Morbididentro

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269583di Irene Auletta

Bellissima lezione Feldenkrais quella dell’altra sera. Angela, la nostra insegnante, ci anticipa che faremo un lavoro con piccoli rulli, da lei appositamente confezionati, da utilizzare stando sdraiati sulla schiena, prima a sostegno del collo e poi tra le scapole. Prima di iniziare la lezione Angela ci invita come sempre all’ascolto del corpo e di alcuni particolari. Come sentite la testa e la distanza tra il collo le spalle? E le scapole riuscite a sentirle? Domande che possono sembrare banali solo a chi non ha idea di quanto sia importante e potente un lavoro che coinvolge il corpo e la ricchezza che ogni volta può emergere, unitamente ad un grande benessere condito di piccole scoperte.

Nella prima fase della lezione,  l’esperienza del rullo sotto il collo sembra far sperimentare a gran parte dei presenti sensazioni piacevoli, di riposo e di “star bene”. Poco dopo Angela ci chiede di posizionare il rullo tra le scapole e, accogliendo i primi commenti, anticipa che la posizione può risultare come una provocazione che invita, a volte con un po’ di fatica o disagio, alla ricerca di un nuovo adattamento.

Pensate a come questa provocazione per il corpo può ricordare anche quelle che tante volte ci troviamo ad affrontare nelle nostre vite! La mente mi parte a fare connessioni e in effetti penso che così come ora il corpo prova a trovare modi differenti per adattarsi a quanto “impone” una nuova postura, così tante volte abbiamo bisogno di darci tempo per adattarci alle provocazioni della vita e dovremmo imparare sempre di più a concederci tempo per farlo.

Angela invita a cercare nel corpo, e in particolare nel torace e nelle spalle, zone di morbidezza orientandoci verso quella inconfondibile sensazione che fa sentire morbidi dentro. Esattamente il contrario di quanto accade di fronte alle tensioni, alle difficoltà, alle paure e alle preoccupazioni. Il corpo si irrigidisce e sovente lo stesso accade anche alle azioni e reazioni, alle risposte e al modo di affrontare quella situazione.

E non dimenticatevi di respirare! Quel respiro che subito tratteniamo di fronte alla difficoltà e che spinge esattamente dalla parte opposta della ricercata morbidezza.  Mi capita sovente di confrontarmi con madri provate, anche fisicamente, dal rapporto con figli disabili che ripropone ogni giorno quell’impegno fisico che nella maggior parte dei casi evolve dopo i primi anni di vita. Altro che provocazione!

E allora la strada può essere quella di prendersi cura di se’ per accogliere morbidamente anche l’altro. Lo sperimento quasi tutti i giorni perchè ogni volta che non ci urtiamo con le nostre reciproche rigidità, il nostro incontro sa di bellezza.

Quanto petit?

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gentilezzadi Irene Auletta

Qualche giorno fa, in un incontro di formazione condotto insieme ad una collega non italiana, rimango colpita da una definizione che utilizza per raccontare di come, anche nei servizi per la prima infanzia, si può assistere a qualcosa di inconsapevole e di cui non vorremmo mai essere testimoni, né raccontare.

Petit mauvais traitements, piccoli maltrattamenti, che sovente vanno oltre la coscienza di chi li compie, spinti da quegli automatismi che trasformano il gesto di cura in un movimento freddo e stereotipato. Da anni non perdo occasione per connettere mondi apparentemente diversi, quello dei bambini piccoli appunto, con quello dei disabili e degli anziani ritrovando, proprio in quei quotidiani gesti di cura, medesimi elementi che necessitano di sguardi attenti.

L’altra mattina, di fronte alla solita scena. Non vuoi fare qualcosa, ti opponi come sai fare con il corpo, in assenza delle parole. E’ facile mettersi in contrasto, opporre fermezza, tirare, arrivare al corpo contro corpo, soprattutto quando i tempi reali non permettono l’incontro con i tuoi, a volte biblici. Tuo padre rallenta, si ferma, aspetta. Non cede alla sfida e lo osservo cercare in un respiro profondo il conforto alle impietose lancette del mattino. Spesso ci alterniamo perché abbiamo scoperto che funziona ma stamane capisco che è meglio non interferire in quel vostro dialogo, pieno di tanti significati.

Passa qualche minuto eterno, prima che tu decida di alzarti da terra, proseguendo nei riti del mattino, con un sorriso sulle labbra, come se nulla fosse accaduto. Anzi no, qualcosa di importate è accaduto. Ti abbiamo ascoltato, hai potuto esprimere una tua volontà, non siamo arrivati al contrasto e al confronto di potere.

Più facile a dirsi che a farsi, perché sono proprio quei gesti di cura rinnovati negli anni, che possono mandare al manicomio soprattutto laddove l’altro, per fortuna, non perde occasione per ricordarti che non è una bambola di pezza ma una persona, con la sua da dire.

Chi lavora con i bambini piccoli, con i disabili o con gli anziani, si misura ogni giorno con situazioni analoghe e i gesti a volte, possono essere assai lontani da quelli che tutti noi vorremmo vedere rivolti ai nostri cari. Per questo, non perdo occasione per parlarne e per attivare luoghi di incontro e confronto che, sospendendo il giudizio, possano pensare azioni alternative e virtuose.

Si può imparare, come genitori o come operatori, ma bisogna mantenere attiva la coscienza di quanto ci accade, a volte prima che nella mente, nel corpo e nella pancia. Da anni mi accompagni nella ricerca di gesti gentili in quella danza muta che mi vede sovente la più goffa e che ti osserva paziente ad attendermi.

Speriamo che le prossime siano petites gentillesses.

Infogames

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Post di quattro anni fa esatti. Ripescato dal fondo della classifica degli articoli più letti. Perfettamente in tema con il dibattito di questi giorni sull’ottusità delle grandi organizzazioni

Avatar di igorsalomoneCronachepedagogiche

Call center. Luogo immaginario accessibile per via telefonica. Con buon impegno e dopo un percorso estremamente impegnativo tra scelte multiple, cancelletti, asterischi, linee che cadono, è talvolta possibile conferire con un essere umano che, quasi certamente, ti spiega come fossi un bambino che hai sbagliato strada, mandandoti da un’altra parte. Il che, in soldoni, significa tornare ai blocchi di partenza e ricominciare tutto da capo. Sembrerebbe un videogame a livelli crescenti di difficoltà, ma più che altro è la versione telefonica degli uffici di qualsiasi mostro burocratico.

Per lo meno non ti muovi da casa tua.

Ma l’aspetto più interessante, sul piano antropologico naturalmente, è cosa l’umano eventualmente raggiunto di solito dice dell’umano che avevi raggiunto in precedenza: che ti ha detto cose sbagliate. Ho avuto la fortuna di assistere al top level di questo sport estremo quando un terzo umano, dopo aver liquidato i primi due in modo sbrigativo, mi…

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E questa è casa mia

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di Igor Salomone

“Si deve aver rispetto quando si entra in casa d’altri”. Questo mi sono sentito dire, in mezzo a un bel po’ di insulti postati sulla mia bacheca Fb con una piroetta moralistica di grande atletismo.

La “casa” in questione era il parcheggio del San Raffaele nel quale io e mia figlia abbiamo vissuto una splendida avventura raccontata in Ticket to stop, un post di qualche giorno fa che ha avuto un grande successo di pubblico. Ma la critica ci stava bene. Non entro nel merito, se qualcuno è interessato può gustarsela qui.

La sostanza delle accuse che mi sono state rivolte è che un operatore ha il dovere di far rispettare le regole e che quando si entra in un qualsiasi luogo presidiato da un qualsiasi operatore, in pratica si entrerebbe a casa sua. Sembrano considerazioni ovvie. Ma anche no.

Quindi se incrocio un vigile urbano, la via nella quale sta camminando è casa sua? L’ufficio anagrafe del comune è la casa degli impiegati? Ogni scuola è la casa degli insegnanti? Verrebbe da dire di no, ma ho il sospetto che al contrario molti la pensino esattamente così. Del resto viviamo in un Paese in cui taluni pretendono di considerare casa propria intere valli se non addirittura l’intero Paese. Una bella parabola per il principio di appartenenza.

Nutro il fondato sospetto che molti operatori abbiano frequentato quei corsi dai quali si esce marciando come in Full Metal Jaket e cantando l’inno aziendale. Tutto un fiorire di pronomi alla prima persona plurale per far dire a qualsiasi stagista in tailleur d’ordinanza e con il massimo della compunzione “noi della qualchecosainternescional”.

Mi spiegherei per lo meno perché mi capiti fin troppo spesso di incrociare operatori tutti compresi nel loro ruolo di rappresentanza organizzativa. E non è neppure sbagliato: a me non dispiace affatto avere di fronte un impiegato che si assume le responsabilità di ciò che fa la propria organizzazione. Ma non è ciò che è successo quel giorno al San Raffaele.

Assumersi la responsabilità delle scelte organizzative, regole comprese, non significa diventare dei sanfedisti pronti a ingaggiare battaglia per farle rispettare, in barba a qualsiasi logica e in qualsiasi situazione. Se qualche formatore va insegnando ciò, prego il lettore di segnalarmelo, sono pronto a prenderlo a calci nel sedere e poi deferirlo alla corte marziale dei formatori.

Ho grande rispetto per tutti gli operatori. Se hanno rispetto di me come utente. E se una regola organizzativa mi mette in difficoltà, mi aspetto che un operatore mi aiuti a superarla. Ne incontro tantissimi di questo genere, ne ho incontrati anche al San Raffaele.

Se invece mi sento dire che questa è casa mia e qui comandiamo noi, e che se entro in quella casa devo rispettarne le regole anche se quelle regole non rispettano me, allora come persona mi incazzo, come professionista penso ci sia ancora molto, molto da fare, come cittadino mi chiedo che fine stia facendo la categoria di “luogo pubblico”.

Bureaucratic Defence

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di Igor Salomone

Mi chiedono come mai mi incazzo di fronte alle ottusità burocratiche. Dopo tutti questi anni di arti marziali dovrei saper mantenere la calma di fronte a certe cose. In effetti. Non è mai bello perdere le staffe e non mi sento mai bene con me stesso quando succede. E succede.

L’altro giorno apro il frigo, prendo un contenitore con il cibo, mi volto per posarlo, sento uno strano rotolare proveniente dal frigo lasciato aperto, mi attardo a chiedermi che cosa mai fosse quel buffo rumore e, quando finalmente mi decido a voltarmi, tipo dopo un secondo scarso, è troppo tardi per fermare la bottiglia che vedo con effetto slow motion cadere rovinosamente sul pavimento andando in frantumi e spandendo l’intero contenuto sul pavimento, sulla porta, sui miei pantaloni, sul frigo stesso. Era piena, nuova, un Berlucchi d’annata tenuto per le grandi occasioni e dimenticato in frigo dopo l’ultima grande occasione. Naturalmente era l’ora di cena e mia figlia premeva per mangiare mentre nella prossima mezz’ora avrei dovuto raccogliere cocci e spumante e lavare il pavimento.

Non ho fatto neanche un plisset. Neanche un piccolo moto di rabbia. Neppure un fremito. Dopo un paio di secondi di sbigottimento, sono andato in bagno e ho preso il necessario per sistemare il caos.

Allora perché dò fuori di matto davanti a una dannatissima fattura elettronica da compilare on line?

E’ una bella domanda. Ci rifletterò a lungo. Vorrei come il Po di Kung fu panda, raggiungere la pace interiore, possibilmente senza digiunare per cinquant’anni, anche alle prese con la follia delle procedure amministrative e delle logiche organizzative. Ma sarà dura.

Temo che le arti marziali mi abbiano insegnato l’autocontrollo davanti a un avversario in carne e ossa. Anche quando l’avversario è il sottoscritto. Ma l’anonimato delle procedure burocratiche e delle regole organizzative non lo reggo.

Se una persona qualsiasi fa una serie di cazzate, magari mi irrita, ma cerco di capirne le ragioni. E in questo modo difendo me e nello stesso tempo difendo anche la persona che ho di fronte. Ma nel compilare una fattura elettronica mi imbatto in una quantità di codici, numeri, nomi, parametri che non sono mai esattamente quelli che mi aspetto, denominati con un linguaggio imperscrutabile, costruiti su una logica lontanissima dalla mia, con la spada di Damocle della sessione che di lì a breve scadrà e mi costringerà a iniziare tutto da capo e sapendo che, alla fine di tutto, l’operazione probabilmente non andrà a buon fine per mille e uno motivi del tutto incomprensibili, provo un unico sentimento che mi sommerge: l’impotenza.

Non posso difendermi, da chi mi difendo? e come? devo solo subire. Per questo perdo il controllo.

L’impersonale della burocrazia è una finzione: dietro ogni procedura, dietro ogni modulo, dietro ogni format, ci sono persone concrete che hanno preso decisioni concrete scegliendo di fare le cose in un modo piuttosto che in un altro. E quelle persone vorrei averle almeno per una volta nella vita davanti agli occhi. Per chieder loro conto delle ragioni per cui noi tutti siamo costretti a compilare cose assurde, ripeterle un tot di volte, avanzare come in un gioco dell’oca e come in un gioco dell’oca sbagliare e dover tornare indietro per ricominciare da capo.

Se le avessi davanti agli occhi, sono sicuro, saprei come difendere le mie ragioni e accogliere le loro. E non perderei il controllo.

Anche se quelle persone concrete e in carne ed ossa dovessero difendere le loro logiche trattandomi da stupido. Perché una procedura non la capisco, ma le persone sì, nonostante di fronte all’ottusità delle procedure scelgano talvolta di comportarsi in modo ottuso, invece di interpretarle in modo intelligente.

Salvarsi

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salvarsidi Nadia Ferrari

Ci si trova sempre più spesso come insegnanti a confrontarsi con problematiche che vanno al di là dalle competenze richieste per svolgere la propria professione. È ormai consuetudine fare prove per manovrare svariati strumenti per la sicurezza, estintori, naspi idranti, ecc. al fine di saperli usare nel momento dell’emergenza. Negli ultimi anni a scuola ci si confronta con bambini affetti da patologie gravi che chiedono la somministrazione costante di farmaci, anche salva vita, affinché venga garantita la normale frequenza scolastica. Non ricordo negli anni passati l’esistenza di tali problematiche, forse certe malattie erano meno presenti nell’infanzia o forse più semplicemente la scuola non se ne faceva carico. Ipotesi entrambi poco confortanti.

È successo di nuovo in questi giorni mi sono trovata a dover decidere se dare la mia disponibilità di docente alla somministrazione dei farmaci sopra descritti o se declinare. Decisione sempre molto dolente in quanto sia che tu decida di accettare, sia che rifiuti, ti precipitano addosso responsabilità diverse nel contenuto ma ugualmente pressanti e pesanti. Il desiderio che per primo si è affacciato alla mia mente è stato quello di delegare; tanto c’è sempre qualcun altro nella scuola che, per maggiore senso del dovere o perché non sa dire di no o perché il problema lo riguarda più da vicino, deve acconsentire. La mia resistenza poi è passata allo stadio successivo che riguarda il diritto per una volta di non esserci: l’ho già fatto, avanti i giovani, ci sono quelle che non prendono mai incarichi e via dicendo. Devo dire che quest’ultima deriva affolla oggi (dopo quarant’anni di lavoro e per motivi anche giustificati) diversi ambiti della mia fatica a portare avanti il carrozzone sul quale io mi sento giunta al capolinea.

Ed infine arriva la paura. Noi docenti non abbiamo competenze né mediche né infermieristiche ci verrà fatto un breve corso di formazione e istruzione su come somministrare il farmaco centrato sulla capacità di effettuare rilevazioni, iniezioni sino al riconoscere i sintomi che indicano la necessità di un intervento di urgenza al punto da richiedere la somministrazione del salva vita, l’intervento richiesto sarà quotidiano e la responsabilità grande! E se sbagliamo? Alle insegnanti oramai si chiede di tutto e di più: essere maestre, infermiere, psicologhe, mamme, tecnici informatici e della sicurezza, a volte anche confessori e preti, ma alla fine cosa è legittimo faccia un insegnante?

Fatto sta che quando nella mia personale e solitaria riflessione stanno per sopra valere tutte le argomentazioni di “servizio” o di “disservizio” relative al ruolo rafforzate dal corollario dei “non tocca a me, ci dovrebbe essere…”, compaiono i bambini o gli allievi che dir si voglia a cui quei farmaci servono per sopravvivere nel tentativo di proseguire un’esistenza simile a quella degli altri fortunatissimi compagni.

Allora non ho più scampo.

Ci sono bambini costretti a sottoporsi quotidianamente a rilievi del sangue (bucando il ditino anche sette volte al giorno) con l’aggiunta di svariate iniezioni in diverse parti del corpo. Ci sono bambini costretti a non assaggiare mai un gelato, un biscotto, una caramella … Ci sono bambini che non lo sono più! Nel tempo impareranno da soli a gestire un’esistenza non certo facile ma oggi, ora, possiamo togliere loro il diritto di venire in questo luogo meraviglioso che chiamiamo scuola a giocare, litigare, gioire e soffrire dei limiti e delle opportunità come tutti gli altri? Possiamo togliere loro la possibilità di sentirsi uguali?

Faccio il corso ed incontro medici e infermiere preparatissimi che spiegano con semplicità facendoci comprendere che l’impresa non è impossibile. Ci fanno provare, e mettono a disposizione tutta la loro disponibilità per sedare ogni nostra paura. Mi sento metaforicamente abbracciata e sostenuta. Emerge una coscienza del dovere naturale sbiancato da sovrastrutture e si rimette al centro il senso del problema: la responsabilità di ognuno di noi di fronte alla vita. Scorgo tra le pieghe degli sguardi dei genitori di questi bimbi il dolore che ancora li attanaglia insieme alla voglia di farcela a dare ai loro piccoli un’esistenza il più vicina possibile al normale. Indossano sguardi di gratitudine, loro, che il problema ce l’hanno addosso! Mi sento piccola.

Ascolto con meraviglia le strategie educative che hanno inventato per far accettare ai loro cuccioli le cure: Il pancino è come un orologio e ogni giorno facciamo la punturina ad un’ora diversa. Pensate che ha già imparato a leggere le ore! Cercano di tranquillizzarci in ogni maniera non vi preoccupate se non vi ricordate questa cosa la nostra bimba (4 anni) la sa fare vi dirà lei come si fa. Lezioni di vita alle quali non si può restare indifferenti. Penso a quante volte ci lamentiamo sia come insegnanti che come madri per un nonnulla. La partita non è pari.

Ci stiamo lasciando quando mi si avvicina un padre e mi sussurra che il buchino sul dito alla sua bambina possiamo farglielo anche di lato perché a lungo andare si perde la sensibilità nei polpastrelli … sarebbe un gran regalo per lei. A stento trattengo le lacrime ancora adesso che scrivo. La commozione non mi ha permesso di rassicurarlo ma lo faro!

Ora so meno di prima cosa debba essere un’insegnante e che ruolo debba avere, ma in questo momento ho una consapevolezza: sono contenta di aver dato la mia disponibilità e di essermene assunta la responsabilità, almeno un poco, regalando loro un briciolo di serenità, per quanto questo possa valere.

Ticket to stop

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di Igor Salomone

Di ritorno dal San Raffaele. Più che un ospedale, un misto tra un alveare, un centro commerciale e un labirinto. Esami di controllo per mia figlia.
Terminato il da farsi, andiamo a recuperare la macchina in un parcheggio sotterraneo da film dell’orrore con moltitudini di persone che vi si aggirano alla ricerca della propria auto se non dei propri cari smarriti tra corridoi segnalati con una logica imperscrutabile.
B13. Trovato! saliamo e ci dirigiamo verso l’uscita. Sbarra, ticket precedentemente vidimato alle casse automatiche inserito, luce rossa, la sbarra non si alza. Ci riprovo più volte variando il verso di inserimento. Alla fine mi decido e pigio il bottone per le informazioni.

“Mi scusi, ma sono all’uscita e la sbarra non si alza”
“Non si alza perché sono scaduti i 15 minuti che aveva a disposizione dal momento del pagamento al momento dell’uscita”
15 minuti che ho trascorso divertendomi in una simpaticissima caccia al tesoro.
“E quindi…?”
“Quindi deve tornare giù alla cassa, pagare la differenza, rividimare il biglietto e poi può tornare su e uscire”
“Mi perdoni, ma io sono davanti alla sbarra dopo la rampa, non posso tornare indietro…”
“Lasci lì l’auto, scende paga la maggiorazione e torna su in due minuti”
“…ma in auto c’è mia figlia disabile, mica posso lasciarla qui da sola…”
“Questo è un ospedale e ognuno ha i suoi problemi…”

Ecco, appunto, quello è un ospedale, dunque è facile che sulle auto non ci siano atleti nel pieno della loro forma, ma pazienti appena dimessi, bambini, disabili, anziani. Che hanno 15 minuti esatti per recarsi dalle casse automatiche al parcheggio, trovare l’auto, salire, sistemare eventuali carrozzelle, trovare l’uscita, arrivare alla sbarra e inserire il ticket.
Se non fanno a tempo, cavoli loro, le regole sono regole e se il biglietto è scaduto tornano giù a pagare la differenza.

Sono contento di essere stato al San Raffaele oggi. Ogni tanto ho bisogno di ricordarmi perché non mi fido delle grandi organizzazioni e le detesto: sono piene di logiche stringenti che nell’insieme formano un sistema idiota. Probabilmente il parcheggio è appaltato a qualche società esterna. Del fatto che sia situato in un ospedale non potrebbe fregargliene di meno. E all’ospedale che il parcheggio sotto il proprio culo non tenga conto di essere sotto il culo di un ospedale, frega ancora di meno.

“Mi perdoni ma io non posso lasciare mia figlia disabile da sola in auto mentre scendo a rifare il biglietto”
“Non posso farci nulla, io sono qui da sola”
“Certo che può fare qualcosa, mi mandi qualcuno a risolvere il problema”
“Sono sola non c’è nessuno e devo rispondere agli altri utenti”
“Faccia una telefonata al suo responsabile e gli faccia presente che questa situazione è assurda. Io di qui non mi muovo”

A quel punto mi stavo veramente incazzando. Prendo il telefono in mano e cerco il centralino del San Raffaele. Ero deciso a farmi passare un responsabile qualsiasi a costo di arrivare sino a Berlusconi. Perché c’è una cosa che non tollero più della stupidità delle organizzazioni: la stupidità che inducono negli operatori che le abitano. Non tutti per fortuna, sulla mia strada ho incontrato moltissimi ottimi operatori di buon senso. Ma quando vedo l’ottusità delle regole riflessa nell’ottusità dello sguardo, mi incazzo.

Non solo io e mia figlia ci troviamo in una situazione assurda, praticamente in stallo, senza poter andare né avanti né indietro, ma mi tocca pure sorbirmi il pistolotto pedagogico dell’addetta alle informazioni: l’errore è stato mio, non dovevo superare il quarto d’ora a disposizione e ora il problema me lo dovevo risolvere io. Ma ti pare?

Mentre smanetto con l’iPhone alla ricerca della gola di qualcuno da azzannare, arriva un tipo con i guanti da lavoro che mi chiede due euro e mezzo per il conguaglio dicendomi che l’aveva mandato l’operatrice delle informazioni. Pago, richiamo l’operatrice per confermare e farmi aprire la sbarra, nuovo pistolotto pedagogico.

“Si rende conto che ho dovuto mandare un uomo delle pulizie per risolverle il problema?”

Evito di infierire rispondendole che quindi un sistema per venirmi in aiuto l’aveva trovato, dunque poteva fare quello che aveva negato di poter fare. Inoltre la sbarra me l’ha alzata lei, dunque il magico bottone era sotto il suo controllo. Era così difficile dirmi: ha ragione signore mi rendo conto che la sua è una situazione incresciosa, abbia pazienza un attimo che trovo qualcuno e lo mando da lei e regolare la questione? Figurati. Invece rincara

“Ora devo fare anche rapporto per questa faccenda”
“La ringrazio per l’aiuto che mi ha dato, ma sia così gentile da far presente alla sua organizzazione, invece di difenderla inutilmente, che queste regole sono stupide”

Sono contento di essere stato al San Raffaele oggi. Se avevo bisogno di un esempio per capire che il senso non sta nelle singole scelte ma nelle loro connessioni, in assenza delle quali ogni sistema decisionale è fondamentalmente cieco, non potevo trovare di meglio.

Vedrò di farlo sapere anche al San Raffaele. Magari aiutatemi se avete i contatti giusti.

Strani destini

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votare...?

E’ arrivata anche la Tessera elettorale. Doveva arrivare, inesorabile. Ma ovviamente non ci avevo minimamente pensato e quando è successo, stamattina, si è compiuto un altro passo verso il tuo e il nostro destino. Sei diventata maggiorenne da qualche mese, e da allora sto cercando di capire che senso mai possa avere la qualifica “maggiorenne” riferita a te.

Ricordo come fosse ieri quando lo sono diventato io. Non potrei dimenticarlo e per almeno due buone ragioni. La prima è che quando ho compiuto i miei diciotto anni, era stata appena approvata la legge che portava la maggiore età dai ventuno, appunto, ai diciotto. La seconda è che uno dei miei primi atti alle elezioni di qualche mese dopo, non è stato solo partecipare come elettore, ma candidarmi al consiglio comunale del mio paese e poi sedermi in quel consiglio per i successivi cinque anni. Un abisso. Di tempo e di senso.

Poi, naturalmente, è arrivata la patente di guida. Per il resto ero già maggiorenne da tempo, nel senso che facevo le mie scelte da me, uscivo la sera e tornavo quando volevo, frequentavo vari gruppi di amicizie, avevo la ragazza. Mancava solo l’indipendenza economica, ma per quella ci sarebbero voluti altri dieci anni e passa…

A pensarci bene, anche per te la maggiore età segna un passaggio, non quella dalla condizione di minore a quella di cittadino adulto con tutto il corredo di diritti e di doveri, ma quello da minore a disabile. Sino al 19 ottobre scorso, dal punto di vista istituzionale eri assimilabile a tutti i tuoi coetanei under 18, dal 20 in poi sei diventata ufficialmente una persona con disabilità.

Quindi ti è arrivata anche la Tessera elettorale. Carta straccia. In compenso presto ti arriverà la pensione. Una miseria, ma certamente più di quanto guadagnassi io alla tua età. E del resto, probabilmente, sarai l’unica in famiglia ad averne una.

Strani destini si incrociano nelle nostre vite. Invisibili tra le pieghe di una quotidianità che siamo abituati a pensare normale. Fortunatamente di quando in quando il mondo, con involontario ma preciso cinismo, torna a dirci che tanto normali non siamo. Ricordandoci con un flash tutto ciò che non potremo mai essere.

Liberi tutti

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music-786131_960_720di Irene Auletta

Seduta al tavolo dei relatori ascolto le testimonianze di due madri che aprono la serata sul tema del tempo libero nel suo intreccio con la disabilità. Ma come fai a mantenere questa distanza? Come riesci a non far interferire la tua esperienza di madre?

Me lo hanno chiesto molte volte nell’arco degli anni e devo riconoscere che proprio queste domande mi hanno aiutato a trovare quelle risposte che, nel tempo, sono maturate insieme alla mia storia di genitore. Chi si occupa di educazione e di relazioni di aiuto, prima o poi si ritrova a fare i conti con quei fili dell’esistenza che, inevitabilmente, intrecciano la propria scelta professionale. E ognuno, come è capace e come riesce a fare, trova strade possibili per la sua ricerca di equilibrio.

Anche se non ne parli mai direttamente, attraverso le tue parole arriva sempre una carica di emozioni e di profondità, che fanno la differenza, mi dice una delle organizzatrici della serata. Mentre le sorrido per il complimento ti penso e vedo quanta strada abbiamo fatto dal nostro primo incontro.

Le due madri raccontano le esperienze incontrate e attraversate con i loro figli nel tentativo di riconoscere e ritagliare quegli spazi liberi di condivisione, gioco, scambio, conoscenza, esperienza che vengono raccolti nel titolo tempo libero. Le loro parole fanno eco a quelle di molti genitori incontrati altrove, facendo brillare gli occhi di quei presenti che per ora, raccontano la loro storia in silenzio.

Scommesse, prove, sorprese, delusione, ansia, paura e leggerezza si alternano a parlare di quei figli che proprio liberi non saranno mai.

E sono proprio i temi della libertà e del diritto che occupano il cuore della mia riflessione e che coinvolgono senza preferenze figli e genitori, in un’esplorazione culturale che apre porte nuove e che al tempo stesso chiede, ogni volta, di affrontare nuove prove.

Avere un figlio disabile vuol dire, come genitore, perdere in un colpo solo libertà, identità, futuro. Crescere, insieme al proprio figlio disabile, vuol dire scoprire ogni giorno sfumature e possibilità, sue e nostre.

È una storia fatta di ricerca continua e quello della libertà, di essere, di fare, di mostrare, di provare, può essere quel pertugio di luce che pian piano arriva a scaldare i giorni fino a farli brillare … anche di felicità.

Persa nei vostri sguardi

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persa nei vostri sguardi

di Irene Auletta

Quante volte mi sono ritrovata a guardarti da non molto distante mentre tuo padre prova a orientare il tuo sguardo. Guarda Luna sta arrivando mamma! L’hai vista è proprio lì davanti a te! E tu che cerchi, curiosa e al tempo stessa confusa di fronte a quello scarto tra il desiderio di incrociarmi e gli occhi che non ti permettono ancora di raggiungermi.

Esclusi i problemi di vista, negli anni abbiamo intravisto uno di quegli effetti bizzarri difficili da nominare che bussano tutti lì, alla porta di quei danni neurologici che solo linguaggi molto tecnici sono in grado di dire.

Qualche giorno fa ho proposto a mia madre di accompagnarmi a fare una piccola commissione che la riguardava e per la quale le dico che è importante la sua presenza. Negli ultimi anni appare sempre molto stanca e ciò che una volta le piaceva assai oramai pare abitare un mondo lontano. Per non farla affaticare le propongo di aspettarmi mentre vado a prendere l’auto.

Mamma, mamma, eccomi. Li all’angolo della strada vedo un’anziana signora che si guarda intorno smarrita e con lo sguardo, esattamente come accade anche a te, mi passa oltre senza vedermi. La vedo persa e mi accorgo che anch’io mi sento un po’ come lei. Le vado incontro cercando di sorridere. Mamma ti ho chiamato più volte, non mi hai sentita? Sto diventando proprio vecchia, mi risponde e tante volte mi sento proprio svanita!

Per la prima volta metto insieme le due diverse situazioni che vivo come madre e come figlia. I vostri sguardi che faticano a rintracciarmi, le vostre espressioni confuse, gli occhi che mi attraversano. Sento un pizzico al cuore e stavolta capisco perché. In quella frazione di tempo sono persa anch’io insieme a voi ma in un mondo destinato a non raggiungervi mai.

Mi sento persa nei tuoi occhi di figlia e mi vedo scomparire nei tuoi di madre. A me il compito di riportarmi con i piedi per terra.

Si mamma, forse stai davvero diventando svanita! ti dico provando a sdrammatizzare mentre insieme ridiamo della parola utilizzata che, tuo malgrado, oltre il sorriso di apparenza mi lascia tutto il sapore della tristezza per l’irraggiungibile.

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