Il posto dei saperi

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pulizie e cucinajpgdi Irene Auletta

Ogni tanto ritorna. Una sorta di bisogno di pulizia semantica che, come patita dell’ordine e della cura, anche sul fronte dei linguaggi e dei significati mi ha fatto sviluppare nel corso degli anni una sorta di attenzione, pure un po’ maniacale.

Questi genitori non cambieranno mai. Povero bambino, si meriterebbe due genitori diversi! La madre è davvero troppo ansiosa. Perchè questi due continuano a fare figli? Lo capiranno mai che il figlio a ventidue anni non è più un bambino anche se disabile?

Ci sono affermazioni che sono come note stonate sempre ma che finiscono addirittura con il diventare stridenti se pronunciate nei contesti sbagliati. Ogni volta in cui nel mio lavoro sono chiamata a fare una valutazione, ne sento tutto il peso della parola che impone serietà e competenza, soprattutto quando in gioco ci sono persone e vicende umane.

Troppo spesso assistiamo a scivolate di stile e di contenuto in comunicazioni bisognose di tatto, cura e attenzione. Parlare dei loro figli con i genitori, vuol dire intraprendere un rispettoso percorso di incontro in territori complessi incrociando menti, cuori, culture e storie.

Ultimamente, in diversi contesti, ho sentito una forte distanza da frasi troppo affacciate al balcone dei sentimenti. Se devo sentire cosa farei d’istinto … Se ascolto la mia pancia. Dal punto di vista emotivo e via, su questa scia. Certo che la dimensione emotiva è importante e certo al quadrato che l’attenzione posta al complesso dialogo tra razionalità e attenzione alle emozioni è questione delicata e degna di nota.

Il fatto è che però, non di rado, fatico a rinvenire  il gusto del sapere  tecnico. Mi chiedo cosa accadrebbe se un chirurgo in sala operatoria si lasciasse prendere dalle emozioni, se un ingegnere di fronte ad un progetto ascoltasse molto la “sua pancia”, se un meccanico si perdesse tra le vie del cuore piuttosto che tra gli ingranaggi di un motore.

Trovo assai rischioso quello che può accadere proprio nelle professioni educative e di aiuto soprattutto se penso a quanto spesso oggi arrivano ai servizi socioeducativi richieste di “valutazione delle funzioni e delle competenze genitoriali”.

Sento dire spesso che non ci sono ricette. Ecco, appunto. Oggi vorrei dire a tutti coloro che si trovano a fare questa affermazione, e anche a me stessa, che quando siamo di fronte a dei genitori non siamo in una cucina e il nostro compito non è di elaborare un gustoso soufflé.

Ci sono certo la prima impressione, le reazioni emotive, il possibile coinvolgimento ma, attenzione, ci sono anche saperi, teorie, sguardi e approcci sperimentali. Conoscerli non è mai stato un opzional. Oggi, più che mai.

Evviva i compiti

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evviva i compitidi Irene Auletta

Da quando ci siamo trasformati in individui lamentosi che vivono in attesa del fine settimana o di tutte le pause festive più o meno lunghe che scandiscono il passare dei giorni durante l’anno?

E’ di oggi lo scambio telefonico con un collega che di fronte alla mia risposta a suo dire stranamente allegra mi chiede “non mi dici anche tu che stavi meglio fino a qualche giorno fa?”. Gli dico che sto bene anche nel rientro al lavoro che a dir la verità mi piace altrettanto quanto la pausa e dall’altro capo del telefono mi raggiunge il suo commento accompagnato da una sonora risata. Per fortuna qualcuno dice anche qualcosa di positivo sul rientro al lavoro!

Ma perchè no, mi chiedo? Sia ben chiaro che anche a me piace la vacanza, quell’ozio gustoso che scandisce le giornate senza affanni e tutto ciò che mi fa definire proprio quei giorni lì, giorni di pausa. Detto questo però, trovo gusto anche nel riprendere la mia attività lavorativa, l’incontro con i colleghi e con tutto ciò di cui mi occupo durante l’anno.

Forse sono fortunata perchè faccio un lavoro che mi piace ma ho l’impressione che dietro tante frasi ormai stereotipate ci sia anche lo zampino di mode che trovo assai fastidiose, dalle quali tento di sfuggire. Mi riferisco all’attesa frenetica del venerdì, a quel dover sempre fare qualcosa nel fine settimana, a quella smania di “staccare”, come si usa dire, che ogni tanto fatico a comprendere nel suo senso più complessivo e complesso.

Mi viene da fare subito l’associazione con la questione dei compiti scolastici che, sempre più spesso, stanno assumendo un ingombrate e pesante spazio nelle vite di genitori e figli.

Penso ai tanti racconti di bambini della scuola per l’infanzia che attendono con ansia il passaggio alla scuola primaria proprio per poter fare i compiti “come i grandi” e alla facilità con cui il mondo adulto rischia di trasformare la curiosità in fatica, la scoperta in pesantezza, la voglia di provare e sperimentare in tempo rubato ad altro di più bello e interessante.

Ne parla bene Daniel Pennac nel suo bel libro Come un romanzo e forse proprio da lì dovremmo ripartire per capire quanto ci può essere di bello anche nella fatica, che l’impegno può dare un valore aggiunto all’ozio e che i compiti possono aprire la porta al magico mondo del sapere e, perchè no, alle future scelte lavorative.

Mio padre, nella sua semplicità, ha sempre sostenuto con molta enfasi l’importanza dei compiti e lo spazio ad essi dedicato. Forse ancora oggi non sa che così facendo mi ha aiutato a trovare quella strada che porta all’amore per il sapere e al lavoro che ho scelto di fare.

A voi la scelta.

Noi che ci occupiamo di educazione

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di Irene Auletta

Devo ringraziare per queste riflessioni il collega che di recente ha scritto un post sul suo blog, proprio per esprimere alcune sue considerazioni relative ad alcune caratteristiche legate al lavoro educativo e alle scelte di chi decide di praticarlo.

Ci sono immagini e definizioni che rimangono scolpite nella memoria e vanno ben oltre quello che intendeva chi le ha evocate o pronunciate.

Spesso, rispetto al lavoro educativo, ho sentito parlare di lavoro duro, di posizione di trincea e di straordinarie fatiche.

A volte, a fianco, ho raccolto anche sfumature di bellezza, di passione, di interesse.

Da quando ho mosso i miei primi passi professionali, sono stata affascinata proprio dalle ultime cose nominate unitamente ad una forte curiosità, ad una spinta verso una ricerca continua di significati e di senso e dalla consapevolezza che continuare a raccogliere sapere, anche studiando, è per me l’unico modo per continuare a produrlo. Ne sono testimoni i tanti educatori che ho incontrato sulla mia strada e che riconoscerebbero in queste parole alcuni miei antichi tormentoni.

Alcune considerazioni verso le professionalità educative, e certamente comprendo in questa gamma anche gli insegnanti, mi hanno sempre raggiunto con un effetto stonato, dandomi la sensazione di un discorso vecchio e da superare, per poter produrre una cultura dell’educazione che vada oltre gli stereotipi che tutti noi incontriamo quotidianamente.

Credo che rischiamo altrimenti di essere noi stessi vittime della cultura che condanniamo e valutiamo con uno sguardo severo.

Perchè abbiamo sempre così bisogno di sottolineare alcuni aspetti di fatica che, molto probabilmente, appartengono a gran parte delle professioni? Siamo sicuri di esserci liberati di quella cultura salvifica, un po’ buonista o riparatoria, di cui abbiamo letto tante volte e che  il sempre attuale articolo di Enriquez ci richiama alla memoria?

A volte ho molti dubbi e dopo tanti anni, mi sorprendo ancora di come, anche le nuove generazioni professionali, siano ancorate a vecchie immagini.

Ostinatamente continuo a sostenere, e spero ad insegnare, l’importanza di affinare le competenze e di rinforzare il proprio sapere per allargare lo sguardo, per andare oltre quel giudizio che pietrifica le possibilità dell’incontro e il riconoscimento delle molte sfumature del lavoro educativo.

Racconto la passione praticandola e il sapere esibendolo.

Mi piace, quando parlo del mio lavoro, parlare anche di divertimento, di scoperta, di curiosità e di bellezza.

Immagino che sia così per molti ma che ancora sia difficile narrarlo o, può essere, che io abbia avuto poca fortuna nell’incontrare storie differenti.

Mi piace quando, anche insieme ad altri colleghi, sento che riusciamo ad aprire nuove porte perché credo che il sapore frizzante dell’aria nuova sia la nostra vera possibilità.

Ci vuole davvero nuovo respiro per il pensiero.

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