ho letto questo libro con occhi di padre. L’ho letto pensando a mio padre e a mio figlio. Lasceremo comunque un’eredità, che lo vogliamo oppure no.”

Davide Locastro

Smettiamola di dar retta ai bambini

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di Igor Salomone

“Tu”  gli ho detto guardandolo dall’alto in basso e puntando l’indice sul suo naso “non devi ascoltare sempre i discorsi degli adulti”.

Cavolo che esperienza! mi sono sentito posseduto dallo Spirito degli Educatori Passati. Ne ho assunto persino la postura: volitiva, austera, magistrale. Diamine! possibile che gli adulti non possano parlare tra loro senza che tutti i mocciosi nei dintorni non si sentano in diritto di ficcare il naso interrompendo, domandando, pretendendo?

Dove abbiamo sbagliato?

Perchè da qualche parte abbiamo sicuramente sbagliato.

Il giorno dopo Ognissanti eravamo a pranzo con una coppia di amici, in un ristorantino incastonato tra le montagne nel bel mezzo di un nulla blu. Quattro genitori, due bambini di nove anni e mia figlia, che di anni ne ha diciannove ma necessita di attenzioni anche maggiori degli altri due. Madre, figlia, figlia, figlio, madre, padre, padre. Questa era la distribuzione dei posti attorno al tavolo. Ogni genitore aveva di fronte un figlio, nessun adulto si guardava dritto negli occhi, per parlarci dovevamo  contorcerci.

“Quando ero piccolo noi bambini mangiavamo sempre per conto nostro”, dico al mio amico che annuisce. Abbiamo la stessa età. E anche le stesse passioni pedagogiche. E’ d’accordo  quando sentenzio che non mi sembra sia stato un gran guadagno passare da quella specie di apartheid generazionale, all’attuale promiscuità che confonde i mondi di adulti e bambini, mischiandoli inestricabilmente.

Eppure è questo che mi capita di vedere ovunque.

In una comunità per minori che frequento per lavoro, siedo spesso a pranzo con educatori e ragazzi. Stesso format: adulto-minore-adulto-minore in alternanza e i discorsi, a tavola, sono sempre intrecciati. I ragazzi faticano a parlare tra loro senza che un educatore non intervenga e gli adulti fra loro difficilmente scambiano una parola.
Non esistono più discorsi “da grandi”? Bambini e ragazzi non hanno più nulla da dirsi che riguardi solo loro e nessun altro?

Del resto mi sembra di essere mia nonna. Odio i discorsi che iniziano con “una volta” per dire che l’Età dell’oro è alle spalle, fosse anche solo vent’anni fa, e oggi il mondo è irrimediabilmente corrotto. Non ho alcuna nostalgia del bel mondo antico alla ‘900 di Bertolucci e l’immagine dei bambini che giocano scalzi nell’aia tirando di fionda ai gatti mi mette tristezza, non malinconia per la vita vera di una volta ormai andata perduta.

Però qualcosa di sbagliato c’è comunque.
Bambini che non si fanno mai gli affari propri e adulti che mettono il becco in tutto ciò che fanno i bambini, sono due facce della stessa medaglia. Il frutto iperbolico e illegittimo di una rivoluzione educativa che ci ha insegnato l’attenzione e l’ascolto, ma non ci ha mai detto che per avere la nostra attenzione i bambini hanno diritto a rapinarla con ogni mezzo e che ascoltarli significa dar retta a tutto quello che dicono.
L’attenzione va conquistata, non pretesa, e ottenerla non può essere lo scopo, ma il mezzo per imparare i modi, i momenti e le opportunità. 
L’ascolto educativo è ascolto dei bisogni e tacere, ignorare, persino intimare, magari con l’indice puntato, possono essere gesti attenti al bisogno dei bambini di essere posti di fronte a dei confini. Se sono compiuti con cura e non per sfinimento, quando i confini si sono dissolti, quando la richiesta di attenzione diventa predatoria, quando lo spazio adulto è ormai totalmente colonizzato.
Smettiamola di dar retta ai bambini a ogni costo. Anche perchè il costo che alla fine dobbiamo pagare è l’impossibilità di dar loro ascolto, assordati dal frastuono delle loro pretese.
Smettiamola di dar retta ai bambini e iniziamo ad ascoltarli, anche se per farlo dobbiamo girare la testa dall’altra parte, continuare a parlare tra noi, ricondurli con un dito al loro spazio.
Smettiamola di dar retta ai bambini, oppure diamogliela sul serio drizzando le orecchie a ciò di cui necessitano veramente, anche se questo significa tenerli, quando serve, a debita distanza.

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