Uno, due, tre… si dorme!

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di Irene Auletta

Ho raccontato tante volte di come, appena nata mia figlia, il mondo mi abbia accolto con alcune semplici domande. E’ brava? Mangia? Dorme?

Come segnale di benvenuto non è stato molto facile da gestire e, nel mio novello ruolo di madre, ho subito capito che la strada sarebbe stata parecchio impegnativa.

Naturalmente, mia figlia aveva parecchi problemi con il cibo ma, soprattutto, non ne voleva proprio sapere di dormire.

Ci ho ripensato tante volte negli anni che sono passati da allora e proprio in questi giorni, raccogliendo l’ennesimo “sfogo” di una madre, mi sono tornate alla memoria le strategie pensate, inventate e praticate per affrontare le notti insonni e per resistere.

In fondo i genitori sanno bene che hanno tante cose da imparare e da insegnare, ma forse il sonno, difficilmente rientra in questi elenchi. Certamente è una questione che spinge a misurarsi con una grande fatica e forse, proprio per questo, può essere tanto più tollerata quanto più se ne afferra il senso.

Chi dice che per i bambini piccoli dormire è naturale dimentica di prendere in considerazione le tante storie individuali e particolari di quei bambini che hanno bisogno di più tempo per incontrare questo aspetto della loro tenera esistenza.

Mi piace pensare e dire che ogni bambino incontra la vita in modo differente, la sua vita e per qualcuno ci vuole più pazienza e tenacia.

Così mi sono vista come madre, passare dalla disperazione al senso di impotenza, dalla rabbia alla comprensione, dall’incapacità alla possibilità di trovare la strada possibile per me.

Ho avuto la possibilità di esercitarmi parecchio, perchè la diagnosi di disturbo patologico del sonno, relativa a mia figlia, mi ha fatto capire da subito che non me la sarei cavata in qualche anno, come accade alla stragrande maggioranza dei genitori.

Qualcuno, nel tentativo di alleviare le nostre fatiche, negli anni, si è anche cimentato con qualche battuta ironica facendo riferimento al nome di mia figlia, Luna, e al suo sorgere proprio la notte.

Chissà. I nomi parlano sempre di persone e di storie.

Oggi quando la luna del cielo e la Luna della terra si incontrano, possono contare sulla presenza di una mamma che ha imparato, ha trovato la sua soluzione e che ne cerca sempre di nuove.

Ogni notte, quando accade, penso alla fatica di mia figlia e a quanta tenacia ci ha messo per imparare a dormire. Allora, distesa a fianco lei, nasce una nuova storia che si unisce a quelle segrete e misteriose inventate negli anni, anche per raccontarci la nostra storia.

Noi squilibrate

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di Irene Auletta

Come molte persone che attraversano questa vita e questo momento storico, sovente mi attardo a pensare al senso delle corse, alla frenesia, al tempo che fugge senza controllo e che a volte sembra coglierci più come spettatori disorientati che come protagonisti delle nostre storie.

Poi, accadono cose strane.

L’altra sera, in una delle lezioni Feldenkrais che frequento, l’insegnante ci propone un lavoro, anticipandone le finalità di far sperimentare la ricerca del movimento, la scoperta, la rottura degli schemi e nuovi apprendimenti.

In fondo, accade la stessa cosa in tutti gli incontri e mi pare che questi obiettivi siano proprio alla base del metodo, ma l’altra sera ho colto qualcosa di più.

La lezione ci ha guidate, noi donne presenti al gruppo, a ripercorrere le fasi e i primi tentativi messi in atto dal bambino piccolo per avviare la fase del gattonamento. Credete sia facile? Provate a farlo e vi accorgerete dell’esatto contrario.

Il tutto però, è stato condito da indicazioni orientate a far sperimentare diverse opzioni che, nella finalità del lavoro stesso, hanno permesso di sperimentare la continua perdita dell’equilibrio, l’errore, la caduta e la ripresa.

L’invito che raccolgo sempre in queste lezioni è di ascoltarsi. Come state distese per terra? Ascoltate l’appoggio del vostro corpo. Come vi sentite e com’è il vostro stato d’animo?

Ecco siamo arrivate al punto. Cosa centra lo stato d’animo.

La potenza e la forza di questi percorsi sta proprio nel valore delle connessioni. Nella possibilità di far dialogare l’esperienza del corpo con l’esperienza della persona che quel corpo lo abita, a volte scordandosene un po’.

Imparare attraverso le prove, l’errore e la perdita dell’equilibrio è la nostra esperienza più antica che molte volte, nel presente, è sostituita dal bisogno di essere sempre pronte, capaci e controllate. Alla fine, sempre equilibrate.

Inciampando nei movimenti, sentendo fatiche di gesti non abituali, ascoltando il corpo e lo stato d’animo, ho recuperato il piacere della ricerca e della perdita del controllo.

Perdere l’equilibrio è forse davvero l’unico modo per ritrovarlo ogni volta più forte, più radicato e più consapevole, come direbbe Angela, la mia insegnante.

Sono tornata a casa con molte emozioni e con il piacere di essere squilibrata.

Trucchi e balocchi

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di Irene Auletta

Tutto è nato quasi per gioco, da qualche battuta tra me e Monica Simionato, che ha scritto un bel post che ci ha permesso nuovi scambi.

In realtà la cosa ha preso inizio tanti anni fa, per l’esattezza ventotto.

In occasione del mio primo colloquio di selezione per un impiego di educatrice in una comunità per ragazze madri, lo psicologo (ancora oggi parecchio famoso!), credo, per provocarmi, mi chiese come si vedeva, una ragazza carina come me, a lavorare in una comunità di quel tipo.

A parte che allora non mi percepivo per nulla carina, ricordo ancora bene i pensieri nascosti da un timido sorriso. Ma cosa centra, io sono qui perchè ho fatto una scuola, ho acquisito un titolo, voglio occuparmi di educazione.

In effetti l’incontro con le educatrici, allora presenti in quella comunità, mi aveva abbastanza colpito. Versione casalinghe, ma non di quelle disperate che sembrano tutte appena uscite da una sfilata di moda. No, casalinghe vere e di quelle pure un po’ sciatte!

Negli anni trascorsi in quel centro ho dovuto sudare il doppio per dimostrare che potevo essere anche brava, dire cose intelligenti e avere pensieri acuti. Ma, attenzione, per prima cosa dovevo dimostrarlo proprio alle mie colleghe donne che ogni tanto mi lanciavano qualche battutina: “ma come ti sei vestita per fare il turno in comunità?”.

Ma io, non ho cambiato idea e anzi, con le ragazze ospiti ne approfittavo per parlare di immagine di sè, di cura della persona così come della cura dei bambini e degli ambienti. Giocando con loro ho imparato tantissimo e spero di aver insegnato altrettanto. Ci sono stampini che ti accompagnano nella vita, soprattutto quando sei circondata da donne che hanno scelto una professione di aiuto.

Immagino già di sentire colleghe che, forse un po’ scandalizzate, direbbero: “ma no Irene, stai davvero esagerando!”. Ecco, sicuramente loro sono nella lista di quelle che hanno sovente criticato nel corridoio e che, anni dopo, si sono stupite di una mia idea, proprio mia e non del mio intelligente marito!

Oggi, il mio parrucchiere, commentando la mia tinta bionda ha sottolineato che secondo lui, che mi conosce da tanto tempo, sono una donna che ha sempre bisogno di sole e di luce.

Detto così, mi piace e mi ci ritrovo. Credo che la stessa cosa valga per tante altre donne e anche per diverse mie colleghe.

Noi ci prendiamo cura e delle cura trattiamo nei nostri incontri con gli operatori, con le famiglie, con i bambini e con i ragazzi.

Per me si parte da qui e la cura della mia persona parla di questo, perchè credo che nell’incontro con l’altro, la nostra persona preceda, quasi sempre, le nostre parole.

Di parrucchieri come il mio ce ne vorrebbero di più, e magari anche nei luoghi educativi, perchè nelle sue parole c’era una saggezza seria e profonda, dove il sole e la luce, parlano di qualcosa che ha più a che fare con l’anima che con le banalità di “trucchi e balocchi”.

Beata chi l’ha capito!

Non solo Violetta.

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di Irene Auletta

Oggi ho accompagnato mia figlia a fare un esame un po’ particolare.

L’impiegata allo sportello si sofferma sulla richiesta e inizia a parlarmi di suo figlio, che vive problemi simili e di quanto lei comprenda le madri come me. Mentre con le mani digita i dati richiesti per la visita medica continua parlarmi di suo figlio e di altre situazioni analoghe che vede sfilare ogni giorno davanti allo sportello.

“Per non parlare del mercoledì , giorno dedicato alle visite dei bambini con problemi oncologici!”.

Strana solidarietà quella tra madri. Racconti che si intrecciano e storie che, alla fine,  si scoprono non così diverse.

Però, è strano anche accogliere il problema altrui mettendo in prima fila il proprio, quasi come se questo fosse uno dei modi possibili per superare un po’ di imbarazzo o comunque una via per esprimere comprensione o solidarietà.

Qualche tempo fa mi avrebbe infastidito o forse avrei semplicemente pensato in silenzio “chi se ne importa dei tuoi guai? Io sono qui per mia figlia!”.

Oggi mi pare di aver colto altro. Un bisogno di raccontare e di condividere emozioni, di non rimanere indifferenti di fronte ad un esame che una ragazza di quattordici anni non dovrebbe fare, di scambiarsi pensieri e immagini, tra madri, sapendo di non essere sole.

Così, ascoltando l’impiegata alla sportello, ho sorriso, accettando i suoi complimenti e provando ad andare oltre lo stato d’animo che mi aveva accompagnato in quel luogo.

Mi sono guardata dall’esterno come spesso vengo dipinta quando sono mia figlia che, secondo qualcuno, difendo viaggiando insieme a lei, protette dalla bolla di Violetta, dei mitici Incredibili.

E’ vero, entrando nella sala mi ero già preparata a sostenere i soliti sguardi insistenti e a sfoggiare il mio sguardo severo verso chi si sofferma troppo su di noi.

Alla fine sono uscita sorridendo, abbracciando la mia ragazzina non solo per proteggerla, ma come per raccontarle un segreto.

Anche oggi, possiamo farcela.

Disabilità e botanica

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di Irene Auletta

Cornice. Una supervisione svolta alla presenza di assistenti sociali, psicologi e pedagogisti per discutere di una situazione particolarmente  complessa che coinvolge diversi servizi.

Nel tentativo di far comprendere al resto dei presenti il suo pensiero, uno di questi operatori si butta in una bizzarra metafora che, per sostenere i genitori di cui si sta parlando, definisce il loro figlio disabile una “pianta grassa”. Si, proprio così.

In fondo (rincara la dose!), bambini come questi per i genitori sono proprio come piante grasse, chi li vorrebbe?”.

Non mi piace ammazzare le metafore ma, giusto per non partire con un feroce giudizio a raffica, mi sono chiesta più volte cosa volesse dire.

Forse che i figli disabili sono pieni di spine, impegnativi da trattare e da far crescere, delicati nel loro bisogno di ricevere nutrimento? In effetti, chi non si è chiesto di quanta acqua abbiano bisogno le piante grasse? Poca, seccano e troppa si inzuppano fino a sembrare verdura cotta!

Ma, la persona che si è sbizzarrita in questa metafora, avrà voluto dire proprio questo, lasciando parte dei presenti basiti e parte indifferenti?

In realtà ho capito, dopo qualche tempo, che non mi interessava affatto cosa volesse dire la signora in questione perchè, quello che aveva affermato portava con sè una tale mancanza di rispetto che fatico a lasciar passare a chi ha scelto, per professione, di occuparsi di relazioni di aiuto.

Però ho imparato una lezione e ho raccolto nuove domande. Quando sono in dubbio nel mio lavoro, mi immagino spesso che la persona di cui sto parlando possa essere lì, invisibile, al mio fianco.

Come si sentirebbe se mi sentisse dire di lui o di lei quella determinata cosa e in quel modo? E poi, quante volte ci permettiamo, nei nostri abiti professionali, di andare oltre i confini del rispetto, della delicatezza dei sentimenti altrui e delle storie di vita di uomini o donne che, per un piccolo pezzetto, incrociamo sulla nostra via?

Per fortuna quei genitori non hanno potuto ascoltare quell’affermazione e una serie di altre, ancora più infelici, emerse nello stesso incontro.

Forse era per tutti i presenti una giornata no, forse si voleva esprimere qualcosa che non si è capito bene, forse si è peccato un po’ di superficialità o forse ancora, sono intervenute altre questioni che riguardavano più i rapporti tra gli operatori presenti che la famiglia di cui si stava discutendo.

Forse. Quello che è successo dopo … è un’altra storia.

So per certo che quel giorno, come genitore, mi sono sentita fortunata di non essere lì, al centro di quella discussione. In cuor mio mi sono vergognata per quella scena, per la stupidità e per l’ignoranza che a volte regna in situazioni analoghe.

In silenzio, ho chiesto scusa alle persone di cui stavamo parlando.

Non mi convince

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di Irene Auletta

Per l’ennesima volta oggi incrocio in internet commenti, post e polemiche relativamente alle presunte dichiarazioni fatte dal presidente del consiglio a proposito  di lavoro, del posto fisso e della sua “qualità monotona”.

Per curiosità ho provato a leggere diversi articoli qua e là.

Non ho trovato dubbi o domande ma solo favorevoli o contrari. Ma a cosa?

Ho incrociato un video in cui il prof. Monti invitava, per non essere frainteso, a collocare la sua affermazione nel contesto del discorso. Non dovrebbe essere sempre così per capire quello che stiamo ascoltando e per poter esprimere un ragionato e sensato parere?

Detesto il clima da sputasentenze (e i vaffa…) che ormai si respira ovunque e ancor più mi infastidiscono i proclami che, chiedendo rispetto, continuano a mancarlo ai loro immaginari interlocutori.

Non sono una bacchettona ma i toni dei commenti, delle rivendicazioni e di alcune proteste non mi convincono, soprattutto quando sono ammantate di fragili ideologie.

Il problema non è condividere o disapprovare ma provare ad utilizzare una differente modalità comunicativa. Altrimenti si prosegue, alimentandola, in una dinamica che rischia di respingere allontanando dai contenuti sostenuti, magari anche condivisibili.

E’ sano (credo) che ci sia una parte di protesta anche molto rivendicativa e dai toni forti e accesi, ma personalmente, ho voglia anche di altro.

Interviste bestiali

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di Irene Auletta

Ieri sera, di fronte ad un programma televisivo che va in onda da parecchi anni raccogliendo in prima serata un discreto successo, incrocio l’intervista a due insegnanti.

Parlano del loro rapporto con un bambino disabile di 8 anni, ne descrivono alcune caratteristiche e provano a nominare quelli che sono i loro obiettivi, che io immagino di tipo educativo e didattico.

Il tono, il linguaggio e le modalità dell’intervista mi toccano un po’ lo stomaco, ma poiché mi so sensibile al tema, vado avanti finché una delle due docenti enuncia tra i suoi obiettivi quello di umanizzare il bambino. Giuro che ha detto proprio così.

Prima di entrare in qualsiasi disquisizione che certamente si potrebbe avviare a fronte di questa affermazione, tengo a sottolineare il mio giudizio di totale buonafede dell’insegnante e, forse, è proprio questo parte del problema.

Capisco che parlando a volte si facciano strafalcioni e si dicano cose che non vorremmo mai dire ma, quando si ricopre un ruolo pubblico e, soprattutto, si decide di esporsi pubblicamente, ci sono delle responsabilità dalle quali non si può sfuggire. In questo caso la buona fede, o la sua compagna di sempre, la buona volontà, proprio non possono e non devono essere sufficienti.

Di fronte ad un vasto pubblico ritengo che si debbano sempre pesare le parole utilizzate, consapevoli che, comunque, gli ascoltatori faranno un loro utilizzo di ciò che riescono a comprendere.

Ma cosa vuol dire umanizzare un bambino? Renderlo umano forse? O cosa?

Come genitore del bambino raccontato mi sentirei probabilmente offesa, mortificata e, quasi sicuramente, infuriata.

Come professionista dell’educazione, non riesco a non interrogare le pessime figure e l’immagine di scarsa competenza che sovente si incrociano, soprattutto attraverso i media, quando educatori o insegnanti vengono raggiunti da qualche microfono.

Poi magari si scopre che quelle insegnanti sono molto preparate,  capaci e attente a cogliere i bisogni dei bambini ma, quella frase, è rimasta impressa nella mente di chi ha ascoltato e subito commentato su Twitter, senza alcuna possibilità di replica.

Le tracce delle nostre parole possono permanere ben oltre le nostre attese e così, noi educatori, ci auguriamo sia.

Cervello e bocca sono connessi da canali a volte misteriosi e, se ci sono sbavature, mi aspetto che ciascuno se ne assuma la responsabilità.

La brutta figura, rimane.

Noi che ci occupiamo di educazione

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di Irene Auletta

Devo ringraziare per queste riflessioni il collega che di recente ha scritto un post sul suo blog, proprio per esprimere alcune sue considerazioni relative ad alcune caratteristiche legate al lavoro educativo e alle scelte di chi decide di praticarlo.

Ci sono immagini e definizioni che rimangono scolpite nella memoria e vanno ben oltre quello che intendeva chi le ha evocate o pronunciate.

Spesso, rispetto al lavoro educativo, ho sentito parlare di lavoro duro, di posizione di trincea e di straordinarie fatiche.

A volte, a fianco, ho raccolto anche sfumature di bellezza, di passione, di interesse.

Da quando ho mosso i miei primi passi professionali, sono stata affascinata proprio dalle ultime cose nominate unitamente ad una forte curiosità, ad una spinta verso una ricerca continua di significati e di senso e dalla consapevolezza che continuare a raccogliere sapere, anche studiando, è per me l’unico modo per continuare a produrlo. Ne sono testimoni i tanti educatori che ho incontrato sulla mia strada e che riconoscerebbero in queste parole alcuni miei antichi tormentoni.

Alcune considerazioni verso le professionalità educative, e certamente comprendo in questa gamma anche gli insegnanti, mi hanno sempre raggiunto con un effetto stonato, dandomi la sensazione di un discorso vecchio e da superare, per poter produrre una cultura dell’educazione che vada oltre gli stereotipi che tutti noi incontriamo quotidianamente.

Credo che rischiamo altrimenti di essere noi stessi vittime della cultura che condanniamo e valutiamo con uno sguardo severo.

Perchè abbiamo sempre così bisogno di sottolineare alcuni aspetti di fatica che, molto probabilmente, appartengono a gran parte delle professioni? Siamo sicuri di esserci liberati di quella cultura salvifica, un po’ buonista o riparatoria, di cui abbiamo letto tante volte e che  il sempre attuale articolo di Enriquez ci richiama alla memoria?

A volte ho molti dubbi e dopo tanti anni, mi sorprendo ancora di come, anche le nuove generazioni professionali, siano ancorate a vecchie immagini.

Ostinatamente continuo a sostenere, e spero ad insegnare, l’importanza di affinare le competenze e di rinforzare il proprio sapere per allargare lo sguardo, per andare oltre quel giudizio che pietrifica le possibilità dell’incontro e il riconoscimento delle molte sfumature del lavoro educativo.

Racconto la passione praticandola e il sapere esibendolo.

Mi piace, quando parlo del mio lavoro, parlare anche di divertimento, di scoperta, di curiosità e di bellezza.

Immagino che sia così per molti ma che ancora sia difficile narrarlo o, può essere, che io abbia avuto poca fortuna nell’incontrare storie differenti.

Mi piace quando, anche insieme ad altri colleghi, sento che riusciamo ad aprire nuove porte perché credo che il sapore frizzante dell’aria nuova sia la nostra vera possibilità.

Ci vuole davvero nuovo respiro per il pensiero.

Due padri a confronto tra le pagine

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 di Irene Auletta

In questi giorni mi circondano commenti, riflessioni, battute intorno a due testi che, in modo molto differente mi sono vicini.

Con occhi di padre di Igor Salomone, oggi in uscita, nella sua terza edizione con testi inediti e Zigulì di Massimiliano Verga al suo esordio.

Conosco gli autori e conosco i figli di cui parlano, quando si raccontano come padri.

Mi immagino questi due testi a confronto, intenti a parlarsi tra di loro e a raccontarsi storie di padri che vivono in comune l’esperienza con un figlio disabile.

Me li immagino incontrarsi su alcuni sentimenti e pensieri ed essere invece molto distanti rispetto ad atri. Più che distanti diversi, come l’esperienza che ciascuno narra di figli visti attraverso i loro aspetti che, diversamente, li caratterizzano.

Si, perchè l’espressione diversamente abile l’accetto solo se chi parla è disposto a presentarsi come “abile uguale a tutti gli altri” …. altrimenti non credo mi possa dire nulla di nuovo o di interessante.

Vale per i figli e vale per i genitori.

Igor e Massimiliano hanno scritto due libri che possono rappresentare una grande ricchezza per chi li riesce a incrociare dando valore alle differenze e agli sguardi complementari.

Il testo di Massimiliano mi ha fatto l’effetto che ho provato a una mostra che esponeva immagini dell’Olocauso. Un pugno nello stomaco. Diretto, immediato, forte, anzi fortissimo.

Leggere il libro di Igor mi ha invece ricordato le mie nuotate, il piacere di guardare i fondali con la maschera e di scoprire mondi inattesi, accompagnata da un respiro che a volte si fa corto per la sorpresa e a volte torna quieto per ciò che lo sguardo riesce a intravedere e a scoprire.

“Ti piace più il primo o più il secondo?” Impossibile rispondere, troppo diversi e troppo diversa la mia storia con loro.

Però penso di poterli consigliare entrambi, come possibilità di far nascere un nuovo dialogo “a tre”, insieme al lettore che avrà voglia di guardare foto e di immergersi nel mare.

I maestri tra divinità e mostri da uccidere

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di Irene Auletta

Chi di noi non ricorda nella propria storia di vita o formativa qualcuno che ha avuto, senza alcun dubbio, un ruolo di maestro? Che fine ha fatto nella nostra memoria?

Io ci penso spesso e devo dire che, per anni, queste sono state le domande fatte ai miei studenti il giorno del nostro primo incontro.

Così non ho perso l’abitudine di ripensare ai miei.

Mio padre che mi ha insegnato a non smettere di cercare e mia madre che, tra tante altre cose, mi ha insegnato il valore dell’allegria, quando tutto sembra nero.

I miei nonni, tutti, ciascuno per una peculiarità. L’amore per i fiori, il piacere di mettere le mani in pasta, l’osservazione di ciò che ci circonda, un ascolto quieto.

La mia maestra delle elementari, con i suoi incredibili capelli rossi raccolti sulla nuca e un sorriso sempre pronto, gentile e rispettoso, verso tutti i bambini della classe e la mia professoressa di italiano delle scuole superiori che, senza dubbio, mi ha insegnato ad amare i libri e le storie delle persone che attraversano.

Andrei anche oltre con l’elenco ma, in realtà, questi accenni mi aiutano a parlare di qualcos’altro che proprio negli ultimi tempi ho ritrovato più volte sulla mia via.

Maestri riconosciuti fino a poco tempo prima come eroi infallibili, con punte a volte davvero stucchevoli, trasformati in incapaci soggetti da cui prendere solo distanza o semplicemente, di cui fare solo l’elenco delle mancanze incomprensibili e raramente accettabili.

I maestri sono essere umani e questo l’ho imparato negli anni, proprio grazie all’incontro con alcuni di loro e alle loro straordinarie mancanze.

Mi hanno aiutato a riconoscere e tollerare anche le mie, di mancanze, lasciando spazio a tutto il resto.

Mi piace pensare di aver fatto lo stesso, e di poterlo fare ancora, con le persone che incrocio nel mio percorso, sperando che non vogliano farmi fuori appena intravedono un mio limite.

Chi, come me, si occupa di educazione a vario titolo, con alcune faccende deve farci i conti, personalmente.

Credo che si possa insegnare molto e che trovare maestri sulla propria via, sia un buon augurio per chiunque.

Forse la psicoanalisi ci ha insegnato che ogni tanto qualcuno bisogna anche “ucciderlo” per poterci fare spazio nella nostra vita.

Mi piace pensare che, come educatori, si possa continuare a sollecitare, per chi ci sta vicino, un elenco dei propri maestri, con la consapevolezza che, fino all’ultimo giorno della nostra storia, qualcuno si potrà sempre aggiungere.

Con molta umanità.

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