Paradisi a termine

5 commenti

20141130_gdfgdfhh

Di Igor Salomone

Calda, scrosciante, bollente. Casca sulla mia testa e cola lungo i capelli, il collo, le spalle, giù giù sino ai piedi. Sembra che lo scarico della vasca la chiami a raccolta per prendere la rincorsa e tornare sempre più bollente a percorrere un altro giro, e poi un altro e un altro ancora.

In realtà non è così, l’acqua che mi massaggia caldissima è sempre nuova e sempre nuovamente riscaldata dal preziosissimo amico che se ne sta in cucina dentro un armadietto, in paziente attesa, ora dopo ora, minuto dopo minuto, che un rubinetto da qualche parte lo svegli dal suo torpore. Quando ci riesce, perché talvolta lo scaldabagno non si risveglia affatto ed è in quel momento che mi accorgo del lusso incredibile al quale sono ormai abituato.

Acqua, tanta, calda quanto voglio e per quanto tempo voglio. Torno dalla corsa mattutina e non aspetto altro. Forse vado a correre proprio per la doccia che viene dopo. Inizio a temperatura media, giusto il tempo di abituare la pelle, poi gradualmente spingo il miscelatore verso il rosso, e spingo e spingo. La temperatura arriva al limite dello scorticamento e indugio. Mamma quanto indugio! Ci resterei tutta mattina lì sotto. Shampoo, insaponatura, risciacquo…indugio. Tento una prima sortita, freddo, torno indietro. E chi mi scolla di qui?

Mi vengono in mente i deserti, le popolazioni assetate, il riscaldamento globale. Dai, l’acqua è una risorsa rinnovabile, non è che proprio la sprechi. Il gas no però, ma quanto vuoi che ne stia consumando? Mi sento in colpa per una frazione di secondo. Una colpa istantanea, talmente veloce che non me ne accorgo nemmeno, lavata immediatamente via dallo scroscio magico che mi sta cullando in un tripudio di calore umido.

Va bene, adesso però mi faccio violenza ed esco. Questo penso: mi faccio violenza. In quel mentre arriva mio padre. Nella mia testa ovviamente, lui è morto ormai da un’eternità. “Violenza? in che senso? ti prendi a pugni per uscire dalla doccia?” “…no, in effetti no, è un modo di dire, sta a significare che mi devo imporre di fare qualcosa che non vorrei fare ma che devo fare” “Ah si? mi sembrava di averla sempre chiamata volontà…”.

Già, la maledetta volontà, da quando si è trasformata in “farsi violenza”? In realtà io non voglio stare indefinitamente sotto la doccia bollente, lo desidero. Voglio e desidero, desidero e voglio: fortunatamente sono due cose diverse, altrimenti non mi godrei mai una doccia bollente, oppure ci annegherei sotto.

Chiudo il flusso di magia, indosso l’accappatoio ed esco dalla vasca. Dovrò scrivere qualcosa su questa storia del “farsi violenza”, ho l’impressione nasconda la fantasia di poter eliminare il conflitto tra i propri desideri e le proprie scelte.

Figli e desideri

9 commenti

figli e desideridi Irene Auletta

Scambi rubati da chiacchiere sotto l’ombrellone.

Eccolo lì mio figlio, anche in spiaggia si riconosce come il solito fannullone. Quest’anno poi è stato davvero il massimo. Da quando ha iniziato le scuole elementari è stato un calvario ma speravo che con il tempo migliorasse. Speranza vana, prima superiore bocciato. Per me e suo padre una grande, grandissima  delusione ma cosa ci vuoi fare? Forse ognuno ha i figli che si merita!

Mi verrebbe da chiedere in che senso ma forse non riuscirei a farlo senza far trasparire il dispiacere e l’incazzatura che mi suscitano, al tempo stesso, frasi come queste. E se poi mi sento dire che sono cose che si dicono ma non si pensano fino in fondo è quasi peggio, tenuto conto che il ragazzo in questione è lì vicino e ha sentito tutta la conversazione animata in cui la madre ha osannato a oltranza le sue mancanze, o quelle da lei ritenute tali.

Ogni tanto mi chiedo che genitore sarei che avessi un figlio così, come quello che la signora in questione indica e descrive. Forse mi ritroverei a dire le stesse cose ma è difficile fare tali voli di fantasia quando si attraversano esperienze assai differenti.

Oggi mi sento, ancora una volta, una marziana in visita sulla terra. Il mio massimo desiderio è che mia figlia stia bene e che possa trascorrere qualche giorno di vacanza con un po’ di tregua dalle fatiche che affronta ogni giorno, da sempre. Il mio massimo orgoglio è osservarla nelle sue “acrobazie” marine e vederla felice mi riempie il cuore di gioia e commozione. Quella commozione che negli anni è diventata l’amica che accompagna la madre che sono.

Neanche a dire se penso di meritarti perchè è un ragionamento troppo fuori dai miei schemi mentali. In che senso si può parlare di merito rispetto ad un figlio? Di certo ogni tanto, nei momenti più bui e senza alcuna razionalità, mi chiedo cosa hai fatto tu per meritarti la tua vita ma mi sa che questa è proprio un’altra prospettiva esistenziale.

Parlare di merito fa pensare immediatamente ad una qualche azione punitiva da parte di bizzarre entità irrintracciabili. Fa pensare che nell’immaginario di molti ci siano figli che valgono, che danno soddisfazione e figli che sono un po’ una delusione perchè di minor valore. Che peccato.

Vorrei dire a quella madre che sta perdendosi occasioni preziose, che ha un bel figliolo che mi pare pure simpatico, che le parole feriscono anche quando sono accompagnate dalla superficialità.

Sto in silenzio, come mi hai insegnato a fare e mi scaldo al tepore del nostro amore extraterrestre che mi sa, arriva proprio dalla Luna.

Il lusso non è un diritto

6 commenti

 

“L’equità, prima di essere un fatto morale, è una questione di desideri.
Se tutti desideriamo tutto, legittimiamo quei pochi che l’ottengono”

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: