Farfaluna

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di Irene Auletta

Giornate pesanti di quelle no tutto e contro tutto, condite da sveglie mattutine indicibili. Sara’ il cambio di stagione, il ciclo mestruale, l’adolescenza, le contingenze astrali o l’arrivo di un meteorite?

L’assenza di parole e della possibilità di narrarsi spinge tutti i genitori che attraversano situazioni analoghe a moltiplicare con gli anni il carnet dei quesiti, misurandosi sovente con un senso di frustrante spossatezza.

E poi stamane incrocio un post che parla di fatica, stanchezza e significati possibili e non posso fare a meno di pensare alla nostra.

La mia che ti seguo, e ogni tanto ti rincorro, nel tentativo di capire cosa caspita vuoi dirmi e la tua che, insieme a una reazione molto scocciata, esprime un’insofferenza cresciuta negli anni. In quali categorie rientreranno le nostre fatiche che di sicuro nascondono un amaro retrogusto eroico?

Per fortuna anche questo comportamento segue un andamento a onde e quindi stringo i denti aspettando il successivo movimento di tregua e te lo dico spesso per farci coraggio. Stamane rincaro la dose.

Oggi gonna con il tulle, da te gradito per quel suo spontaneo svolazzare e che nella fantasia mi appare portatore di leggerezza. A volte i giorni sono pesanti amore e bisogna trovare il modo di volare. 

Mentre un po’ ti scappa da ridere e un po’ mi guardi seria, ti chiamo Farfaluna attirando la tua attenzione con quel nome strano.

Per oggi figlia mia ti auguro di sentirti un pochino farfalla lasciando quel peso a terra e qui da me, nelle mie braccia. Un saluto dei nostri prima di avviarmi incontro alla mia giornata e, mentre mi dirigo verso la fermata del treno, mi sento anch’io più leggera contagiata da quelle piccole ali che sento proprio lì, vicino al mio battito.

L’embolo pedagogico

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di Irene Auletta

Giorni strani.

Nei vari servizi che sto attraversando per lavoro sembra sia scattato una sorta di conto alla rovescia in attesa della fine del mese di luglio e della prossima pausa estiva.

Fin qui nulla di strano, anzi.

La costante che più mi colpisce e’ l’accavallarsi dei racconti degli operatori circa la loro stanchezza e il senso di fatica che oserei definire dilagante.

Ma, anche questo, ci sta.

Quello che invece mi stona, sempre, anche durante il corso dell’anno, è la concentrazione sulle vicende o faccende che riguardano sempre  di più gli operatori, con il rischio di lasciare, inevitabilmente sullo sfondo, gli utenti dei vari servizi.

Diciamo che, in questi giorni, proprio per rimanere in tema, mi piacerebbe accogliere, un po’ di più, anche quesiti che possono riguardare la stanchezza dei bambini, le fatiche dei ragazzi o le preoccupazioni dei genitori.

Da quanto nei servizi educativi o socioeducativi, gli operatori hanno iniziato a occupare gran parte della scena? Oppure è sempre stato un po’ così e io non me ne rammento?

Di fatto, negli ultimi tempi, ogni tanto devo richiamare me stessa per non correre il rischio di scivolare in facili giudizi e far parlare più la mia stizza che il mio sguardo critico.

E poi, tutta questa fatica e stanchezza! Vogliamo parlarne e, al tempo stesso, provare a comprendere cosa ci stanno dicendo?

Delle due l’una.

O queste nuove generazioni di operatori sono geneticamente più deboli oppure dobbiamo trovare, proprio nell’educazione, nuovi spiragli interpretativi che ci aiutino a capire.

Almeno come antidoto per non crollare tutti, di stanchezza.

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