Domande impossibili

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di Irene Auletta

Il nostro paese si è mosso quasi all’unisono, di fronte ad una tragedia.

I feriti sono tanti e certamente per ciascuno la tragedia assume tinte e intensità differenti.

L’attacco all’istituzione scolastica, alla cultura, alla giustizia, alle persone.

Ed è proprio a queste ultime che volgo il mio pensiero più forte.

Una ragazza di sedici anni che ha perso il futuro, senza alcuna possibilità di replica.

Un’altra, che sta lottando per avere ancora qualche chance e che probabilmente ancora non sa che nulla potrà più essere come prima.

Genitori distrutti dalla perdita e dal dolore.

Li immagino con lo sguardo vuoto, alla ricerca di un senso impossibile da ritrovare.

Ma quale può essere il senso di tutto questo?

I colori della fatica

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di Irene Auletta

Molti della mia generazioni ricordano, nella loro educazione, una serie di valori ricorrenti, immancabili nella top ten pedagogica di molte famiglie di quel tempo.

Tra questi, i miei genitori, apprezzavano in particolare il senso della fatica, dell’impegno e dell’intramontabile (credevo allora!) necessità di “meritarsi le cose”.

Sono passati gli anni e intorno a me ho visto comparire strane categorie di individui.

Quelli distrutti alle otto di mattina, gli stravolti-sempre, gli insopportabili che ripetono appena possono che hanno bisogno di rilassarsi e i mitici stressati.

Insomma, mai come in questi ultimi tempi mi ritorna alla mente una vecchia pubblicità che, per reclamizzare un amaro, brindava “contro il logorio della vita moderna”. Se la memoria non mi inganna, erano gli anni settanta.

Probabilmente il logorio, mentre noi eravamo distratti da altro, ha preso il sopravvento contagiando una moltitudine di individui, fino a travolgere anche i bambini.

Così, oggi incontro sempre più spesso genitori stupiti dalla fatica di allevare bambini piccoli, insegnanti stanchi di insegnare e bambini o ragazzi stanchi di imparare.

Ma che fine ha fatto il valore della fatica? La possibilità di identificarla nel percorso necessario per raggiungere un risultato, un desiderio, un sogno?

Sono convinta, ogni giorno di più, che sia necessario trovare nuove strategie per insegnare anche il valore della fatica e per togliere il velo cialtrone a molte delle cose facili e senza senso che ormai circondano le nostre esistenze.

Mi chiedo però, come possiamo farlo, in presenza di adulti sempre stanchi, disillusi, con poche speranze. Dei sogni poi, neppure a parlarne.

Si, forse potremmo proprio partire da qui.

Dalla possibilità di tornare a sognare, immaginare, sperare, progettare.

Mi viene spesso in mente quello che provo mentre seguo fiduciosa il mio instancabile compagno di vita, nelle gite in montagna.

Il fiato corto, le gambe che si spezzano e il batticuore.

Poi, ogni volta, da anni, ci ritorno e ci riprovo.

Il paesaggio che è possibile ammirare, quando si raggiunge la meta, è insostituibile.

Magicamente, la fatica diventa leggera.

Dite che possiamo provarci anche con l’educazione?

Questioni amare e d’amore

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di Irene Auletta

Qualche giorno fa, di getto e con un stato d’animo molto inquieto, ho scritto un post che immagino rimarrà tra i miei scritti privati, perchè troppo carico di quelle dimensioni intime che ritengo vadano sempre protette.

In genere, non mi piace condividere riflessioni centrate esclusivamente su faccende personali e, al contrario, la vera potenza la sento quando, al di là della scintilla che ha fatto scattare il pensiero, lo scritto diventa immediatamente plurale.

Ed ecco che oggi mi imbatto in questo post di Franco Bomprezzi, che tra i suoi temi rilancia proprio uno degli argomenti del mio scritto “censurato”, la spinosa faccenda del “dopo di noi” riferita ai futuri possibili, per le persone adulte gravemente disabili.

Non credo esista genitore di un figlio disabile o con gravi problemi di salute che, prima o poi non si sia trovato a porsi la fatidica e dolorosa domanda : “Che ne sarà di mio figlio quando noi non ci saremo più?”.

La questione è molto delicata e certamente raccoglie pensieri che si esprimono, diritti che si rivendicano, proteste che si sostengono.

Però, io non credo di essere molto brava a parlare di questi temi e ci sono già molte persone, genitori  e operatori, che lo fanno da anni con molta passione e con grande capacità e incisività.

A me piace ritagliarmi una piccola nicchia per andare a cogliere e recuperare quei sentimenti che si esprimono, spesso con un po’ di pudore o vergogna.

Tante volte ho sentito i genitori di figli disabili, augurarsi salute e forza per continuare a prendersi cura dei loro figli, fino alla fine della vita.

Ma della vita di chi?

Fa paura dire esplicitamente che si vorrebbe continuare a tenere per mano il proprio figlio, anche nell’ultimo passaggio dell’esistenza immaginato, tra sogni e paure, insieme, genitore e figlio.

Fa paura perchè fa risuonare l’eco di chi accusa di egoismo, di poca umanità e insomma, per dirla un po’ come si dice dalle mie parti, di sentirsi alla fine, cornuti e mazziati.

Non so se ci sia una posizione giusta ma, se dovessi partecipare ad un dibattito etico, mi piacerebbe partire da quanto sostiene Fernando Savater, proponendo una scelta etica che non sta tra il giusto e lo sbagliato, ma fra il giusto e il giusto.

Mi piacerebbe non banalizzare la questione, lasciando la parola a chi dà valore ai sentimenti, senza l’urgenza del giudizio, ma con l’accoglienza di tutta la loro umanità.

Non trovo atroce o disumano sperare di morire insieme al proprio figlio disabile, per prendersene personalmente cura fino all’ultimo istante e forse, proprio come operatori, dovremmo chiederci come mai così di frequente questo pensiero ricorre nei desideri e nei racconti dei genitori.

Ci fossero servizi e strutture più adeguate, unitamente ad una cultura sempre più attenta e sensibile, andrebbe meglio?

Sinceramente non lo so, ma non escludo che anche i sapori più amari possano riservare sorprendenti e dolci retrogusti.

Parole in soffitta

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di Irene Auletta

Qualche giorno fa stavo leggendo un post che porgeva interessanti riflessioni sull’uso di alcune parole e sul valore e significato del linguaggio.

Ho pensato che, anche nel mio lavoro, alcune parole sono quasi passate di moda e sovente mi chiedo se, insieme a loro, si sono smarriti anche i significati.

Ricordo un mio professore che ci introdusse, noi del primo anno del corso di studi, nel mondo della raccolta dell’anamnesi, dell’osservazione e della diagnosi educativa.

Allora mi faceva effetto pensare che avevo scelto una professione che, insieme ad altre che negli anni ho conosciuto sempre meglio, veniva definita per l’avere al centro del suo interesse relazioni di aiuto.

Già allora, e parliamo di trentadue anni fa, i linguaggi dominanti erano certamente quelli psicologici, sociologici e, in molti casi, medici.

Mi sono chiesta  più volte, occupandomi di educazione, cosa volessero dire per me alcuni temi e, soprattutto, come dare senso pedagogico ad alcuni significati, senza scimmiottare altre professioni.

Da sempre ho la fissa di approfondire, conoscere e continuare a studiare.

Rimango sempre colpita, nonostante il mio disincanto in tante dimensioni dell’esistenza, dall’ignoranza di tanti professionisti, che si definiscono tali, e questo mi pare un  tratto profondamente disonesto, soprattutto da parte di coloro che dovrebbero prendersi cura, a vario titolo, delle persone.

Ho sempre scoperto molta ignoranza, dietro a forti e facili giudizi, a commenti stereotipati e alla tendenza a dare etichette ai comportamenti piuttosto che a capirne i significati.

Per questo negli anni ho rispolverato più volte le idee legate alla relazione di aiuto, alla fragilità di chi a volte incontriamo e alla posizione di potere di cui sovente abusiamo.

Chiedere e offrire aiuto è una faccenda assai delicata e, quasi come un prezioso oggetto di cristallo, chiede molta cautela e attenzione.

Ci penso spesso soprattutto quando incontro i genitori e, in particolare, quei genitori che stanno affrontando momenti difficili e dolorosi.

In questi casi cerco sempre di dare ascolto più alle parole dell’altro che alle mie e ogni volta, riscopro le tinte misteriose di quel concetto, tanto abusato, che è l’empatia.

Può essere che non sempre io ci riesca ma, quando quel mettersi nello sguardo e nello stato d’animo dell’altro, mi raggiunge profondamente, aggiungo una nuova sfumatura alla mia idea di aiuto e, molto spesso, al senso della mia professione.

Uno, due, tre… si dorme!

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di Irene Auletta

Ho raccontato tante volte di come, appena nata mia figlia, il mondo mi abbia accolto con alcune semplici domande. E’ brava? Mangia? Dorme?

Come segnale di benvenuto non è stato molto facile da gestire e, nel mio novello ruolo di madre, ho subito capito che la strada sarebbe stata parecchio impegnativa.

Naturalmente, mia figlia aveva parecchi problemi con il cibo ma, soprattutto, non ne voleva proprio sapere di dormire.

Ci ho ripensato tante volte negli anni che sono passati da allora e proprio in questi giorni, raccogliendo l’ennesimo “sfogo” di una madre, mi sono tornate alla memoria le strategie pensate, inventate e praticate per affrontare le notti insonni e per resistere.

In fondo i genitori sanno bene che hanno tante cose da imparare e da insegnare, ma forse il sonno, difficilmente rientra in questi elenchi. Certamente è una questione che spinge a misurarsi con una grande fatica e forse, proprio per questo, può essere tanto più tollerata quanto più se ne afferra il senso.

Chi dice che per i bambini piccoli dormire è naturale dimentica di prendere in considerazione le tante storie individuali e particolari di quei bambini che hanno bisogno di più tempo per incontrare questo aspetto della loro tenera esistenza.

Mi piace pensare e dire che ogni bambino incontra la vita in modo differente, la sua vita e per qualcuno ci vuole più pazienza e tenacia.

Così mi sono vista come madre, passare dalla disperazione al senso di impotenza, dalla rabbia alla comprensione, dall’incapacità alla possibilità di trovare la strada possibile per me.

Ho avuto la possibilità di esercitarmi parecchio, perchè la diagnosi di disturbo patologico del sonno, relativa a mia figlia, mi ha fatto capire da subito che non me la sarei cavata in qualche anno, come accade alla stragrande maggioranza dei genitori.

Qualcuno, nel tentativo di alleviare le nostre fatiche, negli anni, si è anche cimentato con qualche battuta ironica facendo riferimento al nome di mia figlia, Luna, e al suo sorgere proprio la notte.

Chissà. I nomi parlano sempre di persone e di storie.

Oggi quando la luna del cielo e la Luna della terra si incontrano, possono contare sulla presenza di una mamma che ha imparato, ha trovato la sua soluzione e che ne cerca sempre di nuove.

Ogni notte, quando accade, penso alla fatica di mia figlia e a quanta tenacia ci ha messo per imparare a dormire. Allora, distesa a fianco lei, nasce una nuova storia che si unisce a quelle segrete e misteriose inventate negli anni, anche per raccontarci la nostra storia.

Noi squilibrate

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di Irene Auletta

Come molte persone che attraversano questa vita e questo momento storico, sovente mi attardo a pensare al senso delle corse, alla frenesia, al tempo che fugge senza controllo e che a volte sembra coglierci più come spettatori disorientati che come protagonisti delle nostre storie.

Poi, accadono cose strane.

L’altra sera, in una delle lezioni Feldenkrais che frequento, l’insegnante ci propone un lavoro, anticipandone le finalità di far sperimentare la ricerca del movimento, la scoperta, la rottura degli schemi e nuovi apprendimenti.

In fondo, accade la stessa cosa in tutti gli incontri e mi pare che questi obiettivi siano proprio alla base del metodo, ma l’altra sera ho colto qualcosa di più.

La lezione ci ha guidate, noi donne presenti al gruppo, a ripercorrere le fasi e i primi tentativi messi in atto dal bambino piccolo per avviare la fase del gattonamento. Credete sia facile? Provate a farlo e vi accorgerete dell’esatto contrario.

Il tutto però, è stato condito da indicazioni orientate a far sperimentare diverse opzioni che, nella finalità del lavoro stesso, hanno permesso di sperimentare la continua perdita dell’equilibrio, l’errore, la caduta e la ripresa.

L’invito che raccolgo sempre in queste lezioni è di ascoltarsi. Come state distese per terra? Ascoltate l’appoggio del vostro corpo. Come vi sentite e com’è il vostro stato d’animo?

Ecco siamo arrivate al punto. Cosa centra lo stato d’animo.

La potenza e la forza di questi percorsi sta proprio nel valore delle connessioni. Nella possibilità di far dialogare l’esperienza del corpo con l’esperienza della persona che quel corpo lo abita, a volte scordandosene un po’.

Imparare attraverso le prove, l’errore e la perdita dell’equilibrio è la nostra esperienza più antica che molte volte, nel presente, è sostituita dal bisogno di essere sempre pronte, capaci e controllate. Alla fine, sempre equilibrate.

Inciampando nei movimenti, sentendo fatiche di gesti non abituali, ascoltando il corpo e lo stato d’animo, ho recuperato il piacere della ricerca e della perdita del controllo.

Perdere l’equilibrio è forse davvero l’unico modo per ritrovarlo ogni volta più forte, più radicato e più consapevole, come direbbe Angela, la mia insegnante.

Sono tornata a casa con molte emozioni e con il piacere di essere squilibrata.

Trucchi e balocchi

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di Irene Auletta

Tutto è nato quasi per gioco, da qualche battuta tra me e Monica Simionato, che ha scritto un bel post che ci ha permesso nuovi scambi.

In realtà la cosa ha preso inizio tanti anni fa, per l’esattezza ventotto.

In occasione del mio primo colloquio di selezione per un impiego di educatrice in una comunità per ragazze madri, lo psicologo (ancora oggi parecchio famoso!), credo, per provocarmi, mi chiese come si vedeva, una ragazza carina come me, a lavorare in una comunità di quel tipo.

A parte che allora non mi percepivo per nulla carina, ricordo ancora bene i pensieri nascosti da un timido sorriso. Ma cosa centra, io sono qui perchè ho fatto una scuola, ho acquisito un titolo, voglio occuparmi di educazione.

In effetti l’incontro con le educatrici, allora presenti in quella comunità, mi aveva abbastanza colpito. Versione casalinghe, ma non di quelle disperate che sembrano tutte appena uscite da una sfilata di moda. No, casalinghe vere e di quelle pure un po’ sciatte!

Negli anni trascorsi in quel centro ho dovuto sudare il doppio per dimostrare che potevo essere anche brava, dire cose intelligenti e avere pensieri acuti. Ma, attenzione, per prima cosa dovevo dimostrarlo proprio alle mie colleghe donne che ogni tanto mi lanciavano qualche battutina: “ma come ti sei vestita per fare il turno in comunità?”.

Ma io, non ho cambiato idea e anzi, con le ragazze ospiti ne approfittavo per parlare di immagine di sè, di cura della persona così come della cura dei bambini e degli ambienti. Giocando con loro ho imparato tantissimo e spero di aver insegnato altrettanto. Ci sono stampini che ti accompagnano nella vita, soprattutto quando sei circondata da donne che hanno scelto una professione di aiuto.

Immagino già di sentire colleghe che, forse un po’ scandalizzate, direbbero: “ma no Irene, stai davvero esagerando!”. Ecco, sicuramente loro sono nella lista di quelle che hanno sovente criticato nel corridoio e che, anni dopo, si sono stupite di una mia idea, proprio mia e non del mio intelligente marito!

Oggi, il mio parrucchiere, commentando la mia tinta bionda ha sottolineato che secondo lui, che mi conosce da tanto tempo, sono una donna che ha sempre bisogno di sole e di luce.

Detto così, mi piace e mi ci ritrovo. Credo che la stessa cosa valga per tante altre donne e anche per diverse mie colleghe.

Noi ci prendiamo cura e delle cura trattiamo nei nostri incontri con gli operatori, con le famiglie, con i bambini e con i ragazzi.

Per me si parte da qui e la cura della mia persona parla di questo, perchè credo che nell’incontro con l’altro, la nostra persona preceda, quasi sempre, le nostre parole.

Di parrucchieri come il mio ce ne vorrebbero di più, e magari anche nei luoghi educativi, perchè nelle sue parole c’era una saggezza seria e profonda, dove il sole e la luce, parlano di qualcosa che ha più a che fare con l’anima che con le banalità di “trucchi e balocchi”.

Beata chi l’ha capito!

Non solo Violetta.

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di Irene Auletta

Oggi ho accompagnato mia figlia a fare un esame un po’ particolare.

L’impiegata allo sportello si sofferma sulla richiesta e inizia a parlarmi di suo figlio, che vive problemi simili e di quanto lei comprenda le madri come me. Mentre con le mani digita i dati richiesti per la visita medica continua parlarmi di suo figlio e di altre situazioni analoghe che vede sfilare ogni giorno davanti allo sportello.

“Per non parlare del mercoledì , giorno dedicato alle visite dei bambini con problemi oncologici!”.

Strana solidarietà quella tra madri. Racconti che si intrecciano e storie che, alla fine,  si scoprono non così diverse.

Però, è strano anche accogliere il problema altrui mettendo in prima fila il proprio, quasi come se questo fosse uno dei modi possibili per superare un po’ di imbarazzo o comunque una via per esprimere comprensione o solidarietà.

Qualche tempo fa mi avrebbe infastidito o forse avrei semplicemente pensato in silenzio “chi se ne importa dei tuoi guai? Io sono qui per mia figlia!”.

Oggi mi pare di aver colto altro. Un bisogno di raccontare e di condividere emozioni, di non rimanere indifferenti di fronte ad un esame che una ragazza di quattordici anni non dovrebbe fare, di scambiarsi pensieri e immagini, tra madri, sapendo di non essere sole.

Così, ascoltando l’impiegata alla sportello, ho sorriso, accettando i suoi complimenti e provando ad andare oltre lo stato d’animo che mi aveva accompagnato in quel luogo.

Mi sono guardata dall’esterno come spesso vengo dipinta quando sono mia figlia che, secondo qualcuno, difendo viaggiando insieme a lei, protette dalla bolla di Violetta, dei mitici Incredibili.

E’ vero, entrando nella sala mi ero già preparata a sostenere i soliti sguardi insistenti e a sfoggiare il mio sguardo severo verso chi si sofferma troppo su di noi.

Alla fine sono uscita sorridendo, abbracciando la mia ragazzina non solo per proteggerla, ma come per raccontarle un segreto.

Anche oggi, possiamo farcela.

Disabilità e botanica

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di Irene Auletta

Cornice. Una supervisione svolta alla presenza di assistenti sociali, psicologi e pedagogisti per discutere di una situazione particolarmente  complessa che coinvolge diversi servizi.

Nel tentativo di far comprendere al resto dei presenti il suo pensiero, uno di questi operatori si butta in una bizzarra metafora che, per sostenere i genitori di cui si sta parlando, definisce il loro figlio disabile una “pianta grassa”. Si, proprio così.

In fondo (rincara la dose!), bambini come questi per i genitori sono proprio come piante grasse, chi li vorrebbe?”.

Non mi piace ammazzare le metafore ma, giusto per non partire con un feroce giudizio a raffica, mi sono chiesta più volte cosa volesse dire.

Forse che i figli disabili sono pieni di spine, impegnativi da trattare e da far crescere, delicati nel loro bisogno di ricevere nutrimento? In effetti, chi non si è chiesto di quanta acqua abbiano bisogno le piante grasse? Poca, seccano e troppa si inzuppano fino a sembrare verdura cotta!

Ma, la persona che si è sbizzarrita in questa metafora, avrà voluto dire proprio questo, lasciando parte dei presenti basiti e parte indifferenti?

In realtà ho capito, dopo qualche tempo, che non mi interessava affatto cosa volesse dire la signora in questione perchè, quello che aveva affermato portava con sè una tale mancanza di rispetto che fatico a lasciar passare a chi ha scelto, per professione, di occuparsi di relazioni di aiuto.

Però ho imparato una lezione e ho raccolto nuove domande. Quando sono in dubbio nel mio lavoro, mi immagino spesso che la persona di cui sto parlando possa essere lì, invisibile, al mio fianco.

Come si sentirebbe se mi sentisse dire di lui o di lei quella determinata cosa e in quel modo? E poi, quante volte ci permettiamo, nei nostri abiti professionali, di andare oltre i confini del rispetto, della delicatezza dei sentimenti altrui e delle storie di vita di uomini o donne che, per un piccolo pezzetto, incrociamo sulla nostra via?

Per fortuna quei genitori non hanno potuto ascoltare quell’affermazione e una serie di altre, ancora più infelici, emerse nello stesso incontro.

Forse era per tutti i presenti una giornata no, forse si voleva esprimere qualcosa che non si è capito bene, forse si è peccato un po’ di superficialità o forse ancora, sono intervenute altre questioni che riguardavano più i rapporti tra gli operatori presenti che la famiglia di cui si stava discutendo.

Forse. Quello che è successo dopo … è un’altra storia.

So per certo che quel giorno, come genitore, mi sono sentita fortunata di non essere lì, al centro di quella discussione. In cuor mio mi sono vergognata per quella scena, per la stupidità e per l’ignoranza che a volte regna in situazioni analoghe.

In silenzio, ho chiesto scusa alle persone di cui stavamo parlando.

Non mi convince

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di Irene Auletta

Per l’ennesima volta oggi incrocio in internet commenti, post e polemiche relativamente alle presunte dichiarazioni fatte dal presidente del consiglio a proposito  di lavoro, del posto fisso e della sua “qualità monotona”.

Per curiosità ho provato a leggere diversi articoli qua e là.

Non ho trovato dubbi o domande ma solo favorevoli o contrari. Ma a cosa?

Ho incrociato un video in cui il prof. Monti invitava, per non essere frainteso, a collocare la sua affermazione nel contesto del discorso. Non dovrebbe essere sempre così per capire quello che stiamo ascoltando e per poter esprimere un ragionato e sensato parere?

Detesto il clima da sputasentenze (e i vaffa…) che ormai si respira ovunque e ancor più mi infastidiscono i proclami che, chiedendo rispetto, continuano a mancarlo ai loro immaginari interlocutori.

Non sono una bacchettona ma i toni dei commenti, delle rivendicazioni e di alcune proteste non mi convincono, soprattutto quando sono ammantate di fragili ideologie.

Il problema non è condividere o disapprovare ma provare ad utilizzare una differente modalità comunicativa. Altrimenti si prosegue, alimentandola, in una dinamica che rischia di respingere allontanando dai contenuti sostenuti, magari anche condivisibili.

E’ sano (credo) che ci sia una parte di protesta anche molto rivendicativa e dai toni forti e accesi, ma personalmente, ho voglia anche di altro.

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