Tutto bene?

Lascia un commento

di Irene Auletta

Stamane sentivo in radio una trasmissione, di quelle che gli ascoltatori chiamano e dicono la loro su qualche argomento.

Di fronte alla domanda “tutto bene?” e alla risposta “benino…” dell’ascoltatrice, parte la filippica del conduttore che, tutto felice, fa in modo che ci sia una correzione in diretta, fino ad arrivare al fantastico e atteso “tutto bene, anzi benissimo!”.

Vabbè.

Ma in fondo non succede lo stesso tutti i giorni nella vita? Forse anche questa è una delle tante mode con cui dobbiamo imparare a fare i conti, ma tante volte mi chiedo come mantenerci vigili sulla realtà delle cose, per non farci trascinare in quel vortice di banalità e luoghi comuni che si possono confondere con la realtà stessa.

Sai che ansia se da domani tutti iniziassimo davvero a rispondere come ci sentiamo e come stiamo! Vuoi dire che potrebbe essere una buona strategia per non farsi più rivolgere questa domanda?

In un’epoca che esalta il make up estetico credo sia arrivato il momento di chiederci come attivare anche un bel lifting relazionale che,  quanto meno, ci liberi da questa odiosa ecolalia.

Ti insegno la mia volontà

3 commenti

di Irene Auletta

Ci pensavo proprio ieri, durante una gita in montagna.

Come mi accade quasi sempre, durante la salita mi pento.

Mi pento di aver accettato la proposta e di essermi fatta tentare dal desiderio di andare, alla scoperta di un nuovo sentiero e di una nuova meta.

Al ritorno, anche qui, nulla di nuovo. Un po’ dolorante, sento che mi accompagna la soddisfazione di non aver ceduto al pentimento e di aver fatto vincere la mia volontà.

Si, perchè come in tante altre questioni della vita, per me, la volontà fa davvero la differenza.

Tante volte, guardando i figli, si cercano aspetti di sè in cui riconoscersi e quando ciò accade, l’incontro si dipinge di tinte di grande intensità emotiva.

Per molti è la somiglianza fisica, per altri la gestualità o aspetti del carattere.

Per me è proprio lì.

In quella tua volontà tenace che a volte mi fa impazzire alla ricerca di nuove strategie, ma che quasi sempre mi fa riconoscere in te, così diversa da me.

Guardando il cielo ricco di nuvole e della mia fatica, durante la discesa, ho pensato che sono contenta di quello che ti ho insegnato.

Tra un sasso e l’altro, ho rifatto con te un tacito e ostinato patto.

Continuerò a insegnarti la mia volontà, perchè diventi tua, sempre di più.

L’embolo pedagogico

4 commenti

di Irene Auletta

Giorni strani.

Nei vari servizi che sto attraversando per lavoro sembra sia scattato una sorta di conto alla rovescia in attesa della fine del mese di luglio e della prossima pausa estiva.

Fin qui nulla di strano, anzi.

La costante che più mi colpisce e’ l’accavallarsi dei racconti degli operatori circa la loro stanchezza e il senso di fatica che oserei definire dilagante.

Ma, anche questo, ci sta.

Quello che invece mi stona, sempre, anche durante il corso dell’anno, è la concentrazione sulle vicende o faccende che riguardano sempre  di più gli operatori, con il rischio di lasciare, inevitabilmente sullo sfondo, gli utenti dei vari servizi.

Diciamo che, in questi giorni, proprio per rimanere in tema, mi piacerebbe accogliere, un po’ di più, anche quesiti che possono riguardare la stanchezza dei bambini, le fatiche dei ragazzi o le preoccupazioni dei genitori.

Da quanto nei servizi educativi o socioeducativi, gli operatori hanno iniziato a occupare gran parte della scena? Oppure è sempre stato un po’ così e io non me ne rammento?

Di fatto, negli ultimi tempi, ogni tanto devo richiamare me stessa per non correre il rischio di scivolare in facili giudizi e far parlare più la mia stizza che il mio sguardo critico.

E poi, tutta questa fatica e stanchezza! Vogliamo parlarne e, al tempo stesso, provare a comprendere cosa ci stanno dicendo?

Delle due l’una.

O queste nuove generazioni di operatori sono geneticamente più deboli oppure dobbiamo trovare, proprio nell’educazione, nuovi spiragli interpretativi che ci aiutino a capire.

Almeno come antidoto per non crollare tutti, di stanchezza.

Non senso a go-go

Lascia un commento

di Irene Auletta

Non ho mai fatto mistero del fatto che la mia esperienza, come genitore della scuola per l’infanzia, è stata tra le peggiori per me possibili. Unica consolazione è quella di aver condiviso, insieme ad un folto gruppo di altri genitori, l’esperienza di un incontro totalmente inutile, assolutamente giudicante e certamente molto capace di aver incrementato la situazione di disagio che allora stava già sfiorando le sue vette più estreme.

Mi sono chiesta in questi anni, e da allora ne sono passati parecchi, se mai, anche solo vagamente, queste insegnanti abbiano riflettuto sulle loro modalità, sul senso dei loro interventi, sull’inopportunità e totale ignoranza delle loro valutazioni.

Proprio oggi, leggevo lo scritto di un collega che, seppur parlando di un contesto completamente differente, richiama più volte il tema della riflessività e autoriflessività dell’operatore.

Si perchè, per dirla tutta, la cosa che più mi dispiace, ora che è passato del tempo e che la mia rabbia ha trovato vie molto più utili per me e per la mia salute, è pensare che la fatica, mia e della mia famiglia, non sia servita a nulla.

Capisco che si può sbagliare, sempre.

E comprendo anche il fatto che a volte le insegnanti si possono trovare a gestire situazioni più grandi di loro, che magari le spaventano e allora che fare? Beh … se magari prima di colpevolizzare i genitori della loro situazione si provasse ad attivare anche un’opzione B o C, non sarebbe affatto male!

Tuttavia, più come tecnico che come genitore, tutti i tasselli vanno al posto giusto quando a distanza rivedo la situazione quasi come fossi in un setting di supervisione.

Già. Lì capisco proprio tanto e quasi quasi, riesco anche ad empatizzare con le difficoltà e i limiti di queste signore.

Poi, il caso vuole, che mi capiti tra le mani una foto.

Ritrae mia figlia, il giorno del suo sesto compleanno … ora ne ha quattordici.

E’ seduta ad un tavolino e di fronte a lei si vedono chiaramente una torta con tanto di candeline, una corona di cartoncino rosa che, evidentemente, si è rifiutata di indossare e il suo broncio, accompagnato da uno sguardo che pare esprimere qualcosa che sta nel mezzo tra lo scoramento e la sfida.

Cosa c’è di strano, direte voi?

La torta è finta, perchè le norme vigenti impediscono di utilizzare cibo commestibile.

Mia figlia, ancora oggi, non sa spegnere le candeline.

La sola idea di mettere qualcosa in testa la fa incavolare da matti.

Forse, non chiedevo poi così tanto.

Contiamo insieme

Lascia un commento

 di Irene Auletta

Ascoltando le conversazioni tra genitori e figli si possono imparare un sacco di cose e anche fare parecchie riflessioni.

Sono in un’altra città per lavoro e, passeggiando per il centro storico, vedo un bambino di circa cinque anni che saltella su una grata  che, evidentemente, il babbo considera pericolosa visto che continua a ripetergli di spostarsi da lì. Ma il bambino “non ci sente” perchè quel gioco gli piace troppo e continua a saltare ignorando le richieste paterne.

Il tutto dura finché la voce maschile adulta si altera e, alzando la mano aperta, inizia a scandire uno, due e ….

Quante volte l’abbiamo sentito o noi stessi l’abbiamo recitato con i nostri figli, con quell’idea di avvisare che il tempo a disposizione sta scadendo e insieme ad esso, anche la nostra pazienza?

Cambia scena e cambia la città.

Un padre sta camminando seguito da due bambini.

Uno dei due piagnucola raccontando che l’altro gli ha fatto qualcosa, insomma, storie di bisticci tra fratelli. Il padre appare parecchio irritato e per ben due volte, con tono molto serio ripete “la prossima volta che succede, tu dagli un pugno in faccia. Capito? Ma di quelli che fanno male. Un pugno proprio in faccia!”.

La scena mi scorre davanti agli occhi e mi chiedo quanto quel genitore sia consapevole di quello che, forse suo malgrado, sta insegnando.

Siamo spesso spettatori di scene educative che paiono ignorare completamente i messaggi che trasmettono.  Ne parlavo, proprio qualche sera fa, con un gruppo di genitori.

Quante volte proclamiamo l’importanza del rispetto assumendo, nei confronti dei nostri figli, atteggiamenti molto poco rispettosi? Lo stesso accade sovente con l’ascolto, la curiosità e il riconoscimento delle altrui possibilità.

Una carrellata di prediche e prescrizioni educative, sconfermate dalle azioni e dai gesti degli adulti.

Non ci sono ricette e, anche in questo caso, vale la pena fare molta attenzione a non alzare il nostro “ditino pedagogico” esordendo con qualche proclama , a  conferma della nostra complicità in quella confusione e ambivalenza che stiamo cercando di trattare.

Forse possiamo aiutarci alzando la mano aperta e  iniziando a scandire uno, due e….

Come dire, fermiamoci e pensiamoci un attimo insieme, ritornando a ragionare sul senso  dei nostri insegnamenti, ma anche dei nostri limiti e delle nostre possibilità.

Figli da lontano

2 commenti

di Irene Auletta

Proprio ieri,  guardando una foto di mia figlia, mi hanno ricordato che un medico antroposofo anni fa,  a proposito del suo sguardo, disse “viene da lontano”.
Non ebbi allora la prontezza di chiedere come sono i bambini che arrivano “da vicino” forse perché in cuor mio già la sentivo una figlia che mi avrebbe fatto attraversare mondi di esperienze e di significati.
Ma l’esperienza di diventare ed essere genitori non offre a tutti la medesima possibilità?
Quanti di noi guardando le prime ecografie e poi il proprio figlio appena nato hanno avuto la sensazione di trovarsi di fronte ad un vero miracolo?
Forse, anzi quasi certamente, quel medico voleva anche dire altro, ma mi piace l’idea di trattenere qui solo alcuni aspetti della sua affermazione per parlare delle misure dell’incontro tra genitori e figli.
Perché di incontro si tratta e troppo spesso rischiamo di dimenticare che il bello e’ di scoprirsi e conoscersi pian piano, di non darsi per scontati e di non abbandonare la meraviglia della sorpresa che può risultare’ offuscata dalle nostre aspettative deluse.
In fondo, ripescare quel commento e quel ricordo, ha dato voce, dopo parecchi anni, alla domanda “che figlia sei ?” .
Può essere che ogni genitore abbia in mente lo stesso interrogativo che magari ogni tanto fa capolino in particolari occasioni della sua storia.
Ricordarlo, o anche solo provare a nominarlo, può essere un modo per riportare alla memoria le tracce dell’incontro, le sorprese della nuova conoscenza e il proprio essere e percepirsi in una storia che si costruisce e si protegge narrandosi.
Te l’ho già raccontato figlia mia? Quando eri piccola un medico guardandoti ci disse….

Domande impossibili

3 commenti

di Irene Auletta

Il nostro paese si è mosso quasi all’unisono, di fronte ad una tragedia.

I feriti sono tanti e certamente per ciascuno la tragedia assume tinte e intensità differenti.

L’attacco all’istituzione scolastica, alla cultura, alla giustizia, alle persone.

Ed è proprio a queste ultime che volgo il mio pensiero più forte.

Una ragazza di sedici anni che ha perso il futuro, senza alcuna possibilità di replica.

Un’altra, che sta lottando per avere ancora qualche chance e che probabilmente ancora non sa che nulla potrà più essere come prima.

Genitori distrutti dalla perdita e dal dolore.

Li immagino con lo sguardo vuoto, alla ricerca di un senso impossibile da ritrovare.

Ma quale può essere il senso di tutto questo?

I colori della fatica

5 commenti

di Irene Auletta

Molti della mia generazioni ricordano, nella loro educazione, una serie di valori ricorrenti, immancabili nella top ten pedagogica di molte famiglie di quel tempo.

Tra questi, i miei genitori, apprezzavano in particolare il senso della fatica, dell’impegno e dell’intramontabile (credevo allora!) necessità di “meritarsi le cose”.

Sono passati gli anni e intorno a me ho visto comparire strane categorie di individui.

Quelli distrutti alle otto di mattina, gli stravolti-sempre, gli insopportabili che ripetono appena possono che hanno bisogno di rilassarsi e i mitici stressati.

Insomma, mai come in questi ultimi tempi mi ritorna alla mente una vecchia pubblicità che, per reclamizzare un amaro, brindava “contro il logorio della vita moderna”. Se la memoria non mi inganna, erano gli anni settanta.

Probabilmente il logorio, mentre noi eravamo distratti da altro, ha preso il sopravvento contagiando una moltitudine di individui, fino a travolgere anche i bambini.

Così, oggi incontro sempre più spesso genitori stupiti dalla fatica di allevare bambini piccoli, insegnanti stanchi di insegnare e bambini o ragazzi stanchi di imparare.

Ma che fine ha fatto il valore della fatica? La possibilità di identificarla nel percorso necessario per raggiungere un risultato, un desiderio, un sogno?

Sono convinta, ogni giorno di più, che sia necessario trovare nuove strategie per insegnare anche il valore della fatica e per togliere il velo cialtrone a molte delle cose facili e senza senso che ormai circondano le nostre esistenze.

Mi chiedo però, come possiamo farlo, in presenza di adulti sempre stanchi, disillusi, con poche speranze. Dei sogni poi, neppure a parlarne.

Si, forse potremmo proprio partire da qui.

Dalla possibilità di tornare a sognare, immaginare, sperare, progettare.

Mi viene spesso in mente quello che provo mentre seguo fiduciosa il mio instancabile compagno di vita, nelle gite in montagna.

Il fiato corto, le gambe che si spezzano e il batticuore.

Poi, ogni volta, da anni, ci ritorno e ci riprovo.

Il paesaggio che è possibile ammirare, quando si raggiunge la meta, è insostituibile.

Magicamente, la fatica diventa leggera.

Dite che possiamo provarci anche con l’educazione?

Questioni amare e d’amore

15 commenti

di Irene Auletta

Qualche giorno fa, di getto e con un stato d’animo molto inquieto, ho scritto un post che immagino rimarrà tra i miei scritti privati, perchè troppo carico di quelle dimensioni intime che ritengo vadano sempre protette.

In genere, non mi piace condividere riflessioni centrate esclusivamente su faccende personali e, al contrario, la vera potenza la sento quando, al di là della scintilla che ha fatto scattare il pensiero, lo scritto diventa immediatamente plurale.

Ed ecco che oggi mi imbatto in questo post di Franco Bomprezzi, che tra i suoi temi rilancia proprio uno degli argomenti del mio scritto “censurato”, la spinosa faccenda del “dopo di noi” riferita ai futuri possibili, per le persone adulte gravemente disabili.

Non credo esista genitore di un figlio disabile o con gravi problemi di salute che, prima o poi non si sia trovato a porsi la fatidica e dolorosa domanda : “Che ne sarà di mio figlio quando noi non ci saremo più?”.

La questione è molto delicata e certamente raccoglie pensieri che si esprimono, diritti che si rivendicano, proteste che si sostengono.

Però, io non credo di essere molto brava a parlare di questi temi e ci sono già molte persone, genitori  e operatori, che lo fanno da anni con molta passione e con grande capacità e incisività.

A me piace ritagliarmi una piccola nicchia per andare a cogliere e recuperare quei sentimenti che si esprimono, spesso con un po’ di pudore o vergogna.

Tante volte ho sentito i genitori di figli disabili, augurarsi salute e forza per continuare a prendersi cura dei loro figli, fino alla fine della vita.

Ma della vita di chi?

Fa paura dire esplicitamente che si vorrebbe continuare a tenere per mano il proprio figlio, anche nell’ultimo passaggio dell’esistenza immaginato, tra sogni e paure, insieme, genitore e figlio.

Fa paura perchè fa risuonare l’eco di chi accusa di egoismo, di poca umanità e insomma, per dirla un po’ come si dice dalle mie parti, di sentirsi alla fine, cornuti e mazziati.

Non so se ci sia una posizione giusta ma, se dovessi partecipare ad un dibattito etico, mi piacerebbe partire da quanto sostiene Fernando Savater, proponendo una scelta etica che non sta tra il giusto e lo sbagliato, ma fra il giusto e il giusto.

Mi piacerebbe non banalizzare la questione, lasciando la parola a chi dà valore ai sentimenti, senza l’urgenza del giudizio, ma con l’accoglienza di tutta la loro umanità.

Non trovo atroce o disumano sperare di morire insieme al proprio figlio disabile, per prendersene personalmente cura fino all’ultimo istante e forse, proprio come operatori, dovremmo chiederci come mai così di frequente questo pensiero ricorre nei desideri e nei racconti dei genitori.

Ci fossero servizi e strutture più adeguate, unitamente ad una cultura sempre più attenta e sensibile, andrebbe meglio?

Sinceramente non lo so, ma non escludo che anche i sapori più amari possano riservare sorprendenti e dolci retrogusti.

Parole in soffitta

5 commenti

di Irene Auletta

Qualche giorno fa stavo leggendo un post che porgeva interessanti riflessioni sull’uso di alcune parole e sul valore e significato del linguaggio.

Ho pensato che, anche nel mio lavoro, alcune parole sono quasi passate di moda e sovente mi chiedo se, insieme a loro, si sono smarriti anche i significati.

Ricordo un mio professore che ci introdusse, noi del primo anno del corso di studi, nel mondo della raccolta dell’anamnesi, dell’osservazione e della diagnosi educativa.

Allora mi faceva effetto pensare che avevo scelto una professione che, insieme ad altre che negli anni ho conosciuto sempre meglio, veniva definita per l’avere al centro del suo interesse relazioni di aiuto.

Già allora, e parliamo di trentadue anni fa, i linguaggi dominanti erano certamente quelli psicologici, sociologici e, in molti casi, medici.

Mi sono chiesta  più volte, occupandomi di educazione, cosa volessero dire per me alcuni temi e, soprattutto, come dare senso pedagogico ad alcuni significati, senza scimmiottare altre professioni.

Da sempre ho la fissa di approfondire, conoscere e continuare a studiare.

Rimango sempre colpita, nonostante il mio disincanto in tante dimensioni dell’esistenza, dall’ignoranza di tanti professionisti, che si definiscono tali, e questo mi pare un  tratto profondamente disonesto, soprattutto da parte di coloro che dovrebbero prendersi cura, a vario titolo, delle persone.

Ho sempre scoperto molta ignoranza, dietro a forti e facili giudizi, a commenti stereotipati e alla tendenza a dare etichette ai comportamenti piuttosto che a capirne i significati.

Per questo negli anni ho rispolverato più volte le idee legate alla relazione di aiuto, alla fragilità di chi a volte incontriamo e alla posizione di potere di cui sovente abusiamo.

Chiedere e offrire aiuto è una faccenda assai delicata e, quasi come un prezioso oggetto di cristallo, chiede molta cautela e attenzione.

Ci penso spesso soprattutto quando incontro i genitori e, in particolare, quei genitori che stanno affrontando momenti difficili e dolorosi.

In questi casi cerco sempre di dare ascolto più alle parole dell’altro che alle mie e ogni volta, riscopro le tinte misteriose di quel concetto, tanto abusato, che è l’empatia.

Può essere che non sempre io ci riesca ma, quando quel mettersi nello sguardo e nello stato d’animo dell’altro, mi raggiunge profondamente, aggiungo una nuova sfumatura alla mia idea di aiuto e, molto spesso, al senso della mia professione.

Older Entries Newer Entries