Evviva i compiti

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evviva i compitidi Irene Auletta

Da quando ci siamo trasformati in individui lamentosi che vivono in attesa del fine settimana o di tutte le pause festive più o meno lunghe che scandiscono il passare dei giorni durante l’anno?

E’ di oggi lo scambio telefonico con un collega che di fronte alla mia risposta a suo dire stranamente allegra mi chiede “non mi dici anche tu che stavi meglio fino a qualche giorno fa?”. Gli dico che sto bene anche nel rientro al lavoro che a dir la verità mi piace altrettanto quanto la pausa e dall’altro capo del telefono mi raggiunge il suo commento accompagnato da una sonora risata. Per fortuna qualcuno dice anche qualcosa di positivo sul rientro al lavoro!

Ma perchè no, mi chiedo? Sia ben chiaro che anche a me piace la vacanza, quell’ozio gustoso che scandisce le giornate senza affanni e tutto ciò che mi fa definire proprio quei giorni lì, giorni di pausa. Detto questo però, trovo gusto anche nel riprendere la mia attività lavorativa, l’incontro con i colleghi e con tutto ciò di cui mi occupo durante l’anno.

Forse sono fortunata perchè faccio un lavoro che mi piace ma ho l’impressione che dietro tante frasi ormai stereotipate ci sia anche lo zampino di mode che trovo assai fastidiose, dalle quali tento di sfuggire. Mi riferisco all’attesa frenetica del venerdì, a quel dover sempre fare qualcosa nel fine settimana, a quella smania di “staccare”, come si usa dire, che ogni tanto fatico a comprendere nel suo senso più complessivo e complesso.

Mi viene da fare subito l’associazione con la questione dei compiti scolastici che, sempre più spesso, stanno assumendo un ingombrate e pesante spazio nelle vite di genitori e figli.

Penso ai tanti racconti di bambini della scuola per l’infanzia che attendono con ansia il passaggio alla scuola primaria proprio per poter fare i compiti “come i grandi” e alla facilità con cui il mondo adulto rischia di trasformare la curiosità in fatica, la scoperta in pesantezza, la voglia di provare e sperimentare in tempo rubato ad altro di più bello e interessante.

Ne parla bene Daniel Pennac nel suo bel libro Come un romanzo e forse proprio da lì dovremmo ripartire per capire quanto ci può essere di bello anche nella fatica, che l’impegno può dare un valore aggiunto all’ozio e che i compiti possono aprire la porta al magico mondo del sapere e, perchè no, alle future scelte lavorative.

Mio padre, nella sua semplicità, ha sempre sostenuto con molta enfasi l’importanza dei compiti e lo spazio ad essi dedicato. Forse ancora oggi non sa che così facendo mi ha aiutato a trovare quella strada che porta all’amore per il sapere e al lavoro che ho scelto di fare.

A voi la scelta.

Sette millimetri di gioia

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sette millimetri di gioiadi Irene Auletta

Sono dal parrucchiere con la tinta in posa, in completo ozio, accomodata sulla poltrona e persa nei miei pensieri. Alle mie spalle mi raggiunge una voce maschile e subito il saluto di una signora lì presente che accoglie suo figlio, evidentemente contenta di poterlo presentare. Rivolta al personale del negozio esordisce con un “ve lo ricordate quando lo portavo qui piccino per tagliargli i capelli? Ora è un uomo”.

Seguono le solite frasi che in queste occasioni non possono mancare, sottolineando in particolare l’altezza del giovane uomo. La madre finge austerità mentre gongola per il suo figliolo, felice della combinazione genetica che ha unito la sua corporatura all’altezza del marito. Peccato per mia figlia, prosegue, lei invece è più bassa, non è stata fortunata come lui. Certo la cosa importante è la salute ma se anche lei avesse preso qualche centimetro in più sarebbe stata perfetta.

Mi sento lontana anni luce da questi commenti ma comprendo bene la soddisfazione di questa madre e mi piace la luce che brilla nei suoi occhi mentre parla dei suoi figli.

Non posso fare a meno di pensare a me, a te e al fatto che spesso qualcuno ti definisce alta, probabilmente per la fatica a riconoscere la tua età o forse per il confronto fatto più con una bambina piccola che con una ragazzina quasi sedicenne.

Anche noi ogni tanto ti guardiamo e non possiamo fare a meno di commentare non ti sembra un pochino più alta? 

Anche stamane quello che è ormai diventato il nostro gioco segue il rituale di prassi. Muro di riferimento con precedente segnetto, scatola da mettere sulla testa e tutti pronti per la prova altezza con te che un po’ ridi e un po’ sfuggi perchè stare ferma non è proprio il tuo punto forte.

Attenzione, attenzione in effetti il segno precedente si è spostato e noi esultiamo con te che ci guardi senza capire.  Amore sei più alta di ben sette millimetri, evviva!

Sei veramente una pulce ma noi ti guardiamo sorridendo perchè siamo fieri del tuo portamento e del fatto che quando recuperi una postura più corretta anche il tuo modo di camminare migliora notevolmente.

Settimana prossima seduta da Angela, la tua terapista Feldenkrais.

Vedrai, quando la mamma verrà a prenderti le sembrerai un gigante!

Le stagioni dello sguardo

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le stagioni dello sguardodi Irene Auletta

Ci si incontra attraverso il passare degli anni, solite battute e frasi di circostanza. Sei sempre uguale, non sei cambiata per nulla! Quando posso, e se riesco, evito di impantanarmi in questi scambi comunicativi che rischiano di trovarmi incapace di mentire e con quell’espressione un po’ ebete che finisco con l’assumere quando non so cosa rispondere.

Ma oggi il dialogo continua mio malgrado e il mio interlocutore sottolinea aspetti della mia forma fisica, peraltro per nulla secca,  quasi a dire che oltre i cinquant’anni ciò che non ti fa invecchiare è la carenza di ciccia. Pensare che ho sempre creduto il contrario e personalmente ho più volte constatato, anche grazie a persone a me molto vicine, che un po’ di rotondità addolcisce quegli inevitabili segni che accompagnano il passare del tempo.

Che poi, a dirla tutta, quel dire non sei cambiata per niente mi raggiunge anche in modo un po’ stonato pensando a ciò che ho attraversato e attraverso nella vita. Ma è evidente che questo scambio rientra nella gamma di quel dirsi superficiale che accompagna gli incontri e che negli anni mi trova sempre più impaziente di andare oltre o anche, altrove.

E’ come se l’estate e con essa i corpi scoperti ed esposti, portassero con sè momenti di confronti e di valutazione che sovente si fermano solo a certe parti del corpo. E così, anch’io mi guardo, mi scruto e provo a dirmi delle differenze. Tra tutti i cambiamenti del mio corpo, che mi pare di accogliere ogni anno con sufficiente serenità, c’è n’è uno che mi coglie spesso impreparata e che sovente rintraccio in uno sguardo sfuggente colto in uno specchio oppure in qualche foto rivelatrice. E’ quello che restituiscono i miei occhi, con o senza trucco, nelle loro profondità.

Gli occhi dei bambini sono inconfondibili, come quelli dei ragazzi, pieni di quella luce che brilla anche attraverso le ombre. E’ la luce della primavera che getta nuove possibilità sui colori che incontra.

Forse gli anni che passano trattengono proprio negli occhi le stagioni della vita e per una come me che adora la primavera e l’estate, lo scarto più grande è proprio ritrovare nei miei, sempre più spesso, i toni e l’atmosfera dell’autunno.

Servita e riverita

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Luna è sdraiata, stravaccata direi, sul  letto mentre noi quattro, padre, madre, nonno, nonna, stiamo correndo avanti e indietro per assemblare il pranzo da consumarsi, come al solito, nel retro del nostro appartamento agrituristico, in quel di Terralieta, località Fossocorno, Cologna, Teramo.

E’ l’ultimo di questi nostri pranzi ventilati all’aperto, prima del rientro in città. Un po’ allegro, un po’ dispiaciuto, come sempre appetitoso. E Luna ci osserva indaffarati mentre aspetta la Marimba. Sua madre quest’anno l’ha pavlovizzata con quella suoneria e lei, ora, da sdraiata si materializza vicino al tavolo appena la sente.

Nel mio andirivieni cucina-patio, passando ogni  volta dalla camera, lancio un  sorriso a mia figlia che ricambia. “Servita e riverita!” mi vien da dirle ad alta voce, mentre lei mi  segue con gli occhi e quel suo mezzo  sorrisino da Gioconda. “Mi sembra il minimo!”, replica sua madre che dalla cucina mi ha  sentito.

Sì, ha ragione. Servire una persona come mia figlia, è proprio il minimo. Ma non per pietismo o desiderio di riparazione: va servita perchè non è in grado di servirsi da sola.

Ognuno, alla fine, deve in funzione di quello che può. E per quello che non può, occorre che l’aiuti qualcun altro. Ci facciano un pensierino tutti quelli che, pur potendo, pensano di non dovere. Ne avessero bisogno, si facciano  un giro dalle mie  parti mentre serviamo nostra figlia. Capiranno anche perchè, in aggiunta, la riveriamo.

Lessico e nuvole

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Figli e desideri

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figli e desideridi Irene Auletta

Scambi rubati da chiacchiere sotto l’ombrellone.

Eccolo lì mio figlio, anche in spiaggia si riconosce come il solito fannullone. Quest’anno poi è stato davvero il massimo. Da quando ha iniziato le scuole elementari è stato un calvario ma speravo che con il tempo migliorasse. Speranza vana, prima superiore bocciato. Per me e suo padre una grande, grandissima  delusione ma cosa ci vuoi fare? Forse ognuno ha i figli che si merita!

Mi verrebbe da chiedere in che senso ma forse non riuscirei a farlo senza far trasparire il dispiacere e l’incazzatura che mi suscitano, al tempo stesso, frasi come queste. E se poi mi sento dire che sono cose che si dicono ma non si pensano fino in fondo è quasi peggio, tenuto conto che il ragazzo in questione è lì vicino e ha sentito tutta la conversazione animata in cui la madre ha osannato a oltranza le sue mancanze, o quelle da lei ritenute tali.

Ogni tanto mi chiedo che genitore sarei che avessi un figlio così, come quello che la signora in questione indica e descrive. Forse mi ritroverei a dire le stesse cose ma è difficile fare tali voli di fantasia quando si attraversano esperienze assai differenti.

Oggi mi sento, ancora una volta, una marziana in visita sulla terra. Il mio massimo desiderio è che mia figlia stia bene e che possa trascorrere qualche giorno di vacanza con un po’ di tregua dalle fatiche che affronta ogni giorno, da sempre. Il mio massimo orgoglio è osservarla nelle sue “acrobazie” marine e vederla felice mi riempie il cuore di gioia e commozione. Quella commozione che negli anni è diventata l’amica che accompagna la madre che sono.

Neanche a dire se penso di meritarti perchè è un ragionamento troppo fuori dai miei schemi mentali. In che senso si può parlare di merito rispetto ad un figlio? Di certo ogni tanto, nei momenti più bui e senza alcuna razionalità, mi chiedo cosa hai fatto tu per meritarti la tua vita ma mi sa che questa è proprio un’altra prospettiva esistenziale.

Parlare di merito fa pensare immediatamente ad una qualche azione punitiva da parte di bizzarre entità irrintracciabili. Fa pensare che nell’immaginario di molti ci siano figli che valgono, che danno soddisfazione e figli che sono un po’ una delusione perchè di minor valore. Che peccato.

Vorrei dire a quella madre che sta perdendosi occasioni preziose, che ha un bel figliolo che mi pare pure simpatico, che le parole feriscono anche quando sono accompagnate dalla superficialità.

Sto in silenzio, come mi hai insegnato a fare e mi scaldo al tepore del nostro amore extraterrestre che mi sa, arriva proprio dalla Luna.

Punti a tutti

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di Irene Auletta

E’ successo ancora. Una brutta scivolata unita alla tua goffaggine motoria e, in un attimo, sei a terra urlante. La tua prima reazione sembra sempre di sorpresa e, in ordine sparso, sopraggiungono il pianto di dolore, di rabbia e di offesa. Ancora?

Lo strappo e’ forte e ti costringe ad un giorno di immobilità per riprenderti dal male del corpo e dell’anima. Il compito di tuo padre diventa quello di dar voce e legittimare la rabbia acuta, il mio quello di accoglierti nelle sfumature di dolore che passano da te a me, anche nella condivisione del pianto.

Anche stavolta ci e’ andata bene e pian piano inizia la lenta ripresa dei movimenti e delle piccole autonomie che hai conquistato nel corso degli anni con grande tenacia.

Come a sperimentare il senso del limite provi a ripercorrere movimenti e piccoli spostamenti che all’inizio affronti quasi saltellando sulla gamba non compromessa dall’urto. Zoppichi ma insisti a provare fino a quando riprendi il controllo dell’arto dolorante. E insisti. Sali, scendi, pieghi, incroci alternando ai sorrisi per i piccoli successi una smorfia di dolore che ti segnala il limite da non oltrepassare. Noi ti lasciamo fare senza perderti di vista e tu ci sfidi con lo sguardo a dire “ce la faccio da sola, non aiutarmi più!”.

Non ti sei mai arresa negli anni e ogni volta torni con tenacia a non demordere. Ci consoliamo reciprocamente e tu mi riempi di orgoglio per il tuo coraggio unitamente all’ennesima lezione che anche stavolta mi raggiunge consolandomi, come una carezza.

Fermarsi. Fermare.

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orco

Palpeggia bimba a Napoli, rischia il linciaggio

 

Intendiamoci, se vedessi un orco molestare mia figlia probabilmente gli salterei addosso. Anzi no, sicuramente. Probabile anche che gli farei molto male. E che se nessuno mi fermasse, forse, lo ucciderei.

C’è qualcosa di primitivo nell’ira e nella violenza che coltiva nell’animo. Lo so bene. L’Ira è, dei sette vizi capitali, quello che mi corrisponde di più. E’ un nemico pericoloso, sempre in cerca di alleati che la giustifichino. Vuoi mettere? un orco che molesta tua figlia? se lo uccidi chi potrebbe darti torto?

Ma non potrei tollerare che qualcun altro mi affiancasse per darmi una mano. Che cazzo centri tu? l’ira è la mia, solo io posso decidere di valicare il limite e trasfigurarmi nell’orco che sto tentando di ammazzare. Tu, semmai, dovresti fermarmi. Ecco quello che dovresti fare: aiutarmi a non valicare quel limite. Fermami, bloccami, tirami una secchiata d’acqua, urlami nelle orecchie, insomma, impediscimi di fare quello che sto facendo. Altro che darmi una mano.

O magari no. Magari se qualcun altro tentasse di mettere le mani addosso all’orco insieme a me, trasformando il mio gesto in un linciaggio, mi troverei spinto a mollare l’orco e a mettere le mani addosso all’aggressore, per fermarlo io, visto che non è riuscito a fermarmi lui. Ecco, fermare il linciaggio. Questo potrebbe essere un modo per riorientare dentro di me l’energia che rischia di esplodere in violenza.

Ed è triste invece vedere che dei linciaggi, quelli veri, le cronache riportano solo tre protagonisti: il linciato, quelli che partecipano al linciaggio e quelli che assistono senza prendervi parte. Ogni violenza di massa, ogni progrom, ogni pulizia etnica, in fondo, poggiano sull’assenza di questa reazione: provare a fermarle.

Cambiamenti d’aria

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Prendere distanza dai gesti quotidiani. Allontanarsene un poco. Cercare di dimenticarli, o anche solo di farli uscire dagli occhi, dalle braccia, dalla punta delle dita. Giusto il tempo di quietarne la ripetizione automatica, di assopirne gli echi che si impossessano del corpo come nel Chaplin di Tempi moderni. Anche questo è la vacanza.

Che poi non è che stia per partire alla volta delle cascate Vittoria, a piedi, alla ricerca di Livingstone. Sempre lo stesso agriturismo, da dodici estati, stessa spiaggia, stesso mare. E stessi gesti quotidiani, sveglia, colazione, vestizione, creme solari, viaggio, parcheggio, colazione, mare, sole, riviaggio, preparazione pranzo, pranzo, pennica, scrittura, lettura, svacco, preparazione cena, cena, tv, letto.

Ma non sono gli stessi del resto dell’anno.
Cioè, sembrano gli stessi, ma non lo sono. Ed è sufficiente.
Le routine fanno parte della vita, va bene, ma il problema è da quanto durano e per quanto lo faranno. Anzi, neanche. E’ una questione di futuro anteriore: il problema è quanto saranno durate.
Fare le stesse cose ogni mattina da quindici anni è una cosa, sapere che fra ventanni le avrai fatte per trentacinque, è un’altra. E te lo devi pure augurare, perchè l’alternativa è peggio, molto peggio.
Il punto non sarà non avere abitudini, probabilmente. Per quanto le abitudini mi diano da sempre l’orticaria, ma cambiarle. Anche di poco. Almeno per un poco.
Quando torneremo, sarò pronto a indossare nuovamente quelle che sto lasciando, con un po’ più di respiro.

Cose e pazz

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cose e pazzdi Irene Auletta

Ultimi giorni di lavoro prima della pausa estiva e vengo presa dal “sacro fuoco” di fissare alcune visite mediche di routine lasciate in sospeso. Bella l’idea di guadagnare tempo scrivendo una mail per prenotare le ricette, lo faccio subito, così domattina passo al volo e metà del compito è fatto!

Stamane ritiro ricette. Arrivo in una sala d’attesa parecchio abitata in prevalenza da anziani che lamentano malesseri legati al caldo e intravedo in fondo l’impiegata che forsennatamente cerca di accontentare tutti già sfinita alle nove e trenta del mattino. Per non disturbarla mi guardo intorno curiosamente. Dove avranno messo la scatola che conteneva le ricette pronte con tanto di indice alfabetico per facilitare la ricerca ai pazienti?

Non voglio disturbare l’impiegata in affanno e mi rivolgo verso una signora al mio fianco. Sa mica signora che fine ha fatto quella comoda scatola in cui venivano riposte le ricette già pronte? Ah …. quella! L’hanno tolta parecchi mesi fa. Forse perchè alcuni sbagliavano e ritiravano anche quelle altrui. Peccato, faccio io, era davvero comoda e sveltiva parecchio la procedura.

Aspetto. Mezz’ora per ritirare ricette prenotate via mail giorni fa e già lì, pronte e firmate ad attendere solo il mio ritiro. Giunto il mio turno non riesco a tacere e chiedo alla gentilissima impiegata come mai hanno tolto la scatola che ora vedo sistemata lì, sulla sua scrivania.

Sapesse, è stata una prescrizione della finanza durante l’ultimo controllo. Vedendo la mia espressione basita mi spiega che i finanzieri hanno sottolineato che i pazienti potevano curiosare anche tra le ricette altrui, invadendo così la privacy.

In effetti non ci avevo pensato. Pensa che figata vedere le richieste dei vari farmaci o la prescrizione di esami o visite specialistiche che riguardano altri pazienti! Ammesso e non concesso che ci siano curiosi di tal fatta, quale privacy possono mai invadere scoprendo le mie ricette o quelle di altri non sapendo neppure chi siamo? Oppure, vuoi dire che prima spiano le ricette e poi aspettano che il paziente arrivi a ritirarle per fotografarlo in segreto?

Ogni tanto mi pare davvero di essere circondata da cose folli e stamane, superato il primo momento, mi sono fatta come unica soluzione possibile, una bella risata.

Avrò mica invaso qualche privacy?

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