Tutti alla lavagna!

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di Irene Auletta

Una professoressa è stata condannata a 15 giorni di reclusione dopo aver punito uno studente di 11 anni facendogli scrivere per cento volte sul quaderno la frase “sono un deficiente”.

Stamane è stato impossibile non incrociare articoli o post che riportavano la notizia con i relativi commenti e mi pare importante dire qualcosa, come chi incontra quotidianamente l’educazione anche per motivi professionali.

Non ho potuto di fare a meno di chiedermi cosa può aver spinto quell’insegnante a un simile gesto e mi sono immaginata un possibile corposo elenco fatto di lamentele, di denuncia di carenze, di solitudini. Non mi sento di esprimere alcun giudizio verso un gesto di stizza, che ci sta e posso immaginare che nessun insegnante, per quanto competente e preparato, ne sia totalmente esente. Ma mi chiedo anche, oltre la prima reazione impulsiva, se c’era idea di un messaggio educativo perchè tante volte, purtroppo, il gesto educativo è altrettanto violento della violenza che si propone di redimere.

Cosa può aver imparato quell’alunno di undici anni, terminata la scrittura della centesima frase? E, al tempo stesso, cosa possono aver imparato l’intera classe che ha assistito all’evento e la stessa insegnante? Forse quell’insegnante ha perso l’occasione per fermarsi un momento, andando oltre l’esasperazione di quel frammento di tempo, per condividere la domanda con i suoi alunni.

Mortificare per insegnare a non farlo mi pare una strategia ormai vecchia e sorpassata, anche se è ancora incisa nel nostro codice genetico educativo. Parlare di quanto accaduto con i nostri amici, figli, alunni non commettendo lo stesso errore dell’insegnante e provando a porsi domande, può essere un modo per andare oltre la singola notizia e chiederci anche noi, insieme, cosa possiamo imparare da queste cose che, comunque, accadono?

La scomparsa dell’imprevisto

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di Irene Auletta

Assistiamo quotidianamente a scene alquanto bizzarre che mostrano senza alcuna pietà la perdita del rapporto con le cose che semplicemente accadono e che, di fronte a qualcosa che va fuori dai nostri schemi rigidissimi, fanno saltare i nervi unitamente alla possibilità e alla voglia di trovare nuove strategie per affrontarle.

Ieri sera ero al supermercato. Sarà stato il fatto che era lunedì, oppure che gran parte delle persone sono rientrate dalle vacanze, oppure ancora il tilt della spesa con lettore autogestito dal cliente. Chissà. Coda interminabile alle casse e tensione crescente nella fila. In queste occasione si ascolta davvero di tutto ma, la certezza della ripetizione dei luoghi comuni, mi fa davvero impazzire.

Alla fine diventa sempre colpa del governo di turno, della politica, dell’eccesso di tasse e dello scarto tra chi se la passa bene e chi fa fatica a tirare a fine mese.

Ho deciso di non farmi contagiare dalle reazioni dominanti perchè, come mi accade sempre più spesso, alcuni modi di vivere il quotidiano mi stanno davvero troppo stretti.

Così ho iniziato ad analizzare il fenomeno da osservatore, almeno ci ho provato, trovando ad un certo punto anche la complicità di un altro cliente sorpreso come me dalla follia che si respirava.

Possibile che sia sufficiente qualcosa che devia dai nostri programmi per trasformare un’attesa di dieci o quindici minuti in una sorta di anticamera dell’inferno? Non ci posso credere e, soprattutto, non posso pensare che non ci siano vie d’uscita da questa follia collettiva. Con il mio vicino di fila abbiamo iniziato a ridere e a scherzarci sopra. Il tempo è passato, la cassiera ci ha ringraziato per il nostro sorriso e per il fatto che non abbiamo aggiunto insulti o vari brontolii a quelli che aveva già collezionato.

Ma in fondo cosa è stato? Nulla. Solo un piccolo slittamento di qualche minuto nei programmi serali di ciascuno.

O forse qualcosa è accaduto. Abbiamo smarrito completamente l’incontro con l’imprevisto, con ciò che non possiamo controllare e dominare, con quello che ci rivela tutta la nostra umanità di fronte ad una realtà fortunatamente non perfetta e non prevedibile. Come qualcuno a casa ha subito commentato, “se va tutto perfettamente secondo i nostri piani, siamo già stressati!”.

Cosa diceva Siddharta di Hermann Hesse, nel suo misterioso percorso alla ricerca della saggezza? So aspettare, ascoltare e digiunare.

Arrivederci alla prossima coda!

Domande impossibili

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di Irene Auletta

Ogni volta ci provo, mi impegno e ritento. Ma non c’è niente da fare, l’eccesso di convivialità, i ritrovi in grandi gruppi, lo “stare tanto insieme”, non fanno per me.

Poi però, proprio in questi giorni, mi sono chiesta se anche per me non valga la storiella della volpe e dell’uva.

Cioè, se mi fossa ritrovata in un gruppo di adulti, bambini e ragazzi, con una figlia diversa dalla mia, sarebbe cambiato qualcosa? Magari, in un’altra vita, anche a me sarebbe piaciuto scambiare chiacchiere al parchetto sotto casa, intrattenermi con le altre mamme davanti alla scuola, trascorrere fine settimana con altre famiglie permettendo ai nostri figli di giocare tutti insieme, inventandosi ogni volta, in posti nuovi, nuovi modi per stare insieme.

Chissà. Questa è una delle tante cose che non saprò mai anche se, a naso, ho qualche perplessità.

Però ogni volta ho la conferma di cosa mi rende l’esperienza ancora più insopportabile, proprio a partire da quella che è la mia realtà.

Sfilare quasi sempre sotto sguardi che ti inseguono, tollerare le solite domande di adulti e bambini, sentirsi sempre un pianeta altro. I ragazzi  per fortuna non si filano nessuno e quindi ci graziano! E ancora. Tollerare le frasette quasi sempre in falsetto, come quelle un po’ schiocchine che si utilizzano con i bambini piccoli, nel linguaggio dell’amore o con gli anziani non più tanto in sè.

Intendiamoci, a me queste frasette piacciono assai, ma se a pronunciarle sono appunto i protagonisti delle relazioni d’amore o di affetto, gli amici, i nonni. Altrimenti mi mandano al manicomio.

Facile a dirsi tutte le spiegazioni super razionali del caso e a darsi le varie motivazioni. Provate però a moltiplicare tutto, ma proprio tutto, per quasi quindici anni e poi provate a chiedervi quanto vi sentireste tolleranti e disponibili a comprendere che anche l’altro, ha le sue difficoltà.

Insomma, anche questa volta non esco dal garbuglio. Mi piacerà l’uva?

Come passa ‘o tiemp

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di Irene Auletta

Mi sono sempre piaciuti quei programmi Tv che, in una sorta di collage, ricostruiscono memorie tematiche attraverso spezzoni di programmi televisivi del passato.

Così, mentre mi ritrovo a ricordare e a riconoscere scene, attori e vari personaggi, vedo sfilare in basso il nome del programma e l’anno di riferimento.

All’inizio non ci faccio molto caso e mi concentro di più sui miei ricordi e sulle risate di mia figlia che commentano alcune immagini. Poi, all’improvviso, faccio due conti.

Ma, in che senso quel programma lì era della metà degli anni ’70?

Me lo ricordo bene, ma quanti anni sono passati?

Venti, trenta, quaranta … e io me li ricordo e mi ricordo di me mentre li guardavo allora.

Vabbè, da ora in poi basta leggere le date!

‘a mamma

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di Irene Auletta

Tipico modo di dire utilizzato in gran parte delle regioni del centro sud per rivolgersi ai propri figli. Sostituisce i vari amore, caro, tesoro più abituali in altri dialetti e, seppur utilizzato da molte donne, sembra restituire ogni volta una magica esclusiva proprio a quella relazione li’, tra quella madre e quel figlio.

Come donna con origini del sud mi capita spesso di utilizzare quest’espressione con mia figlia e in genere lo faccio quando quello che voglio dire e’ “non preoccuparti … c’è la mamma qui vicino” oppure per ribadire l’esclusività di quel nostro particolare momento e la mia attenzione alle sue richieste.

Così e’ accaduto qualche giorno fa quando, per l’ennesima volta, ho dovuto affrontare la ragazzina che ti stava facendo il verso per il tuo modo di ridere. La mamma tigre che sono e che ogni volta deve fare i conti con il suo dolore, si e’ messa per un attimo  in  disparte e mi ha lasciato fare.

Ho detto alla ragazzina, arrivando alle sue spalle inattesa, che tu stavi facendo una cosa molto difficile. L’ho invitata a provarci anche lei, ad esprimere una forte emozione ma, senza utilizzare le parole …. perché altrimenti e’ troppo facile!

Nel frattempo guardavo Luna e pensavo a cosa potesse percepire o comprendere di quel nostro scambio. La ragazzina ha abbandonato la faccia da presa in giro ed e’ diventata improvvisamente molto seria. Speriamo abbia imparato qualcosa e che la prossima volta, prima di prendere in giro qualcun’altro, ci pensi per una frazione di secondo in più.

Poi sono tornata vicino a te. “Anche per oggi, ‘ a mamma, ce la siamo cavata!”. Ti ho ricordato come faccio spesso che, semmai riuscirai a dire anche una sola parola e quella non sarà mamma ma una parolaccia, avrai tutta la mia solidarietà e comprensione.

Difetti perfetti

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di Irene Auletta

L’ho già scritto diverse volte e altrettante mi sono ritrovata a dirlo in differenti contesti. A me, questa storia dei figli disabili che non sono disabili ma “speciali” non mi convince per nulla. Qualche giorno fa ho letto un articolo postato su fb, dove anche un famoso attore americano, sembra essere stato contagiato dal virus della negazione.

Tra l’altro, conoscendo bene la sindrome genetica a cui si riferisce, posso assicurare i lettori poco informati sulla questione, che si tratta di un handicap decisamente grave.

In realtà, a pensarci bene, il mondo dei genitori, e anche quello degli operatori socioeducativi, mi pare spaccato in due. Quelli che appartengono al gruppo dei figli e utenti “speciali” e quelli che, a volte anche tralasciando il nome delle persone di cui stanno parlando, esibiscono con disinvoltura la loro erudizione circa la patologia che affligge figli o utenti.

Lo so. Queste mie considerazioni verranno accolte da molti come antipatiche e probabilmente lo sono. Ma siccome la faccenda mi riguarda, e da molto vicino, penso di potermi permettere il lusso di esserlo, un po’ antipatica e, soprattutto, di voler andare oltre alcune forme che davvero mi stanno strette.

Quando alle cose, ai sentimenti, alle storie, alle persone, si cambia il nome, per me è un po’ come tradirle.

Sono cresciuta con l’incubo del “brutto male” e nella mia mente di bambina la cosa assumeva sembianze mostruose che avevano esattamente l’effetto contrario di quello a cui gli adulti auspicavano, non parlando direttamente di cancro o di tumore.

Ogni dolore può essere un’occasione per imparare qualcosa, sulla vita e sul nostro modo di viverla. Daccordo. Ma questo vale se il dolore rimane un dolore, la disabilità una disabilità altrimenti, che dolore è? Di che storia stiamo parlando?

Inoltre, quello che meno mi convince nel definire bambini o ragazzi disabili come “speciali”, è che mi pare una sorta di barbatrucco, come direbbero i bambini stessi, per mascherare la realtà.

La disabilità è una faccenda seria, che pesa nel cuore di chi la incontra, come un macigno, ogni giorno. Questo non corrisponde per forza a tristezza perenne, depressione, malinconia acuta. Anzi. Molti dei genitori che incontro, che hanno figli disabili, mi sembrano molto più sereni ed equilibrati di tanti altri che non hanno a che fare con queste storie.

Allo stesso modo non mi convincono quelli che parlano di sfortuna. Ogni volta che me lo sento rivolgere, come messaggio implicito o esplicito penso, e a volte lo dico pure ad alta voce, “ma guarda te come sei messo!”.

Insomma, non riesco a uscirne. Per me le cose stanno esattamente come stanno e mi piace utilizzare le parole giuste per definirle, senza imbellettamenti e senza imbrogli.

Può essere un difetto? Lo accetto, purchè non mi chiamiate difettosa.

Il peso delle parole

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di Irene Auletta

Inutile dirlo. Siamo circondati da un mondo che ha perso il senso della misura.

Tutto è troppo, tanto o poco che sia, ed è sovente fuori misura.

Ognuno fa la sua parte e immagino che ogni singolo individuo che ancora si tenga stretta la facoltà di pensare, si barcameni ogni giorno nel tentativo di non essere inglobato dalla follia.

Stamane l’articolo di Mario Calabresi spinge a pensare alla forza delle parole, quando possono infangare fino a far morire. Si, perchè l’infarto, tanto volte fa pensare proprio al mal di cuore e al suo “spezzarsi” di dolore. Magari non è stato così in questo caso, però le parole del giornalista fanno pensare.

Almeno, a me hanno fatto pensare a quanto, con facilità estrema sento esprimere facili e taglienti giudizi sulle persone, sulle vicende, sugli eventi, anche quando sono così distanti dalla nostra esperienza e dalla nostra conoscenza.

Può essere che io sia eccessivamente pudica o ingenua, ma mi ritrovo sovente a dire che di quella questione ne so troppo poco, che le mie conoscenze in quel campo sono troppo limitate per potermi esprimere e che, insomma, quando le cose sono complesse i facili giudizi o le valutazioni da ghigliottina, li sento sempre fuori luogo.

Il peso delle parole deve tornare a fare i conti con quello che si trova deposto sull’altro piatto della bilancia e che, quasi sempre, parla di emozioni, sentimenti e cuore.

Quanti infarti dobbiamo ancora attraversare per accorgercene?

Ma cos’è questa crisi?

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di Irene Auletta

Assistiamo quotidianamente allo strano fenomeno  che trasforma affermazioni importanti in luoghi comuni, con il rischio di non poter più godere neppure di quelli. Che fine ha fatto la mitica “non ci sono più le mezze stagioni” che va a braccetto con “si stava meglio quando si stava peggio”? E via di questo passo.

Sento spesso ripetere, in questi tempi complessi, l’idea di imparare dalle crisi e sovente, l’affermazione appare già una sorta di mantra svuotato del suo significato più profondo e autentico. Insomma come recitare, con banalità estrema, che grazie alle disgrazie abbiamo imparato questo e quello e che anche la morte, come esperienza estrema, è occasione e possibilità per potersi sempre portare a casa qualcosa.

Va bene. Ci sto. Ma poi dobbiamo provare a tradurre nel quotidiano cosa vuol dire tutto questo e soprattutto, cosa ce ne facciamo di quello che abbiamo imparato anche attraversando crisi, dolori e perdite.

La schizofrenia di chi si spertica a declamare questi principi, chiuso ogni giorno nella sua piccola storia che guarda solo se stessa, ho paura che possa essere contagiosa.

E’ per questo, che quasi ogni giorno torno a chiedermi cosa posso imparare da ciò che attraverso e come posso immediatamente farmene qualcosa nel condividerlo con altri.

Da tempo sono infastidita e allergica ai vari urlatori che mi sembrano interessati solo alla caccia al colpevole, come surrogato di quella alle streghe. Ma, siamo ancora qui?

Con questi atteggiamenti cosa possiamo imparare dal momento storico che stiamo attraversando, dal senso di precarietà che si respira ogni giorno, dall’incertezza del futuro, dalla possibilità di trasformare i problemi come occasione per mettere alla prova la nostra intelligenza e creatività cognitiva?

Ecco, forse questa può essere la mia strada. Continuare a chiedermi che cosa posso fare e come posso condividere la nuova strategia pensata.

E’ pochissimo, è vero.

Ma come dice stamane Massimo Gramellini nel suo articolo, a proposito dell’immaginare possibilità altre, “prendetemi per pazza, ma non per scema!”.

Radici paterne

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di Irene Auletta

Ogni volta che parlo con mio padre, riesce a riflettermi sfumature e aspetti che in qualche modo mi raggiungono ancora nuovi.

Il suo senso di responsabilità nei miei confronti, come figlia, e di mia figlia, come sua nipote, riescono sempre a stupirmi. Uomo di un’altra generazione.

Sentendolo parlare con me si potrebbe immaginare, come partner del dialogo, una giovane ragazza alle prese con le prime esperienze della vita e, invece….

Quando ero più giovane questo suo modo di fare mi infastidiva assai e quasi lo sentivo come un modo di non riconoscermi per quello che ero, per come ero cresciuta e, forse, anche per quello che valevo.

Oggi, ne percepisco possibilità nuove e sfumature altre.

In fondo, ho sempre sentito come stonate le parole di chi si rivolge ai propri genitori dicendo che, invecchiati, sono tornati come bambini e, ammetto, che mi piace fare la figlia e sentirmi tale.

Quando mio padre mi fa sentire che lui c’è, che per me è ancora una risorsa, che ha ancora voglia di occuparsi di me e di noi, lo sento vivo e presente e ogni giorno mi ricordo di non sprecare momenti preziosi.

Ieri, me lo ha ricordato per la duecentesima volta. Ti ricordi quando ti ho portata a teatro a vedere quello spettacolo e tu uscendo continuavi a ripetere tutta contenta “apriti sesamo!”.

Si papà, me lo ricordo bene, come fosse oggi.

Leggerezze possibili

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di Irene Auletta

Da qualche anno, parlando di proposte di vario genere rivolte a famiglie con bambini o ragazzi disabili, si parla sovente di attività o momenti di sollievo.

Non ho mai capito perchè il termine utilizzato mi ha sempre creato una sensazione di disagio.

Non che l’idea di sollievo non renda bene la situazione che molte famiglie si trovano ad attraversare, ma forse questo riguarda una pluralità di persone che va ben oltre una determinata categoria di genitori.

Forse, la mia perplessità è di ordine più generale e corrisponde alla difficoltà a stare dentro, e a riconoscersi, in un mondo che mi pare molto organizzato in definizioni di categorie.

Può essere anche però, che l’idea di sollievo, così come dice la parola stessa, rimandando ad un alleviamento di un dolore o di un disagio fisico o morale, mi evochi interrogativi rispetto al suo intreccio con quella peculiare relazione che riguarda genitori e figli.

Mi chiedo spesso se il sollievo, nominato pensando alle fatiche dei genitori, non debba essere allargato a tutte le dimensioni di fatica che possono attraversare anche i bambini e i ragazzi disabili, per il fatto di essere costretti, inevitabilmente, ad una presenza massiccia e continua dei loro genitori.

Ogni tanto, dietro gesti di stizza di mia figlia, che non si possono esprimere con le parole, mi immagino di sentire l’eco di quella frase spesso mormorata dai figli : “che palle, ‘sti genitori!”. E lei, neppure lo può dire. Spero solo che lo pensi spesso.

Dunque, tornando al sollievo per i figli, mi piacerebbe che si potesse dire, raccontare e presentare, anche come occasione per separarsi e per ritrovarsi, per sperimentare il mondo accompagnati da adulti diversi dalla mamma e dal babbo, per sentirne la loro mancanza e per incontrare adulti un po’ meno disponibili a capire sempre, che chiedono la fatica di esprimersi e di farsi comprendere.

Non succede forse così anche a tutti i bambini e ragazzi senza disabilità?

A me pare di si e, certamente, molti dei loro genitori, avrebbero lo stesso bisogno di proposte di sollievo.

Mi piace pensarla così. Ben vengano tutte quelle proposte di sollievo che vanno ad alleviare fatiche e dolore ma, al loro fianco auspico, sempre di più, momenti che permettano apprendimento, leggerezza, divertimento e nuove possibilità.

In fondo, che permettano di vivere e non solo di sopravvivere.

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