Per te, l’allegria

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per te, l'allegriadi Irene Auletta

Ci sono tante cose che ogni genitore immagina di voler insegnare ai propri figli anche se poi a volte la vita fa smarrire i desideri e, per molti, si finisce con il far coincidere l’educazione con il mondo delle regole e dell’etica. Negli anni, i genitori con figli disabili, si ritrovano più volte a rivedere le loro priorità e attese, incocciando insegnamenti inattesi, improbabili e non pensati.

Ieri sera ti osservavo alle prese con il tuo cucchiaio e con quell’abilità che nel tempo hai provato a perfezionare, contro quei tremori che avrebbero fatto rinunciare anche i più tenaci della nostra famiglia. Ma non te. La nonna, quando ti vede mangiare, dice con immenso amore, che sei fine ed ha ragione, perchè hai imparato come rendere armonico e quasi delicato quel gesto per i più scontato. Ma non per te. Ti cimenti con la voglia di prendere direttamente i biscotti dal sacchetto, che nel frattempo ti sfugge mentre ti osservo e mi trattengo. Cerco di farti provare, sperimentare, tentare e mi fermo le mani nel gesto istintivo di aiutarti ogni volta che ti vedo fare lotte incredibili per i gesti quotidiani per me assolutamente automatici.

In questi anni mi sono scoperta tante volte a osservarti con stupore, gioia e dolore ma quasi sempre pronta a chiedermi cosa poterti insegnare, proprio in quel momento lì, di fronte all’ennesima prova, conquista o ostacolo. Come tanti altri genitori ho dovuto fare tante rinunce e accantonare tanti desideri ma non ho mai rinunciato a insegnarti la voglia di gustarsi le cose belle della vita, il piacere di ridere, di scherzare e di sperimentare qualcosa che assomiglia all’allegria.

Quando ci dissero della tua sindrome, ricordo tra i vari tratti distintivi, “il riso immotivato e un sorriso un po’ ebete stampato sul viso”. Sarà che sei mia figlia, ma ebete non ti ho mai vista e, al contrario, il tuo viso acquista di frequente quell’espressione che ci porta a definirti faccia da temporale, come già ti definì anni fa un’amica. A volte è vero che perdi il controllo delle emozioni, sono troppo forti, non riesci a gestirle e allora, anche la risata, risulta sopra le righe ma mai immotivata. Ridi agli scherzi, di fronte alle cose per te buffe, per certe battute di film che spesso anticipi con la tua risata sonora e frizzante, come quella dei bambini piccoli. Ti piace affrontare esperienze nuove, sei curiosa e sei sempre molto generosa nell’esprimere e condividere la tua gioia e felicità.

Ho cercato di insegnarti l’allegria mentre attraversavamo giorni molto difficili e oggi ci fa sempre compagnia, fra le luci e le ombre della nostra vita.

Ieri, per la prima volta, ti è uscita una risata da grande che, per la sua diversità ti faceva ridere. Hai riso così per diverse volte e ci siamo divertite accogliendo il suono inatteso.

L’abbiamo cercato altre volte durante il giorno ma, come spesso ti accade con le cose che impari, escono quanto vogliono loro e mai a comando.

Aspetteremo fiduciosi, non perdendo occasioni per ridere. Prima o poi tornerà.

La ricerca della gentilezza

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la ricerca della gentilezzadi Irene Auletta

Stamane mi colpisce la lettura di un articolo online che parla di bambini e gentilezza. Ricercatori americani (e chi se non loro?) che indagano il fenomeno tra i bambini per restituirne la positiva scoperta. Anche i bambini, oltre agli adulti, apprezzano e danno valore alla gentilezza nelle relazioni tra pari. Rimango un po’ basita e mi frullano in testa alcune domande. In che senso era necessaria una ricerca per giungere a tale conclusione? Come mai questa notizia mi colpisce più di altre?

Sempre stamane ripensavo ad un lungo lavoro di formazione fatto insieme ad operatrici di servizi per l’infanzia di un comune dell’hinterland milanese. Pensavo al successo di alcune importanti trasformazioni, all’intenso lavoro educativo rivolto sia ai bambini che alle loro famiglie e alla piega involutiva che hanno preso questi servizi negli ultimi anni, rischiando di perdere tanti risultati raggiunti. Le motivazioni sono certamente molteplici ma il dispiacere rimane una domanda aperta.

E’ proprio vero che così è la storia, con questioni che si ripetono riproponendo le medesime scene e gli stessi quesiti?

Fatico ad accettare l’idea che molti servizi educativi e le scuole stesse, si stanno impoverendo per problemi legati alle carenze di risorse economiche e in queste motivazioni trovo, insieme alla verità, un senso di rinuncia e di sfiducia che mal si accompagnano alle sfide dell’educazione.

Stanotte ho passato la notte a urlare. Era un sogno nel quale cercavo di richiamare coordinatori ed educatori di alcuni servizi educativi a riprendersi in mano la loro responsabilità, esibendo le loro competenze. Direi che non è necessaria alcuna interpretazione psicologica!

Lo sconforto tende a far curvare le spalle e a orientare lo sguardo verso il basso, fino a non vedere che la punta dei propri piedi. Abbiamo bisogno di allargare il respiro, allineare la colonna vertebrale e guardare avanti con un senso di rinnovata curiosità.

Di questa ricerca abbiamo tanto tutti bisogno e non solo per riscoprire il valore della gentilezza, ma per credere nelle possibilità del futuro e per continuare a fare educazione, senza vergognarsene.

Bellezza e amore

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luci verdi bisdi Irene Auletta

Le donne e le madri sanno bene di cosa parlo quando immaginano di tenere tra le braccia un bambino piccolo e di ricevere lusinghe e complimenti dagli sguardi e dalle parole di chi incontrano. Le madri che hanno esperienze con figli disabili lo sanno per differenza perchè magari alcune emozioni non le hanno mai potute sperimentare oppure non sono riuscite a godersele appieno, amareggiate dai sospetti o dalle certezze già intrecciate alla vita futura dei loro figli. Il binomio disabilità e bellezza mostra spesso un suo lato acidulo, difficile da afferrare, a volte stucchevole o forzato, sempre complicato e doloroso.

Nelle parole degli operatori socioeducativi ho spesso sentito il giudizio severo verso genitori noncuranti che, in tal modo, sottolineavano le scarse possibilità estetiche che madre natura aveva offerto al bambino o ragazzino in questione. E’ vero. Prendersi cura è un atto di amore, prima che di responsabilità e i tempi per farlo sono diversi a seconda delle esperienze, delle storie individuali e delle possibilità che ciascun genitore riesce a mettere in campo. Certo poi, la disabilità di un figlio, non facilita le cose e allora può essere che per taluni sia difficile prendersi cura di un figlio che si fatica a riconoscere.

La cultura in cui siamo tutti immersi, con i relativi canoni estetici, è solo la ciliegina finale.

Eppure, forse proprio attraverso questa esperienza, io sento di riconquistare ogni giorno un’idea di cura e di bellezza, capace di dar valore a quell’originale lì, con quella forma del corpo e quel riflesso variegato dell’anima.

Sono una grande sostenitrice dell’idea di riprendere in mano la bellezza come tema dell’educazione, insieme al gusto del bello, del suo sapore e della sua possibilità di ascoltarla. Mi piace offrire a mia figlia occasioni che le permettano di imparare qualcosa di nuovo proprio in tale direzione. Una bella scena della natura, colori nuovi e luci magiche, sapori con profumi originali, suoni e canti dolci e armoniosi, esperienza positive di contatto corporeo e, via di questo passo.

Credo che sia molto facile farsi schiacciare dal peso delle fatiche, delle delusioni e dei dolori fino a smarrire totalmente l’idea di bellezza di cui ciascuno di noi è portatore ma, come genitori, questa sarebbe una perdita pesante e per questo, su questa via, ho sempre fiducia nella possibilità di proseguire nella scoperta, nella ricerca e anche nell’insegnamento.

Mi piacerebbe che anche molti operatori tenessero sempre aperta una riflessione in tal senso, che i luoghi di accoglienza parlassero delle loro attenzioni agli aspetti di cura, che l’estetica fosse considerata sempre di più in relazione all’anima che al corpo e che, tra le finalità dei servizi educativi, ci fosse anche quella di sostenere e aiutare quei genitori che ancora non ce la fanno perchè il dolore rende tutto brutto.

Purtroppo la disabilità è ancora circondata da tante brutture e chi di noi se ne accorge, come genitore o come operatore, può fare qualcosa senza comportarsi da struzzo.

Ci sono giorni in cui faccio più fatica ad alzare la testa, la tristezza mi fa chinare il capo fino a quando una mano viene a cercarmi per attirare a sè l’attenzione e farmi uscire dall’ombra. Bellezza e felicità, sono la nostra sfida da quindici anni.

Andiamo amore, oggi vengono a pranzo i nonni. Che ne dici di farci trovare proprio carine?

Ti insegno un trucco

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giochi di prestigiodi Irene Auletta

Ieri gita in città all’esplorazione di un deposito dell’ATM, durante un’iniziativa aperta al pubblico. Un fiume di gente, tanti adulti con bambini di differenti età, code per fare e vedere tutto. L’esposizione di autobus e vecchi tram permette di inventarsi giochi, fantasticare viaggi, immaginarsi alla guida di un tram sferragliando per la città della fantasia.

L’affluenza è decisamente diversa da quella incontrata solo due anni in un deposito vicino casa nostra ma, da veri esploratori, decidiamo di non demordere, buttandoci nella mischia e provando un po’ a capire come orientarci per vedere qualcosa e sperimentare una gita in un luogo solitamente chiuso al pubblico e ricco di curiosità.

In queste situazioni, vero acquario antropologico, si può osservare di tutto e, a chi come me si occupa di educazione, viene offerto uno scenario insostituibile che esibisce attese genitoriali, desideri degli adulti attribuiti ai bambini, crisi isteriche relazionali di varia natura. Il tutto condito da una bella dose di caos ma per fortuna anche da tanto divertimento.

Mi faccio guidare da mia figlia, dal suo desiderio di curiosare, da ciò che l’affascina. Quando vuole salire su un tram scopriamo che all’interno bisogna affiancare una lunga fila e mettersi in coda per provare l’ebrezza del posto di guida. Per fortuna, giunti in fondo al tram, Luna decide di godersi lo spettacolo che si svolge all’esterno e all’interno del mezzo, sedendosi comodamente in una zona completamente libera. Ne approfittiamo per gustarci qualche caldarrosta appena acquistata prima di decidere di ripercorrere la fila in direzione contraria per scendere e cercarci qualche luogo meno caotico.

In queste situazioni in pochi sembrano accorgersi di chi li circonda e io temo sempre spintoni e gomitate che possano mettere a rischio il tuo già precario equilibrio. A metà percorso, verso l’uscita, ci avviciniamo ad una porta socchiusa da cui, evidentemente, è vietato uscire.

Davanti a noi un padre con un bambino di circa sei, sette anni. Si guarda intorno con aria circospetta, già decisamente furbetta e poi guardando il figlio dice “li freghiamo tutti, noi usciamo di qua!”. Ecco, questo è uno di quei tanti insegnamenti che definirei non intenzionale. Almeno spero.

Di certo quel padre ha insegnato, anche suo malgrado, che rispettare le file, e quindi le regole, è da stupidi e trovare il modo di essere furbi è un trucco eccezionale per nutrire la propria parte più sbruffona. Per andare poi dove?

Rimango sempre colpita da quello che in certi luoghi ti affascina. Una parte la fanno certo i mezzi su cui salire, i grandi palloni che pendono dai soffitti altissimi, la musica a palla. Ma il cuore della tua osservazione e curiosità sembrano essere sempre le persone, che ti sfrecciano a fianco a volte facendoti sbattere gli occhi per il timore di essere travolta ma che spesso ti fanno ridere per le cose strane che fanno, affannandosi.

In questi casi, il mio spettacolo più bello, è quasi sempre quello di guardarti soprattutto quando fai quella faccia buffa come a dire “che strani tipi!”.

In compagnia del respiro

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di Irene Auletta

Ci sono frasi che ci colpiscono, persistendo nella nostra memoria e gironzolando dentro di noi alla ricerca di un luogo quieto. Stavo leggendo qualcosa a proposito del lavoro sul corpo e delle arti meditative quando ho incrociato una delle tante riflessioni intorno al respiro, al nostro rapporto con esso e alla possibilità di sentirsi e di stare in sua compagnia.

Non ci avevo mai pensato al respiro come compagno di viaggio, come uditore delle mie gioie o delle mie preoccupazioni. Eppure, solo a dedicarci un attimo di attenzione, ognuno di noi può realizzare come di fronte ad una tensione sentiamo un peso sul petto, come un dolore ci chiude la gola e come, a volte, i momenti di gioia arrivano fino in fondo alla pancia.

In tutti questi movimenti il nostro respiro è complice di come stiamo e, andarlo a ripescare come amico, mi pare proprio un bel suggerimento.

Da quando dedico tempo ad un lavoro sul mio corpo, mi ritrovo spesso ad accorgermi quando il mio interlocutore sta trattenendo il respiro, quando ha quello che comunemente chiamiamo fiato corto, quando la voce non è fluida. Di mezzo ci sono sempre le emozioni e certamente non è sufficiente lavorare solo sul respiro, però è un interessante punto di partenza. Per me è sempre un invito e una possibilità  a volgere lo sguardo verso di noi, a sentire come stiamo, come ci stiamo ponendo di fronte ad una determinata circostanza.

In sostanza, negli anni, ho imparato ad apprezzare i cambiamenti che posso attivare in me stessa e molto spesso come riflesso, ho osservato anche il mutamento di alcune relazioni che mi circondano.

Siamo poco abituati a prendere tempo, a fare pause, a lasciar andare a ….respirare. Lo sappiamo.

Ogni giorno mi impongo momenti di tregua e sempre di più riesco a rubarli alla frenesia dell’esistenza. Tutto questo ha tanto a che fare anche con l’educazione e con la mia professione. Quando i genitori, ma soprattutto le mamme, mi raccontano delle loro corse sento l’affanno nelle parole e nelle relazioni. Ogni tanto mi ritrovo a consigliare piccoli momenti di silenzio e mi immagino le scene possibili.

Mamma, ma cosa stiamo facendo qui in silenzio e senza fare nulla? Ci ascoltiamo amore.

L’embolo pedagogico

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di Irene Auletta

Giorni strani.

Nei vari servizi che sto attraversando per lavoro sembra sia scattato una sorta di conto alla rovescia in attesa della fine del mese di luglio e della prossima pausa estiva.

Fin qui nulla di strano, anzi.

La costante che più mi colpisce e’ l’accavallarsi dei racconti degli operatori circa la loro stanchezza e il senso di fatica che oserei definire dilagante.

Ma, anche questo, ci sta.

Quello che invece mi stona, sempre, anche durante il corso dell’anno, è la concentrazione sulle vicende o faccende che riguardano sempre  di più gli operatori, con il rischio di lasciare, inevitabilmente sullo sfondo, gli utenti dei vari servizi.

Diciamo che, in questi giorni, proprio per rimanere in tema, mi piacerebbe accogliere, un po’ di più, anche quesiti che possono riguardare la stanchezza dei bambini, le fatiche dei ragazzi o le preoccupazioni dei genitori.

Da quanto nei servizi educativi o socioeducativi, gli operatori hanno iniziato a occupare gran parte della scena? Oppure è sempre stato un po’ così e io non me ne rammento?

Di fatto, negli ultimi tempi, ogni tanto devo richiamare me stessa per non correre il rischio di scivolare in facili giudizi e far parlare più la mia stizza che il mio sguardo critico.

E poi, tutta questa fatica e stanchezza! Vogliamo parlarne e, al tempo stesso, provare a comprendere cosa ci stanno dicendo?

Delle due l’una.

O queste nuove generazioni di operatori sono geneticamente più deboli oppure dobbiamo trovare, proprio nell’educazione, nuovi spiragli interpretativi che ci aiutino a capire.

Almeno come antidoto per non crollare tutti, di stanchezza.

I colori della fatica

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di Irene Auletta

Molti della mia generazioni ricordano, nella loro educazione, una serie di valori ricorrenti, immancabili nella top ten pedagogica di molte famiglie di quel tempo.

Tra questi, i miei genitori, apprezzavano in particolare il senso della fatica, dell’impegno e dell’intramontabile (credevo allora!) necessità di “meritarsi le cose”.

Sono passati gli anni e intorno a me ho visto comparire strane categorie di individui.

Quelli distrutti alle otto di mattina, gli stravolti-sempre, gli insopportabili che ripetono appena possono che hanno bisogno di rilassarsi e i mitici stressati.

Insomma, mai come in questi ultimi tempi mi ritorna alla mente una vecchia pubblicità che, per reclamizzare un amaro, brindava “contro il logorio della vita moderna”. Se la memoria non mi inganna, erano gli anni settanta.

Probabilmente il logorio, mentre noi eravamo distratti da altro, ha preso il sopravvento contagiando una moltitudine di individui, fino a travolgere anche i bambini.

Così, oggi incontro sempre più spesso genitori stupiti dalla fatica di allevare bambini piccoli, insegnanti stanchi di insegnare e bambini o ragazzi stanchi di imparare.

Ma che fine ha fatto il valore della fatica? La possibilità di identificarla nel percorso necessario per raggiungere un risultato, un desiderio, un sogno?

Sono convinta, ogni giorno di più, che sia necessario trovare nuove strategie per insegnare anche il valore della fatica e per togliere il velo cialtrone a molte delle cose facili e senza senso che ormai circondano le nostre esistenze.

Mi chiedo però, come possiamo farlo, in presenza di adulti sempre stanchi, disillusi, con poche speranze. Dei sogni poi, neppure a parlarne.

Si, forse potremmo proprio partire da qui.

Dalla possibilità di tornare a sognare, immaginare, sperare, progettare.

Mi viene spesso in mente quello che provo mentre seguo fiduciosa il mio instancabile compagno di vita, nelle gite in montagna.

Il fiato corto, le gambe che si spezzano e il batticuore.

Poi, ogni volta, da anni, ci ritorno e ci riprovo.

Il paesaggio che è possibile ammirare, quando si raggiunge la meta, è insostituibile.

Magicamente, la fatica diventa leggera.

Dite che possiamo provarci anche con l’educazione?

Interviste bestiali

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di Irene Auletta

Ieri sera, di fronte ad un programma televisivo che va in onda da parecchi anni raccogliendo in prima serata un discreto successo, incrocio l’intervista a due insegnanti.

Parlano del loro rapporto con un bambino disabile di 8 anni, ne descrivono alcune caratteristiche e provano a nominare quelli che sono i loro obiettivi, che io immagino di tipo educativo e didattico.

Il tono, il linguaggio e le modalità dell’intervista mi toccano un po’ lo stomaco, ma poiché mi so sensibile al tema, vado avanti finché una delle due docenti enuncia tra i suoi obiettivi quello di umanizzare il bambino. Giuro che ha detto proprio così.

Prima di entrare in qualsiasi disquisizione che certamente si potrebbe avviare a fronte di questa affermazione, tengo a sottolineare il mio giudizio di totale buonafede dell’insegnante e, forse, è proprio questo parte del problema.

Capisco che parlando a volte si facciano strafalcioni e si dicano cose che non vorremmo mai dire ma, quando si ricopre un ruolo pubblico e, soprattutto, si decide di esporsi pubblicamente, ci sono delle responsabilità dalle quali non si può sfuggire. In questo caso la buona fede, o la sua compagna di sempre, la buona volontà, proprio non possono e non devono essere sufficienti.

Di fronte ad un vasto pubblico ritengo che si debbano sempre pesare le parole utilizzate, consapevoli che, comunque, gli ascoltatori faranno un loro utilizzo di ciò che riescono a comprendere.

Ma cosa vuol dire umanizzare un bambino? Renderlo umano forse? O cosa?

Come genitore del bambino raccontato mi sentirei probabilmente offesa, mortificata e, quasi sicuramente, infuriata.

Come professionista dell’educazione, non riesco a non interrogare le pessime figure e l’immagine di scarsa competenza che sovente si incrociano, soprattutto attraverso i media, quando educatori o insegnanti vengono raggiunti da qualche microfono.

Poi magari si scopre che quelle insegnanti sono molto preparate,  capaci e attente a cogliere i bisogni dei bambini ma, quella frase, è rimasta impressa nella mente di chi ha ascoltato e subito commentato su Twitter, senza alcuna possibilità di replica.

Le tracce delle nostre parole possono permanere ben oltre le nostre attese e così, noi educatori, ci auguriamo sia.

Cervello e bocca sono connessi da canali a volte misteriosi e, se ci sono sbavature, mi aspetto che ciascuno se ne assuma la responsabilità.

La brutta figura, rimane.

Noi che ci occupiamo di educazione

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di Irene Auletta

Devo ringraziare per queste riflessioni il collega che di recente ha scritto un post sul suo blog, proprio per esprimere alcune sue considerazioni relative ad alcune caratteristiche legate al lavoro educativo e alle scelte di chi decide di praticarlo.

Ci sono immagini e definizioni che rimangono scolpite nella memoria e vanno ben oltre quello che intendeva chi le ha evocate o pronunciate.

Spesso, rispetto al lavoro educativo, ho sentito parlare di lavoro duro, di posizione di trincea e di straordinarie fatiche.

A volte, a fianco, ho raccolto anche sfumature di bellezza, di passione, di interesse.

Da quando ho mosso i miei primi passi professionali, sono stata affascinata proprio dalle ultime cose nominate unitamente ad una forte curiosità, ad una spinta verso una ricerca continua di significati e di senso e dalla consapevolezza che continuare a raccogliere sapere, anche studiando, è per me l’unico modo per continuare a produrlo. Ne sono testimoni i tanti educatori che ho incontrato sulla mia strada e che riconoscerebbero in queste parole alcuni miei antichi tormentoni.

Alcune considerazioni verso le professionalità educative, e certamente comprendo in questa gamma anche gli insegnanti, mi hanno sempre raggiunto con un effetto stonato, dandomi la sensazione di un discorso vecchio e da superare, per poter produrre una cultura dell’educazione che vada oltre gli stereotipi che tutti noi incontriamo quotidianamente.

Credo che rischiamo altrimenti di essere noi stessi vittime della cultura che condanniamo e valutiamo con uno sguardo severo.

Perchè abbiamo sempre così bisogno di sottolineare alcuni aspetti di fatica che, molto probabilmente, appartengono a gran parte delle professioni? Siamo sicuri di esserci liberati di quella cultura salvifica, un po’ buonista o riparatoria, di cui abbiamo letto tante volte e che  il sempre attuale articolo di Enriquez ci richiama alla memoria?

A volte ho molti dubbi e dopo tanti anni, mi sorprendo ancora di come, anche le nuove generazioni professionali, siano ancorate a vecchie immagini.

Ostinatamente continuo a sostenere, e spero ad insegnare, l’importanza di affinare le competenze e di rinforzare il proprio sapere per allargare lo sguardo, per andare oltre quel giudizio che pietrifica le possibilità dell’incontro e il riconoscimento delle molte sfumature del lavoro educativo.

Racconto la passione praticandola e il sapere esibendolo.

Mi piace, quando parlo del mio lavoro, parlare anche di divertimento, di scoperta, di curiosità e di bellezza.

Immagino che sia così per molti ma che ancora sia difficile narrarlo o, può essere, che io abbia avuto poca fortuna nell’incontrare storie differenti.

Mi piace quando, anche insieme ad altri colleghi, sento che riusciamo ad aprire nuove porte perché credo che il sapore frizzante dell’aria nuova sia la nostra vera possibilità.

Ci vuole davvero nuovo respiro per il pensiero.

Vincoli

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L’educazione non ha a che fare con l’ordine del giusto, ma con il senso del possibile

 

 

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