Ora e sempre

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di Igor Salomone

Lo ammetto, gli ultimi 25 aprile li ho vissuti in modo tiepido. E me ne pento. Non solo io del resto, non ricordo se l’anno scorso o due anni fa, in piazza Duomo alla manifestazione c’era proprio poca gente. Almeno in rapporto a qualche anno prima. E dovremmo pentircene.

Oggi non potrò andarci in piazza, e non potrà farlo nessuno. E di questo mi rammarico tantissimo. Non mi resta quindi che usare la piazza virtuale. Quindi eccomi con un bel post sulla Liberazione, anzi sulla festa della Liberazione.

Non dovendo prepararmi per il corteo, ho il tempo di chiedermi che tipo di festa sia quella di oggi. Ci si fa gli auguri, certo, ma per cosa? Non credo si tratti di augurarsi a vicenda un altro 25 aprile, perchè significherebbe prima riavere il nazifascismo con tutto quello che consegue. Si tratta probabilmente di festeggiare, in ricordo di qualcosa avvenuto moltissimi anni fa. Ma così scalda poco gli animi dei più giovani e sopratutto, fa dire a molti opportunisti che ormai è passato tanto tempo ed è ora di finirla. Magari trasformando questa festa nella commemorazione dei morti di tutte le guerre…

Gli auguri quindi mi stanno stretti, così anche le commemorazioni. Sento invece un bisogno impellente: ricordarci tutti quanti cosa è stato il nazifascismo: è stato sopraffazione sistematica, odio e discriminazione nei confronti di qualsiasi diversità, menzogna elevata a discorso pubblico, violenza come azione politica, trionfo dell’irrazionalità, sterminio di massa. E sono certo di essermi dimenticato qualcosa. 

Il nazifascismo non è stata una semplice dittatura, è stato molto di più.  A differenza di altri orrori prodotti dal tradimento dei loro ideali originari, dei quali è piena la Storia, il nazifascismo è stato esattamente ciò che voleva e ha proclamato di voler essere. Per questo è stato l’orrore assoluto. 

Non lasciamo il racconto di questo orrore nelle mani di chi vuole riabilitarlo. Il nazifascismo è stato il peggiore crimine contro l’Umanità di sempre. E tutte le nostre istituzioni si reggono sul suo ripudio. E’ questo che non voglio dimenticare.
Buon antifascismo. 

Ora e sempre

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di Igor Salomone

Libro e moschetto

Oggi, 25 aprile, festeggiamo la Liberazione. Ma da cosa? La risposta più scontata è: dall’occupazione nazifascista dell’Italia. Giorni gloriosi quelli. Rivedere i gruppi partigiani che, abbandonate le montagne, i casolari, i covi dove per anni si erano nascosti per poter combattere il regime barcollante ma spietato, sfilavano finalmente per le strade di MIlano, Torino, Bologna, Genova è per me, ancora oggi, motivo di emozione profonda.

Ma non basta. La Liberazione è stato un fenomeno molto più ampio di una guerra civile che ha coinvolto mezza Italia nella seconda metà dell’ultima guerra mondiale. Ciò di cui ci dovevamo liberare era il Fascismo e la sua penetrazione profonda e capillare in tutte le pieghe delle istituzioni e dello stesso sistema di vita e di pensiero.

Voglio ricordare oggi, 25 aprile, che Il Fascismo, come tutti i totalitarismi del resto, è stato innanzitutto un grande progetto pedagogico: ha riscritto la storia, reinventato il linguaggio, dettato gli scopi, strutturato il sistema educativo formale e informale sin nei più piccoli dettagli per plasmare le menti, domare gli spiriti, indirizzare le volontà di milioni di persone.

Ed è stato talmente efficace che, a distanza di più di 70 anni, i figli e i nipoti di quelle menti, di quegli spiriti e di quelle volontà plasmate dal Fascismo, si portano ancora appresso quell’eredità. Taluni con orgoglio, moltissimi altri senza neppure rendersene conto. A dirla tutta, è probabile che in tutti noi, chi più chi meno, abiti ancora qualche cascame culturale del Ventennio.

Quindi il 25 aprile non celebriamo la fine di qualcosa, che in effetti dopo tanti anni potremmo anche piantarla lì, il 25 aprile celebriamo l’inizio di qualcosa: l’inizio di un processo di liberazione da una cultura penetrata profondamente nel nostro tessuto sociale e che continua ancora oggi a manifestarsi. Anzi, oggi più che mai.

Il Fascismo ci ha insegnato una lezione da non dimenticare per tutti i secoli a venire: l’educazione è potere. Quindi resistere, significa esercitarlo con estrema prudenza e, insieme, contrastando ogni tentativo di trasformarlo in un potere assoluto. Da qualunque parte questo tentativo provenga. 

Ora e sempre.

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