Il gusto oltre la superficie

2 commenti

il gusto oltre la superficiedi Irene Auletta

In apparenza due notizie molto differenti. Eppure mi frullano nella testa riconoscendosi connesse tra loro prima che io ne riesca ad afferrare il perchè.

I commenti sul discorso tenuto all’ONU dalla giovane attrice Emma Watson e un articolo che intitola “Il nostro settembre ostaggio delle maestre”. Così come nel primo l’attrice pare aver ricevuto molte offese e minacce per il fatto di essersi dichiarata femminista, nel secondo, con un triplo salto mortale forse anche carpiato, si connette la richiesta di inserimento presso i servizi per l’infanzia al recente fenomeno che nomina i giovani adulti bamboccioni.

Alla fine, parole che negli anni hanno arricchito il loro bagaglio di preziosi significati, di importanti riflessioni e dell’esperienza di moltissime persone che ci hanno creduto, finiscono con l’essere banalizzate e diffuse unitamente a stupite ricette di istruzioni per l’uso che sembrano accontentare il gusto assai discutibile di una certa categoria di destinatari.

Io sono stufa e credo che tutti noi, di fronte ad episodi analoghi dovremmo assumerci la responsabilità di dire basta. La mia, sia chiaro, non è solo una riflessione a difesa del femminismo o dell’inserimento nei servizi per l’infanzia, ma un tentativo di andare oltre rifiutando un modo di informare che ahimè, cosa ancora più preoccupante, è diventato anche una modalità ricorrente in molti scambi e confronti vis a vis.

Mi ritrovo spesso di fronte a tanta ignoranza malcelata o a chi, dinanzi alla domanda di spiegarsi meglio, sfoggia una serie di etichette modello psicologhese scadente. Avete notato quante volte riferendosi a qualcuno, che magari sta dicendo qualcosa che non condividiamo, si dice che è fuori di testa, problematico, disturbato, non normale? Ma è veramente così? Siamo davvero una generazione di folli?

Io non credo affatto. Credo che le parole per molti sono diventate come oggetti vuoti pronunciate così, tanto per riempire tempo e spazio o per uniformarsi a bizzarre linee di tendenza.

Cari signori, vorrei dire ai lettori o oratori un po’ superficiali, il femminismo ha una storia assai profonda che forse, prima di fare i vostri commenti, dovreste quantomeno conoscere e magari anche studiare. Allo stesso modo, seppur in un contesto molto differente, l’inserimento dei bambini nelle strutture educative fonda origine in studi molto seri che, magari si potrebbero anche rivedere e riaggiornare, ma di certo non possono essere liquidati con commenti pret-a-porter.

Una volta, di fronte a frasi ritenute sconce o non adeguate si invitava a lavarsi la bocca con il sapone. E una passatina anche al cervello?

Condannati alla terza persona

1 commento

comportamento-infantile-davanti-mamma

Di Igor Salomone

Ci sono gesti che urgono nel corpo e si compiono al di là della tua volontà. Anzi, remano decisamente contro. Anche se sei convinto di doverli evitare, quelli si presentano incuranti e anche un po’ stronzi sulla bocca, in punta di dita, nelle spalle, insomma, ovunque possano trovare un trampolino per uscire da te e presentarsi al mondo alla faccia tua. Lasciandoti a fare i conti con le conseguenze. Avete mai provato a imboccare un bambino, o chicchessia abbia bisogno di essere imboccato? Cosa fanno le vostre labbra mentre ci provate? Ecco, appunto. Per evitare di far smorfie mentre tenti di traguardare posata e bocca, finisce che sbagli mira. E di solito non ci riesci comunque. Persino mentre scrivo “imboccare” mi viene da fare le smorfie…

Mia figlia sta per compiere diciassette anni e le parlo ancora in terza persona. Papà fa questo, papà fa quest’altro, papà è stufo, papà è stanco. Non è che voglia. E’ che non riesco a fare diversamente. Cioè, ci riesco, ma devo impegnarmi. Se le energie le indirizzo a quello che sto facendo e non a quello che sto dicendo, le parole mi escono di bocca così. Mannaggia a loro. E non capisco neppure perchè.

Eppure non le dico “Luna deve fare questo””, Luna vuole fare quest’altro”. A lei mi rivolgo alla seconda persona singolare: “tu” vuoi, puoi, fai, non devi e via interloquendo. Perchè a una persona con la disabilità di mia figlia viene naturale rivolgersi come se fosse un bambino di pochi mesi? E’ facile infantilizzare chi non parla, succede anche con gli anziani con demenza senile.

Sembrerebbe una faccenda di dignità: se hai bisogno di cure, in qualche modo sei un po’ bambino, quindi viene naturale comportarsi di conseguenza. E allora giù di terza persona, prosodia cantilenante, vezzeggiativi e tutto il repertorio zuccheroso e un po’ idiota a base di versetti, boccucce, toni acuti e sorrisi da emiparalisi. Ma non mi convince. Ci ho creduto per molto tempo, l’ho anche venduta a molti come teoria, ma non mi convince più. Dopotutto se devo curarmi di una persona totalmente dipendente ma pienamente lucida e in grado di parlare, non mi parte lo stesso embolo. Quindi la cosa deve avere a che fare non con la dipendenza dell’altro ma con il linguaggio.

Mia figlia non parla. Non può farlo, non è in grado. Non vuol dire che non comunichi, ovviamente. Ma la sua è una comunicazione totalmente analogica. Non possiede parole, verbi, costruzioni sintattiche. Non ha una grammatica insomma. Io sì, quindi posso darle del tu, posso dirle “tu”, non ci sarebbe dunque alcuna ragione per parlarle in terza persona: il fatto che io sia dotato di linguaggio mi permette di indicarla con le parole, e il modo di indicare l’interlocutore con le parole è, appunto, dargli del tu, o del voi, in ogni caso convocandolo alla prima persona.

Luna invece non può nominarmi, io per lei non sono un “tu”. E forse proprio per questo io, con lei, non riesco a essere “io”. Se è vero questo, allora significa che i pronomi compaiono per rispondere alla nominazione dell’altro. Se il tuo interlocutore ti dice “tu”, allora ti identifichi nell “io” che corrisponde al “tu” dell’altro. Magari tutto questo è una stronzata, ma è bello pensare che abbia un fondo di verità: significherebbe che l’identità è il prodotto del riconoscimento linguistico dell’altro che, parlandomi, mi fornisce un’identità sintattica sulla quale si struttura la mia identità psichica.

Viceversa se l’altro non è in grado di inquadrarmi in un costrutto sintattico, il mio “io” fatica a prendere forma nel dialogo con lui. Come accade con mia figlia. Io sono e resto “il papà”, cioè una presenza per lei innominabile, da indicare ogni volta scindendomi in due parti: “io” che indico e “il papà” che viene indicato.

In questo modo però mi riduco al mio ruolo. Se diciamo “io” intendiamo tutto ciò che siamo e ognuno di noi è molto di più dei singoli ruoli che indossa. L’assenza di linguaggio, invece, costringe a identificarsi con una funzione. E del resto come potrebbe essere diversamente, se mia figlia vede in me solo quello che sono per lei e di tutto il resto non ha né potrà mai avere alcuna conoscenza? Forse per questo l’amore che la lega a me è così totale e immediato. Forse per questo, a tratti,  è così soffocante.

Quelli che ce la fanno sempre

Lascia un commento

paperinikOgni volta, prima di fare qualcosa mi misuro con le solite domande ormai familiari e quasi amiche. Posso fare questa cosa con te? Sarai in grado di affrontarla? Io, sarò in grado di gestire le tue reazioni se tutto non andasse “liscio? Ce la faccio? Sono dell’umore giusto? E tu, sei dell’umore giusto? Questioni forse difficili da immaginare dall’esterno, che però sono la nostra abitudine

Ieri, dopo averci pensato, ho valutato che si, ci potevi venire con me dal concessionario, visto che ti avevo già raccontato dell’idea di cambiare la macchina della mamma e che anche questo poteva essere un modo per coinvolgerti in questo piccolo cambiamento.

Mi accorgo che formulo questo pensiero proprio mentre al contempo mi rivedo, dopo anni, a dirti che non possiamo prendere una macchina qualsiasi ma dobbiamo andare verso la nostra. Eppure sono convinta che sai riconoscere la mia auto e quella di tuo padre ma è come se la cosa non influenzasse minimamente la tua tendenza a dirigerti quasi sempre verso un veicolo diverso. Il concetto di proprietà è lontano da noi anni luce.

Ci andiamo al concessionario e tu sei bravissima e molto paziente, fino alla fine. Uno dei venditori ci tiene ad accompagnarci alla nostra auto.

Vi apro volentieri la portiera, dice.
Non si preoccupi, ce la facciamo benissimo, rispondo chissà perchè istintivamente.
Non ho dubbi, aggiunge il tipo, la mia è solo una gentilezza.

Sarà per suo cordiale sorriso o per la comprensione autentica che leggo nel suo sguardo che mi ritrovo a pensare alla mia risposta. Rifletto su questo strano automatismo comunicativo e lo riconosco appartenente ad un certo tipo di femminile impegnato nella cura di qualcuno o nell’assunzione di compiti particolari. Ce la faccio benissimo, tutto bene, non ho bisogno di aiuto. A volte queste frasi sembrano esibite come un valore.

Io ho capito nel tempo che per me queste affermazioni funzionano quasi come pillole rassicuranti. Mi vedo intenta a bilanciare quei sentimenti quotidiani, da anni compagni di viaggio. La paura di non farcela, di non riuscire a sostenere la fatica. Il senso di smarrimento e la ricerca di libertà ancora possibili. Il confronto con le mie incapacità e con i miei limiti.

Mi richiami a te con la voce. Mi ero persa, vagando in questi miei pensieri.

Senti, lo sai che la macchina che abbiamo appena scelto mi ricorda un personaggio di un cartone animato? Mi ascolti attenta. Cosa ne dici possiamo chiamarla la macchina di Paperinik? Mi guardi seria con quei tuoi silenzi pieni di mondi che mi fanno sentire abitante di un’altra galassia. Oppure, visto che siamo due ragazze, potremmo chiamarla …. Paperinikka come ti pare?

Sorridi subito e accenni un consenso visibile solo alla nostra storia. Adesso, è davvero nostra.

Respiro mentre mi accorgo che siamo arrivate a casa senza incidenti di percorso. Anche per oggi ce l’abbiamo fatta.

Noi chi?

2 commenti

noi chi?di Irene Auletta

Chi l’avrebbe mai detto che dopo anni a rincorrere il primo pronome personale mi sarei trovata oggi a rivendicare quello plurale a gran voce? Ironia della sorte.

Per anni, nella mia esperienza con operatrici dei servizi per la prima infanzia, ho portato l’attenzione all’esigenza di non rivolgersi al bambino chiamandosi per nome. Avete presente no? Laura ti sta chiedendo di fare …. Vieni da Francesca che ti porta in bagno …. Bambini venite con Giovanna a giocare, e via di questo passo.

In fondo è così che i bambini imparano ad avvicinarsi ai primi significati di quelle piccole espressioni io, tu, noi che, al di là di ogni apparente semplicità, gettano i semi per il modo futuro di stare ed essere nelle relazioni e negli incontri.

L’altro giorno un mio amico di vecchia data mi ha detto, ormai hai figli grandi e ben sistemati, la tua vita l’hai fatta, chi te lo fa fare di continuare a pensare alla politica invece di goderti la vita? Così ci racconta un anziano signore che da anni incrociamo nel nostro ormai familiare luogo di vacanza. A dire il vero lui, forse anche per la generazione a cui appartiene, è più interessato a parlare con l’uomo della mia famiglia ma siccome lo fanno in mia presenza, io ascolto. E sa cosa gli ho risposto? Se tu ragioni così vuol dire che di me non hai mai capito niente.

Ecco, appunto. Il fatto è che, quasi senza essercene accorti, ci siamo trovati tutti immersi in un mare di io sempre più solitari, individualisti e incapaci di pensare e favorire un noi andando oltre, o addirittura contro, il proprio interesse personale. In fondo questo anziano signore voleva dire proprio questo rivendicando il fatto di occuparsi di politica per le future generazioni e di farlo anche negli ultimi anni della sua vita.

C’è tanto da insegnare e da imparare e credo che tutti noi ci possiamo contribuire, a partire dalla nostra peculiare posizione e dai semplici gesti quotidiani della nostra vita. Ne parlava proprio ieri Gramellini nel suo buongiorno e credo che come educatori, genitori e cittadini ci sia parecchio da fare.

Buon lavoro a noi!

Educazione al muro

Lascia un commento

images.jpg mondo azzinanodi Irene Auletta

Passeggiamo incantati tra le vie di questo piccolo paese sorpresi del saluto puntuale delle poche persone che incrociamo. Passando vicino ad un’abitazione decidiamo di chiedere informazioni ad un signore che, in tuta da lavoro, è impegnato ad innaffiare il suo giardino.

Il nostro è un piccolo paese di centoventi abitanti che si animava solo in occasione della festa annuale. Faccio parte della proloco e con un piccolo gruppo di cinque, sei persone abbiamo iniziato a riflettere sulla possibilità di rendere più visibile il nostro paese e aprirlo al turismo e alle visite di più persone…. come voi ora! Ci piace incontrare tante persone e condividere con loro le nostre idee e le nostre bellezze.

E cosa viene in mente di fare a questi signori come attrattiva? Di far comparire sui muri delle abitazioni dei disegni a tema che ritraggono i giochi di una volta intrecciando colori e ricordi, fantasia e creatività, storie e cultura. Il paese di cui parlo si chiama Azzinano di Tossicia in provincia di Teramo e di certo gli interessati potranno trovare in rete tutte le informazioni relative, le immagini e le curiosità.

A me piace solo raccontare la piccola storia di questo incontro e l’aria fresca che mi ha permesso di respirare. Erano giorni in cui sentivo un certo disagio che non riuscivo a nominare e che puntualmente si ripresentava di fronte ad un ricorrente atteggiamento collettivo sfiduciato, polemico, rivendicativo e assai poco incline a intravedere possibilità future.

Fatico sempre a dare un senso al lamento continuo ma questa sensazione era qualcosa di più e di diverso che mi faceva sentire quasi un po’ stupida nel mio bisogno di recuperare significati legati a fiducia e speranza.

Mi occupo di educazione accidenti come faccio a continuare se non intravedo possibilità nel futuro?, pensavo. I bambini e i giovani non possono continuare a nutrirsi dello sconforto degli adulti e del loro pessimismo che sembra presentargli un mondo finito o, peggio ancora, irrecuperabilmente marcio. Non possiamo più, come adulti, non assumerci la responsabilità di quello che stiamo insegnando con i nostri commenti sempre distruttivi su quello che ci circonda.

E con tale stato d’animo, mi ritrovo a passeggiare per queste vie e proprio nella piazza centrale mi sorprende il dipinto più recente, in memoria di Mario Lodi, pedagogista e scrittore di cui percepisco quasi la voce autorevole, fantasticando un messaggio.

Cari signori stiamo parlando di bambini … Avete presente chi sono? Ricordate ancora la meraviglia della scoperta, del gioco, della vita?  Riuscite ad assaporare il loro bisogno di imparare e sperimentare? Smettetela di polemizzare e occupatevi seriamente del loro futuro!

Ecco cosa mi ci voleva. Mi sono ritrovata, per mano a te, in un momento rubato di impagabile libertà, vedo chiaramente la mia via.

Ma quanto pesano?

Lascia un commento

ma quanto pesano?di Irene Auletta

Ci sono tante espressioni e modi di dire carichi di significato che finiscono con il creare magici legami tra emozioni, sentimenti e il peso degli organi o di alcune parti del corpo.

Dopo tanto tempo sento di nuovo il cuore leggero come se mi ci avessero tolto un peso pazzesco da sopra. Così esordisce una conoscente che incontro dopo parecchio tempo, mentre mi racconta degli ultimi mesi vissuti con il fiato sospeso in attesa dell’esito di alcuni esami clinici. Chi di noi non ha vissuto sensazioni simili insieme alla conseguente impressione che il respiro sia aumentato di volume andandosene ora a spasso per il corpo a correre e a saltellare gioioso?

Allo stesso modo la sensazione contraria di cuore pesante sembra far arrancare tutto il resto del corpo schiacciato da un fardello posizionato all’altezza dello stomaco o sulle spalle. Allargate il respiro e provate ad aprire le spalle, ce lo ricorda spesso Angela, la nostra insegnante Feldenkrais. Ognuno ha i suoi pesi esistenziali da portarsi appresso ma forse possiamo imparare a farlo senza accasciarci ai piedi della vita.

Quest’estate ho incrociato due anziane signore evidentemente entrambe compromesse nella loro colonna vertebrale. Della prima mi ha colpito l’incedere che la mostrava camminare quasi piegata in due, in apparenza sempre triste, appoggiata al braccio di qualche accompagnatore. Ogni tanto ci si sente proprio così, piegati e incassati dal peso del dolore.

L’altra signora invece, seppur segnata da un problema fisico serio, ha attirato la mia attenzione per la luminosità e i colori vivaci dei suoi prendisole, oltre che per la disinvolta esibizione della sua sigaretta mattutina.

Modi e modi di affrontare gli eventi imprevedibili della vita. E’ così che mi sento ora mentre sorrido di fronte a queste tue fotografie estive, che ti ritraggono nuotare allegra e felice, circondata dai riflessi dorati delle onde.

Ambivalente, sempre. A tratti leggera e al tempo stesso con il cuore pesante del giorno dopo accompagnato dalla febbre puntuale che ha bussato alla nostra porta quasi a ricordarci che ogni allegria, per qualcuno, ha sempre un costo.

Ah ….. Bilancia pazzerella!

Madri all’antica

4 commenti

madri antichedi Irene Auletta

Conosco questa signora da circa quattordici anni e già all’epoca del nostro primo incontro suo figlio era morto da molti anni. Mi ha sempre colpito, nel suo racconto di ieri e di oggi, quella memoria che riemerge ogni volta emozionata come se la perdita di quel suo primogenito fosse avvenuta solo poco tempo prima.

Quando un figlio ha male a un dente la madre sente male al cuore … o almeno per me è così. Dici che per le altre madri e’ diverso? Sarà che ho perso un figlio ma il dolore e’ sempre li come il suo posto nel mio cuore che nessun altro può invadere. Per voi madri moderne e’ diverso? Dico male tesoro?

Con quella esse aspra tipica dell’accento abruzzese che rende speciale il suo “tesoro” la signora Wanda mi commuove sempre perché so che mi guarda con occhi speciali ogni volta che si rivolge a me esclamando eh … noi mamme!

Parliamo mentre lei si dedica ad impastare le sue impareggiabili frittele, commentando il coraggio di una giovane madre che lei conosce da quando era bambina e che, dopo una difficile infanzia, ha avuto il primo figlio gravemente disabile senza rinunciare ad altre due successive gravidanze che le hanno fatto incontrare due splendidi bambini sani. Da qualche anno questa donna la conosco anch’io. Ci salutiamo timidamente, incrociandoci in spiaggia, a volte solo un un sorriso complice che ci sa vicine in un destino simile.

Mi sembra però che noi mamme, quando attraversiamo certi dispiaceri, rimaniamo per sempre tristi, al di là delle altre gioie che possiamo incontrare nella vita.

Non lo so Wanda come sono le altri madri ma io, che potrei essere tua figlia, mi sento molto vicina al tuo sentire, alla tua rinnovata commozione dopo anni dalla perdita e ai tuoi occhi sempre pieni di lacrime quando nomini il tuo figlio adorato scomparso. Ogni madre può vivere in modo diverso il rapporto con i propri figli e, ogni madre con un figlio malato o disabile, può trovare le sue vie per incontrare la vita e ciò che le ha riservato.

Luce e ombra, zucchero e sale, tristezza e speranza. Io sono così, forse decisamente all’antica.

Sottosopra

6 commenti

sottosopradi Nadia Ferrari

Da due mesi mia madre 83enne vive con me.

Violentemente da un giorno con l’altro ti ho strappata dalla tua realtà, per il tuo bene mamma, per amore, sembra. La dottoressa disse: finché gli anziani sono autonomi é necessario rispettare le loro scelte, poi bisogna intervenire ed in effetti non si sa mai bene “quando” é il momento giusto.

Parole che a tratti, rammentandole, mi risollevano. Non l’ho fatto per farti del male mamma anche se di questo si tratta. Una sofferenza dilaniante é disegnata sul tuo viso e sul mio. Mischiata al mio stato confusionale che alterna senza tregua una compassione traboccante e una rabbia incontenibile, per ciò che ci tocca. Due donne perse. Io figlia e tu madre incapaci di reggersi neanche sulla solidarietà di genere.

Guardandoti, senza essere vista, ho cercato nelle pieghe delle rughe del tuo viso un segno di conforto per te, di riconciliazione per ciò a cui ti sto costringendo per me. Le tue labbra a volte scollegate dalla mente lasciano sfuggire parole ad alta voce, rivolte al nulla, espressione di pensieri segreti in volo “mi é capitata grossa” sussurri. Lo so mamma, ma queste non sono le parole che io avrei voluto sentire.

A settembre al ritorno a casa frequenterai un centro per anziani diurno. Mi ha raggiunto la notizia al telefono. Ti hanno insperatamente accettata! Una vera fortuna. Ed ora, dopo averti tolto da casa tua, dalle tue cose, dalle tue amicizie, dal tuo paese dovrai affrontare anche questo. Ad 83 anni? Mi sembra di essere di fronte a quei giochini per bambini che si trovano sparsi sui lungo mare dei luoghi di vacanza creati apposta per far spendere soldi ai genitori: “spara all’orso” mi pare si chiamino. Giochi in cui non appena sconfitto un mostro se ne fa avanti un altro! Allenarsi a non avere pace é il loro insegnamento.

Mamma ci devi andare, ti dirò, è importante per la tua salute, farai delle attività. Potrai avere nuove amicizie. Sapendoti lì io starò più tranquilla al lavoro.

Ad ognuno la sua parte ed a me ora tocca di scegliere al posto tuo e nel mio intimo so che alla fine é un trucco. Si tratta di scegliere tra la tua qualità della vita e la mia e io scelgo per me mamma. Per la mia sopravvivenza, per l’equilibrio dei rapporti all’interno della mia famiglia, per il nostro benessere e poi, anche per te mamma, che hai avuto la fortuna di invecchiare. Ci sono tanti modi di essere madre, tu non mi hai mai curato come classicamente ci si aspetta, ma ora, alla fine, accettando silenziosamente di entrare nella città dolente, anteponendo la mia serenità alla tua, ti stai occupando di me.

Staffette

5 commenti

Staffettadi Irene Auletta

Ogni tanto immagino che accada così anche nella vita.

Ed ecco il numero dieci che si avvicina e sembra pronto per il cambio con il numero quindici! Avvicinamento tattico e poi lo scatto per il cambio e il volo in avanti verso altro obiettivo.

Fantastico di una telecronaca che dica più o meno così e, in fondo, la staffetta mi pare proprio una bella metafora esistenziale del prendere la rincorsa per affrontare nuovi traguardi e poi “passare il testimone”.

Accade tra maestri e allievi e tra genitori e figli. Quel passaggio di prove, esperienze e storie che dovrebbe lasciare all’orizzonte i più maturi per garantire la scena libera ai nuovi protagonisti dell’esperienza della vita.

Mia madre, che ha sempre adorato il biondo platino e i tacchi alti, negli ultimi anni me lo ripete spesso. Se ti piacciono fallo finché puoi … Vedi, ora che sono diventata vecchia, le mie passioni le ho passate a te e a tua sorella!

E io a chi le passero’? Come potrò vivere il piacere e le emozioni di una figlia “signorina”, come si diceva una volta per accogliere e festeggiare il menarca? Chi lo sa. So per certo però che, insieme a tanto altro, biondo platino e tacchi rimarranno lì, presenti in tante altre storie, ma di sicuro, non nella nostra.

In realtà, anche io e te non perdiamo occasioni per scambiarci la staffetta della vita ma in quel modo tutto speciale che condividono tante madri e figlie, come noi. Tu cresci pian piano e io spero solo di invecchiare al rallentatore. Come dice una mamma amica che come me vive la storia con una figlia “pazzerella”, dobbiamo sempre tenerci in allenamento e può essere che questo ci aiuti pure a rimanere giovani. Chissà.

In questi giorni di cambiamenti e di corpi che si trasformano, il mio e il tuo cercano di trovare nuovi equilibri sempre nel silenzio che caratterizza la nostra storia. Racconti muti di umori, timori, dolori.

Ci guardo qui a passeggiare su questa accogliente spiaggia d’Abruzzo e, per sdrammatizzare, penso a come si dice da queste parti. Insieme, io e te, facciamo ancora una bella lontananza. E va bene così.

Lo spazio vicino fa sentire troppo il cuore e quello, si sa, rimane per pochi intimi.

Buone vacanze!

Lascia un commento

image

 

Nella pausa fermentano idee e pensieri ….

Arrivederci a presto, Irene  Auletta

 

 

Older Entries Newer Entries