Dolcetto o amaretto?

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dolcetto o amarettodi Irene Auletta

Strane questioni quelle delle vite e delle esperienze parallele. Ci riflettevo proprio qualche giorno fa in occasione dell’adottata festa di Halloween e della relativa invasione carnevalesca che ha contagiato piccoli e grandi.

Anche noi non ne siamo stati esenti lo scorso anno, cedendo alla tentazione di partecipare alla “festicciola” organizzata nel nostro palazzo e che prevedeva l’immancabile passaggio porta a porta unitamente al rito “dolcetto o scherzetto?”.

In fondo, mi sono detta, nel palazzo ti conoscono e le ragazzine coinvolte di certo ti hanno incrociata molte volte nei nostri passaggi quotidiani di vita. E così provo a prepararti a quello che accadrà, guardiamo insieme immagini tematiche e ripetiamo il rituale che ci immaginiamo incontrare di lì a poco quando suonerà il nostro campanello.

Tu sei pronta, curiosa e frizzante di quell’attesa che, quando riesci ad afferrare, diventa contagiosa per chi ti sta vicino. E’ questo lo spirito con cui apriamo la porta trovandoci di fronte streghette e fantasmini.

Ma chi vogliamo sfottere? Lo scherzetto lo facciamo noi. Le ragazzine rimangono bloccate dalla tua presenza e dalla tua emozione che esprimi come sai fare. Non dicono nulla, ti guardano e a qualcuna scappa una risatina imbarazzata. In un lampo mi maledico per non aver preventivato una scena simile, maledico l’idea del cavolo che ci è venuta per farti partecipare a tutto quel trambusto che ascoltavi divertita nelle scale e maledico quella festa assurda che nella mia mente è ancora legata a ricordi di lacrime e crisantemi.

Le vite parallele sono proprio così. Si possono anche immaginare ma a raccontarle c’è da scoprire mondi.

Quest’anno però non ci siamo cascate e per fortuna ci ha anche aiutato l’assenza di clima festaiolo nel nostro palazzo. Eppure ci sono contagi che passano anche per i pertugi più invisibili e alla fine non ho resistito alla tentazione di comprarti un grazioso fantasmino di legno intravisto in una colorata vetrina.

Ma i regali di quale mondo sono? Tu lo guardi e poi seria me lo restituisci continuando a giocare con un pennarello e un barattolo che per l’occasione sono diventati bastoncino e tamburo.

Il passaggio tra mondi è complesso figlia e dobbiamo sempre di più imparare ad aspettarci. Io di qua e tu di là. A volte vicinissime e a volte lontane anni luce come solitarie viaggiatrici che ogni volta vengono sorprese dalla bellezza del rinnovato incontro e dalla malinconia del saluto.

Strani acquari

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pescidi Irene Auletta

Arriviamo di corsa perché dopo una breve pausa a casa ci aspetta Angela, la tua maestra Feldenkrais, che ogni volta ti permette nuove esperienze ed incontri con il tuo corpo e le sue possibilità.

Entriamo nella nostra piccola ascensore e ci imbattiamo in due bambini di circa nove, dieci anni e nella gentile signora che vedendoci arrivare ci ha atteso. I due bambini sono vicino allo specchio dove di solito ti piace stare ma oggi il tuo interesse e’ rivolto principalmente a loro.

Agiti le braccia e ridi curiosa di questo piccolo viaggio insieme sino al nostro settimo piano, contenta della compagnia. Al momento dell’avvio dell’ascensore accenni anche qualche saltello e noto la faccia stupita e preoccupata dei due bambini, costretti a condividere con noi quello spazio angusto.

Luna fa così quando è contenta e non potendo parlare sta cercando di salutarvi con il corpo, dico per raccontare il tuo comportamento.

Sono solo preoccupato che con questi saltelli l’ascensore precipiti, mi dice serio uno dei due bambini, utilizzando lo stesso tono che potremmo incrociare in qualche programma di divulgazione scientifica.

Lo rassicuro e guardo la madre con un sorriso. In realtà, mentre sto accarezzando le mani di mia figlia per evitare che coi i suoi movimenti incontrollati possa spaventare, mi sento sprofondata in un mondo parallelo, seppur nell’angusto spazio di poco più di un metro quadro.

Che strana quella, li sento dire mentre si affrettano ad uscire.

Ti abbraccio come a volerti proteggere da quel commento a noi tanto familiare e ti sussurro all’orecchio strano tipo quel bambino! Ti sorrido, leggera del mio stesso pensiero e mi accorgo che lo penso davvero!

Silenzi stonati

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bcoro

di Raffaella Dellera

Quando sento parlare di dolore, di drammi e di tragedie non riesco a non pensare, reminiscenza dei miei studi classici, alla funzione del coro nella tragedia greca. Dare voce, nominare l’innominabile che nella tragedia prende forma sulla scena. Del resto l’intero valore della tragedia era quello di rappresentare i massimi drammi con cui la società del tempo pensava fosse un dolore sommo e innominabile confrontarsi. I Greci, si sa, erano avanti.

Il parallelo con quanto vedo accadere ai nostri giorni mi lascia assai perplessa. Nel mondo della velocità e della liquidità, a volte mi sembra che la percezione di fatti tragici, portatori di innominabili dolori, passi attraverso lenti distorte. I fatti che leggo, sento, incontro, spesso senza distinzione semantica alcuna, vengono descritti con toni apocalittici e drammatici, per poi venire rapidamente superati e socialmente dimenticati. A meno che non diventino oggetto di morbose curiosità e allora continuino ad assurgere agli onori della cronaca, senza troppe domande o movimenti empatici nei confronti dei veri protagonisti di quei drammi, che vengono di sfuggita, qualche volta, nominati.

Recentemente mi raggiunge, attraverso echi differenti dai consueti luoghi di informazione, il racconto di un fatto tragico, la morte di un nonno e del suo nipotino disabile. Diverse cose mi colpiscono. Come nelle notizie quotidiane questa venga data di sfuggita, con un’etichetta che già la definisce e la incasella omicidio-suicidio. Come, in canali che più si soffermano sull’accaduto, si arrivi a sfiorare il tentativo di strumentalizzazione chiedendosi “cosa conduce alla disperazione…”. Come, visto che non ci sono più di tanto curiosità da telefilm poliziesco da soddisfare, la notizia nei giorni successivi scompaia.

Se fosse accaduto nel mese di agosto, senza processi illustri, pagine politiche, vertici di capi di stato e inquinamento atmosferico?  mi chiedo. L’eco da cui questo fatto pieno di dolore e disperazione mi è giunto per fortuna è diverso, e continua, insieme ad altre voci, la sua strada di rispetto e delicatezza.

In questi momenti sento il bisogno di fare distinzioni tra le parole, che sempre mi aiutano a capire. E mi dico che dispiacere, sofferenza e dolore non sono la stessa cosa e che, anche il dolore lo penso differente dal Dolore. Penso che alcune scuole di pensiero, che fanno assurgere a lutto e trauma qualsiasi perdita o evento che singolarmente risuoni come tale, a volte non aiutano. Perché tra un fidanzato che ti lascia e un figlio che muore non può non esserci una grande, enorme, abissale differenza. Proprio come tra sofferenza e Dolore.

Nella nostra lingua esistono termini per definire quasi tutto, anche nel vocabolario del dolore. Ma la lingua non ha termine per definire un genitore che perde un figlio. Mi trovo a riflettere spesso su questo e tali pensieri mi aiutano a ridimensionare e riposizionare le cose che accadono, a guardare in modo differente me stessa, gli altri e il mondo.

Sarebbe molto bello se sempre più persone potessero, nelle corse quotidiane, fermarsi un po’ di più a domandarsi se ciò che provano o ciò che incontrano meriti qualche attenzione diversa, anche se non grida forte o non è in prima pagina.

Sarebbe molto bello se ci fossero più spazi per un “coro” capace di essere cassa di risonanza per quello che non si sente e non si vede.

Pianeta figlia

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post compleanno Lunadi Irene Auletta

Sono diciassette e ogni anno mi piace regalarti pensieri che, oltre le parole, spero ti raggiungano al cuore.

A volte il tempo sembra essere ancora fermo lì, a quando piccina portavi mondi segreti di significati lontani, ancora non svelati. Allora, di fronte al tuo pianto disperato dei primi giorni di vita, neppure immaginavo quante e quante volte te lo avrei ripetuto. Non preoccuparti c’è qui mamma che non ti lascia … non ti lascia.

È così ancora oggi e vedo la tua espressione seria quando ti ripeto scherzando per l’ennesima volta, ma oggi te l’ho già detto quanto ti voglio bene? A volte sorridi stando al gioco e altre, se avessi parole, mi manderesti pure per rane!

È il nostro gioco e il mio modo di dirti sempre e ancora che mamma non ti lascia sola ad affrontare il mondo. Eppure, gli anni che passano, tirano le orecchie a me ricordandomi ogni volta di non trattarti più da piccola ma di offrirti, nei gesti e nelle parole, attenzioni da ragazza. Tu impari e io imparo. Inciampiamo entrambe e ogni volta me ne rammento un po’ di più.

Qualche giorno fa una conoscente mi ha ricordato che sei quasi maggiorenne. La parola mi ha raggiunto incredula come se il mio cervello fosse bloccato lì, dimentico del fatto che sì, dopo i diciassette, arrivano anche i diciotto. Ma perchè doveva proprio ricordarmelo quella lì? Mi sento avvolta in un’onda che un po’ mi rammenta di lasciarti andare, provare e sperimentare e un po’ vorrebbe tenerti piccola, per continuare a proteggerti e farti soffrire il meno possibile. Maldimare d’amore.

Tanti auguri a te Luna, figlia meraviglia.

Soffio desideri per te, di tanta allegria e possibilità di scoprire e imparare nuove cose.

Soffio speranza per me, per aiutarti ad essere grande, ogni anno, un anno in più.

Soffio pensieri dalla Luna della Terra alla Luna del cielo, per aiutarti a non smettere di brillare.

Che la forza sia con te

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Primo post della rubrica Riflessi generazionali con la quale continuo la preziosa collaborazione con FattoreFamiglia. Di seguito uno stralcio, il resto potete leggerlo direttamente qui.

 

Stralcio del post da FattoreFamiglia

 

 

Continua la lettura di Che la forza sia con te

Cuori vicini

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Ciao Davidedi Irene Auletta

“Rovigo, nonno uccide il nipote di cinque anni e si suicida. Il piccolo soffriva di una malattia rara.”

Abituati alle notizie che ci passano attraverso questa, per chissà quante persone, è una tra le tante. Per me e per un ristretto gruppo di persone, no. Forse perchè quel bambino aveva la medesima sindrome genetica dei nostri figli, forse perchè con il padre e la madre era nato un contatto, per molti solo via facebook, di quelli che anche a distanza ispirano fiducia e simpatia. Forse perchè ci sono notizie che vanno a toccare corde che neppure osiamo pensare, figuriamoci nominare.

Io, ho subito sentito forte l’eco del dolore di quella famiglia spezzata, di quel genitore che in un solo momento ha perso padre e figlio e di quelle domande che forse non troveranno mai una risposta.

Magari si è trattato di un incidente, dico al padre di mia figlia. La mia mente, il mio cuore e la mia pancia rifiutano quel gesto che mi appare indicibile.

Eppure, proprio quel gesto, urla forte con grande strazio qualcosa che non osiamo mai dire. Di quanto a volte ci sentiamo sfiniti, senza forze, dubbiosi sulle nostre capacità di portare avanti quello che la vita ci ha riservato. Il grido di quel sentimento che tante volte risuona solo nelle nostre teste silenziose ma che riconosciamo bene negli occhi di chi, come noi, ne ha una grande confidenza.

Si chiama disperazione, la speranza smarrita.

Si sarà sentito così quel nonno? Avrà pensato a un nobile gesto di liberazione? Oppure si sarà trovato travolto da un bambino impacciato che non è riuscito a trattenere e che ha cercato di soccorrere mentre l’acqua li trascinava lontano?

Certo per quei genitori sarà molto diverso il sentimento che accompagnerà la vicenda, in uno o nell’altro caso. Ma in entrambi immagino un dolore senza respiro che stamane, quasi come uno strano contagio, sembra aver tolto il fiato a tutti quei “genitori amici” che rincorrono pensieri sulla pagina facebook che parla di una storia comune.

E con il cuore che batte a fatica sono qui a chiedermi cosa possiamo imparare da questi gesti o da queste situazioni estreme.

La mia parte più selvaggia vorrebbe gridare che queste sono vere tragedie e non tutte quelle cazzate per cui a volte si sprecano tante energie, inutilmente. La mia anima più quieta, in pace con il dolore che mi accompagna da anni, sente la possibilità di un grande apprendimento.

Forse dobbiamo tutti imparare a dire e a dirci, senza vergogna, di quando ci sentiamo disperati. Smetterla di fare sempre quelli forti che, a volte, si sentono pure fortunati.

Chiudo gli occhi e rimango con questa burrasca emotiva. Chissà che nonno e nipote non lascino, ai loro più cari, nuovi doni in riva al mare.

Orizzonti pensosi

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malaladi Irene Auletta

Stamane pensavo a Malala Yousafzai che ha vinto il premio Nobel per la pace 2014 insieme a Kailash Satyarthi, “per il loro impegno contro la sopraffazione nei confronti dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini a un’istruzione”. A diciassette anni, Malala è la più giovane premio Nobel della storia.

Ci pensavo perchè sono giorni che rifletto sul senso di responsabilità e sulla difficoltà ad assumere e sostenere un pensiero collettivo anche a costo, o a rischio, di andare contro il proprio interesse individuale. Mi chiedo come possiamo tutti noi, aiutarci ad uscire dalle trappole di tanti slogan quotidiani che ormai, ahimè, sembrano vuoti, senza alcuna anima o significato. Quasi senza accorgercene la cultura del proprio interesse personale, dei propri affari è diventata dilagante e si è infilata nei pertugi delle vite, anche di quelle che forse hanno tentato una resistenza fedele.

Devo preoccuparmi del mio bene… Devo imparare a curare il mio interesse … Non vedo perchè occuparmi degli altri quando ognuno è preso solo da se stesso. Quante di queste frasi o similari ci sono diventate ormai familiari? E chi di noi non si è trovato nella condizione di volerle rivendicare anche un po’ per sè?

Il problema, sempre e ancora una volta, mi sa che ha a che fare con la misura. Non è quindi dire o pensare al proprio interesse o a quello dei propri cari ma, farlo diventare l’unico sguardo possibile e quello pervasivo in qualunque situazione e nei contesti più diversi. Ogni volta che sono in una scena professionale e sento la frase “la priorità è la mia famiglia”, non posso fare a meno di chiedermi cosa centra. Ogni vita attraversa tante scene e credo che ognuna abbia la propria peculiare priorità. Il problema forse è non confonderle e trovare modi possibili per farle dialogare.

Il fatto è che, proprio il lavoro, costringe ad un continuo confronto tra la sfera privata e quella pubblica in cui siamo immersi quotidianamente.

Una ragazza di diciassette anni capace di guardare al mondo, agli interessi altrui, oggi mi commuove.

Mi commuove perchè ho una figlia della stessa età che non potrà mai pensare il futuro e forse anche perchè mi trovo di fronte a tante scene quotidiane che mi sembrano risuonare all’unisono con la difficoltà degli adulti ad assumersi una responsabilità collettiva.

Mi commuove e mi fa paura. Come possiamo insegnare che lo sguardo al futuro è un respiro imprescindibile per qualcosa che va oltre i ristretti confini della nostra persona? Forse per deformazione professionale mi ritrovo spesso a pensare che anche in questo caso, sui piatti della bilancia potrebbe esserci la cura. Da una parte dei propri affari e dall’altra?

Sei troppo idealista, mi hanno detto di recente. Ci ripenso ancora stamane e mi dico che Malala sta insegnando al mondo che le idee, sono forti, preziose, importanti, soprattutto quando si è capaci di guardare lontano.

Direbbe Tata Matilda “lezione numero uno, appresa!”.

Cuoricini

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cuoricinidi Irene Auletta

Nel mio lavoro incontro spesso genitori che attraversano impegnativi guadi dell’esistenza ma, quando ad essere coinvolti sono direttamente i bambini, le sfumature delle difficoltà si colorano di tinte ancora più intense. Bambini chiamati ad affrontare prove più grandi di loro che mentre hanno ancora il magone ti canticchiano il ritornello di un cartone animato stupendosi del fatto che anche tu lo conosca.

Bambini capaci di tutto, capaci di parlare di fiori gialli mentre stanno attraversando un’esperienza che per molti adulti sarebbe ai confini del sostenibile.

E’ così che ti faccio vedere la mia foto del profilo Facebook con tanti fiori gialli. Che ne dici di questi? Li osservi attento e poi ne cogli uno nella moltitudine di splendenti. “Questo però è appassito … Sembra stanco”.

Io non interpreto, ma sento. Ascolto in silenzio un piccolo cuore che batte forte, incapace di rallentare e travolto dai quesiti impossibili della vita. Ti sorrido mentre continuiamo a parlare e credo che la vita ti debba, seppur ancora così piccolo, una seconda opportunità. Ci sono adulti fragili che hanno figli fragili e non credo sia giusto puntare il dito accusatorio verso genitori che proprio non ce la fanno. Però i bambini, mi colpiscono nelle emozioni più profonde, lasciandomi spesso stordita e incredula non nella testa, ma nella pancia.

Durante la mia lezione Feldenkrais della settimana, l’insegnante ci accompagna in una lavoro di ascolto e ricerca di nuovi equilibri possibili. Le vedete le cinque linee del vostro corpo? Quella della colonna vertebrale e le altre della braccia e delle gambe?

Il pensiero mi scappa ancora a te e ai bambini che, come te, alternano le loro riflessioni sofisticate ad una camminata in punta di piedi che richiama alla memoria quella dei bambini piccoli alle prese con i loro primi passi. Fenomeno in aumento che proprio durante la lezione vedo chiaro nella sua espressione di squilibrio.

Ma lo sai che possiamo sentire e percepire cinque linee nel nostro corpo? Mi immagino la tua faccia attenta, alla ricerca del mistero. Come sarà per te il tuo nuovo equilibrio?

Quasi a destinazione ci raggiunge la pioggia di una nuvola isolata. Forse il cielo piange … ma forse ci sono anche degli angeli. Dici con il naso all’insù.

I bambini caduti sono capaci di guardare oltre e magari, proprio da là, un angelo li sta osservando.

Il gusto oltre la superficie

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il gusto oltre la superficiedi Irene Auletta

In apparenza due notizie molto differenti. Eppure mi frullano nella testa riconoscendosi connesse tra loro prima che io ne riesca ad afferrare il perchè.

I commenti sul discorso tenuto all’ONU dalla giovane attrice Emma Watson e un articolo che intitola “Il nostro settembre ostaggio delle maestre”. Così come nel primo l’attrice pare aver ricevuto molte offese e minacce per il fatto di essersi dichiarata femminista, nel secondo, con un triplo salto mortale forse anche carpiato, si connette la richiesta di inserimento presso i servizi per l’infanzia al recente fenomeno che nomina i giovani adulti bamboccioni.

Alla fine, parole che negli anni hanno arricchito il loro bagaglio di preziosi significati, di importanti riflessioni e dell’esperienza di moltissime persone che ci hanno creduto, finiscono con l’essere banalizzate e diffuse unitamente a stupite ricette di istruzioni per l’uso che sembrano accontentare il gusto assai discutibile di una certa categoria di destinatari.

Io sono stufa e credo che tutti noi, di fronte ad episodi analoghi dovremmo assumerci la responsabilità di dire basta. La mia, sia chiaro, non è solo una riflessione a difesa del femminismo o dell’inserimento nei servizi per l’infanzia, ma un tentativo di andare oltre rifiutando un modo di informare che ahimè, cosa ancora più preoccupante, è diventato anche una modalità ricorrente in molti scambi e confronti vis a vis.

Mi ritrovo spesso di fronte a tanta ignoranza malcelata o a chi, dinanzi alla domanda di spiegarsi meglio, sfoggia una serie di etichette modello psicologhese scadente. Avete notato quante volte riferendosi a qualcuno, che magari sta dicendo qualcosa che non condividiamo, si dice che è fuori di testa, problematico, disturbato, non normale? Ma è veramente così? Siamo davvero una generazione di folli?

Io non credo affatto. Credo che le parole per molti sono diventate come oggetti vuoti pronunciate così, tanto per riempire tempo e spazio o per uniformarsi a bizzarre linee di tendenza.

Cari signori, vorrei dire ai lettori o oratori un po’ superficiali, il femminismo ha una storia assai profonda che forse, prima di fare i vostri commenti, dovreste quantomeno conoscere e magari anche studiare. Allo stesso modo, seppur in un contesto molto differente, l’inserimento dei bambini nelle strutture educative fonda origine in studi molto seri che, magari si potrebbero anche rivedere e riaggiornare, ma di certo non possono essere liquidati con commenti pret-a-porter.

Una volta, di fronte a frasi ritenute sconce o non adeguate si invitava a lavarsi la bocca con il sapone. E una passatina anche al cervello?

Condannati alla terza persona

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comportamento-infantile-davanti-mamma

Di Igor Salomone

Ci sono gesti che urgono nel corpo e si compiono al di là della tua volontà. Anzi, remano decisamente contro. Anche se sei convinto di doverli evitare, quelli si presentano incuranti e anche un po’ stronzi sulla bocca, in punta di dita, nelle spalle, insomma, ovunque possano trovare un trampolino per uscire da te e presentarsi al mondo alla faccia tua. Lasciandoti a fare i conti con le conseguenze. Avete mai provato a imboccare un bambino, o chicchessia abbia bisogno di essere imboccato? Cosa fanno le vostre labbra mentre ci provate? Ecco, appunto. Per evitare di far smorfie mentre tenti di traguardare posata e bocca, finisce che sbagli mira. E di solito non ci riesci comunque. Persino mentre scrivo “imboccare” mi viene da fare le smorfie…

Mia figlia sta per compiere diciassette anni e le parlo ancora in terza persona. Papà fa questo, papà fa quest’altro, papà è stufo, papà è stanco. Non è che voglia. E’ che non riesco a fare diversamente. Cioè, ci riesco, ma devo impegnarmi. Se le energie le indirizzo a quello che sto facendo e non a quello che sto dicendo, le parole mi escono di bocca così. Mannaggia a loro. E non capisco neppure perchè.

Eppure non le dico “Luna deve fare questo””, Luna vuole fare quest’altro”. A lei mi rivolgo alla seconda persona singolare: “tu” vuoi, puoi, fai, non devi e via interloquendo. Perchè a una persona con la disabilità di mia figlia viene naturale rivolgersi come se fosse un bambino di pochi mesi? E’ facile infantilizzare chi non parla, succede anche con gli anziani con demenza senile.

Sembrerebbe una faccenda di dignità: se hai bisogno di cure, in qualche modo sei un po’ bambino, quindi viene naturale comportarsi di conseguenza. E allora giù di terza persona, prosodia cantilenante, vezzeggiativi e tutto il repertorio zuccheroso e un po’ idiota a base di versetti, boccucce, toni acuti e sorrisi da emiparalisi. Ma non mi convince. Ci ho creduto per molto tempo, l’ho anche venduta a molti come teoria, ma non mi convince più. Dopotutto se devo curarmi di una persona totalmente dipendente ma pienamente lucida e in grado di parlare, non mi parte lo stesso embolo. Quindi la cosa deve avere a che fare non con la dipendenza dell’altro ma con il linguaggio.

Mia figlia non parla. Non può farlo, non è in grado. Non vuol dire che non comunichi, ovviamente. Ma la sua è una comunicazione totalmente analogica. Non possiede parole, verbi, costruzioni sintattiche. Non ha una grammatica insomma. Io sì, quindi posso darle del tu, posso dirle “tu”, non ci sarebbe dunque alcuna ragione per parlarle in terza persona: il fatto che io sia dotato di linguaggio mi permette di indicarla con le parole, e il modo di indicare l’interlocutore con le parole è, appunto, dargli del tu, o del voi, in ogni caso convocandolo alla prima persona.

Luna invece non può nominarmi, io per lei non sono un “tu”. E forse proprio per questo io, con lei, non riesco a essere “io”. Se è vero questo, allora significa che i pronomi compaiono per rispondere alla nominazione dell’altro. Se il tuo interlocutore ti dice “tu”, allora ti identifichi nell “io” che corrisponde al “tu” dell’altro. Magari tutto questo è una stronzata, ma è bello pensare che abbia un fondo di verità: significherebbe che l’identità è il prodotto del riconoscimento linguistico dell’altro che, parlandomi, mi fornisce un’identità sintattica sulla quale si struttura la mia identità psichica.

Viceversa se l’altro non è in grado di inquadrarmi in un costrutto sintattico, il mio “io” fatica a prendere forma nel dialogo con lui. Come accade con mia figlia. Io sono e resto “il papà”, cioè una presenza per lei innominabile, da indicare ogni volta scindendomi in due parti: “io” che indico e “il papà” che viene indicato.

In questo modo però mi riduco al mio ruolo. Se diciamo “io” intendiamo tutto ciò che siamo e ognuno di noi è molto di più dei singoli ruoli che indossa. L’assenza di linguaggio, invece, costringe a identificarsi con una funzione. E del resto come potrebbe essere diversamente, se mia figlia vede in me solo quello che sono per lei e di tutto il resto non ha né potrà mai avere alcuna conoscenza? Forse per questo l’amore che la lega a me è così totale e immediato. Forse per questo, a tratti,  è così soffocante.

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