Echi

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di Irene Auletta

Quando diversi anni fa ho iniziato a scrivere post su questo Blog e a rendere pubbliche, anche attraverso altri scritti, alcune peculiari dimensioni riguardanti la mia genitorialità e il rapporto con mia figlia Luna, non avrei mai immaginato di raccogliere nel tempo echi tanto forti e significativi.

Così ieri, nel corso dell’iniziativa realizzata in occasione dell’International Angelman Day, ancora una volta mi hanno sorpreso gli affettuosi saluti e i riferimenti alle parole raccolte attraverso i miei racconti. Chi ha riferito di un’emozione, chi di un particolare riconoscimento, chi di un senso di condivisione profonda.

Torno a casa con il cuore che trattiene memoria di una giornata che negli anni si è confermata sempre ricca, calda, emozionante. Anzi, ogni anno di più, proprio perché si intensificano le relazioni, si intrecciano le storie e si sostengono quegli sguardi che devono fare un pezzetto di strada prima di potersi incontrare.

L’impatto per me non è mai facile e sovente mi chiedo se dietro a quei tanti sorrisi apparentemente sereni battono cuori che, come il mio, ogni tanto perdono qualche colpo. La normalizzazione delle situazioni, che da una parte rende tollerabili relazioni assai complesse e faticose, dall’altra rischia di produrre un’effetto anestesia che, se non consapevole, può trascinare in un’eterna superficie.

Certo sono autentiche le gioie, alcuni momenti di quiete e un respiro che si fa più leggero nella condivisione ma, al tempo stesso, si amplificano anche le tracce di tante storie che, insieme alla mia, percorrono vie tortuose. E proprio queste riconosco mentre incrocio qualche racconto di vita quotidiana raccogliendo occhi pieni di tante emozioni differenti che, ogni giorno, devono trovare il loro equilibrio possibile per attraversare la vita, accettando sempre di sentirsi un po’ in bilico.

Di normale non c’è nulla e di facile neppure ma, se chiudo gli occhi e ripenso a tanti visi, sento che anche tra le onde  ci si può tenere per mano e che il contagio della vicinanza può arrivare come una brezza tiepida, proprio quando ne abbiamo più bisogno.

Riflessi di figlia

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di Irene Auletta

Ci sono appuntamenti importanti che danno alla giornata un colore tutto speciale. Esco alle prime luci del giorno perché il pullman che vi porta alla vostra casa milanese arriva molto presto e, visto il clima di stagione, vorrei evitare di farvi aspettare.

Appena arrivo riconosco subito mio padre, rigorosamente in piedi a scrutarsi intorno con quella sua aria seria e anche un po’ severa che ogni tanto mi sorprende guardandomi allo specchio. E’ sempre bello ritrovare i miei genitori e anche se ogni volta mi sembrano più anziani, stamane sono grata alla vita per il sorriso che entrambi mi rivolgono appena riconoscono la mia auto e me che li saluto.

Invecchiare, che orrore, diceva mio padre, ma è l’unico modo che ho trovato per non morire giovane. Così Daniel Pennac mi suggerisce un pensiero lieve tra malinconica nostalgia e un senso di nuova serenità nei miei panni di figlia.

I saluti e le rituali domande, le preoccupazioni per il mio viso stanco e mia madre che ringrazia Dio per l’equilibrio della tua salute mi fanno sentire a casa, con un sentimento unico e insostituibile. Come genitore non avrò questa possibilità e ogni volta che immagino il mio invecchiare scappo subito a pensare altro. Per questo ora mi godo ogni momento con un senso di quiete consapevole e quel calore di cura che va oltre ogni età e che non può perdersi neppure un attimo.

E’ bello attraversare tanta vita insieme, ritrovarsi nelle espressioni e nelle rughe, negli occhi amari e in quel sorriso che sembra capace di dare luce a qualsiasi buio della vita. Mi scalda come nient’altro quel bisogno di rassicurarsi a vicenda. Si il viaggio è stato faticoso, ma neppure troppo. Ma no state tranquilli sembro stanca perché in questi giorni ho lavorato tanto, ma va tutto bene. Che poi, anche tu ti stai facendo grande anche se vicino a noi sei ancora una ragazzina! 

Forse la fortuna di vedere invecchiare i propri genitori sta proprio nel darsi il tempo per togliere le ragnatele dei rancori possibili, per condividere i rimpianti con un sorriso, per ritrovarsi nei loro riflessi con una punta di orgoglio e per raccontarsi di quell’amore che abita la profondità del cuore spesso senza la capacità di dirsi.

Stavolta lo posso dire senza alcuna esitazione. Per fortuna è capitato a me.

Che abito sei?

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di Irene Auletta

Mi ha sempre affascinato la bella immagine utilizzata dal sociologo canadese Erving Goffman quando afferma che “la vita sociale si divide in palcoscenico (front region) e in retroscena (back region): quando siamo sul palcoscenico dobbiamo fare una performance, in queste situazioni tendiamo ad osservare certe regole e mostriamo un nostro lato diverso”.

Ecco, intendo proprio questo quando parlo di abiti e di ruoli.

Qualche giorno fa ho avuto un bel confronto con Martina Zardini a proposito del mio ultimo post e qualcosa potete leggerlo nei commenti che si siamo scambiate quel giorno stesso. Ciò che scrivevo rispetto alla percezione di trasparenza del mio ruolo di madre, in quella peculiare circostanza, non avrei mai potuto neppure pensarlo se la medesima scena si fosse svolta sul palcoscenico professionale che attraverso ogni giorno, incontrando operatori socioeducativi e genitori.

Ne parlavo proprio di recente in un seminario di formazione e, dopo molti anni,  alcuni interrogativi ritornano ancora puntualmente. Ma per accogliere maggiormente l’altro che è in difficoltà non dovremmo per un po’ toglierci quell’abito professionale? Possiamo essere veramente empatici e accoglienti con il ruolo che ci divide? Se ho fatto tale scelta professione è perché sono questa persona, come faccio a lasciarla fuori dall’incontro di lavoro?

Gli equivoci che si accavallano e affastellano, in relazione a tali tematiche, sono sempre un’importante occasione formativa e non raramente le teorie di Goffman mi vengono in aiuto, soprattutto in questo momento storico caratterizzato da parecchia confusione rispetto a luoghi e confini, ruoli e relazioni, pubblico e privato. Lo smarrimento del senso del limite che oggi mi pare raggiunga forte bambini e ragazzi durante la loro crescita, passa inevitabilmente attraverso quella parte del mondo adulto che oggi osservo, sempre più spesso, in equilibrio precario nel mare in burrasca delle relazioni e della vita stessa.

In un contesto professionale mi pare più che pertinente accogliere le domande e i bisogni altrui in quel nostro incontro orientato proprio da tali richieste ed esigenze. Se lo stesso però accade anche e non occasionalmente, con colleghi a volte quasi sconosciuti e in merito a loro vicende personali, non posso fare a meno di chiedermi cosa ha prodotto la fragilità e l’indebolimento di importanti confini relazionali per me, per l’altro e per il nostro incontro.

Ma la smetti di parlare solo di africani?! Lo racconta un educatore nel corso del seminario, restituendo che anche i suoi amici non ne possono più di sentirlo parlare sempre e solo del suo lavoro e dei suoi problemi nel centro di accoglienza dove opera da diversi anni. Non è facile, è vero.

Noi che facciamo questo lavoro però abbiamo un’importante occasione in più per riprenderci in mano, nella professione e nella vita, il valore del contenimento, del rispetto dei luoghi e della pertinenza dei significati, della preziosità degli spazi di incontro e di quell’ascolto che può essere anche una musica leggera e non sempre un rock urlato nei timpani. Forse, anche questa può essere una possibilità per non rendere l’altro trasparente.

Potremo così riconoscere e condividere che non sempre la travolgente urgenza di dire ha il valore di comunicare e di incontrare gli altri. Come direbbe Angela, la mia insegnante Feldenkrais, mettiamoci comodi nel corpo e nelle relazioni e, senza fretta, prendiamoci tutto il tempo necessario.

Vuoi dire che vedremmo orizzonti nuovi riscoprendo che l’altro esiste veramente?

Parole in volo

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di Irene Auletta

Accade di scoprirsi coinvolti in conversazioni che fanno sentire fuori luogo e fuori tempo e quando questo mi accade con persone di cui ho stima è ancora più difficile capirne l’origine e la forma del disagio. Così mi ritrovo coinvolta nelle preoccupazioni di una madre che ricorda con forte emozione la sua angoscia e il suo dolore di fronte alla possibilità di avere un figlio con una qualche malattia o disabilità. Ricorda che per fortuna tutte le paure si sono dissipate ma che, anche a distanza di anni ha ancora negli occhi le situazioni tragiche incontrate in occasione di alcuni ricoveri ospedalieri dove ha incrociato bambini con gravi sindromi genetiche. Da paura.

L’altra persona presente allo scambio, da anni vicina alla mamma che racconta, arricchisce il ricordo sia dando voce alla fatica di quei giorni passati che, rivolgendosi direttamente a me, sottolineando che ora il bambino non ha alcun problema e che lei ha fatto di tutto per aiutarla e rassicurarla. Sono passati un po’ di anni da quelle paure ma il ricordo sembra far riemerge ancora le tinte forti e cupe di quei giorni lontani.

Cosa c’è di strano in tutto questo? A parte il fatto che entrambe le persone mi conosco da anni e sanno benissimo di te figlia adorata? Nulla.

Al momento raccolgo solo un po’ di domande acerbe e mute che mi rimangono a girovagare tra lo stomaco e altre zone vicino ma ora ripenso all’accaduto di qualche giorno fa con uno sguardo differente. Le domande rimangono aperte e forse va bene anche così. Quello che però sta prendendo una nuova forma è la peculiare sensazione di essere diventata una madre, non una persona, ma una madre trasparente e mentre lo penso mi accorgo che questa per me non è un’esperienza nuova. Anzi.

Io che di certo non sono una persona che passa inosservata per carattere, atteggiamento, scelte e modi di attraversare la vita, sono sovente una madre trasparente. Ecco. L’ho detto. Sarà per timore, disagio, difficoltà o incapacità di avvicinare una storia come la nostra? Oggi le possibili risposte non mi interessano più perché ho ben chiaro che questo non può, e non vuole, essere un mio problema.

E allora cosa? Un tarlino mi gratta il cuore e prende la forma di quel pensiero sentito tante volte e mai detto. Per fortuna non è successo a me! Per fortuna, per fortuna, per fortuna. Eccole lì, le parole che scottano.

Le prendo tra le mani e le tengo strette accorgendomi che mi bruciano un po’ meno. Apro il finestrino del treno, ti penso, ti mando un bacio a distanza e le butto via.

Ragioni allo specchio

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libro-consapevoledi Irene Auletta

Nel tentativo di rispettare i tuoi tempi e di non scivolare in quello che  facilmente diventa un confronto di forza fisica o relazionale, ti seguo per casa proponendoti ogni tanto di terminare quello che abbiamo iniziato da oltre un’ora.

Io continuo nelle mie faccende e tu mi osservi ogni volta che mi allontano per occuparmi di altro. Spesso mi segui nella stessa stanza e mi accorgo che questo nostro scambio è diventato un gioco. Tu che non vuoi fare quello che ti propongo e me lo dimostri con tutto il tuo corpo e io che faccio finta di rinunciarci rivolgendo altrove il mio interesse.

Ogni tanto ti inseguo per casa ridendo e tu stessa ricambi aumentando in contemporanea quella scomposta camminata veloce che è il massimo della tua corsa possibile. Ridi perché ora è ancora più chiaro il gioco e ad ogni piccolo rumore non manca la pausa, da grande curiosa quale sei, per sbirciare dallo spioncino della porta di ingresso cosa sta accadendo fuori casa.

In questi momenti c’è profumo di serenità e i nostri scambi diventano racconto. Ti guardo sorridente e non posso fare a meno di esprimere con le parole la comprensione delle tue e delle mie ragioni.

Ti capisco figlia perché vivi in una torre isolata dove raramente riesco a raggiungerti. Ti ammiro per quella tua meravigliosa tenacia e per la voglia di non rinunciare, ancora e ancora. Ti guardo e mi guardo, ogni volta, in questa nostra danza claudicante che ad ogni incerto passaggio cerca possibilità nuove per assaporare attimi di armonia.

Guardandoti attraverso altri specchi vieni sovente definita oppositiva e fino a qualche anno fa ci soffrivo ogni volta. Oggi ne raccolgo un valore differente nella possibilità di guardarti nei tuoi variegati riflessi. Io preferisco questi di ricerca, di scoperta e di curiosità. Me lo hai insegnato anche tu e ogni giorni ci proviamo, insieme.

Nel frattempo in casa sembra scoppiata una bomba dal caos che regna sovrano, è quasi ora di pranzo e tu sei sotto la doccia perché me lo hai chiesto con una chiarezza che non ho potuto non accogliere.

Sai che faccio Luna? Ora ci scrivo un post per te, per me e per tutte quelle madri e figli che, ogni giorno, cercano passi nuovi per le loro speciali danze.

Salutarsi così

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di Irene Auletta

Le volte che al mattino dormi cerco di chiamarti il più tardi possibile per farti godere di quel piacere che puoi assaporarti in poche occasioni. Poi però il ritmo deve necessariamente aumentare per arrivare puntuali all’arrivo del pulmino che ti porterà verso la tua giornata.

Stamane ti incalzo chiedendoti collaborazione sottolineando il fatto che in questi giorni siamo da sole e mi devi proprio aiutare. Quasi a trattenere la mia domanda sei particolarmente disponibile in tutte quelle (tante!) routine del mattino rispetto alle quali purtroppo devi subire i miei ritmi e i miei gesti.

Corri, corri Luna che ce la facciamo ad arrivare in orario anche senza babbo!

Ridi e ridi e questa è la mia carica del mattino e quando ti vedo così serena il respiro si allarga, pieno di sentimenti belli. In effetti sono quasi certa che pochi genitori possono godersi attimi di allegria pura così con una figlia della tua età. Luci e ombre, fatiche e possibilità, gioie e dolori. Così è la vita e stamane mi sta comoda.

Finalmente arriviamo in ascensore ancora alle prese con le maledette zip dei nostri piumini che regolarmente si inceppano nella corsa. Ma nulla sembra turbare il nostro buonumore e così, con il sorriso sulle labbra,  ti vedo salire e accomodarti al tuo posto. Questo è il rituale che conosci bene con tuo padre perché quasi sempre è lui che ti accompagna al mattino mentre io provo a rimettere una parvenza di ordine a ciò che il tuo passaggio ha travolto prima di uscire di casa.

Lo imito in quel comportamento di fare il giro del pulmino per salutarti attraverso il finestrino. Sarà che lo faccio poco, sarà che sono io, sarà questa fredda luce d’inverno, ma gli occhi mi pizzicano un poco.

La tua mano si avvicina alla mia e ci diamo un’ultima carezza attraverso il vetro. Ciao amore, passa una buona giornata, ti dico mentre mi sorridi e capisco che nonostante il finestrino chiuso mi senti. Allora non resisto al nostro gioco.

Ma senti, stamane te l’ho detto già quanto ti voglio bene? 

Ridi, rido e ti guardo andare.

Pozzi del cuore

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di Irene Auletta

Già tanti anni fa ho imparato che con tuo padre è impossibile ricevere i regali classici che tutte le donne un po’ si aspettano e, con il passare del tempo, ho apprezzato sempre di più il valore di alcune sorprese molto gradite e originali. Il dono di quest’anno nascondeva un segreto.

Come molte madri, pochi giorni prima della tua nascita, ho iniziato a scriverti pensieri raccolti in un quaderno semplice ma prezioso solo per il tuo nome in vista sulla copertina.  L’ho scritto per circa due anni raccontandoti di te, di me, di noi. Poi, mi è mancato il respiro e il quaderno è volutamente sparito, nascosto in fondo a qualche cassetto.

Mi è capitato spesso di ripensarci durante la nostra storia ma i pizzichi erano sempre troppo forti per permettermi di andare oltre e così il ricordo è finito sempre più giù, nel pozzo della memoria.

Il dono di tuo padre quest’anno si presenta in una scatola, ricca di ricordi e di pezzi di storia. In fondo si scorge un sacchetto e proprio da quello riemerge il nostro quaderno che inizia con una storia datata diciotto ottobre millenocentonovantasette, due giorni prima della tua nascita.

Per qualche mese sono stata una madre come tante altre e rileggermi è ancora una piacevole emozione anche se oggi la nostra storia brilla di una luce tutta sua. In alcuni passaggi non ce l’ho fatta, ma ho fiducia di riuscirci anche per gli apprendimenti resi possibili da questi anni insieme.

Ho imparato ad aspettare e questo è un dono troppo prezioso per disperdersi in gesti frettolosi.

Ho imparato a cercare la bellezza al buio e a rimanerne abbagliata.

Ho imparato che il cuore chiede pazienza e ce ne vuole tanta per non farsi ferire dalle schegge impazzite dei sogni infranti.

Nebbia azzurra

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fabio-fiorese__sogno-allo-specchio_g1di Irene Auletta

E’ accaduto qualche giorno fa. Uno di quei momenti che hanno bisogno di tempo per decantare e prendere una forma raccontabile e condivisibile. Alcuni eccessi vanno protetti con grande attenzione e, fino a quando ne hanno bisogno, è bene che rimangano lì, in quel tepore dove pochissimi possono accedere.

In un tempo storico dove tutto sembra troppo ed esagerato, dove insistiamo a parlare di limiti e confini smarrendoli di continuo, dove corriamo come pazzi elaborando il valore della lentezza, arrivi tu a rimettermi “a posto”.

Non è stato un incontro semplice. Tu non puoi raccontarmi cosa è accaduto e io ho rinunciato a fare quelle domande che servono solo a me, destinate a non avere alcuna risposta. Così ti dico solo che ho capito. E’ successo qualcosa che ti ha messo in difficoltà o ti ha disturbato e tu hai bisogno di chiuderti un po’ al mondo lasciandomi spettatrice ad aspettarti.

Mentre siamo in auto dirette in un luogo che si allontana in quel giro che volutamente si allunga per prendere tempo, ogni tanto ti accarezzo la gamba per dirti in silenzio che sono qui, vicino a te. Non faccio nulla per nasconderti la mia tristezza che anzi ti racconto per il dispiacere di non poter capire. Tu chiusa nel tuo mondo e io qui, in quello che ti attende.

Mi hai insegnato, e continui a farlo ogni giorno, a stare in un silenzio pieno di parole, emozioni e sentimenti. Sto imparando a farlo anche in tua assenza e forse è proprio per questo che sovente le ondate di parole mi procurano nausea.

Proprio in questi momenti penso con forza che chi non attraversa situazioni analoghe non può nemmeno immaginare come ci si sente e ogni volta mi ripesco da quell’abisso tentatore per non ricadere nelle banalizzazioni che per prima detesto. Siamo lontane anni luce da tanti mondi che ci circondano e vicinissime ad altri simili al nostro dal quale a volte si possono osservare a distanza le bizzarrie della cosiddetta normalità. Non smetto più di chiedermi se mi passerà mai perché ormai da anni conosco la risposta.

Il tempo passa in quel nostro girovagare per la città avvolte da quella nebbia che come ovatta leggera mi fa sentire quasi al sicuro. Insieme a qualche squarcio di cielo azzurro si aprono pertugi di luce che permettono ai nostri sguardi di incrociarsi di nuovo, piano piano. Le prime luci natalizie fanno il resto.

Ridiamo poco dopo facendo merenda al bar mentre raccogliamo commenti della barista sul piacere di accogliere clienti di buon umore. Ti sorrido e nel cuore ti ringrazio ancora una volta per il nostro patto segreto. Le ombre meritano rispetto.

Dichiarazioni di indipendenza

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di Anna Maria Manzo

Ci risiamo, tra pochi giorni e’ Natale e io sono in ritardo, non ti ho preso ancora nessun regalo, non so proprio cosa farti trovare sotto l’albero.

Ogni anno è sempre più difficile, sei sempre meno interessata ai cd dei tuoi cantanti preferiti e ai giornali illustrati. Le sole cose che riempivano le tue giornate, erano questi i regali che ti piaceva trovare sotto l’albero, questi i tuoi unici interessi. Che caspita ti posso regalare quest’anno figlia ?

Certo se fossi una ragazza di 23 quasi 24 anni come tutte le altre della tua età me la potrei cavare con un capo di abbigliamento alla moda o con dei biglietti per assistere ad un concerto con gli amici o con mille altre cose. Ma noi siamo lontani anni luce dalla normalità dei tuoi anni. Da un po’ di tempo, anzi, troppo tempo ti interessa solo starmi vicino, sentire le storie che ti piacciono, i nomi delle persone a cui vuoi bene ripetuti all’infinito e poi stare mano nella mano, in strada , a letto, in macchina o davanti la televisione. Non mi molli nemmeno un attimo, neanche con gli occhi.

Ecco figlia il regalo giusto per me e per te, per noi, un po’ di indipendenza l’una dall’altra. Un po’ di tempo per te senza me e per me senza di te. Un dono che farebbe bene ad entrambe. A te per imparare che non solo io sono la tua vita e a me per imparare a respirare senza di te. Un regalo difficile da trovare ma non impossibile, tu aiutami però, io da sola non posso farcela!

Buon Natale Alessia!

Smettiamola di dar retta ai bambini

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di Igor Salomone

“Tu”  gli ho detto guardandolo dall’alto in basso e puntando l’indice sul suo naso “non devi ascoltare sempre i discorsi degli adulti”.

Cavolo che esperienza! mi sono sentito posseduto dallo Spirito degli Educatori Passati. Ne ho assunto persino la postura: volitiva, austera, magistrale. Diamine! possibile che gli adulti non possano parlare tra loro senza che tutti i mocciosi nei dintorni non si sentano in diritto di ficcare il naso interrompendo, domandando, pretendendo?

Dove abbiamo sbagliato?

Perchè da qualche parte abbiamo sicuramente sbagliato.

Il giorno dopo Ognissanti eravamo a pranzo con una coppia di amici, in un ristorantino incastonato tra le montagne nel bel mezzo di un nulla blu. Quattro genitori, due bambini di nove anni e mia figlia, che di anni ne ha diciannove ma necessita di attenzioni anche maggiori degli altri due. Madre, figlia, figlia, figlio, madre, padre, padre. Questa era la distribuzione dei posti attorno al tavolo. Ogni genitore aveva di fronte un figlio, nessun adulto si guardava dritto negli occhi, per parlarci dovevamo  contorcerci.

“Quando ero piccolo noi bambini mangiavamo sempre per conto nostro”, dico al mio amico che annuisce. Abbiamo la stessa età. E anche le stesse passioni pedagogiche. E’ d’accordo  quando sentenzio che non mi sembra sia stato un gran guadagno passare da quella specie di apartheid generazionale, all’attuale promiscuità che confonde i mondi di adulti e bambini, mischiandoli inestricabilmente.

Eppure è questo che mi capita di vedere ovunque.

In una comunità per minori che frequento per lavoro, siedo spesso a pranzo con educatori e ragazzi. Stesso format: adulto-minore-adulto-minore in alternanza e i discorsi, a tavola, sono sempre intrecciati. I ragazzi faticano a parlare tra loro senza che un educatore non intervenga e gli adulti fra loro difficilmente scambiano una parola.
Non esistono più discorsi “da grandi”? Bambini e ragazzi non hanno più nulla da dirsi che riguardi solo loro e nessun altro?

Del resto mi sembra di essere mia nonna. Odio i discorsi che iniziano con “una volta” per dire che l’Età dell’oro è alle spalle, fosse anche solo vent’anni fa, e oggi il mondo è irrimediabilmente corrotto. Non ho alcuna nostalgia del bel mondo antico alla ‘900 di Bertolucci e l’immagine dei bambini che giocano scalzi nell’aia tirando di fionda ai gatti mi mette tristezza, non malinconia per la vita vera di una volta ormai andata perduta.

Però qualcosa di sbagliato c’è comunque.
Bambini che non si fanno mai gli affari propri e adulti che mettono il becco in tutto ciò che fanno i bambini, sono due facce della stessa medaglia. Il frutto iperbolico e illegittimo di una rivoluzione educativa che ci ha insegnato l’attenzione e l’ascolto, ma non ci ha mai detto che per avere la nostra attenzione i bambini hanno diritto a rapinarla con ogni mezzo e che ascoltarli significa dar retta a tutto quello che dicono.
L’attenzione va conquistata, non pretesa, e ottenerla non può essere lo scopo, ma il mezzo per imparare i modi, i momenti e le opportunità. 
L’ascolto educativo è ascolto dei bisogni e tacere, ignorare, persino intimare, magari con l’indice puntato, possono essere gesti attenti al bisogno dei bambini di essere posti di fronte a dei confini. Se sono compiuti con cura e non per sfinimento, quando i confini si sono dissolti, quando la richiesta di attenzione diventa predatoria, quando lo spazio adulto è ormai totalmente colonizzato.
Smettiamola di dar retta ai bambini a ogni costo. Anche perchè il costo che alla fine dobbiamo pagare è l’impossibilità di dar loro ascolto, assordati dal frastuono delle loro pretese.
Smettiamola di dar retta ai bambini e iniziamo ad ascoltarli, anche se per farlo dobbiamo girare la testa dall’altra parte, continuare a parlare tra noi, ricondurli con un dito al loro spazio.
Smettiamola di dar retta ai bambini, oppure diamogliela sul serio drizzando le orecchie a ciò di cui necessitano veramente, anche se questo significa tenerli, quando serve, a debita distanza.

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