Testardi, tenaci o coraggiosi?

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braveIrene Auletta

Da tanti anni, di fronte al racconto di bambini o ragazzi con qualche tipo di disabilità, ritrovo l’aggettivo testardi ricorrere con grande puntualità ed è praticamente immancabile soprattutto laddove il problema riguarda in modo significativo limitazioni gravi nell’area comunicativa e del linguaggio.

Non solo ne parlano i genitori, ma gli stessi educatori, insegnanti, terapeuti spesso attingono a questa definizione per dare senso a qualche comportamento. Nei casi peggiori non mi è neppure mancata la stupida affermazione “bisognerebbe capire se ci è o ci fa!”.

Se devo essere sincera la storia non mi quadrava neppure anni fa ma oggi mi lascia assai perplessa soprattutto perché definendo un aspetto caratteriale o del comportamento si rischia di lasciarne totalmente sullo sfondo l’origine non genetica, ma ambientale e quindi educativa.

Provate a immaginarvi fin dalla nascita in un mondo che vi invade di parole mentre voi ne avete pochissime e a volte nulla, pensate ad un bisogno anche elementare che non riuscite a far comprendere e, se poi ci addentriamo nell’area dei sentimenti o delle emozioni, che dire?

La cosa poi altrettanto bizzarra è che quando non si parla di testardaggine molto spesso compaiono commenti come apatico, poco motivato all’apprendimento, tranquillo, buono. Da quando la testardaggine, l’ostinazione a esserci o la tenacia sono diventati aspetti problematici o negativi nel percorso di crescita?

Di certo la difficoltà è dell’adulto che non riesce a capire, a trovare strategie alternative o, semplicemente, a gestire comportamenti che, come possono, chiedono ascolto, rispetto della persona, possibilità di scelta.

Rivedo in modo nitido la nostra fotografia del presente che, lungi dall’essere collegata alla tua adolescenza, da anni si ripropone con impeccabile puntualità. Vuoi farti valere, esprimere il tuo dissenso, una protesta, un malessere, un desiderio e allora cosa fai? Hai scoperto che il tuo corpo può compensare l’assenza di parole ed eccoti seduta o sdraiata a terra ogni volta che vuoi dirci qualcosa, preferibilmente in mezzo alla strada, in qualche negozio o in un parco.

E noi annaspiamo, ci guardiamo suggerendoci con gli occhi nuove possibilità, usiamo la nostra autorevolezza che ogni tanto assume i toni severi dell’autorità. Le più recenti strategie ci sostengono con l’utilizzo delle nuove opzioni offerte dai moderni smartphone: FaceTime, piccoli video o foto per anticiparti e renderti visibile quello che ti stiamo proponendo o provando a farti capire. Insomma, di tutto e di più e forse, incrociandoci, appariamo un po’ marziani, in una nostra bolla peculiare che nei momenti critici si nutre solo della possibilità di riuscire a resistere, mentre tu non molli nel tuo tenace tentativo di affermare la tua esistenza.

Mi piaci figlia quando sei così anche se mi poni di fronte a difficoltà che mi sembrano a volte insormontabili. Tu prosegui con coraggio per la tua via e io continuerò a fare del mio meglio per provare a capire e per aiutarti a trovare strade alternative e a non soccombere.

 

Pietre nel cuore

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pietre nel cuoredi Irene Auletta

Ci sono giorni che vanno guardati a distanza per permettere al respiro di restituire leggerezza al corpo e alla vita.

A volte ci si trova a fianco di genitori che stanno affrontando prove molto dure che loro stessi faticano a comprendere.

Se a modo tuo ami tuo figlio, chi sono queste persone che si permettono di prendere decisioni al tuo posto, magari decidendo come scelta migliore la distanza tra voi?

Solo se si riesce ad andare oltre le notizie pettegole di operatori sociali che portano via i bambini alle loro famiglie, si può intravedere e afferrare il dilemma etico e umano che, ogni volta, e’ necessario incontrare e attraversare in queste situazioni. In ogni caso, al di la di torti e ragioni, ci sono relazioni d’amore che, loro malgrado, risultano poco sane soprattutto per i più deboli che sovente sono proprio i bambini.

Negli anni mi pare di aver sviluppato una maggiore chiarezza rispetto alla difficoltà o scarsa professionalità di tutti quei colleghi che in modo molto assertivo sembrano avere sempre la risposta giusta di fronte a situazioni che incontrano le svariate fragilità dei genitori. E se qualcuno si intromettesse nella storia della vostra famiglia, esprimendo valutazioni e giudizi suoi vostri figli o sul vostro modo di essere genitori o coppia?

Questa domanda, se non viene bloccata da una stizza impulsiva, può aprire a significati nuovi e importanti, svelando le molteplici sfumature della parola empatia, troppo bella per essere abusata e banalmente semplificata.

Lei non può capire cosa provo in questo momento!

Me lo sono sentita dire tante volte e altrettante ho risposto che forse era vero perchè di fronte a situazione importanti, mi piace mettere prima di tutto il rispetto delle emozioni e dei sentimenti altrui. Mettersi a fare una gara su chi capisce cosa sovente non porta da nessuna parte.

Io so che ogni volta cerco di ascoltare, di dare spazio e valore alle reazioni  possibili perchè questo mi piacerebbe si facesse anche con me, in caso di necessità.

Come madre so bene cosa vuol dire portarsi ogni giorno pietre nel cuore. Anche nel mio lavoro cerco di non dimenticarlo mai e, soprattutto, di non averne paura. Ognuno si porta le sue e a volte, anche solo guardandosi negli occhi, è possibile  riconoscerle e sentirne il peso.

Poi, le strade si separano, ognuna con il suo fardello e io ogni volta imparo qualcosa, su di me e sull’altro che ho appena incontrato. Di sicuro ho imparato che aspettarsi sempre che l’altro capisca sposta l’attenzione da ciò che forse è veramente più importante.

Capire qualcosa di nuovo su di sè.

 

Tra nuvole e sole

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tra nuvole e sole 1di Irene Auletta

“Niente … E’ più forte di me. A volte, come ora, guardo il cielo, il sole, le nuvole che corrono veloci e tutto il subbuglio di emozioni si traduce sempre in quella dannata domanda senza risposta. Perché proprio a me? Non lo capirò mai…”

Il post di stamane di un amico di facebook. Conoscendolo, anche se a distanza, posso immaginare la scena del suo interrogativo ma forse, proprio per questo motivo, mi piace andare oltre e altrove. Chissà in quante differenti situazione lo stesso pensiero  ha pian piano preso forma nella mente di molti oppure è esploso come un dolore sordo incapace di uscire attraverso il suono delle parole?

Eppure qualcosa probabilmente le accomuna. Il senso di ingiustizia, un dolore insopportabile, un senso di sconfitta o di tradimento. La paura di non farcela.

Il bello delle domande però è che nel tempo si possono trasformare e mi piace pensare che sia proprio questo il senso di ogni percorso di crescita, anche quando si fatica a riconoscerlo e nominarlo. Può essere che ne nascano anche di nuove, di domande.

Perchè a te? E’ stata la mia seconda fase, ma anche questa ha fatto il suo tempo ed è passata seguita da altre anch’esse scivolate altrove. Il fatto è che, ad un certo punto le domande devono poter volare e non solo arrovellassi dentro di noi in cerca di un’improbabile via d’uscita. Almeno, questo è successo alle mie.

Le nuove ali hanno assunto il colore della possibilità di imparare qualcosa di nuovo, di condividerlo con altri, di trasformarlo senza illudersi di farlo scomparire. Quando  nella nostra storia accade qualcosa di grande, di forte, è inutile pensare di sfuggirgli.

Dovremmo insegnarlo ai bambini che le cose accadono, indipendentemente dal loro colore, facili o difficili che siano e che il bello è sempre imparare qualcosa di nuovo. Forse ci hanno illuso facendoci credere che la vita fosse solo bellezza e allegria. Che poi, non sarebbe assai noiosa se così accadesse veramente? Non è che proprio l’attraversamento del buio ci permette ogni volta di godere della luce come quando dopo un freddo inverno ci si avvia verso una tiepida e luminosa primavera?

Certo, potremmo credere a disegni divini o al volere malefico di entità assai bizzarre ma forse, amando l’educazione e la vita stessa, diventa necessario cercare anche altrove.

Ogni tanto penso sia normale concentrasi solo sulle nuvole o sul desiderio del sole. Io sono fortunata perchè poi arrivi tu e mi ricordi ogni volta di guardare il cielo.

 

E poi di nuovo il cielo

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e poi di nuovo il cielodi Irene Auletta

Ieri sera ero davvero stanchissima e ho dovuto ricordarmi diverse volte il benessere che provo al termine di ogni lezione Feldenkrais, per spingermi a vincere la fatica di uscire di casa e andarci.

Angela, la nostra insegnante, anticipa il lavoro che ci stiamo accingendo a fare dicendoci che la serata sarà l’avvio di una serie di incontri dedicati al camminare e ai diversi modi di farlo. Ci chiede di fare particolare attenzione alla posizione della testa e i primi movimenti incontrano una tensione nel collo che, nei giorni peggiori, mi provoca quei classici giramenti di testa che conoscono bene quanti soffrono di problemi di cervicale.

Non ho voglia di avere nausea anche stasera, come la volta scorsa e così mi accorgo che resisto un po’ a eseguire i primi movimenti e le indicazioni dell’insegnante. Chissà quante volte nel mio lavoro di formatore ho tematizzato le resistenze al cambiamento e, soprattutto, ad una proposta che chiede in prima battuta di misurarsi con quella che, almeno in apparenza, risulta più come un’ulteriore fatica che una ritrovata leggerezza.

Il mio bisogno di coerenza tra ciò che dico e quanto pratico mi spinge a provare, avvicinandomi alla tensione del collo, piano piano. Sono giorni in cui mi ritrovo spesso a pensare alle fatiche, al modo di viverle e dargli forma.

Proprio qualche giorno fa in un seminario rivolto alle educatrici dei servizi per la prima infanzia ho avuto modo di restituire loro un aspetto che negli anni ha preso una forma per me sempre più chiara. E’ vero che per le educatrici con tanti anni di esperienza alle spalle sono necessari alcuni correttivi per affrontare al meglio il loro lavoro con i bambini molto piccoli, rispetto alle fatiche fisiche e psicologiche che ogni giorni si ritrovano ad affrontare. Però lo è altrettanto l’innegabile carica di energia e vitalità che gli stessi rendono possibile con il loro essere. Ti ricordi di come è invecchiata di colpo quella collega che dopo anni di lavoro al nido ha chiesto di essere trasferita in biblioteca? mi dice un’educatrice che conosco da tempo. E di certo non si riferisce solo all’aspetto fisico.

Racconto di come qualche giorno prima in occasione di un’incontro presso una scuola per l’infanzia, ho incrociato nel corridoio una bambina che canticchiava tra sè e che mi ha rallegrato l’intera giornata.

E così torno a sentire il mio collo, la testa e il suo essere allineata con la colonna. Me ne rammento stamane mentre mi concedo una piccola passeggiata. Che strana sensazione. La posizione della testa è davvero diversa, lo sguardo spazia davanti a me e intorno a quanto mi circonda.

Per oggi basta asfalto, mi regalo solo cielo.

 

Figlie in scena

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figlie in secandi Irene Auletta

Domenica cinema. Finalmente riusciamo a vedere un film che settimana scorsa ti avevamo promesso ma rimandato a causa del tutto esaurito.

Al mio fianco una ragazza probabilmente tua coetanea.

Sedicenne con l’aria tra l’annoiato e l’attesa mastica rumorosamente un chewing-gum controllando di continuo il suo smartphone. All’inizio del film mi ritrovo a fare un paio di respiri profondi per non farmi troppo disturbare dal comportamento della mia vicina e mi aiuta pensare che avresti potuto essere così anche tu, proprio così.

Mi concentro sul film o meglio, su te che guardi il film, rimanendo sempre il mio spettacolo preferito. All’inizio l’atmosfera nuova, i fantastici scenari, la luce dei prati ti emoziona tanto, facendoti scappare quelle tue risate che sembrano stonare in luoghi di silenzio che non decodificano i tuoi commenti. Poi la trama si infittisce, le tinte diventano intense, a tratti drammatiche. Completamente rapita sei incollata allo schermo con lo sguardo serio e attento. Emozionata e completamente in silenzio.

Verso le ultime battute mi accorgo che anche la ragazza al mio fianco si è fatta silenziosa. Ha smesso di masticare, di controllare il telefono e, con sorpresa ed emozione, mi accorgo che si asciuga lacrime di commozione. Cosa non nascondono alcuni comportamenti di forma!

Si riaccendono le luci, movimento in sala e noi al solito aspettiamo che il gruppo numeroso esca anche per evitare di essere travolti, noi che ci muoviamo ad un ritmo tutto nostro.

Mi trattengo ad ascoltare i commenti dei miei vicini. La ragazza davvero commossa, continua ad asciugarsi qualche lacrima mentre la madre la prende in giro, insieme ad un bambino piccolo che passando accanto le fa il verso canticchiando la canzone del film. La madre mi pare diventata l’adolescente, con i suoi commenti fuori luogo.

Vorrei dirle di smetterla di ridere in quel modo e di prendere in giro la figlia. Vorrei dirle che quella commozione e’ una cosa bella, da non perdere e magari, da trattenere in un abbraccio che a quell’eta può essere solo rubato al termine di un film così. Vorrei dirle che sua figlia avrebbe potuto essere la mia. Ma lei non può capire.

Incrocio lo sguardo della ragazza e le faccio un sorriso che spero le parli. Poi, tu occupi di nuovo la mia scena con tutta tua la presenza e il mondo intorno si dissolve lasciandomi un fondo di dispiacere.

Ci sono occasioni perse che neppure si intravedono e io che viaggio ogni giorno con la mia lente di ingrandimento, lo so.

Verità vere

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verità veredi Irene Auletta

Nel mio lavoro incontro adulti, bambini e ragazzi che, per motivi differenti, attraversano momenti di difficoltà che incrociano le loro storie di vita. I bambini sono quasi sempre una piacevole scoperta nelle loro incredibili possibilità di spiegarsi il mondo e di svelare le crepe di tante spiegazioni fornite dagli adulti.

Giacomo ha 9 anni e da oltre tre anni si misura con il racconto della sua mamma diventata un angelo perché chiamata a se’ da un certo signor Dio. Qualche giorno fa, in un momento di rabbia, esprime al padre il suo dissenso. “Sono proprio arrabbiato con questo Dio perché della mamma ne ho di certo più bisogno io di lui”.

Come dargli torto? Ma si sa che la rabbia fa paura perché esprime un dolore forte, che scotta e che mal si accompagna con il bisogno dominante di relazioni tiepide.

Francesca 10 di anni vive con il papà e non vede la mamma da circa tre anni. La sorella grande, in un recente incontro fatto insieme, le racconta che la mamma e’ fatta così perché lei stessa si comporta come una ragazzina e forse proprio non riesce ad assumersi la responsabilità delle sue figlie. Mentre disquisiamo di realtà e desideri, la piccola chiede fogli e matite e accompagna le nostre parole con il suo disegno. Dopo aver piegato il foglio a metà disegna da un lato una regina e dall’altra una donna in lacrime riflessa in una pozza d’acqua. “Guardate bene cosa ho scritto perché è importante!” ci dice, indicando le frasi che danno il titolo alle sue due immagini. La regina e’ ricca perché ci sono le sue figlie e l’altra donna è povera per la loro mancanza.

Federica 10 anni parla con apparente disinvoltura del padre in carcere di cui in pratica non ha alcun ricordo. Ha capito che un certo signor giudice ha deciso che lui ha fatto cose molto brutte e che quindi lei non può incontrarlo finché non sarà grande. Sollecitata a portare delle domande per capire meglio la questione riesce a dire che lei ha una curiosità da oltre un anno e che non l’ha mai detta a nessuno. “Mi piacerebbe sapere che papa’ e’”.

E così, mentre gli adulti parlano, parlano, parlano, i bambini si trovano le loro spiegazioni per incontrare il mondo, quelle per loro possibili da accettare.

I bambini che vogliono la mamma non si fanno incantare da un angelo e anche quando non c’è sanno trasformarla in una regina. Ascoltano attenti i racconti del giudice dei bambini che tiene lontano i loro genitori ma, in segreto, non smettono di chiedersi chi sono e che padri o madri potrebbero essere.

I bambini fanno la loro parte con coraggio e curiosità, imparando nonostante noi. Ci lanciano di continuo la palla fiduciosi che, prima o poi, riusciremo a prenderla insegnandogli ciò che non possono imparare, senza il nostro aiuto.

E poi la notte è diventata giorno

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di Irene Auletta

luci al mattinoStanotte ci siamo incontrate ancora, in uno dei nostri incontri che negli anni siamo riuscite a trasformare nella nostra speciale possibilità. Mentre intorno alle quattro di mattina sperimentavi assai curiosa un’interessante colazione fatta di biscotti che galleggiavano nel bicchiere del the, pensavo ad una recente conversazione avuta proprio a proposito dei problemi legati alla gestione del sonno da parte di genitori con bambini piccoli.

Non vedo l’ora che finisca. So che poi passa, ma mentre la vivo mi sembra di essere in un incubo!

Così mi dice una madre che, al terzo figlio, si ritrova immersa nella gestione di un momento che finora non le era ancora capitato di dover affrontare. Forse, in questo caso, la consapevolezza del cambiamento anziché essere di aiuto finisce con l’essere come un piede schiacciato sull’accelerazione della crescita, mostrando la fatica di sostare nei passaggi, anche gustandone e scoprendone sfumature inattese.

Un figlio che cresce molto lentamente e fa intravedere un orizzonte molto simile al presente, se non trascina in una crisi depressiva e di malinconia perenne, può essere un’interessante occasione per permettere al genitore di crescere insieme, lentamente, trovando nuove possibilità anche in quelle scene che sembrano ripetersi da anni sempre uguali.

Nell’ultima lezione Feldenkrais, l’insegnante ci ha guidato ad eseguire un movimento offrendoci l’immagine di una lentezza che sa aspettare. 

Attendere i tempi dell’altro, quando la crescita assume l’andamento a lumaca in un mondo di sfreccianti Ferrari, non vuol dire rimanere pietrificati nell’immobilismo o colludere con stereotipie patologiche, ma trovare nel valore di ciò che evolve pian piano, nuove possibilità creative.

Spesso, ragionando anche per professione sui temi della genitorialità, mi perdo a pensare a quanto i genitori potrebbero reciprocamente insegnarsi a seconda delle differenti esperienze che stanno attraversando e del peculiare rapporto con il tempo. Figli piccoli o grandi, sani o malati, abili o disabili, naturali o adottati, maschi o femmine e via discorrendo.

Lo slogan della differenza come possibilità è uno di quelli che trovo ad oggi tra i più stucchevoli ma non ho perso la speranza di cercare nuovi significati da esplorare e nuove pratiche da sperimentare ogni giorno.

Adda passà ‘a nuttata è una famosa frase contenuta nella commedia Napoli milionaria! di Edoardo De Filippo, divenuta nel tempo celeberrima. 

Mi piace condividerne la vena ottimista perchè, oltre a prefigurarsi l’alternanza di luce e ombra, invita al movimento e alla fiducia della ricerca, anche se si muove al buio.

E così sono arrivate le sei e mezza … seconda colazione o sonno?

Quella giusta

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eclissidi Irene Auletta

A volte ritornano. Quelle citazioni che sotto forme diverse sembrano tenersi tutte a braccetto anche quando hanno tonalità differenti. Chissà quante volte abbiamo sentito dire che le cose accadono a chi è in grado di sopportarle, che Giobbe è stato un grande esempio per molti di noi, che le persone travolte da grandi dolori si trasformano in qualche modo in adulti o bambini “speciali”.

Mio padre mi osserva ridere e scherzare con mia madre e mia sorella e nei suoi occhi mi sembra di scorgere un punto di domanda legato a quello che sa preoccuparmi molto, proprio in questi giorni. Non poteva che capitare a te, con quella voglia di ridere che hai sempre! mi dice. Poi, quasi stupito dalla sua stessa affermazione aggiunge la storia dell’eclissi che va bene per tutte le stagioni.

Si, mi porto appresso questa storia praticamente da sempre. Sono nata in una mattina di eclissi totale e così come mia madre non finisce mai di raccontarmi il buio improvviso alle nove di mattina in sala parto, mio padre giustifica quelle che per lui sono mie stranezze o doti particolari, citando questo evento.

Chissà. Certo che a proposito di luci e ombre l’eclissi totale si presta a parecchie interpretazioni e spiegazioni possibili.

Giorni fa mentre chiacchiero con una mia cara zia ad un certo punto capisco che non riesce a trattenersi quando mi dice che le dispiace molto di alcune cose che devo affrontare aggiungendo che proprio io, non me le meritavo.

Ed eccole che ritornano. Quelle frasi un po’ senza senso che però, proprio quando sono espresse da persone care a cui vuoi bene, ti permettono di andare oltre per afferrarne altri significati di cui sono portatrici.

Essere dispiaciuti per le difficltà che una persona sta affrontando è una cosa ma parlare di merito o demerito introduce chiavi interpretative che riecheggiano di una  resistente cultura cattoqualchecosa che ancora una volta fa riemergere la categoria dei peccatori, con tutti gli annessi e i connessi di punizioni e perdoni.

Mi colpisce sempre leggere di come molti genitori sono riusciti ad affrontare una bastardissima sindrome genetica manipolando il nome dello scienziato che l’ha scoperta al punto da farne diventare tutti i bambini che ne sono affetti degli angeli. Il pediatra che per primo l’ha riscontrata si chiamava Harry Angelman.

Capisco che alcune spiegazioni fanno ancora la parte della copertina di Linus e se tengono al caldo e rassicurano, vanno benissimo e forse ognuno, quando affronta qualche difficoltà o dolore, deve imparare a trovare quelle giuste per sè.

Se però penso all’educazione e al ruolo dei genitori ho bisogno di esplorare anche altre strade, perchè credo profondamente che si possa sempre insegnare qualcosa ma solo  a partire da quello che sta accadendo nella realtà.

Quindi per te, ragazza mia, niente ali e per me, nessuna croce o medaglia. Attraversiamo insieme luci e ombre tenendoci strette e chissà che l’effetto eclissi non ci dia una mano.

Cesti e cestini

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cesti e cestinidi Irene Auletta

Pensate mai a quelle frasi ricorrenti che vi piacerebbe non sentire più o gettare  in un virtuale cestino dei luoghi comuni? Ce ne sono una serie che mi sembrano assai frequenti anche attraversando differenti contesti.

Attirano in particolare la mia attenzione quelle che restituiscono una grande confusione di confini e significati tra la vita personale e quella professionale.

La priorità è la mia famiglia! è tra le più gettonate e resiste stoica a tutte le mode. Poi ci sono quelle di contorno che parlano con esasperazione di grandi fatiche, persone sempre più stressate, rabbie e frustrazioni per scarsi riconoscimenti professionali o economici e via discorrendo in un personale elenco che ciascuno può arricchire a partire dalla propria realtà.

L’atteggiamento trasversalmente comune, in queste circostanze, mostra un andamento che oscilla tra il depressivo e l’aggressivo con tendenze al lamento costante e alla rivendicazione a oltranza, per qualsiasi cosa. Ho la sensazione che proprio i professionisti impegnati nelle relazioni educative e di aiuto siano tra i più colpiti da questi sintomi e da una forma di incontinenza comunicativa che osservo tra il preoccupato e il curioso, anche alla ricerca di opportune e necessarie contromisure.

Poi, per fortuna, arrivano le sorprese.

Sono in pensione da diversi anni ma ora mi sento veramente stanca e annoiata. Ho insegnato per tanti anni e non sentivo mai la fatica. Il lavoro era la mia energia e l’incontro con i ragazzi era per me un continuo stimolo.

Scambio in ascensore con una signora che abita nel mio palazzo e che incrocio spesso costruendo piccole storie a puntate relative alle nostre scelte professionali. Pensando  al suo ultimo commento riconosco che la differenza la fa proprio la passione ed è quella che si sente nelle relazioni che trasmettono buona energia e quella voglia di interrogare anche le difficoltà e le fatiche, alla ricerca di nuove possibilità.

Ma come si fa ad insegnare la passione? mi chiede una giovane insegnante mentre parliamo proprio di tale questione.

Si possono insegnare la curiosità, la fiducia, il rispetto, l’ottimismo, la speranza, l’allegria, l’amore per il sapere? Possiamo immaginare la fatica come portatrice di nuove risorse e il dolore come occasione per dare anche senso alle nostre esistenze?

Quando le mie risposte saranno negative di certo non sarò più qui a scriverne. Per ora, mi sa che impacchetto un po’ di queste domande e ne faccio cesti natalizi!

Sorprese di Natale

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sorprese di Nataledi Irene Auletta

Non sono un’amante delle feste scolastiche e in genere questo è il momento che finora mi ha sorpreso più a disagio sia come genitore che come operatore. In verità mi è capito spesso di confrontarmi anche con molti altri genitori perplessi e può essere che il bisogno di certi rituali di festeggiamento abbia talmente preso la mano da far un po’ smarrire i reali destinatari e il senso della proposta stessa. Parlo di ciò che accade dall’asilo nido in poi e di certo, in una struttura che accoglie bambini e ragazzini disabili, la questione si pone allo stesso modo e forse con qualche accento interrogativo in più.

Con questo spirito e stato d’animo ho accolto la comunicazione del festeggiamento odierno a cui per fortuna i genitori non erano invitati e così arrivo a prenderti al Centro che frequenti da pochi mesi e che ancora mi interroga sul senso della tua presenza lì.

Mi accoglie un’atmosfera giocosa, rumorosa, frizzante e caotica. I ragazzi eccitati ciondolano nella stanza, accennando balli e strani minuetti accompagnati da quel chiacchiericcio e da quelle risate da adolescenti che in più occasioni mi hanno fatto chiedere se quello è il posto giusto per te. Tu mi sembri sempre un altro pianeta tra diversi pianeti ma questo pomeriggio ti trovo perfettamente a tuo agio nella scena che mi si presenta appena apro la porta.

Mi vedi e mi saluti subito ma è chiaro che non intendi lasciare quella situazione di festa e che neppure desideri coinvolgermi in modo particolare nei preparativi in atto. Come dire, rimani pure qui ma stai al tuo posto!

Mi faccio da parte e ti osservo mentre non perdi neppure un frammento di ciò che ti accade intorno e cerco un continuo equilibrio tra emozioni assai differenti che viaggiano tra la gola e lo stomaco. Vieni coinvolta in una danza e mentre ti sorrido provando a nascondere alcuni pensieri, mi accorgo che il tuo sguardo inizia a rassicurarmi.

Mentre io ho paura che inciampi, che gli altri non riescano a seguire il tuo ritmo, che per te sia troppo, mi guardi felice e perfettamente a tuo agio in quella scena per me nuova e quando incroci i miei occhi il tuo divertimento per me diviene inconfondibile tanto da farmi dimenticare tutti i timori.

Quando dopo un po’ per te è il momento di andare, me lo chiedi senza alcuna esitazione e solo quando siamo vicine alla nostra auto mi abbracci in un modo parecchio diverso dal solito. Cosa vuoi dirmi tesoro? Che sei contenta, che ti sei divertita, che posso stare tranquilla? Oggi pomeriggio mi hai dato una bella lezione. Stavolta, io sono decisamente indietro.

Abbi pazienza figlia mia, la mamma è davvero lenta!

 

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