Premiata la superficialità

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di Irene Auletta

Ma davvero i problemi seri si risolvono così? Siccome è accaduto che nei luoghi di cura delle persone più fragili, bambini piccoli, disabili e anziani, si siano registrati episodi di maltrattamento, la risposta unica e univoca è quella di riempire i vuoti di significato collocando ovunque telecamere.

Rimango senza parole di fronte a scelte così miopi che rischiano di trovare il consenso di quanti, con lo sguardo superficiale di chi non conosce le realtà dei servizi, possano sentirsi rassicurati da tali provvedimenti.

Peccato che tali scelte omettano in modo assai truffaldino che da anni, proprio in questi luoghi, si stiano tagliano senza tregua i ruoli di coordinamento, i momenti di formazione e di supervisione e tutte quelle proposte orientate a riflettere su quando accade nella relazione con le persone e sulle fragilità costitutive degli interventi di cura. 

Peccato che questi provvedimenti incontrino consensi di pancia e puntino proprio a quello, senza portare a riflettere sulle forme del controllo che, pur ribadendone la necessità, puntino sui processi di apprendimento e non di ammaestramento.

Che poi? Li conoscete questi servizi? Ma davvero pensate che bastino telecamere per evitare che accadano questi episodi?  E tutto quello che abbiamo costruito in tanti anni di lavoro sulle relazioni di fiducia e sull’esigenza di prendersi cura delle persone che curano? E tutte le esperienze di eccellenza frutto di tanti anni di studio e lavoro?

I problemi complessi meritano attenzione, competenza e rispetto. In questi provvedimenti non c’è nulla di tutto questo ma solo tanta superficialità, e tanto spreco di denaro.

Risvegliamoci per favore, perchè il torpore dei cervelli non credo che potrà essere ripreso in video.

Tremori tremendi

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tremori tremendidi Irene Auletta

In questi ultimi giorni la si può quasi toccare con mano quella tensione che attraversa persone, luoghi e pensieri. Ho provato a chiudere gli occhi e a premere forte le mani sulle orecchie ma alla fine non ce l’ho fatta e, insieme a molti altri, ho dovuto vedere.

Così sono partita alla ricerca di significanti capaci di comprendere l’indicibile, di parole chiamate a dire il dolore e la paura, di battiti collettivi che hanno unito i cuori di tutto il paese.

Bambini piccoli e giovani disabili picchiati, umiliati, derisi e mortificati. Immagini inquietanti che sono entrate con prepotenza nelle case a violare quell’intimità che tante volte crediamo al sicuro.

Le parole e i commenti si sono rincorsi sul web e attraverso i vari mezzi di informazione alternando banalità e profondità, delusione e speranza, possibilità e sconforto. Insomma, si è detto di tutto e di più, come sovente accade in tali casi e in questi tempi un po’ barbari.

Molti cuori sono rimasti in sospeso, incapaci di trasformare i loro battiti in parole. La rabbia e il dolore si sono abbracciati stretti insieme alle tante mani che, anche a distanza, hanno provato a intrecciarsi per cercare forza nella solidarietà e nel bisogno di ritrovare sensi smarriti di fronte allo sgomento.

Ci vuole maggiore controllo! Bisogna mettere telecamere ovunque! Prenderli a manganellate questi disgraziati! Per fare certi lavori e occuparsi di persone così indifese ci vuole tanto amore!

Ecco, non so se mi ha disturbato di più l’idea delle manganellate o la diabetica dichiarazione sull’amore. Da tempi non sospetti penso che le competenze professionali possono e devono sostenere le fatiche e, ora più che mai, il dialogo continuo tra la madre e la pedagogista che sono, mi proietta ogni giorno verso l’urgenza di cercare e interrogare i saperi dei professionisti impegnati nella cura.

Non ho ancora capito cosa potrà voler dire per me quel Dopo di noi così carico di ansia e preoccupazione, ma so per certo cosa vuol dire per me oggi continuare a sostenere e nutrire quella cultura che, smettendola di enfatizzare i bisogni e le smancerie affettive, assuma sempre di più il coraggio di nominare e di rivendicare i diritti.

Dopo di noi, vorrei questo.

La scomparsa dell’imprevisto

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di Irene Auletta

Assistiamo quotidianamente a scene alquanto bizzarre che mostrano senza alcuna pietà la perdita del rapporto con le cose che semplicemente accadono e che, di fronte a qualcosa che va fuori dai nostri schemi rigidissimi, fanno saltare i nervi unitamente alla possibilità e alla voglia di trovare nuove strategie per affrontarle.

Ieri sera ero al supermercato. Sarà stato il fatto che era lunedì, oppure che gran parte delle persone sono rientrate dalle vacanze, oppure ancora il tilt della spesa con lettore autogestito dal cliente. Chissà. Coda interminabile alle casse e tensione crescente nella fila. In queste occasione si ascolta davvero di tutto ma, la certezza della ripetizione dei luoghi comuni, mi fa davvero impazzire.

Alla fine diventa sempre colpa del governo di turno, della politica, dell’eccesso di tasse e dello scarto tra chi se la passa bene e chi fa fatica a tirare a fine mese.

Ho deciso di non farmi contagiare dalle reazioni dominanti perchè, come mi accade sempre più spesso, alcuni modi di vivere il quotidiano mi stanno davvero troppo stretti.

Così ho iniziato ad analizzare il fenomeno da osservatore, almeno ci ho provato, trovando ad un certo punto anche la complicità di un altro cliente sorpreso come me dalla follia che si respirava.

Possibile che sia sufficiente qualcosa che devia dai nostri programmi per trasformare un’attesa di dieci o quindici minuti in una sorta di anticamera dell’inferno? Non ci posso credere e, soprattutto, non posso pensare che non ci siano vie d’uscita da questa follia collettiva. Con il mio vicino di fila abbiamo iniziato a ridere e a scherzarci sopra. Il tempo è passato, la cassiera ci ha ringraziato per il nostro sorriso e per il fatto che non abbiamo aggiunto insulti o vari brontolii a quelli che aveva già collezionato.

Ma in fondo cosa è stato? Nulla. Solo un piccolo slittamento di qualche minuto nei programmi serali di ciascuno.

O forse qualcosa è accaduto. Abbiamo smarrito completamente l’incontro con l’imprevisto, con ciò che non possiamo controllare e dominare, con quello che ci rivela tutta la nostra umanità di fronte ad una realtà fortunatamente non perfetta e non prevedibile. Come qualcuno a casa ha subito commentato, “se va tutto perfettamente secondo i nostri piani, siamo già stressati!”.

Cosa diceva Siddharta di Hermann Hesse, nel suo misterioso percorso alla ricerca della saggezza? So aspettare, ascoltare e digiunare.

Arrivederci alla prossima coda!

Noi squilibrate

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di Irene Auletta

Come molte persone che attraversano questa vita e questo momento storico, sovente mi attardo a pensare al senso delle corse, alla frenesia, al tempo che fugge senza controllo e che a volte sembra coglierci più come spettatori disorientati che come protagonisti delle nostre storie.

Poi, accadono cose strane.

L’altra sera, in una delle lezioni Feldenkrais che frequento, l’insegnante ci propone un lavoro, anticipandone le finalità di far sperimentare la ricerca del movimento, la scoperta, la rottura degli schemi e nuovi apprendimenti.

In fondo, accade la stessa cosa in tutti gli incontri e mi pare che questi obiettivi siano proprio alla base del metodo, ma l’altra sera ho colto qualcosa di più.

La lezione ci ha guidate, noi donne presenti al gruppo, a ripercorrere le fasi e i primi tentativi messi in atto dal bambino piccolo per avviare la fase del gattonamento. Credete sia facile? Provate a farlo e vi accorgerete dell’esatto contrario.

Il tutto però, è stato condito da indicazioni orientate a far sperimentare diverse opzioni che, nella finalità del lavoro stesso, hanno permesso di sperimentare la continua perdita dell’equilibrio, l’errore, la caduta e la ripresa.

L’invito che raccolgo sempre in queste lezioni è di ascoltarsi. Come state distese per terra? Ascoltate l’appoggio del vostro corpo. Come vi sentite e com’è il vostro stato d’animo?

Ecco siamo arrivate al punto. Cosa centra lo stato d’animo.

La potenza e la forza di questi percorsi sta proprio nel valore delle connessioni. Nella possibilità di far dialogare l’esperienza del corpo con l’esperienza della persona che quel corpo lo abita, a volte scordandosene un po’.

Imparare attraverso le prove, l’errore e la perdita dell’equilibrio è la nostra esperienza più antica che molte volte, nel presente, è sostituita dal bisogno di essere sempre pronte, capaci e controllate. Alla fine, sempre equilibrate.

Inciampando nei movimenti, sentendo fatiche di gesti non abituali, ascoltando il corpo e lo stato d’animo, ho recuperato il piacere della ricerca e della perdita del controllo.

Perdere l’equilibrio è forse davvero l’unico modo per ritrovarlo ogni volta più forte, più radicato e più consapevole, come direbbe Angela, la mia insegnante.

Sono tornata a casa con molte emozioni e con il piacere di essere squilibrata.

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