Orizzonti pensosi

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malaladi Irene Auletta

Stamane pensavo a Malala Yousafzai che ha vinto il premio Nobel per la pace 2014 insieme a Kailash Satyarthi, “per il loro impegno contro la sopraffazione nei confronti dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini a un’istruzione”. A diciassette anni, Malala è la più giovane premio Nobel della storia.

Ci pensavo perchè sono giorni che rifletto sul senso di responsabilità e sulla difficoltà ad assumere e sostenere un pensiero collettivo anche a costo, o a rischio, di andare contro il proprio interesse individuale. Mi chiedo come possiamo tutti noi, aiutarci ad uscire dalle trappole di tanti slogan quotidiani che ormai, ahimè, sembrano vuoti, senza alcuna anima o significato. Quasi senza accorgercene la cultura del proprio interesse personale, dei propri affari è diventata dilagante e si è infilata nei pertugi delle vite, anche di quelle che forse hanno tentato una resistenza fedele.

Devo preoccuparmi del mio bene… Devo imparare a curare il mio interesse … Non vedo perchè occuparmi degli altri quando ognuno è preso solo da se stesso. Quante di queste frasi o similari ci sono diventate ormai familiari? E chi di noi non si è trovato nella condizione di volerle rivendicare anche un po’ per sè?

Il problema, sempre e ancora una volta, mi sa che ha a che fare con la misura. Non è quindi dire o pensare al proprio interesse o a quello dei propri cari ma, farlo diventare l’unico sguardo possibile e quello pervasivo in qualunque situazione e nei contesti più diversi. Ogni volta che sono in una scena professionale e sento la frase “la priorità è la mia famiglia”, non posso fare a meno di chiedermi cosa centra. Ogni vita attraversa tante scene e credo che ognuna abbia la propria peculiare priorità. Il problema forse è non confonderle e trovare modi possibili per farle dialogare.

Il fatto è che, proprio il lavoro, costringe ad un continuo confronto tra la sfera privata e quella pubblica in cui siamo immersi quotidianamente.

Una ragazza di diciassette anni capace di guardare al mondo, agli interessi altrui, oggi mi commuove.

Mi commuove perchè ho una figlia della stessa età che non potrà mai pensare il futuro e forse anche perchè mi trovo di fronte a tante scene quotidiane che mi sembrano risuonare all’unisono con la difficoltà degli adulti ad assumersi una responsabilità collettiva.

Mi commuove e mi fa paura. Come possiamo insegnare che lo sguardo al futuro è un respiro imprescindibile per qualcosa che va oltre i ristretti confini della nostra persona? Forse per deformazione professionale mi ritrovo spesso a pensare che anche in questo caso, sui piatti della bilancia potrebbe esserci la cura. Da una parte dei propri affari e dall’altra?

Sei troppo idealista, mi hanno detto di recente. Ci ripenso ancora stamane e mi dico che Malala sta insegnando al mondo che le idee, sono forti, preziose, importanti, soprattutto quando si è capaci di guardare lontano.

Direbbe Tata Matilda “lezione numero uno, appresa!”.

Educazione al muro

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images.jpg mondo azzinanodi Irene Auletta

Passeggiamo incantati tra le vie di questo piccolo paese sorpresi del saluto puntuale delle poche persone che incrociamo. Passando vicino ad un’abitazione decidiamo di chiedere informazioni ad un signore che, in tuta da lavoro, è impegnato ad innaffiare il suo giardino.

Il nostro è un piccolo paese di centoventi abitanti che si animava solo in occasione della festa annuale. Faccio parte della proloco e con un piccolo gruppo di cinque, sei persone abbiamo iniziato a riflettere sulla possibilità di rendere più visibile il nostro paese e aprirlo al turismo e alle visite di più persone…. come voi ora! Ci piace incontrare tante persone e condividere con loro le nostre idee e le nostre bellezze.

E cosa viene in mente di fare a questi signori come attrattiva? Di far comparire sui muri delle abitazioni dei disegni a tema che ritraggono i giochi di una volta intrecciando colori e ricordi, fantasia e creatività, storie e cultura. Il paese di cui parlo si chiama Azzinano di Tossicia in provincia di Teramo e di certo gli interessati potranno trovare in rete tutte le informazioni relative, le immagini e le curiosità.

A me piace solo raccontare la piccola storia di questo incontro e l’aria fresca che mi ha permesso di respirare. Erano giorni in cui sentivo un certo disagio che non riuscivo a nominare e che puntualmente si ripresentava di fronte ad un ricorrente atteggiamento collettivo sfiduciato, polemico, rivendicativo e assai poco incline a intravedere possibilità future.

Fatico sempre a dare un senso al lamento continuo ma questa sensazione era qualcosa di più e di diverso che mi faceva sentire quasi un po’ stupida nel mio bisogno di recuperare significati legati a fiducia e speranza.

Mi occupo di educazione accidenti come faccio a continuare se non intravedo possibilità nel futuro?, pensavo. I bambini e i giovani non possono continuare a nutrirsi dello sconforto degli adulti e del loro pessimismo che sembra presentargli un mondo finito o, peggio ancora, irrecuperabilmente marcio. Non possiamo più, come adulti, non assumerci la responsabilità di quello che stiamo insegnando con i nostri commenti sempre distruttivi su quello che ci circonda.

E con tale stato d’animo, mi ritrovo a passeggiare per queste vie e proprio nella piazza centrale mi sorprende il dipinto più recente, in memoria di Mario Lodi, pedagogista e scrittore di cui percepisco quasi la voce autorevole, fantasticando un messaggio.

Cari signori stiamo parlando di bambini … Avete presente chi sono? Ricordate ancora la meraviglia della scoperta, del gioco, della vita?  Riuscite ad assaporare il loro bisogno di imparare e sperimentare? Smettetela di polemizzare e occupatevi seriamente del loro futuro!

Ecco cosa mi ci voleva. Mi sono ritrovata, per mano a te, in un momento rubato di impagabile libertà, vedo chiaramente la mia via.

Il posto dei saperi

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pulizie e cucinajpgdi Irene Auletta

Ogni tanto ritorna. Una sorta di bisogno di pulizia semantica che, come patita dell’ordine e della cura, anche sul fronte dei linguaggi e dei significati mi ha fatto sviluppare nel corso degli anni una sorta di attenzione, pure un po’ maniacale.

Questi genitori non cambieranno mai. Povero bambino, si meriterebbe due genitori diversi! La madre è davvero troppo ansiosa. Perchè questi due continuano a fare figli? Lo capiranno mai che il figlio a ventidue anni non è più un bambino anche se disabile?

Ci sono affermazioni che sono come note stonate sempre ma che finiscono addirittura con il diventare stridenti se pronunciate nei contesti sbagliati. Ogni volta in cui nel mio lavoro sono chiamata a fare una valutazione, ne sento tutto il peso della parola che impone serietà e competenza, soprattutto quando in gioco ci sono persone e vicende umane.

Troppo spesso assistiamo a scivolate di stile e di contenuto in comunicazioni bisognose di tatto, cura e attenzione. Parlare dei loro figli con i genitori, vuol dire intraprendere un rispettoso percorso di incontro in territori complessi incrociando menti, cuori, culture e storie.

Ultimamente, in diversi contesti, ho sentito una forte distanza da frasi troppo affacciate al balcone dei sentimenti. Se devo sentire cosa farei d’istinto … Se ascolto la mia pancia. Dal punto di vista emotivo e via, su questa scia. Certo che la dimensione emotiva è importante e certo al quadrato che l’attenzione posta al complesso dialogo tra razionalità e attenzione alle emozioni è questione delicata e degna di nota.

Il fatto è che però, non di rado, fatico a rinvenire  il gusto del sapere  tecnico. Mi chiedo cosa accadrebbe se un chirurgo in sala operatoria si lasciasse prendere dalle emozioni, se un ingegnere di fronte ad un progetto ascoltasse molto la “sua pancia”, se un meccanico si perdesse tra le vie del cuore piuttosto che tra gli ingranaggi di un motore.

Trovo assai rischioso quello che può accadere proprio nelle professioni educative e di aiuto soprattutto se penso a quanto spesso oggi arrivano ai servizi socioeducativi richieste di “valutazione delle funzioni e delle competenze genitoriali”.

Sento dire spesso che non ci sono ricette. Ecco, appunto. Oggi vorrei dire a tutti coloro che si trovano a fare questa affermazione, e anche a me stessa, che quando siamo di fronte a dei genitori non siamo in una cucina e il nostro compito non è di elaborare un gustoso soufflé.

Ci sono certo la prima impressione, le reazioni emotive, il possibile coinvolgimento ma, attenzione, ci sono anche saperi, teorie, sguardi e approcci sperimentali. Conoscerli non è mai stato un opzional. Oggi, più che mai.

Tempi sordi

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tempi sordidi Irene Auletta

Sempre più spesso mi trovo circondata da domande sospese che mi interrogano rispetto alla difficoltà crescente di accorgersi che nella comunicazione esiste anche qualcun’altro. Commenti inappropriati, dichiarazioni cieche, totali disattenzioni all’interlocutore in una crescente concentrazione verso il proprio discorso.

Ciascuno di noi viene toccato, e a volte ferito, dalla disattenzione altrui e può essere che, dentro lo stesso meccanismo comunicativo, faccia anche lui la medesima cosa senza alcuna consapevolezza e in totale buona fede.

Ma cosa possiamo fare per allertare i sensi e l’attenzione? Come possiamo aiutarci dandoci segnali di allarme che orientino noi stessi e gli altri verso comunicazioni più attente e rispettose? Cosa ci succede nei nostri incontri quotidiani? Parliamo tanto di ascolto e altrettanto se ne scrive ma poi l’impressione è di essere travolti da un’ondata di individualismo sfrenato che forse non risparmia nessuno e che conferma quasi ogni giorno l’urgenza di intraprendere strade differenti.

Liberandomi da atteggiamenti giudicanti e moralisti, vorrei avere a disposizione qualcosa che, come gli occhiali dati in dotazione per assistere a proiezioni cinematografiche in tre dimensioni, offrisse nei vari incontri visioni e prospettive differenti. Qualcosa che segnali l’impertinenza, nelle sue differenti totalità.

Ciao cara …. ti abbraccio!  Allarme giallo. Non ci conosciamo quasi e siamo all’interno di una relazione professionale.

I figli sono una grande gioia e forse la cosa più bella che può capitare. Allarme rosso. Hai di fronte una persona che desidererebbe tanto averne (e tu lo sai!) ma non riesce o non può averne.

Simpatici davvero gli handicappatini! Allarme rosso vermiglio. Te lo ricordi vero che la signora che hai di fronte, amica o collega che sia ha una figlia disabile?

Non vedo proprio l’ora di staccare la spina e andare in vacanza a rilassarmi! Allarme blu cobalto. Stai parlando con qualcuno che ti sta raccontando delle sue fatiche e del fatto che non solo non fa vacanze da anni, ma che ogni giorno si arrabatta per capire come sbarcare il lunario e garantire alla sua famiglia una vita almeno decente?

E, via discorrendo su questa via, ognuno potrebbe sbizzarrirsi a partire da sè e dai propri incontri quotidiani. Educarsi a tacere e a non scivolare nelle ovvietà e nelle banalità, potrebbe essere un’ottima tappa di partenza.

Oggi voglio godermela tutta, curandomi nel silenzio.

Donne, menti e cuori per l’educazione

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di Irene Auletta

Sfoglio un album di foto ricordo.

Luglio 1991. Incontro per la prima volta due gruppi di educatrici di servizi per la prima infanzia di un comune dell’hinterland milanese. Allora si chiamavano ancora asili nido. Loro si stavano cimentando con un forte bisogno di formazione e di cambiamento e io con le mie prime esperienze nel ruolo di consulente pedagogico. Di certo allora, nessuno di noi avrebbe immaginato una storia professionale che ci ha viste per quindici anni compagne di viaggio.

Febbraio 2014. In occasione di una serata culturale che conduco insieme ad una collega ci incontriamo di nuovo. Senti Irene, quest’anno ricorrono i miei quarant’anni di lavoro e, anche se in pensione ci andrò il prossimo anno, mi piacerebbe fermare questo momento raccogliendo la mia esperienza e condividendola con le persone che insieme a me, hanno attraversato la mia storia professionale. Ci stai? Mi daresti una mano a pensare ad una serata che si configuri come incontro leggero, per festeggiare e ricordare insieme?

Aprire 2014. Eccoci di nuovo qui. Come succede nelle storie importanti, anche se non lavoriamo più insieme da parecchi anni, appena arrivo riconoscono il clima, l’organizzazione e la cura dell’ambiente, i sorrisi e i saluti che parlano di incredibili intrecci di vita e lavoro, trattenuti anche nel titolo dell’invito preparato dalla festeggiata e consegnato a ciascuna delle invitate. Non potrebbe essere diverso per lei perchè questo è sempre stato il suo modo di intendere il lavoro e l’educazione. Intrecci tra mente e cuore, tenacia e leggerezza, rigore e tenerezza, fatiche e raccolti.

Ricorrono parole che riconosco semi della nostra storia e che son diventati frutti individuali ricchi di sfumature differenti. Crescere, imparare, insegnare, credere, osare, sperimentare, divertirsi, impegnarsi. Il tutto condito con la passione che in tanti anni di lavoro ha fatto patire e ha permesso di gioire.

Serata ricca, piena di emozioni, ricordi, immagini, racconti. Di te mi ricordo bene quella volta che… Ti ricordi quando insieme abbiamo? … Quando ti ho conosciuta ho pensato… Durante la serata ci fanno compagnia tante fotografie che ritraggono momenti di quarant’anni di lavoro con bambini, genitori, colleghe e formatori. Materiali elaborati e prodotti individualmente e insieme. Programmazioni di lavoro, profili dei singoli bambini, lettere destinate a referenti istituzionali, tracce di momenti formativi e altro ancora che racconta una storia che, insieme ad altre storie, ha attraversato le trasformazioni dei luoghi educativi pensati per accogliere bambini piccoli e le loro famiglie.

Momenti di respiro profondo. Un’educatrice, già in pensione da qualche anno e che ha lavorato fino a sessantacinque anni con il sorriso sulle labbra e negli occhi, mi dice che ci voleva proprio, una boccata di ossigeno!

Educazione e vita, ancora una volta insieme in quei saluti affettuosi che profumano di un nuovo arrivederci.

Pizzichi d’amore

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pizzichi d'amoredi Irene Auletta

Qualche tempo fa, un amico di fb alle prese con un figlio che dovrà sempre misurarsi con seri limiti nella sua autonomia, scriveva di come per lui i viaggi sono sovente fonte di pensieri malinconici.

Mi guardo intorno nel terminal dell’aeroporto e vedo comitive di giovani ragazze alle prese con i loro primi viaggi.

Solo a quell’età si può essere così meravigliose e anche tu avresti potuto essere tra loro, in una vita diversa. In anni ancora recenti, il dolore mi avrebbe colto all’improvviso facendomi quasi piegare mentre oggi sorrido in compagnia di quel piccolo pizzico al cuore.

Il tempo, fa davvero la differenza. Sempre.

Ricordo molto bene il momento in cui ho avuto l’impressione di trovarmi di fronte ad un bivio decisivo. Passare la vita a disperarmi per ciò che non avrebbe potuto mai essere oppure ingegnarmi per trovare soluzioni creative di fronte a quell’impossibile quasi urlato dalla vita, ogni giorno.

Tua zia mi ha aiutato offrendomi l’occasione di quei nostri viaggi annuali che, nel tempo, mi hanno portata lontana da te creando quello spazio magico che offre ogni volta la possibilità di andare e ritornare. Spetta a me perchè tu, da sola, non lo potrai mai fare, ma il nostro momento non ce lo può rubare nessuno e, anche se sei tu ad aspettarmi e poi riaccogliermi, la nostra danza d’amore ha trovato la sua insostituibile rarità.

Non è forse questa la scommessa di ogni relazione tra genitori e figli?

Io nel frattempo ho imparato a smettere di chiedermi se ti sarei mancata, forte del bisogno di lasciarti per scoprire come va senza di te e certa che il problema della separazione è sempre stato più mio che tuo. In fondo, un figlio con scarse autonomie rischia di generare genitori con altrettanti limiti e provare a non soccombere è sempre stato il mio modo di essere tua madre. Viaggiare, andare e separarsi, sono modi per prendere distanza e guardare le relazioni da differenti prospettive. Ogni volta imparo qualcosa su di me e su di te, condito da sentimenti molto variegati.

Proprio oggi, durante una supervisione, parlavo con un gruppo di educatori della responsabilità dei genitori e dello smarrimento odierno dell’adultità di fronte a situazioni di dolore o difficoltà. Andare e ritornare, può essere anche un modo per ritrovarsi, recuperando al tempo stesso quella forza necessaria per affrontare momenti a volte più faticosi di altri.

Ed eccomi di nuovo qui a raccontarti, in quel silenzio dei nostri incontri. In valigia, stavolta, c’è stato poco spazio per la malinconia. Guarda cosa ti ha portato mamma … Ci basterà di certo per i prossimi mesi!

Notizie da accarezzare

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notizie da accarezzaredi Irene Auletta

Per qualche giorno ho lasciato decantare la notizia soprattutto per darmi il tempo di non gettare avanti troppo frettolosamente una riflessione che invece merita tutta la delicatezza e il rispetto del caso.

Mi riferisco alla triste vicenda del bambino soffocato dal cibo in un noto centro commerciale e a cui le pagine dei quotidiani e del web hanno dedicato ampio spazio. Ma per dire cosa? Ancora una volta, accade qualcosa di drammatico e parte immediatamente la caccia al colpevole come unica possibilità per trattare la questione e per porre in evidenza ciò che comunque poteva essere evitato. Se fossi al posto di quei genitori di certo non ne trarrei alcun aiuto e, al contrario, mi sentirei aggredito oltre che dalla sorte anche da questa cavolo di cultura che, come ha detto di recente un amico, ci sta davvero uccidendo tutti.

Colpa della società che non istruisce le giovani madri attraverso un corso di disostruzione delle vie aree (non lo sapevate che esiste un corso simile?) che dovrebbe essere reso obbligatorio insieme a quello di preparazione al parto. E ancora, com’è possibile che in un grande centro commerciale così popolato non sia presente un’ambulanza o del personale sanitario? Com’è possibile che l’ambulanza impieghi così tanto tempo per rispondere ad un’emergenza?

Ovviamente in ciascuno di tali quesiti ci sarà di certo verità ma non ho potuto fare a meno di chiedermi se a qualcuno è venuto anche in mente di paragonare il numero di incidenti analoghi che avvengono, non in altri centri commerciali, ma all’interno delle mura domestiche e che, ogni anno fanno registrare percentuali inquietanti di epiloghi altrettanto gravi o comunque certo da non sottovalutare. E sei poi non si parla di soffocamento quali altri corsi dovremmo rendere obbligatori per i neo genitori al fine di evitare che ai loro figli accada qualcosa?

Non so, ma ho proprio l’impressione che manchino altri sguardi. Senza nulla togliere a quanto alcune voci autorevoli hanno già sottolineato, mi chiedo che fine hanno fatto nelle nostre vite gli imprevisti, gli accidenti, gli eventi inevitabili, i limiti umani. Insomma, mi chiedo che fine ha fatto la vita.

E soprattutto mi chiedo come possiamo farla rientrare nelle nostre riflessioni educative quando andiamo ad incontrare bambini, ragazzi e genitori. Perchè, pur attivando al massimo azioni preventive e di tutela, la vita ci attende dietro l’angolo con qualcosa di imprevedibile e l’unico modo di sopravviverci è di non trasformarlo in un nemico o nella malvagità di un fato bastardo.

Episodi come questi possono insegnarci a non fuggire sempre e solo alla ricerca di quello che avrebbe potuto essere differente e permetterci di cogliere occasioni nuove, anche tra le pieghe delle tragedie. Sono già in tanti quelli che sanno solo urlare, aggredire e puntare il dito contro qualcosa o qualcuno.

Rendiamo onore al dolore di quei genitori e di quanti attraversano tragedie analoghe imparando qualcosa di nuovo. Di certo i nostri pensieri arriveranno così non solo come schiaffi, ma come leggere carezze per tutti loro e per le fragilità dell’esistenza.

Testardi, tenaci o coraggiosi?

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braveIrene Auletta

Da tanti anni, di fronte al racconto di bambini o ragazzi con qualche tipo di disabilità, ritrovo l’aggettivo testardi ricorrere con grande puntualità ed è praticamente immancabile soprattutto laddove il problema riguarda in modo significativo limitazioni gravi nell’area comunicativa e del linguaggio.

Non solo ne parlano i genitori, ma gli stessi educatori, insegnanti, terapeuti spesso attingono a questa definizione per dare senso a qualche comportamento. Nei casi peggiori non mi è neppure mancata la stupida affermazione “bisognerebbe capire se ci è o ci fa!”.

Se devo essere sincera la storia non mi quadrava neppure anni fa ma oggi mi lascia assai perplessa soprattutto perché definendo un aspetto caratteriale o del comportamento si rischia di lasciarne totalmente sullo sfondo l’origine non genetica, ma ambientale e quindi educativa.

Provate a immaginarvi fin dalla nascita in un mondo che vi invade di parole mentre voi ne avete pochissime e a volte nulla, pensate ad un bisogno anche elementare che non riuscite a far comprendere e, se poi ci addentriamo nell’area dei sentimenti o delle emozioni, che dire?

La cosa poi altrettanto bizzarra è che quando non si parla di testardaggine molto spesso compaiono commenti come apatico, poco motivato all’apprendimento, tranquillo, buono. Da quando la testardaggine, l’ostinazione a esserci o la tenacia sono diventati aspetti problematici o negativi nel percorso di crescita?

Di certo la difficoltà è dell’adulto che non riesce a capire, a trovare strategie alternative o, semplicemente, a gestire comportamenti che, come possono, chiedono ascolto, rispetto della persona, possibilità di scelta.

Rivedo in modo nitido la nostra fotografia del presente che, lungi dall’essere collegata alla tua adolescenza, da anni si ripropone con impeccabile puntualità. Vuoi farti valere, esprimere il tuo dissenso, una protesta, un malessere, un desiderio e allora cosa fai? Hai scoperto che il tuo corpo può compensare l’assenza di parole ed eccoti seduta o sdraiata a terra ogni volta che vuoi dirci qualcosa, preferibilmente in mezzo alla strada, in qualche negozio o in un parco.

E noi annaspiamo, ci guardiamo suggerendoci con gli occhi nuove possibilità, usiamo la nostra autorevolezza che ogni tanto assume i toni severi dell’autorità. Le più recenti strategie ci sostengono con l’utilizzo delle nuove opzioni offerte dai moderni smartphone: FaceTime, piccoli video o foto per anticiparti e renderti visibile quello che ti stiamo proponendo o provando a farti capire. Insomma, di tutto e di più e forse, incrociandoci, appariamo un po’ marziani, in una nostra bolla peculiare che nei momenti critici si nutre solo della possibilità di riuscire a resistere, mentre tu non molli nel tuo tenace tentativo di affermare la tua esistenza.

Mi piaci figlia quando sei così anche se mi poni di fronte a difficoltà che mi sembrano a volte insormontabili. Tu prosegui con coraggio per la tua via e io continuerò a fare del mio meglio per provare a capire e per aiutarti a trovare strade alternative e a non soccombere.

 

Tra nuvole e sole

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tra nuvole e sole 1di Irene Auletta

“Niente … E’ più forte di me. A volte, come ora, guardo il cielo, il sole, le nuvole che corrono veloci e tutto il subbuglio di emozioni si traduce sempre in quella dannata domanda senza risposta. Perché proprio a me? Non lo capirò mai…”

Il post di stamane di un amico di facebook. Conoscendolo, anche se a distanza, posso immaginare la scena del suo interrogativo ma forse, proprio per questo motivo, mi piace andare oltre e altrove. Chissà in quante differenti situazione lo stesso pensiero  ha pian piano preso forma nella mente di molti oppure è esploso come un dolore sordo incapace di uscire attraverso il suono delle parole?

Eppure qualcosa probabilmente le accomuna. Il senso di ingiustizia, un dolore insopportabile, un senso di sconfitta o di tradimento. La paura di non farcela.

Il bello delle domande però è che nel tempo si possono trasformare e mi piace pensare che sia proprio questo il senso di ogni percorso di crescita, anche quando si fatica a riconoscerlo e nominarlo. Può essere che ne nascano anche di nuove, di domande.

Perchè a te? E’ stata la mia seconda fase, ma anche questa ha fatto il suo tempo ed è passata seguita da altre anch’esse scivolate altrove. Il fatto è che, ad un certo punto le domande devono poter volare e non solo arrovellassi dentro di noi in cerca di un’improbabile via d’uscita. Almeno, questo è successo alle mie.

Le nuove ali hanno assunto il colore della possibilità di imparare qualcosa di nuovo, di condividerlo con altri, di trasformarlo senza illudersi di farlo scomparire. Quando  nella nostra storia accade qualcosa di grande, di forte, è inutile pensare di sfuggirgli.

Dovremmo insegnarlo ai bambini che le cose accadono, indipendentemente dal loro colore, facili o difficili che siano e che il bello è sempre imparare qualcosa di nuovo. Forse ci hanno illuso facendoci credere che la vita fosse solo bellezza e allegria. Che poi, non sarebbe assai noiosa se così accadesse veramente? Non è che proprio l’attraversamento del buio ci permette ogni volta di godere della luce come quando dopo un freddo inverno ci si avvia verso una tiepida e luminosa primavera?

Certo, potremmo credere a disegni divini o al volere malefico di entità assai bizzarre ma forse, amando l’educazione e la vita stessa, diventa necessario cercare anche altrove.

Ogni tanto penso sia normale concentrasi solo sulle nuvole o sul desiderio del sole. Io sono fortunata perchè poi arrivi tu e mi ricordi ogni volta di guardare il cielo.

 

Educazione e rivolta. Uno sguardo pedagogico sull'irriducibilità dei conflitti

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Lungo articolo commissionatomi anni fa da una rivista di sociologia, mai pubblicato. Diciamo che la rivista ha chiuso prima che lo finissi…
Comunque è stata una grande occasione per pensare il rapporto conflitto/educazione. E mi sono anche parecchio divertito a saccheggiare un po’ di icone cinematografiche.
La categoria di rivolta, poi, che mi era stata assegnata proprio da chi mi aveva commisionato queste pagine, mi ha particolarmente stimolato. In fondo è una categoria sociologica più che pedagogica, ma dovermici misurare mi ha permesso di giocare non poco sulle diverse forme di pedagogia che scaturiscono dal tipo di rapporto stabilito con questo evento.
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