Al tepore dei pensieri

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PENSIERI in cittàdi Irene Auletta

E’ sera tardi, di ritorno dalla mia lezione Feldenkrais mi sto pregustando il ritorno a casa dopo una giornata molto intensa e sono in attesa dell’ascensore. Vedo al cancello un giovane uomo che so abitare nel mio stesso palazzo e gli apro dall’interno. Mi ringrazia sottovoce. E’ una persona molto riservata che evidentemente fa qualche fatica a entrare in relazione con il mondo e, anche lui, sembra impegnato a vedersela con i suoi demoni.

Entriamo nella nostra piccola ascensore e, sempre guardando il pavimento, sento che mi chiede “ma è tua figlia?”. Al momento, essendo lì da sola, non capisco e mi accorgo che ho paura di metterlo a disagio. Immagino il pensiero completo che l’ha portato a quella domanda e quindi dico che se si riferisce alla ragazzina che vede spesso in mia compagnia, sì, è proprio mia figlia. E lui? Lui è tuo marito?

Rispondo e sempre molto sottovoce lui inizia a ripetere che è assurdo, veramente assurdo. Pochi scambi, lui arriva al suo piano e ci salutiamo cordialmente.

Ripenso all’intensità del suo commento, alla fatica fatta per entrare in relazione con me, alla voglia di condividere un pensiero colorato di una peculiare sfumatura di solidarietà. Di solito le domande dirette su mia figlia e sulla mia famiglia mi colgono abbastanza sulla difensiva grazie alla mia natura un po’ orsa ma quest’incontro mi lascia una piacevole sensazione.

Ieri ci stiamo concedendo una pausa. Godendoci il tepore del sole del tardo pomeriggio, siamo di fronte all’aperitivo mentre nostra figlia guarda piccoli video sull’Iphone sperimentando nuove tecniche per far scorrere le foto.

Mara, la signora che insieme alla sua famiglia gestisce il bar sotto casa, viene a salutarmi e, chiedendomi come sto, sottolinea che non mi vede da tanti giorni. Le dico che sono stata un po’ presa, perchè mia figlia non è stata molto bene. Sorride comprensiva quando il mio compagno di aperitivo non perde l’occasione di sottolineare che quando la nostra ragazzina ha qualche difficoltà, io prendo distanza dal resto del mondo e vado solo in un’unica direzione. Quando ci salutiamo la ringrazio per il pensiero e lei con leggerezza mi dice che domattina mi aspetta per il caffè. Avvicinandosi con la cautela e il rispetto che in tutti questi anni le ho visto esibire nei nostri confronti, non perde l’occasione di dirmi che mi pensa sempre e se per qualche giorno non mi vede passare per il caffè di rito si chiede subito se c’è qualcosa che non va.

Spesso gli sguardi altrui sono molto pesanti e faticosi da sostenere. Pensando a questi due recenti scambi ne gusto la delicata leggerezza e penso che ci sono incontri belli che vanno proprio raccontati per trattenerli.

Mi sono persa via scrivendo e mi accorgo che è ora di iniziare a organizzarsi per affrontare questa nuova giornata. Stamane non posso mancare ad un appuntamento.

Mi aspetta un profumatissimo caffè.

Uguaglianze diverse

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uguaglianze diversedi Irene Auletta

In coda al supermercato due donne stanno scambiandosi pensieri sui figli adolescenti e mi accorgo senza alcun stupore che ricorre più volte la solita frase “come tutti quelli della loro età”. Tante volte nel mio lavoro con i genitori mi sono chiesta quanto li aiuti sapere che la medesima difficoltà o problema è largamente condiviso da altri adulti con il loro stesso ruolo.

Mi piace aver sempre presente i due sguardi possibili che intrecciano ciò che accade “da manuale” in un certo momento di crescita e quanto sta accadendo proprio a quel bambino o quel ragazzo lì e nelle relazioni che lo circondano. Se già trovo abbastanza superficiale uno scambio simile tra due genitori, lo trovo decisamente debole quando ad essere coinvolto è anche un professionista dell’educazione.

La questione poi viene travolta dalle bizzarre onde della banalizzazione quando l’altro porge ed esprime differenze innegabili e visibili ai più. Non solo perchè magari il suo corpo o la sua mente hanno chiaramente particolari caratteristiche ma anche perchè ce li ha la sua storia. Penso ad un bambino di nove anni, lasciato da entrambi i genitori, vissuto quasi da sempre con i nonni materni che di recente ha perso il nonno, per lui importante riferimento. Davvero alcuni dei suoi comportamenti possono essere liquidati pensando agli stessi esibiti da bambini della sua stessa età?

La madre di una ragazza di quattordici anni mi racconta un momento di particolare difficoltà che sta attraversando la figlia e con commozione non nasconde di essersi chiesta “perchè queste cose accadono proprio a mia figlia?”. La signora in questione sa bene che anche altre ragazze attraversano le medesime difficoltà ma lì porta sua figlia e il suo affetto per lei. Si illumina quando le dico che come madri possiamo sapere tante cose ben solide nella nostra testa ma quando siamo preoccupate per i nostri figli dobbiamo fare i conti anche con il nostro cuore. Per quello, non ci sono riferimenti a troppi manuali.

Penso a lei e penso a me.

Vedo mia figlia tra ragazzi della sua età, nuovi compagni di un pezzetto della sua storia. Sembrano universi lontani accomunati solo da un dato anagrafico o almeno, così a me pare mentre osservo una scena nuova. La trovo sdraiata a riposare da sola in una stanza sconosciuta. Mi accoglie seria, senza il sorriso del giorno precedente come persa a chiedersi dei confini di quel luogo. Da anni mi faccio le domande che lei non può farsi per spiegarsi il mondo che incontra e i suoi cambiamenti.

So che non sei più piccola e che puoi sostenere anche questo momento ma non posso fare a meno di coglierti un po’ abbandonata mentre una mano invisibile mi serra la gola. In auto non mi guardi e non rispondi ai miei tentativi di riprendere un contatto con te. Mi asciugo quasi di nascosto le lacrime.

Tutti così questi adolescenti!

La grazia tra le pieghe

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la grazia tra le pieghe di Irene Auletta

Alla ripresa delle varie attività dell’anno si è affiancato il riavvio delle mie lezioni Feldenkrais. Due sole lezioni e il mio corpo sembra già ricordare quanto interrotto prima della pausa estiva mostrando al tempo stesso l’incredibile velocità con cui, le nostre consolidate abitudini posturali, si riaccomodano in breve tempo nelle loro antiche posizioni.

L’invito di Angela, la nostra insegnante, si ripete familiare. Fate poco, molto lentamente, ponendo più attenzione all’ascolto del processo che al risultato del movimento. E, ricordatevi di respirare, ascoltando fin dove arriva il vostro respiro.

Già. Sembra tutto facile e normale detto così ma, in realtà, sappiamo bene che le corse e le preoccupazioni di tutti i giorni sono poco generose e tendono a occupare ogni pertugio libero, sotto forma di tensioni, fiato corto, rigidità del corpo.

Le cose che accadono non possiamo impedirle ma possiamo provare ad incontrarle  ed affrontarle con grazia. Così nella prima lezione Angela ci guida durante i movimenti e le configurazioni che ci inviata a provare e sperimentare.

Penso alle immagini di grazia che scorrono nella mia mente in contrasto con la durezza che ha accompagnato la mia educazione insieme all’invito a perfezionare corazze  multiformi per affrontare il mondo e le sue difficoltà. Certo, a volte le corazze aiutano ma, per definizione, restituiscono al corpo intero quell’immagine di rigidità che mi pare si allontani parecchio dall’idea di grazia che si cerca in questi movimenti. Dove può essere la grazia in quella mascella serrata che trattiene rabbia e dolore? Il quel sorriso teso che vorrebbe essere altrove, magari alla ricerca di nuove preghiere possibili?

Ritorno alla lezione. Mi sono distratta troppo fra mille pensieri, riprendo il movimento e con esso il respiro che, per fortuna, stavolta riesce a farsi spazio andando oltre la barriera delle tensioni. Qualche piccolo dolore nel corpo mi invita ad una maggiore cautela e ad un rinnovato rispetto verso questo amico caro così intensamente abbracciato alla mia anima.

All’orizzonte intravedo già nuove porte e originali fessure. Là, dove attente paziente la grazia.

Fortuna in maschera

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fortunadi Irene Auletta

Erano anni che non attraversavo più con te alcune esperienze. Dopo anni di aggressioni sanitarie, a quiete raggiunta, ho passato lo scettro a tuo padre, il vero esperto dei tuoi accompagnamenti al rituale appuntamento del prelievo del sangue. In tutto questo periodo ho sempre raccolto a distanza racconti e testimonianze foto video che hanno seguito e trattenuto i tuoi cambiamenti, ma esserci è stata un’altra cosa.

Che fine ha fatto quella bambina urlante che era necessario trattenere con forza con l’ansia del mitico ago fuori vena?

Ciao Luna, che sorpresa! Bello vederti qui con la mamma così possiamo salutare anche lei. 

La preziosa infermiera che da oltre dieci anni ti accoglie affinando strategie che hanno trasformato un momento difficile in un appuntamento giocoso, non è più in ambulatorio da tempo ma, al tuo arrivo, scatta l’automatismo e le sue colleghe ci invitano ad accomodarci dicendoci che l’hanno già informata della presenza della sua paziente speciale.

Siamo fortunate, ti dico, ora arriva Cristina.

Ti osservo accomodarti sulla poltroncina con il braccio pronto, attenta a seguire le indicazioni e, al tempo stesso, a non perdermi di vista. Mi tieni solo dolcemente una mano che stringi un pochino con una piccola smorfia quando l’ago pizzica la tua pelle e il mio cuore. Sei indubbiamente diventata più coraggiosa di me.

Più tardi mi ritrovo al telefono con la tua ex insegnante a scambiarci racconti di cambiamenti. Quest’anno nella loro classe tu non ci sarai più e ormai da mesi sembri pronta per una nuova avventura. Certo mi dispiace molto ma comprendo bene che si è chiuso un ciclo importante e che la crescita è fatta anche di queste tappe.

Quando penso agli anni trascorsi insieme, alla vostra costante presenza e continuità, alle  importanti esperienze attraversate, mi dico sempre che siamo stati davvero fortunati.

Mi accorgo che per ben due volte in poche ore ho fatto lo stesso pensiero. A volte è difficile vedere qualcosa nascosto dalle corse, dalla fatica e dalle preoccupazioni.

Oggi la luce del sole mi fa vedere tutto con una chiarezza brillante e sarebbe un peccato non gustarselo. E’ una cosa che noi abbiamo imparato a fare, l’elenco delle nostre piccole e grandi fortune e proprio oggi, fermarsi al livido sul tuo braccio, sarebbe un’imperdonabile cecità.

 

Magamamma

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magammadi Irene Auletta

Una bambina che ci conosce da diversi anni osservando uno dei nostri giochi con le mani ci si avvicina chiedendo se sto facendo una delle mie magie e mi dice che si ricorda ancora bene di quella che ho fatto anche per lei tempo fa.

La guardo cercando di recuperare pezzi di memoria mentre lei mi incalza chiedendomi se le faccio ancora le magie.

Ora ricordo. Era caduta sbucciandosi le ginocchia proprio mentre io, poco distante, ti stavo massaggiando una gamba dolorante. Avvicinandosi mi aveva sentita bisbigliare qualcosa e la sua curiosità aveva subito preso forma nella domanda cosa stai facendo?

Sai, Luna ha un po’ di male e io sto cercando di fare una magia per farglielo passare!

Nel giro di qualche minuto erano vicine, entrambe sdraiate, mentre io improvvisavo un magico massaggio per provare a guarirle …. Riuscendoci!

A distanza di anni quel ricordo mi fa sorridere perché in effetti le magie con te non ho mai smesso di farle. Mentre ti massaggio le mani per calmare i tremori, parti del  corpo per qualche tensione, i piedi o le gambe per una delle tue ricorrenti cadute.

Magia, magia questo male porta via!! E tu ridi, riconoscendo quel nostro gioco iniziato quando eri ancora molto piccina.

Il senso di impotenza delle madri può assumere le forme più variegate e io sono qui, proprio oggi, a dirti di stare tranquilla. Le tue mani tremano tanto e io mi avvicino con un fare un po’ teatrale e la voce “da maga”.

Attenzione, attenzione e’ in arrivo una super magia! Ridi come una matta e i rituali magici già mostrano i loro primi effetti. Anche stavolta l’esperimento e’ riuscito!

Evviva i compiti

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evviva i compitidi Irene Auletta

Da quando ci siamo trasformati in individui lamentosi che vivono in attesa del fine settimana o di tutte le pause festive più o meno lunghe che scandiscono il passare dei giorni durante l’anno?

E’ di oggi lo scambio telefonico con un collega che di fronte alla mia risposta a suo dire stranamente allegra mi chiede “non mi dici anche tu che stavi meglio fino a qualche giorno fa?”. Gli dico che sto bene anche nel rientro al lavoro che a dir la verità mi piace altrettanto quanto la pausa e dall’altro capo del telefono mi raggiunge il suo commento accompagnato da una sonora risata. Per fortuna qualcuno dice anche qualcosa di positivo sul rientro al lavoro!

Ma perchè no, mi chiedo? Sia ben chiaro che anche a me piace la vacanza, quell’ozio gustoso che scandisce le giornate senza affanni e tutto ciò che mi fa definire proprio quei giorni lì, giorni di pausa. Detto questo però, trovo gusto anche nel riprendere la mia attività lavorativa, l’incontro con i colleghi e con tutto ciò di cui mi occupo durante l’anno.

Forse sono fortunata perchè faccio un lavoro che mi piace ma ho l’impressione che dietro tante frasi ormai stereotipate ci sia anche lo zampino di mode che trovo assai fastidiose, dalle quali tento di sfuggire. Mi riferisco all’attesa frenetica del venerdì, a quel dover sempre fare qualcosa nel fine settimana, a quella smania di “staccare”, come si usa dire, che ogni tanto fatico a comprendere nel suo senso più complessivo e complesso.

Mi viene da fare subito l’associazione con la questione dei compiti scolastici che, sempre più spesso, stanno assumendo un ingombrate e pesante spazio nelle vite di genitori e figli.

Penso ai tanti racconti di bambini della scuola per l’infanzia che attendono con ansia il passaggio alla scuola primaria proprio per poter fare i compiti “come i grandi” e alla facilità con cui il mondo adulto rischia di trasformare la curiosità in fatica, la scoperta in pesantezza, la voglia di provare e sperimentare in tempo rubato ad altro di più bello e interessante.

Ne parla bene Daniel Pennac nel suo bel libro Come un romanzo e forse proprio da lì dovremmo ripartire per capire quanto ci può essere di bello anche nella fatica, che l’impegno può dare un valore aggiunto all’ozio e che i compiti possono aprire la porta al magico mondo del sapere e, perchè no, alle future scelte lavorative.

Mio padre, nella sua semplicità, ha sempre sostenuto con molta enfasi l’importanza dei compiti e lo spazio ad essi dedicato. Forse ancora oggi non sa che così facendo mi ha aiutato a trovare quella strada che porta all’amore per il sapere e al lavoro che ho scelto di fare.

A voi la scelta.

Sette millimetri di gioia

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sette millimetri di gioiadi Irene Auletta

Sono dal parrucchiere con la tinta in posa, in completo ozio, accomodata sulla poltrona e persa nei miei pensieri. Alle mie spalle mi raggiunge una voce maschile e subito il saluto di una signora lì presente che accoglie suo figlio, evidentemente contenta di poterlo presentare. Rivolta al personale del negozio esordisce con un “ve lo ricordate quando lo portavo qui piccino per tagliargli i capelli? Ora è un uomo”.

Seguono le solite frasi che in queste occasioni non possono mancare, sottolineando in particolare l’altezza del giovane uomo. La madre finge austerità mentre gongola per il suo figliolo, felice della combinazione genetica che ha unito la sua corporatura all’altezza del marito. Peccato per mia figlia, prosegue, lei invece è più bassa, non è stata fortunata come lui. Certo la cosa importante è la salute ma se anche lei avesse preso qualche centimetro in più sarebbe stata perfetta.

Mi sento lontana anni luce da questi commenti ma comprendo bene la soddisfazione di questa madre e mi piace la luce che brilla nei suoi occhi mentre parla dei suoi figli.

Non posso fare a meno di pensare a me, a te e al fatto che spesso qualcuno ti definisce alta, probabilmente per la fatica a riconoscere la tua età o forse per il confronto fatto più con una bambina piccola che con una ragazzina quasi sedicenne.

Anche noi ogni tanto ti guardiamo e non possiamo fare a meno di commentare non ti sembra un pochino più alta? 

Anche stamane quello che è ormai diventato il nostro gioco segue il rituale di prassi. Muro di riferimento con precedente segnetto, scatola da mettere sulla testa e tutti pronti per la prova altezza con te che un po’ ridi e un po’ sfuggi perchè stare ferma non è proprio il tuo punto forte.

Attenzione, attenzione in effetti il segno precedente si è spostato e noi esultiamo con te che ci guardi senza capire.  Amore sei più alta di ben sette millimetri, evviva!

Sei veramente una pulce ma noi ti guardiamo sorridendo perchè siamo fieri del tuo portamento e del fatto che quando recuperi una postura più corretta anche il tuo modo di camminare migliora notevolmente.

Settimana prossima seduta da Angela, la tua terapista Feldenkrais.

Vedrai, quando la mamma verrà a prenderti le sembrerai un gigante!

Le stagioni dello sguardo

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le stagioni dello sguardodi Irene Auletta

Ci si incontra attraverso il passare degli anni, solite battute e frasi di circostanza. Sei sempre uguale, non sei cambiata per nulla! Quando posso, e se riesco, evito di impantanarmi in questi scambi comunicativi che rischiano di trovarmi incapace di mentire e con quell’espressione un po’ ebete che finisco con l’assumere quando non so cosa rispondere.

Ma oggi il dialogo continua mio malgrado e il mio interlocutore sottolinea aspetti della mia forma fisica, peraltro per nulla secca,  quasi a dire che oltre i cinquant’anni ciò che non ti fa invecchiare è la carenza di ciccia. Pensare che ho sempre creduto il contrario e personalmente ho più volte constatato, anche grazie a persone a me molto vicine, che un po’ di rotondità addolcisce quegli inevitabili segni che accompagnano il passare del tempo.

Che poi, a dirla tutta, quel dire non sei cambiata per niente mi raggiunge anche in modo un po’ stonato pensando a ciò che ho attraversato e attraverso nella vita. Ma è evidente che questo scambio rientra nella gamma di quel dirsi superficiale che accompagna gli incontri e che negli anni mi trova sempre più impaziente di andare oltre o anche, altrove.

E’ come se l’estate e con essa i corpi scoperti ed esposti, portassero con sè momenti di confronti e di valutazione che sovente si fermano solo a certe parti del corpo. E così, anch’io mi guardo, mi scruto e provo a dirmi delle differenze. Tra tutti i cambiamenti del mio corpo, che mi pare di accogliere ogni anno con sufficiente serenità, c’è n’è uno che mi coglie spesso impreparata e che sovente rintraccio in uno sguardo sfuggente colto in uno specchio oppure in qualche foto rivelatrice. E’ quello che restituiscono i miei occhi, con o senza trucco, nelle loro profondità.

Gli occhi dei bambini sono inconfondibili, come quelli dei ragazzi, pieni di quella luce che brilla anche attraverso le ombre. E’ la luce della primavera che getta nuove possibilità sui colori che incontra.

Forse gli anni che passano trattengono proprio negli occhi le stagioni della vita e per una come me che adora la primavera e l’estate, lo scarto più grande è proprio ritrovare nei miei, sempre più spesso, i toni e l’atmosfera dell’autunno.

Servita e riverita

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Luna è sdraiata, stravaccata direi, sul  letto mentre noi quattro, padre, madre, nonno, nonna, stiamo correndo avanti e indietro per assemblare il pranzo da consumarsi, come al solito, nel retro del nostro appartamento agrituristico, in quel di Terralieta, località Fossocorno, Cologna, Teramo.

E’ l’ultimo di questi nostri pranzi ventilati all’aperto, prima del rientro in città. Un po’ allegro, un po’ dispiaciuto, come sempre appetitoso. E Luna ci osserva indaffarati mentre aspetta la Marimba. Sua madre quest’anno l’ha pavlovizzata con quella suoneria e lei, ora, da sdraiata si materializza vicino al tavolo appena la sente.

Nel mio andirivieni cucina-patio, passando ogni  volta dalla camera, lancio un  sorriso a mia figlia che ricambia. “Servita e riverita!” mi vien da dirle ad alta voce, mentre lei mi  segue con gli occhi e quel suo mezzo  sorrisino da Gioconda. “Mi sembra il minimo!”, replica sua madre che dalla cucina mi ha  sentito.

Sì, ha ragione. Servire una persona come mia figlia, è proprio il minimo. Ma non per pietismo o desiderio di riparazione: va servita perchè non è in grado di servirsi da sola.

Ognuno, alla fine, deve in funzione di quello che può. E per quello che non può, occorre che l’aiuti qualcun altro. Ci facciano un pensierino tutti quelli che, pur potendo, pensano di non dovere. Ne avessero bisogno, si facciano  un giro dalle mie  parti mentre serviamo nostra figlia. Capiranno anche perchè, in aggiunta, la riveriamo.

Lessico e nuvole

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