Alzometro

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Ne voglio uno. Se esiste, ne voglio uno. Anzi, due: uno per me e uno per mia moglie. Così posso misurare  quante maledette volte io e lei ci alziamo da dove siamo seduti (o sdraiati) per andare dietro a Luna.

Luna si siede, noi ci sediamo, lei si alza, uno di noi si alza per controllare dove va. Luna si deve alzare per una delle mille necessità quotidiane, entrambi ci alziamo: uno per farla alzare, l’altro per preparare quel che serve. Luna resta seduta, vuole una cosa: se riusciamo a farla stare seduta, uno si alza e gliela procura. Altrimenti lei si alza perchè vuole una cosa, di conseguenza ci alziamo tutte e due: uno per prenderle ciò che vuole, l’altro per aiutarla a risedersi…

E pensare che ho sempre odiato alzarmi. Preferisco aspettare, fare tutto ciò che c’è da fare e poi, solo poi, sedermi (o sdraiarmi). Con Luna quel “poi” è dopo che si è addormentata. Forse. Da quanti anni va avanti questa storia? Da quando ha iniziato a camminare, certo, quindi abbastanza tardi. Per fortuna. Ma la faccenda non sembra avere un tempo di scadenza.

E’ questo il problema per certi genitori: il punto non è la fatica, il punto è che non finisce.

Per questo voglio un alzometro. Se c’è lo voglio anche elettronico dotato di memoria e capace di calcolare le statistiche. Hai visto mai che riesca sul medio termine a effettuare risparmi di scala sulla fatica, ottimizzando i cicli di seduta-alzata-riseduta?

“Assegno di accompagnamento”, così si chiama la cifra mensile che mia figlia percepisce in virtù della sua condizione di persona con disabilità. Ci sono momenti in cui percepisco il significato esatto del termine “accompagnamento”. Non è una metafora è esattamente quello che occorre fare.

Se avessi un alzometro, potrei anche calcolare a quanti centesimi ho diritto ogni volta che mi alzo per occuparmi di te, figlia mia. Però non funziona a cottimo, perciò tieni presente che se mi fai alzare meno volte, le volte che comunque mi alzerò varranno di più…

Scusate, ora devo alzarmi.

La memoria nel gesto

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Domenica ho fatto fare il bagno a mia figlia. Momento sempre intenso e atteso. Occupa il tempo, convoca il corpo mentre lo alleggerisce galleggiando nella vasca ricolma, accarezza con l’acqua calda che scorre in continuazione e al diavolo ogni preoccupazione ecologica. Luna sguazza, si rilassa, le tensioni provocate dai tremori che l’accompagnano pian piano si sciolgono, si coccola e, soprattutto, si cura da sè senza che qualcuno le stia con il fiato sul collo. Insomma, se riesco ad attorcigliare il flessibile della doccia quel tanto che basta a impedirle di trascinarlo oltre il bordovasca, evitando l’effetto alluvione in giro per casa. Così mi rilasso anch’io e mi dedico a qualcosa d’altro.

Come per ogni altro bagno, anche domenica è arrivato il momento di porre fine alla parentesi di libertà reciproca. Fine dei giochi e inizio dello shampoo. Ineluttabile come la morte. Diluisci, spalma, strofina, sciacqua. Niente di che, ma certo peggio della libertà di sguazzo goduta sino a un attimo prima. Tutti noi sappiamo che il momento peggiore dello shampoo è l’ultimo, quando arriva lo sciacquo. Anzi no, il peggio è il phon, ma per questa storia posso non prenderlo in considerazione. La doccia, solitamente, fa calare la schiuma dalla testa sugli occhi e nessuno trova divertente questa fase del lavaggio. Nemmeno mia figlia. Per questo sono già due o tre volte che ho cambiato strategia: niente più cornetta, aiuto Luna con la testa insaponata a sdraiarsi nell’acqua, le cingo le spalle con un braccio aiutandola a immergere piano piano i capelli lasciando fuori dalla superficie occhi, naso e bocca. Lei si abbandona felice mentre con l’altra mano le sciacquo i capelli in immersione. E d’un lampo, domenica, ricordo.

Sarà che lei mi assomiglia così tanto. Sarà che quel gesto di cura è nato dall’immedesimarmi nel fastidio della schiuma negli occhi. Sarà che i gesti hanno una memoria che non sappiamo d’avere. Sarà che guardavo il suo viso soddisfatto e vedevo me, piccolo, immerso nell’acqua mentre guardavo mia madre che mi sciacquava i capelli immergendomeli per non farmi andare il sapone negli occhi. Ma avevo completamente dimenticato. O almeno credevo di non ricordarmene più. Il mio corpo, si vede, ha più memoria di me e ha messo in campo una sapienza che da qualche parte doveva pur venire.

C’era tua nonna con noi domenica, Luna. Era nei miei gesti e nel tuo sguardo. D’ora in poi il tuo bagno non sarà più lo stesso.

Cure matrigne

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Stamattina, correndo al parco, pensavo al prendersi cura. Lo so, c’è gente che corre con l’iPod sparato nelle orecchie e magari fa bene, che evita di inquinare la corsa con certi pensieri. Ma sono fatto così. Del resto non è che mi sia venuto di pensare qualcosa che non centrasse proprio nulla con quello che stavo facendo: non mi stavo prendendo cura di me? sì, e come ogni volta che vado a correre, più che un compito quella è una domanda, perchè non so ancora bene di che cosa mai stia avendo cura del sottoscritto girando come una trottola per Marinai d’Italia

Comunque, prendersi cura. Anzi, cedendo alla trattinomania imperante, “prender-si cura”. Pennacchianamente mi è sovvenuto di chiedermi cosa sia quel “si” che prende nell’atto del curare. La risposta più ovvia è che quel “si” è l’altro, il diciamo così beneficiario della propria cura. E’ la visione buonista-sacrificale imperante: c’è chi riceve le cure e chi le offre. Chi offre cura, quindi, dà. Bontà sua. Perchè lo faccia è secondario, di solito è perchè vuole il bene dell’altro, cosa che raddoppia il valore di mercato delle cura perchè somma il “di cui” si ha cura con “l’amore” che accompagna la cura stessa. Dunque non si cura l’altro per se stessi, non sia mai, generazioni di manuali affollano seriosamente gli scaffali a imperituro monito.

Ci sono anche del resto moltissimi che affermano di “ricevere” nel prendersi cura dell’altro, più di quello che danno. Va già meglio: che la cura sappia nominare i vantaggi per chi cura e non solo per chi è curato, è pur sempre un passo avanti. Ma non basta. Non si usa dire ricever-si cura, dunque ho il sospetto che nell’enfasi poggiata su ciò che l’altro ti ritorna della tua cura, resta ancora del tutto nascosto ciò che nella cura “si prende” chi cura. 

Prender-si cura non può non voler dire anche prendere per sè qualcosa dalla cura che si offre. Se non è detto, questo prender per sè è allora celato, nascosto, clandestino. Diviene una sottrazione, un furto. Negandosi, il prendere per sè dalla cura dell’altro, nega all’altro il valore del suo bisogno di cura. Alla fine ciò che vale resta solo, la cura e chi la riceve ne ha solo goduto, consumato, dissipato, finendo così costretto a una condizione di debito destinata a soffocare sotto il peso degli interessi usurai. Come la madre farlocca di Rapunzel, la cura sacrificale dell’altro finisce spesso col celare una rapina recidiva di energie vitali che accumula redditi senza mai pagare le tasse. 

Finita la corsa mi sono anche detto che la faccenda, poi, mi riguarda solo indirettamente perchè, in quanto uomo, il mio modo di prendermi cura dell’altro non è mai prendermi cura dei suoi bisogni, ma occuparmi dei miei nell’orizzonte dei suoi. Dunque cosa prendo per me è sempre anche sin troppo chiaro. Semmai il problema è che ciò che l’altro “si” prende dal mio prendermi cura di me, è molto meno visibile, talvolta è addirittura celato, nascosto, clandestino…

Ho attraversato la strada, dandoti la mano, almeno milioni di volte

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di Alice Tentori

Quando arriva il momento per un bambino di attraversare la strada da solo? E’ una questione di età? Di sicurezza e conoscibilità del luogo in cui si attraversa? Dipende dalla sua consapevolezza individuale o da quella della madre o del padre? Se un bambino di 4 anni, esce di casa con la mamma, corre davanti a lei sul marciapiede attraversa la strada da solo sulle strisce e dopo un metro arriva davanti alla scuola, è troppo piccolo per farlo oppure data la conoscenza del luogo, i pochi metri che lo separano dalla scuola, la presenza dietro di lui della mamma delle altre mamme e dei vigili lo fanno sentire protetto e sicuro per poter attraversare da solo? E’ incosciente oppure è estremamente cosciente?

“Signora, deve dare la mano a suo figlio, non va bene che attraversi da solo” dice il Vigile.

“Signora, suo figlio a scuola va molto bene però ho saputo che attraversa la strada da solo. Non va bene, deve farsi ascoltare da lui”, dice l’insegnante.

“Cristofer lo conoscono tutti dato che attraversa sempre la strada da solo e sua mamma stà dietro di lui senza ascoltarla”, dice un’altra mamma.

Ma il punto qual è? E’ dando la mano al figlio che si dimostra la cura e l’attenzione verso di lui a tutto il pubblico presente? Proteggerlo e tenerlo al sicuro, significa accompagnarlo e guidarlo sempre tenendosi al suo fianco? La capacità di farsi ascoltare è dato dal mio riuscire a tenere la mano al bambino? Oppure la dimensione della cura oltre che essere intesa come un insieme di gesti e azioni che proteggono verso l’esterno potrebbe anche andare nella direzione di attrezzare l’altro ad affrontare autonomamente una situazione “pericolosa” come attraversare la strada da solo anche a 4 anni?

Io non so se sia giusto o meno che il bimbo lo faccia da solo, quello che so e che vedo è che l’ambiente esterno è estremamente sicuro (la strada è addirittura chiusa alle macchine, con i vigili che fermano le poche che passano) e riconoscibile (è fuori da casa propria) e che il piccolo si guarda intorno prima di attraversare.

Per tutto il resto poi, sospendo il giudizio e non considero la signora una mamma che è ascoltata o meno dai suoi bambini, o se fa bene o no a non inseguirli (ad esempio); semmai, provo ad interrogarmi con lei su cosa prova nel vedere il bimbo che attraversa la strada da solo, se pensa che sia al sicuro oppure no e su cosa “significhi tenergli la mano”…

 

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