Noia

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noia (1)“Francamente non riesco a coglierne il lato positivo” . Due padri, bar, colazione assieme per l’ultimo dell’anno. Evidentemente col tempo il cenone si anticipa… Stavamo parlando della noia che entrambi avevamo vissuto, e alla grande, durante l’adolescenza. “Me la ricordo benissimo”, dice il padre-amico, “ma non capisco perchè dovrei ricordarmela come una cosa buona…”

L’esperienza della noia è solo una tra le tante che sembrano scomparse dall’orizzonte esistenziale dei ragazzi. Ne avevamo fatto un lungo elenco: i giochi di cortile, le prime avventure fuori dai cancelli, gli spostamenti autonomi per la città, i luoghi di ritrovo “solo per ragazzi”, il muretto, la piazza. Il mio amico si ritrovava su tutto, compreso la preoccupazione per questa estinzione di massa delle esperienze che per noi erano state formative.

Ma la noia…

Ricordo benissimo il giorno in cui ho iniziato ad annoiarmi. Va bene, magari non proprio il giorno esatto, ma il periodo mi è chiarissimo. E sopratutto l’atmosfera. Sino al giorno precedente passavo i miei pomeriggi tra biglie, nascondino, palla-prigioniera, un-due-tre stella!, Napoleone, verbi e difetti. Il giorno dopo ero appollaiato sul passamano degli scalini d’accesso alla mia scala, in quel cortile del complesso di abitazioni popolari, con i miei compagni, chiedendoci a turno: “che facciamo?”.

Ecco, potrei definire la noia come lo spazio tra quella domanda e l’assenza di una risposta. O, in alternativa, come lo spazio tra quella domanda e l’arrivo di una delle due o tre risposte che eravamo riusciti a costruirci. Trovare una risposta e mettersi finalmente a fare qualcosa, naturalmente, non significava l’aver trovato ciò che veramente volevamo fare, ma ciò che ci decidevamo a fare per spostare un po’ più in là l’inesorabile riproporsi successivo di quella domanda.

Siamo andati avanti così per anni. Eppure…

Eppure è stato proprio in quei lunghi e interminabili anni che ho scoperto pian piano cosa volevo. O, per lo meno, che ho iniziato a intuirlo.

La mia adolescenza è iniziata il giorno esatto in cui ho deciso che dovevo uscire dall’infanzia. Certo, nessuno lo decide in questo modo, ma se da un giorno all’altro smetti i giochi che hai fatto sino a quel momento perchè senti che non vanno più bene, che persino te ne vergogni un po’, è esattamente quello che ti sta succedendo.

Uscire, però, non significa necessariamente entrare. Ho lasciato alle spalle un intero mondo, ma non avevo la più pallida idea di quale fosse il mondo nel quale sarei dovuto approdare. Mi sono avventurato in alto mare, senza intravedere le coste della terra promessa. E’ questa condizione che mi ha permesso di cercare e di cercarmi. Il prezzo sono stati una noia infinita e un senso di smarrimento permanente.

Poveri, dunque, quei ragazzi e quelle ragazze cui noia e smarrimento non siano concessi. Poveri, perchè la loro esperienza ne risulterà depauperata. Perchè non sapranno forse mai lasciar qualcosa senza aver già in mano ciò che verrà dopo. Perchè non potranno fare esperienza del vuoto, senza la quale è difficile apprezzare la qualità del pieno. Perchè vivranno una vita sotto tutela, che non saprà dar valore al distacco, alla perdita, all’incerto, al non ancora.

Questo, alla fine, mi ha insegnato la noia: se non si rischia mai di perdersi, è difficile imparare a ritrovarsi.

La ricerca della gentilezza

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la ricerca della gentilezzadi Irene Auletta

Stamane mi colpisce la lettura di un articolo online che parla di bambini e gentilezza. Ricercatori americani (e chi se non loro?) che indagano il fenomeno tra i bambini per restituirne la positiva scoperta. Anche i bambini, oltre agli adulti, apprezzano e danno valore alla gentilezza nelle relazioni tra pari. Rimango un po’ basita e mi frullano in testa alcune domande. In che senso era necessaria una ricerca per giungere a tale conclusione? Come mai questa notizia mi colpisce più di altre?

Sempre stamane ripensavo ad un lungo lavoro di formazione fatto insieme ad operatrici di servizi per l’infanzia di un comune dell’hinterland milanese. Pensavo al successo di alcune importanti trasformazioni, all’intenso lavoro educativo rivolto sia ai bambini che alle loro famiglie e alla piega involutiva che hanno preso questi servizi negli ultimi anni, rischiando di perdere tanti risultati raggiunti. Le motivazioni sono certamente molteplici ma il dispiacere rimane una domanda aperta.

E’ proprio vero che così è la storia, con questioni che si ripetono riproponendo le medesime scene e gli stessi quesiti?

Fatico ad accettare l’idea che molti servizi educativi e le scuole stesse, si stanno impoverendo per problemi legati alle carenze di risorse economiche e in queste motivazioni trovo, insieme alla verità, un senso di rinuncia e di sfiducia che mal si accompagnano alle sfide dell’educazione.

Stanotte ho passato la notte a urlare. Era un sogno nel quale cercavo di richiamare coordinatori ed educatori di alcuni servizi educativi a riprendersi in mano la loro responsabilità, esibendo le loro competenze. Direi che non è necessaria alcuna interpretazione psicologica!

Lo sconforto tende a far curvare le spalle e a orientare lo sguardo verso il basso, fino a non vedere che la punta dei propri piedi. Abbiamo bisogno di allargare il respiro, allineare la colonna vertebrale e guardare avanti con un senso di rinnovata curiosità.

Di questa ricerca abbiamo tanto tutti bisogno e non solo per riscoprire il valore della gentilezza, ma per credere nelle possibilità del futuro e per continuare a fare educazione, senza vergognarsene.

Misure di vita

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misure di vitadi Irene Auletta

Mi ritrovo spesso a riflettere intorno al rapporto con le fatiche e alle diverse percezioni individuali di cui ciascuno di noi è portatore. Ci sono persone che si lamentano quasi per nulla e altre che sopportano pesi incredibili mantenendo la capacità di non smarrire il sorriso. E’ vero anche però che, nelle storie, si incontrano strani intrecci e che non esistono linee di demarcazione così nette nelle varie modalità di reazione e a volte, le differenti possibilità, convivono nella medesima persona a seconda dei momenti, della peculiare fatica e dello specifico stato d’animo.

Per anni ho nutrito un significativo fastidio nei confronti di coloro che definivo lamentosi rischiando di rimanere io stessa intrappolata nella rete del mio pregiudizio, senza cogliere il valore di ciò che realmente mi suscitava una reazione negativa. In realtà oggi sono arrivata a comprendere che, al di là delle particolari caratteristiche di ciascuno, quello che mi fa pensare e mi dispiace è il rischio di mettere tutto sullo stesso piano, di non riuscire più a discernere i livelli delle preoccupazioni, di trasformare tutto in un dramma e il dramma stesso in una sorta di farsa.

Mi piace nominare quanto accade e provare ad aiutare anche gli altri a farlo, immaginando di attribuire agli eventi un loro posto ipotetico, attraverso parametri che non siano rigidi ma di senso. Chiedersi qual’è il reale peso di quello che stiamo affrontando dandosi il tempo e lo spazio anche per valutare gli scarti tra il percepito e il reale è un’importante occasione di crescita, di maggiore conoscenza e consapevolezza. Farlo per sè e poterlo insegnare ad altri, un’occasione imperdibile.

Ogni volta che mia figlia ha un malore o una semplice influenza di stagione, come sta accadendo proprio in questi giorni, mi misuro con l’ansia e la preoccupazione legata alla nostra storia e alla sua delicata condizione di salute. So bene che a volte le mie reazioni emotive sono eccessive ma so anche che testa e cuore, in alcune occasioni, sembrano proprio non capirsi e allora ci vuole tanta, ma tanta, pazienza.

La ricerca della misura inizia sia da piccoli e forse nella vita è un crescendo di nuovi equilibri possibili. Non smettere di farlo è quasi un’impresa, che però credo valga la pena per non smarrire la via dei significati legati alla nostra esistenza.

Stamane, in preda alla febbre alta, rimanevi immobile, dolorante e quasi timorosa di rompere uno stato di quiete faticosamente raggiunto. Quando ti ho convinta a muoverti per le necessarie pratiche di cura ti ho visto trasformata, in giro per casa a curiosare, come di tua abitudine. Hai trovato un modo tutto tuo per sopportare e affrontare le fatiche e la vita, in questo, ti ha resa maestra.

Penso ai lamentosi, alle occasioni perse di imparare dalla fatica, alle nostre ultime notti insonni che hanno fatto assumere a questi giorni di pausa tinte quasi un po’ oniriche. Penso alla tua grinta, al tuo modo di reagire, al valore che dai alle cose pur senza saperle nominare.

Ora ho ben in mente cosa augurare e augurarmi per il nuovo anno.

Maccarone ….

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maccarone….di Irene Auletta

Facendo zapping in tv, soprattutto durante la mattinata, si viene sommersi da una valanga di non senso che entra nelle nostre case e immagino invada soprattutto coloro che sono meno capaci di attrezzarsi con idonei scudi protettivi contro la mediocrità e la stupidità dominanti.

Mi colpisce sempre la quantità di programmi culinari che riempiono i vari canali promettendo ricette strabilianti finalizzate a trasformare ciascuno di noi in un cuoco doc. Poi, giusto per non farsi mancare nulla, il giorno dopo le grandi abbuffate festive, ecco una serie di programmi che prontamente elargiscono consigli su come smaltire peso e calorie in eccesso. Insomma, cose da pazzi.

Ma come? Dov’è finito il gusto per la buona cucina, il piacere di assaporare cibi e buona compagnia? L’impressione veicolata dai media è veramente pessima e restituisce un’immagine quasi schizofrenica che da una parte invita a cucinare pranzetti prelibati e dall’altra, con ancora l’ultimo boccone in bocca, inizia a prescrivere rimedi per evitare che rimangano tracce del trasgressivo piacere.

Programmi che sono proprio figli di questa nostra epoca confusa e instabile.

Senza nulla togliere a quanto esiste, anche nel rispetto delle persone che gradiscono, mi piacerebbe immaginare una maggiore integrazione con proposte che promettano abbuffate di significati. Ci pensate a qualcosa che rinforzi le fila di quanto proposto da Roberto Benigni nella sua recente lettura della Costituzione Italiana? Quanto ne avremmo bisogno. Vuoi dire che poi dovremmo anche pensare a palestre per snellire i pensieri?

Mia figlia mi reclama. Dopo la saga di Guerre Stellari ora si sta appassionando a quella del mitico Indiana Jones.

Arrivo tesoro, mi hai salvato da una serie di elucubrazioni pericolose.

Tra topi e serpenti ci facciamo grasse risate!

Pensieri festivi

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immagini di cuoredi Irene Auletta

Nei momenti di pausa diminuisce la frenesia delle cose da fare e i pensieri prendono spazio e respiro. Mi guardo intorno e osservo gli addobbi natalizi che scaldano la mia casa.

Sono passati i giorni in cui aspettavo che fossi tu a spegnere le candeline sulla tua torta, ad aiutarmi ad addobbare l’albero e ad apprezzare i doni piuttosto che le carte luminose e cangianti che li contengono. Tu, figlia mia, mi hai costretto a trovare un nuovo senso alla meraviglia infantile, alla magia e all’incanto delle feste.

Ti osservo abbracciata a tuo padre, mentre guardate quei film che piacciono solo a voi, serena e tutta presa a non perderti un attimo di quel momento tutto vostro. Gli stringi le mani portandotele al viso come in una carezza perenne che puoi goderti in questi giorni di tempi lenti, quelli che tu ami di più.

Cosa vorrà dire per te il Natale? Ho smesso di chiedermelo da tempo, insieme ad una serie di  altre domande che da anni sono contenute in un pacchetto natalizio che fa meno paura. Si, perchè tu mi hai insegnato ad apprezzare il valore della festa, come momento per stare vicino alle persone più care e la magia dell’ozio in tutta la sua preziosità dello stare insieme. Che sia questa la meraviglia?

Tu nel frattempo diventi grande e impari ogni giorno qualcosa di nuovo.

Non spegni le candeline sulla torta, giochi con gli addobbi natalizi apprezzandone suoni e colori, ridi dei miei finti rimproveri quando rubi qualche campanellina sonora e dei doni contenuti nei pacchetti non te ne importa nulla, quasi sempre.

Impari quello che puoi e non quello che io vorrei e questo è il dono più grande che negli anni mi hai aiutato ad apprezzare, perchè sempre di imparare si tratta e questo è ciò che conta.

Vieni amore, inventiamoci un gioco. Sai cosa vuol dire giorni di festa?

Ci abbracciamo forte, forte. Ecco la risposta.

Bellezza e amore

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luci verdi bisdi Irene Auletta

Le donne e le madri sanno bene di cosa parlo quando immaginano di tenere tra le braccia un bambino piccolo e di ricevere lusinghe e complimenti dagli sguardi e dalle parole di chi incontrano. Le madri che hanno esperienze con figli disabili lo sanno per differenza perchè magari alcune emozioni non le hanno mai potute sperimentare oppure non sono riuscite a godersele appieno, amareggiate dai sospetti o dalle certezze già intrecciate alla vita futura dei loro figli. Il binomio disabilità e bellezza mostra spesso un suo lato acidulo, difficile da afferrare, a volte stucchevole o forzato, sempre complicato e doloroso.

Nelle parole degli operatori socioeducativi ho spesso sentito il giudizio severo verso genitori noncuranti che, in tal modo, sottolineavano le scarse possibilità estetiche che madre natura aveva offerto al bambino o ragazzino in questione. E’ vero. Prendersi cura è un atto di amore, prima che di responsabilità e i tempi per farlo sono diversi a seconda delle esperienze, delle storie individuali e delle possibilità che ciascun genitore riesce a mettere in campo. Certo poi, la disabilità di un figlio, non facilita le cose e allora può essere che per taluni sia difficile prendersi cura di un figlio che si fatica a riconoscere.

La cultura in cui siamo tutti immersi, con i relativi canoni estetici, è solo la ciliegina finale.

Eppure, forse proprio attraverso questa esperienza, io sento di riconquistare ogni giorno un’idea di cura e di bellezza, capace di dar valore a quell’originale lì, con quella forma del corpo e quel riflesso variegato dell’anima.

Sono una grande sostenitrice dell’idea di riprendere in mano la bellezza come tema dell’educazione, insieme al gusto del bello, del suo sapore e della sua possibilità di ascoltarla. Mi piace offrire a mia figlia occasioni che le permettano di imparare qualcosa di nuovo proprio in tale direzione. Una bella scena della natura, colori nuovi e luci magiche, sapori con profumi originali, suoni e canti dolci e armoniosi, esperienza positive di contatto corporeo e, via di questo passo.

Credo che sia molto facile farsi schiacciare dal peso delle fatiche, delle delusioni e dei dolori fino a smarrire totalmente l’idea di bellezza di cui ciascuno di noi è portatore ma, come genitori, questa sarebbe una perdita pesante e per questo, su questa via, ho sempre fiducia nella possibilità di proseguire nella scoperta, nella ricerca e anche nell’insegnamento.

Mi piacerebbe che anche molti operatori tenessero sempre aperta una riflessione in tal senso, che i luoghi di accoglienza parlassero delle loro attenzioni agli aspetti di cura, che l’estetica fosse considerata sempre di più in relazione all’anima che al corpo e che, tra le finalità dei servizi educativi, ci fosse anche quella di sostenere e aiutare quei genitori che ancora non ce la fanno perchè il dolore rende tutto brutto.

Purtroppo la disabilità è ancora circondata da tante brutture e chi di noi se ne accorge, come genitore o come operatore, può fare qualcosa senza comportarsi da struzzo.

Ci sono giorni in cui faccio più fatica ad alzare la testa, la tristezza mi fa chinare il capo fino a quando una mano viene a cercarmi per attirare a sè l’attenzione e farmi uscire dall’ombra. Bellezza e felicità, sono la nostra sfida da quindici anni.

Andiamo amore, oggi vengono a pranzo i nonni. Che ne dici di farci trovare proprio carine?

Chiudete gli occhi

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Chiudete gli occhi bambini. Mettetevi in fila indiana, le mani sulle spalle del vostro compagno davanti e seguitemi. State tranquilli. Non vi succederà nulla. Chiudete gli occhi e camminate.

Si sono spari quelli che sentite. Ma sono da un’altra parte. E noi ora ci allontaniamo. Non piangete. Non urlate. Chiudete gli occhi e seguite il vostro compagno davanti. Vi porto via.

Cosa é successo a Mary, Jhon, Pablito, Chen e a tutti gli amici della classe di fronte? Quella da dov’è venuto tutto quel baccano? Nn preoccupatevi per loro ora, staranno senz’altro bene. Chiudete gli occhi e continuate a camminare.

Potevate esserer voi, bambini, in quella scuola, in quella classe, quella mattina? Ma no, dai, non c’eravate. Sono tante le cose che possono succedere, ma non a voi. Chiudete gli occhi e state tranquilli.

Ah, certo, gli orchi esistono. Sono sempre esistiti. Ogni tanto escono dall’inferno e colpiscono. Ma tu non ti preoccupare, sono qui per proteggenti. Guarda quante armi ho comprato per combattere gli orchi. Sei al sicuro. Chiudi gli occhi.

Siamo tutti qui per proteggervi, bambini. Per educarvi alla pace, alla giustizia, alla serenità. Nessuna paura. Ci pensiamo noi. Imparerete tutto. Prima o poi. Ora, peró, chiudete gli occhi.

Anime in pena

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anime in penadi Irene Auletta

Nel mio lavoro raccolgo storie.

Storie di amori, di passioni, di dolori, di gioie e di tradimenti.

Le vicende di tradimento sono tra le più delicate da trattare e a volte, nell’ascoltarle, si crea uno spazio empatico così potente che mi pare di essere lì, tra le pieghe di quelle emozioni e di quel senso di smarrimento.

Certo che spesso sono coinvolti gli uomini o le donne, compagni di vita, ma altrettanto di frequente il senso di tradimento si estende ai propri genitori, ai figli, alla vita stessa.

Qualche tempo fa un padre, guardando negli occhi sua figlia sedicenne, gli ha detto con rabbia e amarezza: tu, sei la mia più grande delusione. Non è anche questo una sorta di tradimento?

Nei dibattiti al femminile, e forse anche in quelli al maschile, trovo che su questo tema ci sia ancora molta strada da fare, perchè le questioni dell’amore e della passione sono ancora molto spesso legate a quelle del possesso dell’altro e della radicata idea di proprietà. Ogni tanto mi sembra di essere ancora immersa nel clima di alcune commedie italiane, dove Monica Vitti e Alberto Sordi ci hanno fatto ridere, piangere e sognare.

Forse oggi, dopo aver incontrato i miei personali tradimenti, mi piace spostare il piano dalle persone ai sentimenti, perchè sono proprio loro quelli che vengono traditi.

Per andare oltre credo sia importante imparare andare a fondo di quel dolore per scoprire cosa ci racconta di noi, delle nostre storie e del nostro modo di stare nelle relazioni. Solo così possiamo andare oltre l’idea che il tradimento sia associato solo alle mitiche corna del compagno o della compagna, volgendo lo sguardo a quella, ben più complessa, che molte volte ognuno di noi agisce verso se stesso. Si, il tradimento peggiore, credo sia proprio questo, ma è anche il più difficile da riconoscere, da trattare, da scaldare tra le mani.

Sarebbe bello insegnarlo ai nostri figli o ai ragazzi che incontriamo nel nostro lavoro. Magari lo stesso si può fare anche con alcuni adulti, senza negarne le fatiche e le sofferenze ma rilanciando la possibilità di imparare qualcosa su di sè e sulla propria visione del mondo.

Penso a quel padre e a quando l’ho incontrato da solo, invitandolo a parlarmi della delusione che aveva quasi urlato in faccia alla figlia. Incontro caldo, quasi sospeso nel mondo. Uscendo dalla porta ho visto le sue spalle curve, schiacciate dalla delusione verso se stesso. La prossima volta che lo incontro spero di riuscire a fargli intravedere ciò che da questa esperienza può imparare sul suo essere padre e sulle nuove possibilità per incontrare la figlia.

A volte, imparare, costa caro.

Storie impegnative

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equilibristidi Irene Auletta

E’ qualche giorno che l’argomento mi frulla in testa e, pian piano, si sono uniti i tasselli che mi hanno portato davanti alla tastiera del mio MacBook. Monica, lei sa chi, mi ha dato un’ulteriore spintarella offrendomi uno spunto che mi ha subito suggerito il titolo.

Si, perchè credo che ci siano vite più impegnative di altre o, per meglio dire, momenti della vita più complicati da vivere e da gestire. Non mi è mai piaciuto fare la classifica dei dolori e delle fatiche e, al contrario, rifuggo abbastanza l’idea che qualcuno, rivolgendosi magari a me, possa anche lontanamente pensare: è lo dico proprio a te? 

Però non mi piace neppure quando tutte le differenze si azzerano, quando ogni dolore diventa una cosa buona e quasi una fortuna, quando tutto finisce nello stesso calderone, fino a mettere insieme e sullo stesso piano, la preoccupazione per un figlio gravemente malato e quella per gli insuccessi scolastici della prole.

Ogni riferimento a persone e fatti non è assolutamente puramente casuale.

Poi c’è un’altra cosa che proprio non mi va giù ed il fatto che nel linguaggio dominante la parola preoccupazione sembra essere stata sostituita totalmente dalla parola ansia e dalla sua banalizzazione che, in un’accezione ignorante, tende a ridurre una grande complessità ad una leggerezza emotiva e/o caratteriale. Quante volte sentiamo definire un genitore ansioso o noi stessi ci presentiamo così?

Io, che sono un po’ fissata con le definizioni e trovo sempre affascinanti i significati, vorrei rivendicare la possibilità di poter dire e sentir dire, che alcune situazioni preoccupano e che, in alcune storie particolari, l’unica cosa da fare per sopravvivere è trovare un modo per stringere amicizia con la preoccupazione fino a farla diventare una compagna di viaggio più che una nemica da combattere ogni giorno.

Rivendico il diritto di essere una madre preoccupata sempre, a volte un po’ meno e a volte tanto da trattenere il fiato. Mi piace pensare di far parte di un gruppo di madri, padri, fratelli e sorelle che non si possono liquidare e rinchiudere nella scatola delle persone ansiose.

Le storie impegnative sono così e a volte si abituano a convivere con l’ansia ma, con la preoccupazione, mai. Sicuramente la cosa mi riguarda tanto come madre perchè il mio compito è occuparmi di mia figlia e, per la sua particolare storia, io sono chiamata ad occuparmi prima di tante cose, a pre-occuparmi e, inevitabilmente, come suggerisce l’etimo della parola, ad essere spesso in pena per lei.

Non escludo, naturalmente, l’idea che si possa anche parlare di ansia ma, per quello che mi riguarda, ad eccezione che si recuperi il suo significato originario e ci si riferisca ad un “eccesso di agitazione dell’anima motivata da incertezza”.

A ognuno di noi, il compito di stare in equilibrio tra le parole, i loro significati e le emozioni delle nostre storie.

Andare sino in fondo

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andare sino in fondodi Nadia Ferrari

Ieri mio figlio al ritorno da scuola, prima liceo scientifico,  mi riferisce che dopo un’interrogazione andata bene e accade spesso, la Prof dice: nonostante risulti antipatico sei stato bravo.

Nel confessarmelo i suoi occhi a volte ancora cuccioli celavano un velo di tristezza  e mi chiede: mamma perché risulto antipatico? 

Ci ho messo un po’ a confezionare una risposta che non prevedesse solo delle offese verso la Professoressa, l’istinto mi indicava di prendere il telefono per rivolgermi seduta stante al Preside e vomitare la miscela di rabbia e offesa che mi appesantivano lo stomaco … così mi sarei liberata dell’ingombro.

Invece e con grande fatica mi è venuto d’insegnare a mio figlio che gli ingombri spesso nella vita bisogna saperli sopportare e che  possono  essere meno  fastidiosi a volte e addirittura divenire delle possibilità se si riesce a farsene qualcosa.

Allora discutiamone.

Abbiamo insieme attraversato narrandole tutte le ipotesi per cui un ragazzo di 14 anni, con tutti i pregi e i limiti della “bell’età” può risultare antipatico agli occhi di un adulta Professoressa. Abbiamo fatto memoria delle esperienze scolastiche passate, lui stesso ricordava che in alcuni casi i docenti si erano lamentati per la sua insistenza nel fare domande che interpretavano come disturbo, a volte per la sua supponenza, sempre però con l’intenzione di correggere non di offendere. Lui stesso ad un certo punto si è accorto che sarebbe stato improbabile trovare un nesso tra la comunicazione della Prof e un qualunque miserrimo scopo educativo.

Ascoltavo mio figlio e m’impressionava la sua leggerezza e  volontà di comprendere meglio se stesso agli occhi degli altri,  il mio cuore ha avuto un sobbalzo quando ha deciso ch’era necessario approfondire e chiarire con la Prof proprio per comprendere meglio. E che l’avrebbe fatto lui.

Cara Professoressa sono curiosa di conoscere lo scopo di una tale affermazione, perché davvero fatico a comprendere dove voleva arrivare? Guardi so anch’io che esistono sentimenti d’antipatia a scuola come dappertutto del resto siamo umani ma, da docente a mia volta, ho sempre elaborato tale sentimento come un problema mio nel dispiacere che in qualche modo potesse interferire nella relazione e influire sull’autostima dell’allievo. E Le dico che l’impresa di rilettura mi è sempre riuscita con successo.

Il problema più grande comunque non è che lei abbia dato dell’antipatico a un suo allievo ma che non abbia avuto il coraggio di andare sino in fondo e motivargli il perché? Cosa, che avrebbe reso un minimo sensato l’intervento, evitando di lasciarlo brancolare nella mortificazione.

Mio figlio con coraggio La costringerà a responsabilizzarsi di fronte alla sua affermazione e solo per questo Lei ha già perso.

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