L’allegria è cosa seria

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l'allegria è cosa seria

di Irene Auletta

Quello dell’intreccio tra educazione e allegria è un tema che mi gira in testa da tempo ma, nonostante il consenso che questa mia proposta ha raccolto in svariate occasioni di iniziative culturali, l’argomento è sempre rimasto tra quelli un po’ in fondo alla lista e rinviato a successive occasioni.

Platee di genitori, insegnanti ed educatori mi sono apparse negli anni sempre più interessate ad altre tematiche come se, parlare di regole, di premi o punizioni, di rapporto scuola e famiglia o, ultima moda, del rapporto con il mondo del web, fosse di gran lunga sempre più urgente, attuale o interessante.

Poi, in questi giorni ho incrociato una recente intervista in cui una famosa attrice, pur non nascondendo i segni inconfondibili di una grave malattia con cui convive da anni, racconta della sua vita con un’indicibile e contagiosa allegria, dichiarando “sono ghiotta, sono obesa di vita … sono così interessata alla vita, che me ne interessa anche la morte.

La ascolto accompagnata da un profondo respiro perchè in questa sua frase sento la bellezza vibrante della vita e del modo di guardarla e attraversarla. Esattamente il contrario di quanto accade negli scambi in cui predomina il lamento insieme al dettaglio, sovente esasperante, delle proprie fatiche. Avete presente no?

Sia ben chiaro. Una cosa è raccontarsi, condividere e scambiarsi storie ed emozioni, diverso è rovesciare addosso all’altro quello che affronti e ti accade. Forse la differenza la fa proprio l’atteggiamento verso la vita, le cose che accadono, che è necessario affrontare. Tutto questo non ha a che fare anche con l’educazione?

Quando incontro i genitori spesso mi ritrovo a fare paralleli tra ciò che raccontano del loro rapporto con i figli e le caratteristiche dei figli stessi. All’inizio sono fili invisibili e delicati che pian piano si fanno sempre più evidenti e, quando riesco a farli vedere anche ai protagonisti del racconto, so che è accaduto qualcosa di molto importante.

Ciascuno di noi si porta appresso un bagaglio di storie, esperienze e modelli educativi. Alcuni, più fortunati, nella loro educazione hanno incontrato anche l’allegria e quel modo gioioso di guardare alla vita, sempre. I figli sono una bella occasione per continuare a insegnare quello che ci pare importante e anche per scoprire qualcosa di nuovo che vale la pena non trascurare e magari imparare.

Penso al racconto di un’amica che mi descrive un figlio, giovane uomo, molto arrabbiato perchè sta facendo da qualche mese una dieta particolare. Penso a quello che affronti tu da una vita, al tuo sorriso sempre presente, alla grinta che ogni volta metti in campo di fronte alla nuova difficoltà.

Tu neppure lo immagini, ma tempo fa mi sono impegnata ad insegnarti l’allegria  perchè il modo in cui incontriamo la vita, fa la differenza.

Impegno d’amore o impegno educativo? Probabilmente entrambi.

Nutrire l’amore

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nutrire l'amoredi Irene Auletta

In supervisione un’educatrice racconta di una situazione che sta seguendo nel suo intervento domiciliare presso una famiglia e di come spesso entrambi i figli, di quattordici e di dieci anni circa, reclamino attenzioni e bisogni legati al cibo.

In particolare, racconta, sono rimasta molto colpita un giorno in cui i ragazzi chiedevano di continuo alla madre la merenda e lei ha tergiversato fino a quando il figlio piccolo si è accorto, arrabbiandosi molto, che quasi di nascosto si era preparata un budino per sè senza offrilo a loro.

Difficile comprendere alcuni comportamenti magari molto distanti dai nostri e troppo facile è cadere nella trappola dell’immediato giudizio o delle valutazioni affrettate. Spesso nelle situazioni di grave disagio o disabilità che incontriamo come operatori socioeducativi, le questioni legate al cibo sono ricorrenti, sia in difetto che in eccesso.

Il nutrimento ha tanto a che fare con quello che si crea, sin dal primo giorno di vita, nella relazione tra genitori e figli e, in particolar modo, in quella che coinvolge la madre come prima figura adulta solitamente protagonista di questa delicatissima fase della cura.

Di frequente mi ritrovo a trattare questioni simili sia con gli educatori che con gli stessi genitori, provando a stare in equilibrio tra ciò ho imparato negli anni di professione e quello che ho attraversato nella mia esperienza di madre.

Ricordo molto bene il giorno il cui all’età di quattro anni ti strappasti l’ennesimo sondino nasogastrico per l’alimentazione forzata e il tono del medico che mi indicava l’urgenza che ti obbligassi a mangiare. L’ansia legata al cibo e alle tue difficoltà di alimentarti era allora il mio pane quotidiano. Un giorno, piangendo, ti dissi sottovoce che non ti avrei mai più obbligato a mangiare e che avrei solo cercato di aiutarti, per come ero capace, a fare i piccoli sforzi necessari alla tua sopravvivenza. Anche tu allora eri tanto arrabbiata, perchè stavi molto male e quel modo di ricevere amore proprio non lo sopportavi.

Presi coraggio e comunicai al medico quella che da quel momento sarebbe stata la mia posizione. Allora non sapevo ancora come me la sarei cavata ma di certo avevo deciso che il mio amore avrebbe trovato altre vie per nutrirti.

Con un salto nel tempo, torno al racconto dell’educatrice e seguo lo snodarsi della discussione che coinvolge anche le altre persone presenti. Rispetto all’inizio dell’incontro i toni cambiano e anche le parole iniziano ad assumere sfumature differenti. Intorno al tavolo, il cibo e il nutrimento assumono nuovi significati e prendono la forma di qualcosa che, sempre e comunque, ha a che fare con l’amore anche quando questo sembra essere sopraffatto dalle ombre.

Uguaglianze diverse

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uguaglianze diversedi Irene Auletta

In coda al supermercato due donne stanno scambiandosi pensieri sui figli adolescenti e mi accorgo senza alcun stupore che ricorre più volte la solita frase “come tutti quelli della loro età”. Tante volte nel mio lavoro con i genitori mi sono chiesta quanto li aiuti sapere che la medesima difficoltà o problema è largamente condiviso da altri adulti con il loro stesso ruolo.

Mi piace aver sempre presente i due sguardi possibili che intrecciano ciò che accade “da manuale” in un certo momento di crescita e quanto sta accadendo proprio a quel bambino o quel ragazzo lì e nelle relazioni che lo circondano. Se già trovo abbastanza superficiale uno scambio simile tra due genitori, lo trovo decisamente debole quando ad essere coinvolto è anche un professionista dell’educazione.

La questione poi viene travolta dalle bizzarre onde della banalizzazione quando l’altro porge ed esprime differenze innegabili e visibili ai più. Non solo perchè magari il suo corpo o la sua mente hanno chiaramente particolari caratteristiche ma anche perchè ce li ha la sua storia. Penso ad un bambino di nove anni, lasciato da entrambi i genitori, vissuto quasi da sempre con i nonni materni che di recente ha perso il nonno, per lui importante riferimento. Davvero alcuni dei suoi comportamenti possono essere liquidati pensando agli stessi esibiti da bambini della sua stessa età?

La madre di una ragazza di quattordici anni mi racconta un momento di particolare difficoltà che sta attraversando la figlia e con commozione non nasconde di essersi chiesta “perchè queste cose accadono proprio a mia figlia?”. La signora in questione sa bene che anche altre ragazze attraversano le medesime difficoltà ma lì porta sua figlia e il suo affetto per lei. Si illumina quando le dico che come madri possiamo sapere tante cose ben solide nella nostra testa ma quando siamo preoccupate per i nostri figli dobbiamo fare i conti anche con il nostro cuore. Per quello, non ci sono riferimenti a troppi manuali.

Penso a lei e penso a me.

Vedo mia figlia tra ragazzi della sua età, nuovi compagni di un pezzetto della sua storia. Sembrano universi lontani accomunati solo da un dato anagrafico o almeno, così a me pare mentre osservo una scena nuova. La trovo sdraiata a riposare da sola in una stanza sconosciuta. Mi accoglie seria, senza il sorriso del giorno precedente come persa a chiedersi dei confini di quel luogo. Da anni mi faccio le domande che lei non può farsi per spiegarsi il mondo che incontra e i suoi cambiamenti.

So che non sei più piccola e che puoi sostenere anche questo momento ma non posso fare a meno di coglierti un po’ abbandonata mentre una mano invisibile mi serra la gola. In auto non mi guardi e non rispondi ai miei tentativi di riprendere un contatto con te. Mi asciugo quasi di nascosto le lacrime.

Tutti così questi adolescenti!

L’era dell’iperbole

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l'era dell'iperboledi Irene Auletta

“Il bambino ha un’accentuata balbuzie e, avendo escluso origini patologiche, i genitori hanno raccontato le loro strategie per incoraggiare il figlio. In realtà quello più coinvolto sembra essere il padre che di fronte alle difficoltà lo sostiene dicendogli ripetutamente che lui è il massimo, che è il numero uno”.

Inizia così il racconto di un’insegnante di scuola per l’infanzia in un recente incontro di formazione che prova a mettere a tema alcune difficoltà nel rapporto con le famiglie e in particolare, con quelle famiglie che si trovano ad affrontare qualche disagio, piccolo o grande, che riguarda il loro bambino e il suo sviluppo.

Cambiano le agenzie educative, i territori di riferimento, gli operatori, ma ci sono episodi che ricorrono con una precisione impressionante sia nelle narrazioni degli operatori, che nelle strategie ricorrenti attivate dai genitori. Quando metto l’accento su questioni più specificamente pedagogiche guidando fuori da pantani psicologici che a volte intrappolano le insegnanti in interrogativi infiniti, ritrovo sguardi perplessi. In particolare, a suscitare dubbi e stupore, sembra essere il mio riferimento alla nostra epoca e all’invasione dei superlativi assoluti in gran parte degli scambi educativi che riguardano bambini al di sotto dei dieci anni. O perlomeno, fino a quest’età mi pare che l’eccesso riguardi un’enfasi su caratteri positivi, dopo ho l’impressione che si assista ad un’inversione di rotta e allo snodarsi di una storia assai differente.

Un’insegnante tra le esperte prende la parola. Ma se la mia generazione è cresciuta con pochissime gratificazioni, una spinta continua verso il senso dovere, un’avarizia di gratificazioni, non è giusto invece riconoscere e premiare per sostenere ed incoraggiare?

Interessante quesito che spalanca porte semantiche. Da quando per incoraggiare l’unica via sembra quella di fare indigestione di “complimenti”? Gli eccessi di ciò che è considerato buono, possono anche far molto male e, paradossalmente, produrre proprio l’effetto contrario di quanto invece sta nelle intenzioni di chi li attraversa. Soprattutto, mi pare che sia importante ritornare alla sostanza, all’essenza e riconoscere senza timori quell’apparenza che getta ombre e fumo nello sguardo di molti adulti, genitori e insegnanti.

Se ad esempio, un bambino esprime insicurezza , bisogno continuo di rassicurazione e incoraggiamento, forse non lo aiutiamo solo rinforzandolo con i vari bravissimo, sei un genio, sei il numero uno. Anzi, personalmente ho parecchie perplessità.

Un po’ nostalgicamente, io sono legata anche ad altre vie e mi piace suggerire differenti percorsi paralleli. Mi piace pensare l’adulto che, da persona grande, consola invitando il bambino a non preoccuparsi e garantendo con forza il suo aiuto. L’adulto che sospende il torrente di parole per far parlare un silenzio affettuoso che stringe fra le braccia e impara a recuperare il valore di tutto ciò che sembra sempre una mancanza.

Educare può essere davvero una meravigliosa avventura ma, per viverla, mi pare giunto il momento di fare parecchia pulizia.

Riflessi di vita

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riflessi di luce 1di Irene Auletta

Mi capita spesso, quando incontro i genitori per il mio lavoro, di entrare in uno spazio di ascolto che sembra lasciare fuori il mondo, facendone entrare solo fili di luce che portano riflessi in quello che accade proprio lì.

Ma come fai a fare questo lavoro e a lasciare fuori la tua esperienza di madre?

Me l’ha chiesto qualche giorno fa un’amica che non incrociavo di persona da tempo ma che mi segue molto attraverso le pagine di questo blog.

Se fossi al tuo posto, con quello che ti ritrovi ad affrontare ogni giorno, forse sarei sempre incazzata e di certo sarei poco disponibile a capire i piccoli problemi con i figli che, gran parte di noi, ingigantiscono.

Capisco che in realtà il quesito può sorgere spontaneo e mi sono ritrovata a fare un salto nel passato. Quando mia figlia era piccola mi trovavo, molto più di oggi, ad attraversare il mondo dei servizi per l’infanzia, incrociando operatori, bambini e genitori che, in ogni momento, segnavano lo scarto impietoso con l’esperienza che in parallelo stavo vivendo come madre.

Ricordo molto bene le spalle curve, appesantite dalla mia nuova esperienza e il respiro profondo che facevo ogni giorno, prima di aprire la porta che mi introduceva nel mio mondo professionale. Eppure, anche allora, l’ascolto dell’altro mi aiutava a sospendere quello rivolto alla mia vita e nel tempo, ho imparato che prendendomi cura dell’altro, lenivo pian piano anche le mie ferite. Non ho mai pensato che l’altro genitore mi portasse banalità e, al contrario, spesso provavo e provo dispiacere, quando intravedo una concentrazione su singoli aspetti definiti problematici che rischiano di lasciare sullo sfondo la bellezza di quel figlio e di quell’incontro.

Certamente negli anni tutti i genitori, e anche gli operatori, che ho incontrato mi hanno permesso di trovare connessioni, incroci e nuovi dialoghi tra esperienze educative diverse e con esse, anche con la mia.

Razionalmente so tutto e capisco bene quello che mi dicono le insegnanti e le terapiste ma ho bisogno di continuare a parlarne perchè io non l’accetto che mia figlia abbia queste difficoltà.

Inutile dirle che sono piccole difficoltà, che stanno pian piano risolvendosi, che tutto probabilmente andrà bene. Inutile almeno per me, per come intendo il mio lavoro, senza ricette. Forse stupisco questa madre quando le dico che fa bene a dirlo, a ripeterlo e che l’accettazione richiede tempo e grande disponibilità a mettersi in cammino.

Non mi viene mai da confrontare quello che ascolto con la mia realtà, con la mia storia di genitore o con mia figlia e, semplicemente, non mi viene perchè non mi appartiene. La mia storia di genitore mi insegna ogni giorno moltissimo e credo che i genitori che incontro beneficino, senza saperlo, di una ricchezza che va oltre la mia competenza tecnica e finisce negli occhi che stasera mi guardano felici mentre, dopo mesi di inappetenza e nausee, mi rubano il cibo dal piatto.

Questa è la mia felicità e domani, ne porterò con me spiragli di luce.

Insegnare a proteggere

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protezionedi Irene Auletta

In una supervisione di un gruppo di educatori raccolgo domande e pensieri.

Mi trovo in grande difficoltà quando durante il mio intervento a domicilio assisto a scene in cui la madre maltratta suo figlio. Le aggressioni sono sia fisiche che verbali e io, oltre che a tentare di smorzare la tensione, non so che fare.

Mi è capito di osservare lividi sul corpo di un ragazzino che seguo da un paio di anni e di sapere che l’aggressore era stato il fratello più grande. La madre è a conoscenza del fatto ma tende a giustificare il comportamento del figlio maggiore, dicendo che il piccolo è davvero una peste.

In una delle famiglie con cui lavoro c’è un padre violento, soprattutto con i suoi due figli, ma la madre sembra sottovalutare il problema e per me è difficile affrontarlo direttamente.

Mentre ascolto le parole mi raggiungono forti anche le emozioni che le accompagnano di fatica, disagio, difficoltà e, accogliendo i racconti, cerco di tenere tutto insieme per non perdere il valore delle differenti comunicazioni. In occasioni come queste è molto facile fare scivoloni sia nella direzione del giudizio verso quei genitori, che verso una sorta di tecnicismo che si aggrappa a procedure e doveri, perdendo di vista la storia degli individui e le valutazioni possibili.

E’ troppo facile, e sicuramente non sufficiente, dire che alcuni comportamenti non possono essere ammessi, che non è questo il modo di comportarsi, che di fronte ad alcune azioni possono scattare denunce. Chi si occupa di interventi socioeducativi nell’ambito della tutela minorile, sa bene che argomenti come questi sono all’ordine del giorno e che richiedono attenzione e serietà da parte degli operatori che li trattano.

E chi si occupa di educazione quale contributo può offrire, a partire dalla peculiarità del proprio sguardo professionale? Domanda difficile che spesso trova risposte nel tentativo di molti educatori di impossessarsi di linguaggi altrui, psicologici o sociali, per dare un senso a ciò in cui si ritrovano coinvolti. Come se in alcune occasioni il sapere pedagogico si mostrasse troppo debole o sopraffatto dalle analisi altrui per dare spazio alla propria.

Penso a cosa ho fatto io quando mi sono ritrovata in situazioni analoghe come educatore e a cosa faccio, oggi, quando come pedagogista raccolgo storie simili dagli educatori o direttamente dai genitori. Chiedermi cosa possono insegnare alcune esperienze è il mio orizzonte sicuro e, orientadomi verso di esso, di solito mi avvio in una ricerca che cerca di essere attenta e rispettosa delle difficoltà, delle fragilità e dei limiti che incontro. Pensiamo troppo spesso che proteggere i propri figli sia un’azione istintiva e normale, che la si deve saper fare perchè così è scritto. Ma dove?

A volte è necessario chiedersi cosa le persone che abbiamo di fronte sono ancora in grado di imparare e, se ci pare di individuare qualche fessura di possibilità, pensare anche insieme a loro gli interventi necessari, coinvolgendoli nella loro stessa vita e facendogli intravedere percorsi di crescita e di cambiamento.

Mi ritrovo a pensare che se riesco a far sentire protetti gli educatori mentre ne parlano, posso introdurre il tema della protezione anche verso i genitori, affinchè la possano imparare e rivolgere  ai propri figli.

Una mia grande maestra, a proposito dello sguardo rivolto ai bambini, mi ha insegnato l’importanza di distinguere l’azione cattiva dal bambino che la compie. Anche i genitori che compiono cattive azioni, che rimangono tali, possono essere guardati con lo stesso sguardo. Forse proprio lì, da quella prospettiva, è possibile ascoltare cosa ci può suggerire l’educazione.

Voglia di buone maniere

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buone maniere

di Irene Auletta

Mentre mi aggiro per il supermercato vengo quasi travolta da un tizio che nemmeno sembra accorgersene e che, con lo sguardo perso, prosegue a dire ad alta voce “certo capisco, hai appena interrotto una relazione … posso capire ma devi reagire, altrimenti gliela dai vinta!”. Il tizio, come avrete capito, non stava udendo voci interiori ma chiacchierava amabilmente con qualcuno tramite i suoi auricolari immaginando probabilmente che le sue vicende personali fossero di grande interesse anche per gli altri clienti del supermercato.

Lavoro con una giovane collega appena conosciuta, siamo al nostro secondo incontro per discutere di un progetto che ci vede entrambe coinvolte e, al momento del saluto, sfoderando un bel sorriso aggiunge un “ciao bella” che per un attimo non collego subito rivolto a me. In che senso ciao bella, vorrei chiederle, ma  abbassando lo sguardo per evitare che ne veda il pensiero e la punta aspra, vado oltre.

In una sede di consultazione familiare, incontro per la prima volta un genitore che, parlandomi del rapporto con i suoi figli, mi ripete per diverse volte e testualmente che lui è decisamente un rompicoglioni. Il padre in questione appare brillante e molto coinvolto nel suo ruolo ed evidentemente questo lo autorizza, di fronte ad un tecnico, a sfoderare in più occasioni un linguaggio certamente non fuori luogo in un’osteria.

In questi giorni mi sto interrogando su domande di fondo che da tempo mi frullano in testa, nell’osservazione del mondo che mi circonda. Sto veramente invecchiando, la mia vena polemica si è particolarmente rinvigorita, devo adattarmi ai nuovi modelli comunicativi senza troppe critiche? Non credo. Mi capitano sempre più di frequente occasioni in cui sento necessario ridefinire i confini delle relazioni che attraverso con l’impressione che, anche molti adulti, abbiamo smarrito quel senso del limite che denunciano spesso assente nei giovani e nei bambini.

Il linguaggio e il clima mediatico forse ci hanno travolti e contagiati molto più di quello che immaginiamo introducendo nuove etichette e modelli comunicativi che, rispetto ai loro significati, sembrano sfuggire al nostro controllo. Mi piacciono assai la leggerezza di alcuni incontri, la comunicazione non ingessata, lo sguardo aperto al confronto ma non voglio neppure rinunciare al rispetto dell’altro, ai tempi necessari per la conoscenza e la relativa confidenza, alla forma necessaria in alcuni scambi professionali perchè parla di una sostanza importante e per me, irrinunciabile.

Ho scelto di occuparmi di educazione e dopo anni ci credo ancora e con rinnovata passione. Abbiamo sempre da imparare e tanto da insegnare. Mi capita spesso di parlare con i genitori e con gli educatori del senso della misura, negli incontri e nelle relazioni.

Oggi riparto da qui.

Per te, l’allegria

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per te, l'allegriadi Irene Auletta

Ci sono tante cose che ogni genitore immagina di voler insegnare ai propri figli anche se poi a volte la vita fa smarrire i desideri e, per molti, si finisce con il far coincidere l’educazione con il mondo delle regole e dell’etica. Negli anni, i genitori con figli disabili, si ritrovano più volte a rivedere le loro priorità e attese, incocciando insegnamenti inattesi, improbabili e non pensati.

Ieri sera ti osservavo alle prese con il tuo cucchiaio e con quell’abilità che nel tempo hai provato a perfezionare, contro quei tremori che avrebbero fatto rinunciare anche i più tenaci della nostra famiglia. Ma non te. La nonna, quando ti vede mangiare, dice con immenso amore, che sei fine ed ha ragione, perchè hai imparato come rendere armonico e quasi delicato quel gesto per i più scontato. Ma non per te. Ti cimenti con la voglia di prendere direttamente i biscotti dal sacchetto, che nel frattempo ti sfugge mentre ti osservo e mi trattengo. Cerco di farti provare, sperimentare, tentare e mi fermo le mani nel gesto istintivo di aiutarti ogni volta che ti vedo fare lotte incredibili per i gesti quotidiani per me assolutamente automatici.

In questi anni mi sono scoperta tante volte a osservarti con stupore, gioia e dolore ma quasi sempre pronta a chiedermi cosa poterti insegnare, proprio in quel momento lì, di fronte all’ennesima prova, conquista o ostacolo. Come tanti altri genitori ho dovuto fare tante rinunce e accantonare tanti desideri ma non ho mai rinunciato a insegnarti la voglia di gustarsi le cose belle della vita, il piacere di ridere, di scherzare e di sperimentare qualcosa che assomiglia all’allegria.

Quando ci dissero della tua sindrome, ricordo tra i vari tratti distintivi, “il riso immotivato e un sorriso un po’ ebete stampato sul viso”. Sarà che sei mia figlia, ma ebete non ti ho mai vista e, al contrario, il tuo viso acquista di frequente quell’espressione che ci porta a definirti faccia da temporale, come già ti definì anni fa un’amica. A volte è vero che perdi il controllo delle emozioni, sono troppo forti, non riesci a gestirle e allora, anche la risata, risulta sopra le righe ma mai immotivata. Ridi agli scherzi, di fronte alle cose per te buffe, per certe battute di film che spesso anticipi con la tua risata sonora e frizzante, come quella dei bambini piccoli. Ti piace affrontare esperienze nuove, sei curiosa e sei sempre molto generosa nell’esprimere e condividere la tua gioia e felicità.

Ho cercato di insegnarti l’allegria mentre attraversavamo giorni molto difficili e oggi ci fa sempre compagnia, fra le luci e le ombre della nostra vita.

Ieri, per la prima volta, ti è uscita una risata da grande che, per la sua diversità ti faceva ridere. Hai riso così per diverse volte e ci siamo divertite accogliendo il suono inatteso.

L’abbiamo cercato altre volte durante il giorno ma, come spesso ti accade con le cose che impari, escono quanto vogliono loro e mai a comando.

Aspetteremo fiduciosi, non perdendo occasioni per ridere. Prima o poi tornerà.

La ricerca della gentilezza

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la ricerca della gentilezzadi Irene Auletta

Stamane mi colpisce la lettura di un articolo online che parla di bambini e gentilezza. Ricercatori americani (e chi se non loro?) che indagano il fenomeno tra i bambini per restituirne la positiva scoperta. Anche i bambini, oltre agli adulti, apprezzano e danno valore alla gentilezza nelle relazioni tra pari. Rimango un po’ basita e mi frullano in testa alcune domande. In che senso era necessaria una ricerca per giungere a tale conclusione? Come mai questa notizia mi colpisce più di altre?

Sempre stamane ripensavo ad un lungo lavoro di formazione fatto insieme ad operatrici di servizi per l’infanzia di un comune dell’hinterland milanese. Pensavo al successo di alcune importanti trasformazioni, all’intenso lavoro educativo rivolto sia ai bambini che alle loro famiglie e alla piega involutiva che hanno preso questi servizi negli ultimi anni, rischiando di perdere tanti risultati raggiunti. Le motivazioni sono certamente molteplici ma il dispiacere rimane una domanda aperta.

E’ proprio vero che così è la storia, con questioni che si ripetono riproponendo le medesime scene e gli stessi quesiti?

Fatico ad accettare l’idea che molti servizi educativi e le scuole stesse, si stanno impoverendo per problemi legati alle carenze di risorse economiche e in queste motivazioni trovo, insieme alla verità, un senso di rinuncia e di sfiducia che mal si accompagnano alle sfide dell’educazione.

Stanotte ho passato la notte a urlare. Era un sogno nel quale cercavo di richiamare coordinatori ed educatori di alcuni servizi educativi a riprendersi in mano la loro responsabilità, esibendo le loro competenze. Direi che non è necessaria alcuna interpretazione psicologica!

Lo sconforto tende a far curvare le spalle e a orientare lo sguardo verso il basso, fino a non vedere che la punta dei propri piedi. Abbiamo bisogno di allargare il respiro, allineare la colonna vertebrale e guardare avanti con un senso di rinnovata curiosità.

Di questa ricerca abbiamo tanto tutti bisogno e non solo per riscoprire il valore della gentilezza, ma per credere nelle possibilità del futuro e per continuare a fare educazione, senza vergognarsene.

Bellezza e amore

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luci verdi bisdi Irene Auletta

Le donne e le madri sanno bene di cosa parlo quando immaginano di tenere tra le braccia un bambino piccolo e di ricevere lusinghe e complimenti dagli sguardi e dalle parole di chi incontrano. Le madri che hanno esperienze con figli disabili lo sanno per differenza perchè magari alcune emozioni non le hanno mai potute sperimentare oppure non sono riuscite a godersele appieno, amareggiate dai sospetti o dalle certezze già intrecciate alla vita futura dei loro figli. Il binomio disabilità e bellezza mostra spesso un suo lato acidulo, difficile da afferrare, a volte stucchevole o forzato, sempre complicato e doloroso.

Nelle parole degli operatori socioeducativi ho spesso sentito il giudizio severo verso genitori noncuranti che, in tal modo, sottolineavano le scarse possibilità estetiche che madre natura aveva offerto al bambino o ragazzino in questione. E’ vero. Prendersi cura è un atto di amore, prima che di responsabilità e i tempi per farlo sono diversi a seconda delle esperienze, delle storie individuali e delle possibilità che ciascun genitore riesce a mettere in campo. Certo poi, la disabilità di un figlio, non facilita le cose e allora può essere che per taluni sia difficile prendersi cura di un figlio che si fatica a riconoscere.

La cultura in cui siamo tutti immersi, con i relativi canoni estetici, è solo la ciliegina finale.

Eppure, forse proprio attraverso questa esperienza, io sento di riconquistare ogni giorno un’idea di cura e di bellezza, capace di dar valore a quell’originale lì, con quella forma del corpo e quel riflesso variegato dell’anima.

Sono una grande sostenitrice dell’idea di riprendere in mano la bellezza come tema dell’educazione, insieme al gusto del bello, del suo sapore e della sua possibilità di ascoltarla. Mi piace offrire a mia figlia occasioni che le permettano di imparare qualcosa di nuovo proprio in tale direzione. Una bella scena della natura, colori nuovi e luci magiche, sapori con profumi originali, suoni e canti dolci e armoniosi, esperienza positive di contatto corporeo e, via di questo passo.

Credo che sia molto facile farsi schiacciare dal peso delle fatiche, delle delusioni e dei dolori fino a smarrire totalmente l’idea di bellezza di cui ciascuno di noi è portatore ma, come genitori, questa sarebbe una perdita pesante e per questo, su questa via, ho sempre fiducia nella possibilità di proseguire nella scoperta, nella ricerca e anche nell’insegnamento.

Mi piacerebbe che anche molti operatori tenessero sempre aperta una riflessione in tal senso, che i luoghi di accoglienza parlassero delle loro attenzioni agli aspetti di cura, che l’estetica fosse considerata sempre di più in relazione all’anima che al corpo e che, tra le finalità dei servizi educativi, ci fosse anche quella di sostenere e aiutare quei genitori che ancora non ce la fanno perchè il dolore rende tutto brutto.

Purtroppo la disabilità è ancora circondata da tante brutture e chi di noi se ne accorge, come genitore o come operatore, può fare qualcosa senza comportarsi da struzzo.

Ci sono giorni in cui faccio più fatica ad alzare la testa, la tristezza mi fa chinare il capo fino a quando una mano viene a cercarmi per attirare a sè l’attenzione e farmi uscire dall’ombra. Bellezza e felicità, sono la nostra sfida da quindici anni.

Andiamo amore, oggi vengono a pranzo i nonni. Che ne dici di farci trovare proprio carine?

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