Pieghe e pertugi 

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di Irene Auletta

Che poi la disabilità e’ anche un po’ bastarda quando ritorna all’improvviso per ricordarti che non l’hai scampata. Così, da alcune settimane siamo alle prese con un nuovo comportamento di quelli “per fortuna che questo ci e’ stato risparmiato”. Difficile non cedere allo scoramento!

E per questo siamo qui a cercare nuove vie, spiegazioni, strategie, nutrendo la speranza che anche stavolta, passerà. Provo a giocarci e in questi giorni scherzo su aspetti che mi mandano al manicomio nel tentativo di alleggerirli, per te e per me.

Poi arrivano in aiuto i nostri filmini che adori sempre rivedere e così ritrovo nella storia la carrellata di tanti momenti belli e delle tante piccole ombre nascoste nelle pieghe delle immagini.

Cavolo, ti ricordi quanto e’ andata avanti con quel comportamento? E quella volta che abbiamo contato quelle “stranezze” che poi diventano stereotipie, che poi ti sembra non passeranno mai, che poi passano per lasciare poco dopo  il posto ad un’altra indesiderata novità? 

Mentre tuo padre le conta, scoprendo che forse le dita delle mani non bastano, ci guardo dall’esterno e vedo che si sopravvive a tutto. Noi proviamo a farlo sempre cercando un sorriso e in effetti poi passa, mentre tutti noi impariamo qualcosa di nuovo. 

Per ora teniamoci forte e aspettiamo. Magari ti faccio un video così la sua visione, fra qualche tempo, ce lo ricorderà con ancora più forza che, alla fine, anche questa è passata.

Pazienza se ci serviranno anche le dita dei piedi!

Je suis Giobbe

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di Irene Auletta e Anna Maria Manzo

Con l’amica Anna Maria condividiamo l’avventura della maternità, gli incontri estivi e una chat con altre donne dove si alternano i nostri racconti di madri, pensieri sui nostri figli, aneddoti e riflessioni sulla vita, più o meno leggeri a seconda dei giorni e dei momenti. Proprio ieri di fronte ai pensieri di Anna Maria le ho proposto la scrittura di un post a quattro mani e così è iniziato il suo racconto.

“Avere la pazienza di Giobbe”. La frase viene usata nei confronti di coloro che ‘sono molto pazienti, sopportano con rassegnazione molestie, ingiustizie e tribolazioni‘. Giobbe, principale personaggio dell’omonimo libro della Bibbia, è la personificazione del giusto che soffre mentre i malvagi prosperano, e che tutto sopporta inchinandosi al volere di Dio. Ecco, molte volte mi sento un Giobbe in gonnella. Mi meraviglio io stessa della mia infinita pazienza. “Sarà nervosa perché ha dormito poco? Avrà qualche dolore? Le dovrà tornare il suo ciclo? È il cambio di stagione? Sono gli effetti collaterali delle nuove medicine?” Boh? Chi può dirlo?

E intanto ecco che accontentiamo tutti i tuoi desideri, anzi, non facciamo in tempo ad esaudirli che già se ne presentano subito di nuovi. Certo, la cosa strana è che quando sei “con i piedi sotto al tavolo” magari in pizzeria circondata da persone che ti garbano, i tuoi malesseri passano come per magia! Allora sono capricci! Prendi in giro tua madre che “si fa il sangue amaro” per accontentarti, per vederti serena e sorridente cara la mia figlia viziata dalla nascita! Come si esce da questo empasse? Come si può sopravvivere e vivere senza farsi condizionare dal tuo umore?

Chiedo aiuto all’esperta in cabina. Una madre come me che però si vuole più bene di me perché ha capito che per curare gli altri bisogna innanzitutto curare se stessi!

Che assist potente mi hai offerto Anna Maria! La sfida alla nostra pazienza è qualche cosa che tanto spesso attribuiamo ai nostri figli mentre, come tu ben sottolinei, è il risultato di quello che noi genitori siamo stati e siamo ancora oggi in grado di fare. Imparare a prendersi cura di sé, forse passa proprio da questo primo step che prova ad abbandonare i “se avessi fatto …” e accetta con umiltà ciò che si è agito, come realisticamente possibile.

Certo, quando i figli sono piccoli alcune cose ci stanno ed è anche un po’ più semplice riprendersi da qualche scivolata educativa. Il fatto è che i nostri figli sono ormai giovani donne e giovani uomini e gestire alcune loro bizze diventa assai più complesso, banalmente anche solo in rapporto al loro corpo adulto che rivendica una volontà, un desiderio, un bisogno impellente.  E allora che si fa?

Si, cara Anna Maria, bisogna tornare a prendersi tempo per sé, per raccogliere energie, per condividere nuove strategie, per smetterla di fare le onnipotenti, per permettere a qualcuno di prendersi cura di noi, per gustarsi momenti di leggerezza e di allegria. Può essere che questo produca qualche effetto sorpresa anche nei nostri figli e nel nostro giocarci nella relazione con loro in modo più leggero, più chiaro e forse anche meno pronte a quei ricatti affettivi che tutti i figli sanno fare, senza alcuna eccezione o particolare comprensione per i figli disabili. 

Eccola lì, la nostra gioia e il nostro dolore. Di cosa ci sentiamo sempre in colpa? Chi dobbiamo ancora salvare? Cos’altro vogliamo prenderci sulle spalle?

La vita ci ha già messo in scacco tante volte, ma sono certa che ci sono ancora tanti spazi di libertà e di respiro ampio che possiamo ritagliarci. Dipende solo da noi volerlo, mettendoci la medesima tenacia che ogni giorno mettiamo in campo nel nostro essere madri. Non so quanto potrà cambiare mia figlia e quanto la tua, ma sono certa di quanto ancora possiamo cambiare noi, ogni giorno un po’. 

Je suis optimiste!

Ragioni allo specchio

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Ne scrivevo esattamente un anno …. a conferma di un tema “tormentone” sempre (e per sempre) super attuale.

Ragioni allo specchio

 

 

 

Orizzonti gentili

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di Irene Auletta

Arrivo in stazione e ormai per abitudine prendo l’ascensore per evitare inutili fatiche. Un anziano signore che attende insieme a me, mi cede il passo all’entrata e all’uscita.

Gesti cordiali ai quali siamo sempre meno abituati e che fanno riemergere una recente riflessione condivisa con una collega sul bisogno di educare alla gentilezza, proprio partendo dai servizi per l’infanzia e dalle varie agenzie educative.

La mia maestra Feldenkrais lo ripete spesso ma oggi più che mai sento che la sua indicazione sta diventando sempre più anche una mia urgenza. Ho l’impressione che con la scusa di essere spontanei e disinibiti, finiamo con lo smarrire quelle buone regole di educazione a cui mi accorgo di essere profondamente legata.

Senza alcun moralismo mi stufano i linguaggi e i toni sguaiati e mi accorgo che posso tollerarli solo a piccole cose. Essere gentili per me vuol dire anche fare i conti con i propri toni assertivi, frutto di antiche radici educative difficili da eliminare. Per fortuna ho due maestri eccellenti e pazienti che negli anni mi stanno aiutando nella mia personale ricerca. Il mio lavoro aggiunge il suo tocco, sostenendo con riflessioni teoriche quel percorso di ricerca intrapreso.

Ci sorridiamo, con l’anziano signore incontrato in ascensore, di un sorriso che sa di bello. Non importa se la serata e’ piovosa e umida perché io sto guardando altrove, verso orizzonti che permettono di allargare il respiro, quasi a confermare che la via desiderata, e’ proprio in quella direzione.

Geometrie variabili

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di Irene Auletta

Chi mi conosce personalmente o attraverso i miei scritti di sicuro si è imbattuto in diverse occasioni nei racconti relativi alla mia esperienza con il metodo Feldenkrais e nella figura di Angela, l’insegnante nei cui confronti provo una grande stima e un’infinita gratitudine. Mi piace sempre precisare che Angela è stata, prima e per diversi anni, l’insegnante di mia figlia e io, seppur già fidelizzata al metodo, sono arrivata da lei parecchi anni dopo, proprio su indicazione della mia terapista di allora.

E così qualche sera fa, mentre ceniamo insieme in una di quelle rare occasioni in cui l’intero gruppo delle partecipanti si riunisce dopo la lezione, ancora una volta Angela è riuscita a stupirmi per quella sua leggera profondità che raggiunge in modo preciso cuori e anime di chi è pronto ad ascoltarla.

Sto commentando il mio dormire poco, abitudine maturata in tanti anni di rapporto con una figlia affetta da un grave disturbo del sonno e come sovente accade, qualcuno esprime stupore insieme a quel quesito che vede protagoniste persone assai lontane da esperienze analoghe.

Ma come si fa e come si riesce a farlo per tanti anni? Mentre con un po’ di quell’imbarazzo che mi coglie sempre quando mi sento troppo esposta in dimensioni assai personali e preziose sto pensando a cosa rispondere evitando banalità, la sua voce mi giunge in aiuto.

Amore, le sento dire e quando mi volto a guardarla lo ripete, è per amore che ci si riesce.  Mentre scrivo penso a quante volte, per professione, ho trattato il tema della fatica in educazione e quanto mi sento lontana da quelle lamentele genitoriali che ascolto ormai estranea da anni, sempre più comoda nella mia storia di madre.

Non credo che quella di Angela sia la risposta “giusta” o l’unica possibile ma è quella che ha visto riflesso, in modo per me molto riconoscibile, quanto ho imparato finora nella mia vita di genitore. Anche la fatica, non desiderata, innegabile e affatto sottovalutata, può attraversare negli anni tante sfumature di toni ed emozioni e, sono proprio queste, che la rendono possibile e sostenibile fino a farne scoprire aspetti di una bellezza assai peculiare e insospettabile.

Ricordarsi dell’amore, figlia mia, per me vuol dire non smarrire il senso del nostro incontro e delle nostre possibilità, per ciò che realmente siamo nella nostra carnalità sempre più lontane da qualsiasi faticosa fantasia. E’ così che ci siamo salutate al termine di questa giornata insieme al momento della buona notte.

A proposito, te l’ho già detto quanto ti voglio bene?

Il sapore antico dei gesti

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di Luigina Marone

Stamane sto andando al lavoro in macchina e siccome in questo periodo non c’è traffico, attraverso il paese con molta tranquillità, guardando ciò che accade intorno a me.

Ad un semaforo devo girare a sinistra e come previsto dal codice stradale dovrei far passare i pedoni e quindi dare a loro la precedenza prima di svoltare. Rallento e quasi mi fermo perché  intravedo una mamma con due bambini in attesa di muovere dei passi sulla strada e in una frazione di secondo noto che la mamma mi indica con la gestualità del viso “vai pure”, facendomi intendere che lei con i suoi figli avrebbero atteso e avviato il loro passo dopo di me.

La seguo con lo sguardo anche per ringraziarla della gentilezza e proseguo ad osservare la scena dallo specchietto retrovisore perché mi colpiscono inaspettatamente alcuni gesti piccolissimi e silenti fatti alla figlia piccola, al suo fianco in bicicletta, mentre lei è impegnata a spingere il passeggino con l’altro figlio.

La mia mente parte, sollecitata dal dialogo corporeo di questa madre con la figlia, un cenno del capo, uno sguardo, una mano e un dito che le indicano tempi e modi di procedere per la strada. Percepisco e mi arriva un legame tra loro due, sostenuto proprio da questi gesti, dalle reciproche azioni ed è  proprio questa dinamica di unione che mi cattura.

La scena mi riporta immediatamente alle mie esperienze di educatrice di nido di molti anni fa facendo riaffiorare ricordi di immagini, di tanti gesti silenti visti fare dalle colleghe o dai genitori oppure agiti da me e che, pian piano, riportano alla luce anche la lunga strada delle competenze che necessariamente ho dovuto acquisire nella pratica educativa, per imparare a gestire la crescita dei bambini, la relazione tra di loro e con me. E successivamente acquisire il senso dei gesti come coordinatrice che sostengono l’incontro con le educatrici e con i genitori, proprio analizzando anche quelli che non funzionano e che possono disturbare. Insomma una gestualità che può divenire arte e pratica educativa.

Forse, ripensandoci ora, quello che mi ha colpito stamane, nella semplicità di quei gesti e’ stata la fiducia, l’assunzione dei rischi, la volontà di insegnare alla propria figlia che trapelava da quei gesti tranquilli che parevano spiegarle via via come si va in giro per il mondo. Qualcosa che è oltre al sapere andare in bicicletta per la madre e per la figlia quel lasciarsi condurre nel mondo e seguire, in quell’andare, le indicazioni che la mamma in modo quasi impercettibilmente le comunicava. Insegnamenti che al loro interno sono ricchi di tante sfumature, che vanno ben oltre le mere indicazioni.

Non so perché, ma tutto ciò mi rimanda ad un sapere antico e forse per questo mi emozionano e contemporaneamente sento che è qualcosa che ci sta sfuggendo. Una chiarezza di ruoli, tra madre e figlia, tra chi insegna e chi impara, che porta con sé un armonia.

Gesti silenti, che insegnano ad imparare a vivere!

Sordità oppositiva

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di Irene Auletta

Ne parlavo ieri con una giovane collega e in questi ultimi anni mi ritrovo a farlo spesso, proprio nel tentativo di capire. Valanghe di diagnosi stanno invadendo la scuola. Dislessia, disortografia, discalculia, disturbo dell’attenzione, disturbo oppositivo provocatorio. Sicuramente ce ne sono altri che dimentico ma il piatto mi pare già sufficientemente ricco.

Non entro assolutamente nel merito delle valutazioni fatte dagli specialisti ma, come pedagogista, non posso non interrogare il fenomeno (ormai viste le dimensioni, di questo si parla!) e chiedermi quale contributo posso portare insieme a chi, come me, attraversa luoghi e incontri educativi.

Quando poi alcuni linguaggi e definizioni ricorrono anche in ambienti assai differenti, come ad esempio quelli che riguardano l’area della disabilità, infantile e adulta, il sospetto che ci sia qualcosa da riguardare nell’educazione mi raggiunge in modo abbastanza significativo e pungente.

Per essere ancora più chiara, ho come la sensazione che quello che valutiamo come disturbo possa essere solo un possibile punto di partenza per ripercorrere una strada a ritroso alla ricerca di ciò che lo ha provocato, insomma, farsi una domanda che vada ad osservare ciò che accade in quell’incontro, in quello scambio, in quella relazione.

Stamane, come sovente accade quando sono io ad accompagnarti a prendere il pulmino che passa a prenderti sotto casa, fai resistenza e dici no nell’unico modo in cui puoi farlo, utilizzando il corpo. Ti impunti, resisti e fai forza per tentare di contrastare l’indicazione di andare in quella direzione.

Ma mi trovi preparata e con un atteggiamento che un po’ ti spiazza. Ti ricordi cosa ha detto ieri la nonna quando hai tentato di fare così anche con lei? Ti aspetto amore, perchè non si tirano neppure i ciucci! Sembra che la nonna abbia dato voce ai miei pensieri quando, non di rado, vedo educatori comportarsi esattamente così.

Lo dico con un po’ di enfasi per sdrammatizzare e non pormi in nessun modo in contrasto. Scoppi a ridere mentre l’assistente “sorda” a quello che sta accadendo continua ad invitarti a salire definendoti “bravissima e leggera come una piuma, quando non ti opponi”.

Respiro, respiro, respiro e provo a diventare sorda anch’io. Mentre ci abbracciamo per l’ultima volta ti bisbiglio nell’orecchio i nostri segreti per un’ultima risata di buona giornata.

Siamo proprio sicuri che la creatività che costringe alcune relazioni a interrogarsi, ogni giorno, per sostenere l’amore e l’educazione, non possa diventare esempio, contagio e possibilità per tutte quelle altre situazioni che rischiano di soffocare nella loro stessa definizione di normalità?

Riflessi perlati

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baby pink silk

di Irene Auletta

Stare qualche giorno in vacanza con i propri genitori, ormai anziani, è un’esperienza impagabile non solo per quegli scambi d’affetto che segnano la storia ma per quello che sovente mi accorgo di imparare. L’effetto specchio svela di continuo luci e ombre e così, mentre mi rivedo in atteggiamenti e comportamenti che mio malgrado mi contraddistinguono pur non piacendomi, si rinnova ogni volta quel profondo senso di gratitudine per ciò che sono anche grazie a voi e a ciò che mi avete permesso di essere come vostra figlia.

Il continuo riflesso di similitudini mi pare sempre una bella occasione per fare pace con quello che siete stati in grado di essere e con quanto, dalla mia peculiare prospettiva, posso continuare a modellare di alcune mie familiari asperità lasciandoci tutti liberi di vivere una storia che vede protagonisti solo adulti, responsabili di se stessi e delle proprie azioni. Ho sempre guardato con un po’ di sospetto a quelle interpretazioni che imprigionano taluni comportamenti individuali alla propria storia educativa come se non fosse possibile immaginarsi in un perenne percorso di crescita e cambiamento. O forse, semplicemente, mi piace di più pensarmi libera di continuare a imparare sempre e ancora di più.

Ho fatto tutto di corsa e ho dimenticato di prendermi degli orecchini, mi dice mia madre nascondendo la realtà di recenti momenti attraversati da un perenne stato di confusione. È così in questi giorni mi sono ritagliata del tempo per accompagnarla a fare alcune compere e ora mi ritrovo a darle suggerimenti mentre si sta preparando per andare con mio padre a far visita ad alcuni parenti. Guarda mamma te ne ho portati alcuni dei miei di orecchini, scegli quelli che ti piacciono.

Durante la prova di quelli individuati al primo colpo le propongo anche un rossetto. È tanto che non lo metti più e questo è perlato come i tuoi preferiti. Chiacchieriamo e mi rammenti di quante volte in miei momenti bui mi hai spronato a non smettere mai di curare il mio aspetto esteriore in una forma di sfida alla sorte dispettosa che insieme alla gioia inattesa di una figlia mi aveva portato tanto dolore.

Al termine della preparazione ti faccio notare che oggi con piccole attenzioni sei ringiovanita di dieci anni proprio mentre, quasi anticipando i miei pensieri, commenti che l’età conta meno di quello che ci si sente nel cuore. Il tono neutro mi lascia con un dubbio aperto sul tuo significato e salutandoti in lontananza ti chiamo. Mamma, non dimenticare di stare dritta, basta con questa gobba!!

Ti volti, mi sorridi con quel colore rosa perlato sulle labbra che fa risaltare la tua invidiabile abbronzatura e in un attimo ti riconosco trovando ancora una volta conferma del perché mi piace assomigliarti così tanto.

Quanto petit?

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gentilezzadi Irene Auletta

Qualche giorno fa, in un incontro di formazione condotto insieme ad una collega non italiana, rimango colpita da una definizione che utilizza per raccontare di come, anche nei servizi per la prima infanzia, si può assistere a qualcosa di inconsapevole e di cui non vorremmo mai essere testimoni, né raccontare.

Petit mauvais traitements, piccoli maltrattamenti, che sovente vanno oltre la coscienza di chi li compie, spinti da quegli automatismi che trasformano il gesto di cura in un movimento freddo e stereotipato. Da anni non perdo occasione per connettere mondi apparentemente diversi, quello dei bambini piccoli appunto, con quello dei disabili e degli anziani ritrovando, proprio in quei quotidiani gesti di cura, medesimi elementi che necessitano di sguardi attenti.

L’altra mattina, di fronte alla solita scena. Non vuoi fare qualcosa, ti opponi come sai fare con il corpo, in assenza delle parole. E’ facile mettersi in contrasto, opporre fermezza, tirare, arrivare al corpo contro corpo, soprattutto quando i tempi reali non permettono l’incontro con i tuoi, a volte biblici. Tuo padre rallenta, si ferma, aspetta. Non cede alla sfida e lo osservo cercare in un respiro profondo il conforto alle impietose lancette del mattino. Spesso ci alterniamo perché abbiamo scoperto che funziona ma stamane capisco che è meglio non interferire in quel vostro dialogo, pieno di tanti significati.

Passa qualche minuto eterno, prima che tu decida di alzarti da terra, proseguendo nei riti del mattino, con un sorriso sulle labbra, come se nulla fosse accaduto. Anzi no, qualcosa di importate è accaduto. Ti abbiamo ascoltato, hai potuto esprimere una tua volontà, non siamo arrivati al contrasto e al confronto di potere.

Più facile a dirsi che a farsi, perché sono proprio quei gesti di cura rinnovati negli anni, che possono mandare al manicomio soprattutto laddove l’altro, per fortuna, non perde occasione per ricordarti che non è una bambola di pezza ma una persona, con la sua da dire.

Chi lavora con i bambini piccoli, con i disabili o con gli anziani, si misura ogni giorno con situazioni analoghe e i gesti a volte, possono essere assai lontani da quelli che tutti noi vorremmo vedere rivolti ai nostri cari. Per questo, non perdo occasione per parlarne e per attivare luoghi di incontro e confronto che, sospendendo il giudizio, possano pensare azioni alternative e virtuose.

Si può imparare, come genitori o come operatori, ma bisogna mantenere attiva la coscienza di quanto ci accade, a volte prima che nella mente, nel corpo e nella pancia. Da anni mi accompagni nella ricerca di gesti gentili in quella danza muta che mi vede sovente la più goffa e che ti osserva paziente ad attendermi.

Speriamo che le prossime siano petites gentillesses.

Salvarsi

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salvarsidi Nadia Ferrari

Ci si trova sempre più spesso come insegnanti a confrontarsi con problematiche che vanno al di là dalle competenze richieste per svolgere la propria professione. È ormai consuetudine fare prove per manovrare svariati strumenti per la sicurezza, estintori, naspi idranti, ecc. al fine di saperli usare nel momento dell’emergenza. Negli ultimi anni a scuola ci si confronta con bambini affetti da patologie gravi che chiedono la somministrazione costante di farmaci, anche salva vita, affinché venga garantita la normale frequenza scolastica. Non ricordo negli anni passati l’esistenza di tali problematiche, forse certe malattie erano meno presenti nell’infanzia o forse più semplicemente la scuola non se ne faceva carico. Ipotesi entrambi poco confortanti.

È successo di nuovo in questi giorni mi sono trovata a dover decidere se dare la mia disponibilità di docente alla somministrazione dei farmaci sopra descritti o se declinare. Decisione sempre molto dolente in quanto sia che tu decida di accettare, sia che rifiuti, ti precipitano addosso responsabilità diverse nel contenuto ma ugualmente pressanti e pesanti. Il desiderio che per primo si è affacciato alla mia mente è stato quello di delegare; tanto c’è sempre qualcun altro nella scuola che, per maggiore senso del dovere o perché non sa dire di no o perché il problema lo riguarda più da vicino, deve acconsentire. La mia resistenza poi è passata allo stadio successivo che riguarda il diritto per una volta di non esserci: l’ho già fatto, avanti i giovani, ci sono quelle che non prendono mai incarichi e via dicendo. Devo dire che quest’ultima deriva affolla oggi (dopo quarant’anni di lavoro e per motivi anche giustificati) diversi ambiti della mia fatica a portare avanti il carrozzone sul quale io mi sento giunta al capolinea.

Ed infine arriva la paura. Noi docenti non abbiamo competenze né mediche né infermieristiche ci verrà fatto un breve corso di formazione e istruzione su come somministrare il farmaco centrato sulla capacità di effettuare rilevazioni, iniezioni sino al riconoscere i sintomi che indicano la necessità di un intervento di urgenza al punto da richiedere la somministrazione del salva vita, l’intervento richiesto sarà quotidiano e la responsabilità grande! E se sbagliamo? Alle insegnanti oramai si chiede di tutto e di più: essere maestre, infermiere, psicologhe, mamme, tecnici informatici e della sicurezza, a volte anche confessori e preti, ma alla fine cosa è legittimo faccia un insegnante?

Fatto sta che quando nella mia personale e solitaria riflessione stanno per sopra valere tutte le argomentazioni di “servizio” o di “disservizio” relative al ruolo rafforzate dal corollario dei “non tocca a me, ci dovrebbe essere…”, compaiono i bambini o gli allievi che dir si voglia a cui quei farmaci servono per sopravvivere nel tentativo di proseguire un’esistenza simile a quella degli altri fortunatissimi compagni.

Allora non ho più scampo.

Ci sono bambini costretti a sottoporsi quotidianamente a rilievi del sangue (bucando il ditino anche sette volte al giorno) con l’aggiunta di svariate iniezioni in diverse parti del corpo. Ci sono bambini costretti a non assaggiare mai un gelato, un biscotto, una caramella … Ci sono bambini che non lo sono più! Nel tempo impareranno da soli a gestire un’esistenza non certo facile ma oggi, ora, possiamo togliere loro il diritto di venire in questo luogo meraviglioso che chiamiamo scuola a giocare, litigare, gioire e soffrire dei limiti e delle opportunità come tutti gli altri? Possiamo togliere loro la possibilità di sentirsi uguali?

Faccio il corso ed incontro medici e infermiere preparatissimi che spiegano con semplicità facendoci comprendere che l’impresa non è impossibile. Ci fanno provare, e mettono a disposizione tutta la loro disponibilità per sedare ogni nostra paura. Mi sento metaforicamente abbracciata e sostenuta. Emerge una coscienza del dovere naturale sbiancato da sovrastrutture e si rimette al centro il senso del problema: la responsabilità di ognuno di noi di fronte alla vita. Scorgo tra le pieghe degli sguardi dei genitori di questi bimbi il dolore che ancora li attanaglia insieme alla voglia di farcela a dare ai loro piccoli un’esistenza il più vicina possibile al normale. Indossano sguardi di gratitudine, loro, che il problema ce l’hanno addosso! Mi sento piccola.

Ascolto con meraviglia le strategie educative che hanno inventato per far accettare ai loro cuccioli le cure: Il pancino è come un orologio e ogni giorno facciamo la punturina ad un’ora diversa. Pensate che ha già imparato a leggere le ore! Cercano di tranquillizzarci in ogni maniera non vi preoccupate se non vi ricordate questa cosa la nostra bimba (4 anni) la sa fare vi dirà lei come si fa. Lezioni di vita alle quali non si può restare indifferenti. Penso a quante volte ci lamentiamo sia come insegnanti che come madri per un nonnulla. La partita non è pari.

Ci stiamo lasciando quando mi si avvicina un padre e mi sussurra che il buchino sul dito alla sua bambina possiamo farglielo anche di lato perché a lungo andare si perde la sensibilità nei polpastrelli … sarebbe un gran regalo per lei. A stento trattengo le lacrime ancora adesso che scrivo. La commozione non mi ha permesso di rassicurarlo ma lo faro!

Ora so meno di prima cosa debba essere un’insegnante e che ruolo debba avere, ma in questo momento ho una consapevolezza: sono contenta di aver dato la mia disponibilità e di essermene assunta la responsabilità, almeno un poco, regalando loro un briciolo di serenità, per quanto questo possa valere.

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