Fermarsi. Fermare.

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orco

Palpeggia bimba a Napoli, rischia il linciaggio

 

Intendiamoci, se vedessi un orco molestare mia figlia probabilmente gli salterei addosso. Anzi no, sicuramente. Probabile anche che gli farei molto male. E che se nessuno mi fermasse, forse, lo ucciderei.

C’è qualcosa di primitivo nell’ira e nella violenza che coltiva nell’animo. Lo so bene. L’Ira è, dei sette vizi capitali, quello che mi corrisponde di più. E’ un nemico pericoloso, sempre in cerca di alleati che la giustifichino. Vuoi mettere? un orco che molesta tua figlia? se lo uccidi chi potrebbe darti torto?

Ma non potrei tollerare che qualcun altro mi affiancasse per darmi una mano. Che cazzo centri tu? l’ira è la mia, solo io posso decidere di valicare il limite e trasfigurarmi nell’orco che sto tentando di ammazzare. Tu, semmai, dovresti fermarmi. Ecco quello che dovresti fare: aiutarmi a non valicare quel limite. Fermami, bloccami, tirami una secchiata d’acqua, urlami nelle orecchie, insomma, impediscimi di fare quello che sto facendo. Altro che darmi una mano.

O magari no. Magari se qualcun altro tentasse di mettere le mani addosso all’orco insieme a me, trasformando il mio gesto in un linciaggio, mi troverei spinto a mollare l’orco e a mettere le mani addosso all’aggressore, per fermarlo io, visto che non è riuscito a fermarmi lui. Ecco, fermare il linciaggio. Questo potrebbe essere un modo per riorientare dentro di me l’energia che rischia di esplodere in violenza.

Ed è triste invece vedere che dei linciaggi, quelli veri, le cronache riportano solo tre protagonisti: il linciato, quelli che partecipano al linciaggio e quelli che assistono senza prendervi parte. Ogni violenza di massa, ogni progrom, ogni pulizia etnica, in fondo, poggiano sull’assenza di questa reazione: provare a fermarle.

Cambiamenti d’aria

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Finestra_aperta_Matisse_580

Prendere distanza dai gesti quotidiani. Allontanarsene un poco. Cercare di dimenticarli, o anche solo di farli uscire dagli occhi, dalle braccia, dalla punta delle dita. Giusto il tempo di quietarne la ripetizione automatica, di assopirne gli echi che si impossessano del corpo come nel Chaplin di Tempi moderni. Anche questo è la vacanza.

Che poi non è che stia per partire alla volta delle cascate Vittoria, a piedi, alla ricerca di Livingstone. Sempre lo stesso agriturismo, da dodici estati, stessa spiaggia, stesso mare. E stessi gesti quotidiani, sveglia, colazione, vestizione, creme solari, viaggio, parcheggio, colazione, mare, sole, riviaggio, preparazione pranzo, pranzo, pennica, scrittura, lettura, svacco, preparazione cena, cena, tv, letto.

Ma non sono gli stessi del resto dell’anno.
Cioè, sembrano gli stessi, ma non lo sono. Ed è sufficiente.
Le routine fanno parte della vita, va bene, ma il problema è da quanto durano e per quanto lo faranno. Anzi, neanche. E’ una questione di futuro anteriore: il problema è quanto saranno durate.
Fare le stesse cose ogni mattina da quindici anni è una cosa, sapere che fra ventanni le avrai fatte per trentacinque, è un’altra. E te lo devi pure augurare, perchè l’alternativa è peggio, molto peggio.
Il punto non sarà non avere abitudini, probabilmente. Per quanto le abitudini mi diano da sempre l’orticaria, ma cambiarle. Anche di poco. Almeno per un poco.
Quando torneremo, sarò pronto a indossare nuovamente quelle che sto lasciando, con un po’ più di respiro.

Cose e pazz

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cose e pazzdi Irene Auletta

Ultimi giorni di lavoro prima della pausa estiva e vengo presa dal “sacro fuoco” di fissare alcune visite mediche di routine lasciate in sospeso. Bella l’idea di guadagnare tempo scrivendo una mail per prenotare le ricette, lo faccio subito, così domattina passo al volo e metà del compito è fatto!

Stamane ritiro ricette. Arrivo in una sala d’attesa parecchio abitata in prevalenza da anziani che lamentano malesseri legati al caldo e intravedo in fondo l’impiegata che forsennatamente cerca di accontentare tutti già sfinita alle nove e trenta del mattino. Per non disturbarla mi guardo intorno curiosamente. Dove avranno messo la scatola che conteneva le ricette pronte con tanto di indice alfabetico per facilitare la ricerca ai pazienti?

Non voglio disturbare l’impiegata in affanno e mi rivolgo verso una signora al mio fianco. Sa mica signora che fine ha fatto quella comoda scatola in cui venivano riposte le ricette già pronte? Ah …. quella! L’hanno tolta parecchi mesi fa. Forse perchè alcuni sbagliavano e ritiravano anche quelle altrui. Peccato, faccio io, era davvero comoda e sveltiva parecchio la procedura.

Aspetto. Mezz’ora per ritirare ricette prenotate via mail giorni fa e già lì, pronte e firmate ad attendere solo il mio ritiro. Giunto il mio turno non riesco a tacere e chiedo alla gentilissima impiegata come mai hanno tolto la scatola che ora vedo sistemata lì, sulla sua scrivania.

Sapesse, è stata una prescrizione della finanza durante l’ultimo controllo. Vedendo la mia espressione basita mi spiega che i finanzieri hanno sottolineato che i pazienti potevano curiosare anche tra le ricette altrui, invadendo così la privacy.

In effetti non ci avevo pensato. Pensa che figata vedere le richieste dei vari farmaci o la prescrizione di esami o visite specialistiche che riguardano altri pazienti! Ammesso e non concesso che ci siano curiosi di tal fatta, quale privacy possono mai invadere scoprendo le mie ricette o quelle di altri non sapendo neppure chi siamo? Oppure, vuoi dire che prima spiano le ricette e poi aspettano che il paziente arrivi a ritirarle per fotografarlo in segreto?

Ogni tanto mi pare davvero di essere circondata da cose folli e stamane, superato il primo momento, mi sono fatta come unica soluzione possibile, una bella risata.

Avrò mica invaso qualche privacy?

Teniamoci per mano

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“Fb mi chiede a cosa sto pensando…..Penso alla giornata di oggi, penso a mia figlia Ester che stamattina alle 8 era pronta per andare a manifestare pacificamente, penso alle dimostrazioni sincere di attenzione di alcuni simpatizzanti e persone sensibili alle problematiche che quotidianamente affrontiamo, penso all’assenza di risposta del Comune, penso che i nostri ragazzi hanno rischiato, per il caldo, di avere le convulsioni davanti al Palazzo e nonostante tutto volevano rimanere. Penso che domani ritorneremo a Piazza Pretoria, silenziosamente, civilmente, a chiedere un po’ di attenzione, penso che non possa essere possibile non tendere la mano per aiutare chi soffre. Ma forse sono io che, invecchiando, divento più fragile, più sensibile? oppure non riesco ad abituarmi alla non-cultura di ignorare il più fragile? In ogni caso, domani noi ci saremo. Noi saremo ancora davanti Palazzo delle Aquile, in silenzio, portando con noi solo il sorriso un po’ malinconico dei nostri meravigliosi ragazzi….”

radici intrecciatedi Irene Auletta

Mi raggiunge così, nella zona vicina al cuore, il post di Fiorella, madre di una figlia adulta che come tanti genitori sta cercando di affrontare il vuoto dei servizi e la precarietà delle proposte da rivolgere a persone disabili. L’ho sentito dire tante volte che “dopo i sedici anni i problemi aumentano” ed in effetti il momento storico ed economico non è certo dei migliori soprattutto in una cultura che purtroppo guarda ancora alle fragilità come un peso e non come un’occasione per esibire coscienza civica e responsabilità.

Non posso dimenticare l’espressione sorpresa di una dirigente di servizi sociali di fronte alle mie affermazioni riguardanti il futuro di questi figli e il desiderio dei genitori di cercare e scegliere il contesto per loro più adeguato. Non è facile trovare un posto, figuriamoci poi scegliere … sarebbe un lusso! La signora in questione mi parlava come professionista del settore ignorando il mio duplice abito, anche di genitore coinvolto direttamente nella questione. Avrei potuto svelarlo sottolineandole che aveva perso una bella occasione per tacere e per connettere lingua e cervello ma, a volte, è meglio andare oltre.

Gli operatori parlano di disabili, di strutture, di fondi, noi parliamo dei nostri figli, della loro qualità di vita e questo a volte traccia una linea di demarcazione insuperabile.

A volte ci si incontra, genitori e operatori, e lì si coglie un tepore speciale, di quelli che fanno sentire a casa. Dovrebbe essere un diritto? La strada è ancora lunga e per questo molte delle nostre mani sono intrecciate a distanza, per infondersi forza e coraggio.

Splendide emozioni

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emozioni-bolleIrene Auletta

Scena familiare. Un ragazzo scappa fuori dall’aula e due educatrici lo seguono per convincerlo a rientrare. Lui si oppone con il  corpo e forse temendo di non farcela, si contrappone inginocchiandosi e poi sdraiandosi per terra. Quante volte ho visto questa scena e infatti quel ragazzo potresti essere tu, con la differenza che, al confronto, tu sembri molto più piccola sia per altezza che per stazza. Le educatrici cercano di convincerlo a parole, poi con i gesti e dopo poco il ragazzo cede, si alza e rientra in classe.

Accidenti all’assenza di parole che chiede al corpo di sostituirle con un codice ignoto ai più.

Nel frattempo ti vedo arrivare con l’educatrice al tuo fianco e appena mi vedi acceleri con quel tuo incedere tutto particolare che ti fa apparire sempre molto instabile e al tempo stesso quasi saltellante. E’ l’ultimo giorno di centro estivo e per te sembra essere stata una buona esperienza. Nel frattempo arriva anche tuo padre e a quel punto la tua felicita’ e’ a mille.

L’educatrice ci saluta e nel congedarsi ci tiene a dirci anche a nome delle sue colleghe, che stare con te e’ stato un piacere perché sei una “ragazza splendida”. Io, che quando si parla di te mi commuovo per ogni virgola, abbozzo un sorriso con gli occhi lucidi.

So bene che i ragazzi come te chiedono anche tante fatiche e forse proprio per questo apprezzo molto l’accento posto sul piacere di un incontro che ti vede protagonista, senza di noi, con persone conosciute da poche settimane.  Quando mancano le parole non e’ facile incontrarsi in una storia nuova e anche stavolta hai affrontato una prova da aggiungere nel tuo bagaglio di vita e io me sono felice.

Ti guardo mentre usciamo e salutiamo per sempre quel luogo che per tanti anni ti ha accolto e che da oggi farà parte del tuo passato. Tu ridi ma appena saliamo in macchina accenni quel tuo modo di lamentarti che sembra un pianto. Chissà cosa pensi e come potrai rappresentarti e vivere questo nuovo passaggio.

Fa troppo caldo per queste domande. Sai che ti dico amore, andiamo a farci un bagno in piscina! Ridi felice perché la proposta ti piace un sacco. I momenti belli vanno gustati fino in fondo e, in questo, noi siamo diventati grandi esperti.

Domande fragili

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domande fragilidi Irene Auletta

Ogni volta che leggo articoli come questo, storie, testimonianze, denunce che, senza alcun imbellettamento, svelano realtà di maltrattamenti e violenze, mi ritrovo a fare i conti con una varietà di emozioni e pensieri. Di certo non posso non sentire quella morsa allo stomaco e alla gola che penso di condividere con tutti coloro che  leggendo, immaginano il proprio figlio , in quella situazione. Rabbia e dolore si mescolano in quella bevanda amara che per taluni è come la bibita quotidiana.

Però, tra tutti i toni del cuore, compaiono anche pensieri e interrogativi che mi lasciano spesso come un po’ sospesa in uno stato di forte incertezza. Rivendicare diritti è cosa assai seria ma, dopo tanti anni, tante storie terribili che si ripetono sempre uguali, mi chiedo se, in aggiunta a quanto si agisce su più fronti ogni giorno, non sia necessario porre in evidenza anche altro.

Quale forza e forma può assumere l’indignazione per essere vista, ascoltata e accolta ancora più seriamente? Le storie di violenze rivolte ai soggetti più fragili, bambini piccoli, disabili, anziani, soprattutto quando avvengono all’interno di strutture che dovrebbero accoglierli e prendersene cura, mi spingono a pensare a quanto sta accadendo proprio in questo momento storico e al grande disinvestimento rivolto a questi servizi.

Vado dicendo da anni che di fronte ad alcune tipologie di persone prese in carico, è necessario mettere in conto le possibili reazioni prodotte dalle derive legate agli eccessi di cura. Non voglio fare un discorso etico ma molto realista. Lo sanno bene anche le persone che si prendono cura dei propri cari, di come la cura ripetuta per anni, sempre uguale, possa logorare fino a far perdere il senno. Non è sufficiente, per molte persone, affidarsi all’amore incondizionato, al senso del sacrificio, al senso del dovere e, anche una risposta violenta, può essere un urlo di aiuto.

Certo, la questione è molto differente se parliamo di un familiare o di un operatore ma temo che alcune criticità vadano affrontate in entrambi i contesti. Anche gli operatori hanno bisogno di sostegno, momenti di discussione e valutazione, controllo e confronto. Lasciarli soli e caricare solo sulle loro spalle la responsabilità di alcune fatiche vuol dire chiudere gli occhi di fronte all’inevitabile.

Oggi, le strutture sociali ed educative sono sempre più in ginocchio, colpite dai tagli fiscali e dai mancati finanziamenti. Il problema è di certo umano, ma anche sociale e storico. Non mi frega un granché di raggiungere cuori, mi piacerebbe raggiungere cervelli. Forse è questo lo sconforto più grande.

Figlio che vai …

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figlio che vaidi Irene Auletta

Da un recente racconto trattengo parole che mi risuonano nella testa da qualche giorno. Mio figlio è molto in crisi e fa davvero fatica ad accettarsi. Ultimamente guardandosi allo specchio dice di farsi proprio schifo e così ha deciso di fare un trapianto di capelli. 

Mi sembra una questione quasi assurda e il mio interlocutore credo l’abbia anche un po’ capito. Il problema però, non riguarda la scelta in sè che rispetto come qualsiasi scelta che ciascuno di noi è libero di fare, ma il racconto di questa madre che sento assai lontano dalla mia esperienza. Mi accorgo che se per me, ascoltare nelle differenze abissali è diventato abbastanza facile, quello che mi risulta ancora distante è sintonizzarmi. Come posso provare a comprendere ciò che questa madre sta vivendo e mi sta raccontando, cercando di immaginare come possono sentirsi un giovane uomo di ventitré anni per il fatto di essere stempiato e sua madre che lo sente parlare di schifo, riferendosi alla sua immagine riflessa?

Ci sono fili di significato che riesco a rintracciare e a tessere insieme seppur in presenza di storie ed esperienze molto lontane, altri che mi lasciano sospesa con interrogativi a bocca aperta.

Parliamo tanto di essere ma forse tutti noi ci troviamo ogni giorno a misurarci con i riflessi di questo bizzarro mondo che ci lasciano confusi, scontenti, alla ricerca di qualche strana perfezione che sembra coincidere con modelli decisi da ignoti. E allora via, alle crisi esistenziali di ciascuno.

Di recente mi sono sentita dire quasi con stupore: ma come, non sei contenta che tua figlia è così magra? Le taglie perfette, fissazione del nostro mondo, sembrano aver superato di gran lunga anche le tracce innegabili di malattie.

Sono questi i pensieri che mi frullano in testa mentre gironzolo per la città in attesa di passare a prenderti, al termine della tua ultima seduta dell’estate, dalla nostra maestra Feldenkrais.

Fai vedere alla mamma come corri. Con l’aiuto di Angela affretti il passo a rallentatore, lottando con la goffaggine dei movimenti delle tue gambe. Con un tuffo nella realtà, ti guardo negli occhi e, accompagnata dal familiare pizzico al cuore, ti vedo volare.

In punta di piedi

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In punta di piedidi Irene Auletta

Mi piace immaginarmi così, quando entro nelle storie altrui e mi ritrovo ad ascoltare frammenti di vita, di amori, di fatiche e di dolori. L’ho scelto anche per professione e condivido questa passione con importanti e preziosi compagni di viaggio.

Nel mio incontro con educatori e insegnanti mi imbatto sovente in affermazioni che immagino familiari a molti, perchè assumono le vesti dei luoghi comuni. Tra le più gettonate ne ricorre una. I genitori non capiscono che facciamo o diciamo alcune cose per il bene dei loro figli!  

Appunto. Il bene dei figli non dovrebbe riguardare proprio i genitori?

Durante un recente colloquio con nonni che hanno perso la loro figlia e si occupano del nipote, il dolore è straripato dalle trame della comunicazione. Voi siete tecnici, non potete capire l’amore … di quello ci occupiamo noi! 

Qualche anno fa forse avrei fatto fatica a capire e ad accogliere reazioni di questo genere, presa anch’io da quel senso di onnipotenza che spinge molti operatori a sentirti portatori della verità. Oggi no.

L’amore e gli affetti cari sono faccende assai delicate. Me lo ha insegnato la vita più che i miei studi ed è un apprendimento che custodisco gelosamente come un oggetto prezioso, ogni volta che incontro storie. Alcune sono più fragili di altre e richiedono una cura ancora maggiore e un grande rispetto.

Qualche anno fa, mentre mia figlia stava attraversando un momento molto delicato della sua vita, un medico mi tempestò di domande e cogliendo il mio disappunto per la sua intrusione sbottò dicendomi che non capivo. Quello che stava facendo era per il bene di mia figlia e non per divertirsi. Chissà se in quel momento, o in altri della sua carriera, quel medico si è mai fermato a pensare che così dicendo stava insinuando che lo stava facendo al mio posto oppure che io non lo facevo abbastanza? Brutta bestia l’arroganza sorella della presunzione.

Però, negli anni, l’ho ringraziato tante volte a distanza insieme ad una cerchia di altri personaggi che mi è capitato di incrociare, come esempio da non dimenticare solo per poterne sempre prendere distanza.

Forse noi tutti, nei nostri incontri, siamo come ballerini della vita. Abbiamo bisogno di passare per la goffaggine, i piedi pestati, gli spintoni per arrivare a gustare l’armonia di un passo in punta di piedi. I più fortunati di noi, riescono anche a volteggiare, ma per questo ci vuole tanta pazienza e un pizzico di magia.

L’era dell’iperbole

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l'era dell'iperboledi Irene Auletta

“Il bambino ha un’accentuata balbuzie e, avendo escluso origini patologiche, i genitori hanno raccontato le loro strategie per incoraggiare il figlio. In realtà quello più coinvolto sembra essere il padre che di fronte alle difficoltà lo sostiene dicendogli ripetutamente che lui è il massimo, che è il numero uno”.

Inizia così il racconto di un’insegnante di scuola per l’infanzia in un recente incontro di formazione che prova a mettere a tema alcune difficoltà nel rapporto con le famiglie e in particolare, con quelle famiglie che si trovano ad affrontare qualche disagio, piccolo o grande, che riguarda il loro bambino e il suo sviluppo.

Cambiano le agenzie educative, i territori di riferimento, gli operatori, ma ci sono episodi che ricorrono con una precisione impressionante sia nelle narrazioni degli operatori, che nelle strategie ricorrenti attivate dai genitori. Quando metto l’accento su questioni più specificamente pedagogiche guidando fuori da pantani psicologici che a volte intrappolano le insegnanti in interrogativi infiniti, ritrovo sguardi perplessi. In particolare, a suscitare dubbi e stupore, sembra essere il mio riferimento alla nostra epoca e all’invasione dei superlativi assoluti in gran parte degli scambi educativi che riguardano bambini al di sotto dei dieci anni. O perlomeno, fino a quest’età mi pare che l’eccesso riguardi un’enfasi su caratteri positivi, dopo ho l’impressione che si assista ad un’inversione di rotta e allo snodarsi di una storia assai differente.

Un’insegnante tra le esperte prende la parola. Ma se la mia generazione è cresciuta con pochissime gratificazioni, una spinta continua verso il senso dovere, un’avarizia di gratificazioni, non è giusto invece riconoscere e premiare per sostenere ed incoraggiare?

Interessante quesito che spalanca porte semantiche. Da quando per incoraggiare l’unica via sembra quella di fare indigestione di “complimenti”? Gli eccessi di ciò che è considerato buono, possono anche far molto male e, paradossalmente, produrre proprio l’effetto contrario di quanto invece sta nelle intenzioni di chi li attraversa. Soprattutto, mi pare che sia importante ritornare alla sostanza, all’essenza e riconoscere senza timori quell’apparenza che getta ombre e fumo nello sguardo di molti adulti, genitori e insegnanti.

Se ad esempio, un bambino esprime insicurezza , bisogno continuo di rassicurazione e incoraggiamento, forse non lo aiutiamo solo rinforzandolo con i vari bravissimo, sei un genio, sei il numero uno. Anzi, personalmente ho parecchie perplessità.

Un po’ nostalgicamente, io sono legata anche ad altre vie e mi piace suggerire differenti percorsi paralleli. Mi piace pensare l’adulto che, da persona grande, consola invitando il bambino a non preoccuparsi e garantendo con forza il suo aiuto. L’adulto che sospende il torrente di parole per far parlare un silenzio affettuoso che stringe fra le braccia e impara a recuperare il valore di tutto ciò che sembra sempre una mancanza.

Educare può essere davvero una meravigliosa avventura ma, per viverla, mi pare giunto il momento di fare parecchia pulizia.

Ci sono gesti

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IMG_0674di Irene Auletta

Con mia figlia passo il tempo a chiedermi come offrirle possibilità per scegliere, per non farla sentire sempre determinata dalle posizioni altrui, per aiutarla a ritagliarsi una piccola nicchia di autonomia e affermazione della sua persona.

Non è per nulla facile e ogni volta mi interrogo sulla mia parte.

Qualche giorno fa parlavo con i genitori di un figlio adolescente e mi sono ascoltata dirgli che forse era il momento di lasciarlo un po’ andare. Le preoccupazioni della madre mi raggiungono forti. E se non è ancora in grado, se si mette nei pasticci, se combina qualche guaio?

In questi casi uso spesso l’immagine delle ginocchia sbucciate. Se un bambino non cade, non impara a correre e a trovare il suo nuovo equilibrio. I genitori sono lì, sempre pronti a consolare e a medicare le piccole o grandi ferite, offrendo la loro forza per recuperare il coraggio necessario al successivo tentativo.

Quante volte con te, figlia mia, mi percepisco proprio così. Ma come faccio a lasciarti andare ancora un pochino di più e a prepararmi a medicarti la prossima ferita?

Ieri siamo andati a fare un pic nic con amici e la loro figlia di dieci anni. Durante un piccolo giretto nel paese adiacente al parco che ci ha accolto, ti dirigi con decisione verso la mano della bambina e la scegli per passeggiare. Siete belle da guardare voi due, che sembrate quasi coetanee e io mi commuovo.

E’ la tua piccola scelta e mi accorgo di come anche nel nostro mondo su misura ci possono essere nuovi amici, anche per te. Ho paura che tu possa inciampare, che possa farti male e che possa farlo anche alla piccola amica che tieni per mano. Mi trattengo e cerco di controllarmi godendomi quel momento che ricevo come dono prezioso.

Stamane ti sei svegliata di ottimo umore nonostante la tua salute, da tempo, stia mettendo a dura prova la tua pazienza. Sarà anche merito della giornata di ieri?

Mentre sistemo casa non mi accorgo della porta d’ingresso aperta fino a quando il campanello non richiama la mia attenzione. Chi può essere a quest’ora di domenica? Il babbo non lo aspettiamo prima dell’ora di pranzo.

Quando apro ti trovo lì a scampanellare, contenta della tua piccola fuga sul pianerottolo. E’ la seconda volta che accade e ogni volta, il cuore mi balza in gola pensando al pericolo scampato della vicina rampa di scale lì, a pochi passi.

Faccio finta di non riconoscerti e ti chiedo seria cosa desideri. Mi guardi con quel tuo sorriso che contiene mondi di significati nascosti.

Benvenuta figlia. Continua a crescere come puoi e nel frattempo ti prometto di continuare ad imparare a starti vicino lasciandoti andare ogni volta, un po’ di più.

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