Pieni di vita

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di Irene Auletta

“In questi giorni la stiamo proprio nutrendo”. Questa frase che arriva da tuo padre, oltre a parlarmi della tanta strada da lui percorsa per arrivare fin qui, mi restituisce anche i colori e i toni degli ultimi mesi.

Troppi cambiamenti e tante difficoltà anche al Centro che frequenti, ti hanno resa confusa, sempre un po’ in conflitto, spesso rinchiusa nel tuo mondo, prigioniera delle tue stesse trappole.

Difficile starti vicino e soprattutto capire come aiutarti senza sentirsi il più delle volte in scacco. Di recente ti ho vista travolta da stati d’animo e comportamenti che da molti anni credevamo scomparsi ma, di fronte al disagio, eccoli ricomparsi tutti lì, in fila indiana.

La pausa delle feste natalizie e’ arrivata al momento giusto e decidere di farti fare un lungo periodo a casa con noi ci e’ parsa la cura migliore. Come abbiamo imparato a fare in questi anni, a volte anche costringendoti un po’, siamo andati incontro a tanta bellezza. Musica, luci, arte. E la lista e’ ancora lunga.

Qualche pellegrinaggio in quei luoghi sacri che sin da piccola ti hanno sempre affascinata e qualche preghiera muta “delle nostre” per lenire, prima di tutto, i nostri cuori.

Te lo racconto un po’ a parole e un po’ nei miei pensieri mentre ci stiamo preparando per una gita al lago. Passerà anche questa tesoro e tutti avremo ancora imparato qualcosa di nuovo da questa svolta della nostra incredibile avventura.

Che il nuovo anno abbia inizio quindi, con l’augurio che gli occhi possano continuare a riempirsi del bello del mondo, facendolo risplendere nel tuo cuore e nella bella persona che ogni giorno, con tanta ostinazione, vediamo crescere.

Destini raccomandati

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di Igor Salomone

Andata. Luna è inserita nel centro diurno che l’accompagnerà nei prossimi anni, probabilmente molti, se tutto va bene.

“Mi raccomando”, le ho detto stamattina mentre l’accompagnavo in questo penultimo viaggio, prima che il pulmino torni finalmente ad alleggerire tempo e pneumatici venendola a prendere sin sotto casa, “fatti valere”.

Cosa deve fare un padre se non ricordare alla propria figlia chi è e cosa può fare quando si sta apprestando ad affrontare il mondo? Certo, un mondo molto piccolo per una diciottenne, piccolo e lungo, di quelli che hai tutta la vita davanti, ma sai già cosa ti aspetta. Però sarà il suo e io, come nelle migliori tradizioni, devo accompagnarla al debutto.

Ricordati Luna che sei curiosa, è forse la principale delle tue qualità, indossala con leggerezza e determinazione. Aiuta le persone che staranno con te a capire che vuoi vedere, guardare, osservare, esplorare, ascoltare, toccare tutto ciò che incroci. E che niente ti piace di più che andare, girare, muoverti per poter incrociare persone, cose e paesaggi. Con la manipolazione sei un po’ ai blocchi di partenza, quindi fatti aiutare, sarai in un luogo che potrà permetterti di fare molto più di quello che oggi riesci a fare, ma convinci chi ti aiuterà che al fondo sei un’esploratrice, non una costruttrice, e puoi riempirti occhi, orecchie e mani oltre ogni limite, prima di crollare esausta e satura di ciò di cui ti sei riempita.

E poi ridi e sorridi, mi raccomando. Non smettere mai di farlo portando con te il sole ovunque tu vada. La tua allegria è contagiosa, ho visto sconosciuti illuminarsi per strada semplicemente incrociando il tuo sguardo o trattenere a stento il riso sentendoti gorgogliare divertita con tutto il corpo. Cerca di non esagerare, come a volte ti succede quando la situazione ti eccita o ti imbarazza troppo. Ascolta chi ti metterà un limite, perché il valore della tua gioia non va sprecato con l’eccesso e il fuori luogo. Però continua a farne dono al mondo. Sei ricca di una ricchezza di cui c’è gran bisogno e non appena il tuo mondo se ne renderà conto, ricambierà. Dagli solo il tempo.

Infine, poi giuro che la smetto, ti tocca di mostrare quel tuo modo particolare di stare insieme, quel tuo esserci sempre che fa di te una presenza rasserenante e certa. Con te non ci si può sentire soli, anche nel bel mezzo dei tuoi lunghi silenzi. Sei l’incarnazione stessa dell’incontro che non ha bisogno di parole per esistere perché la sua sostanza è fatta di corpi, sguardi ed emozioni. Talvolta eccedi in ognuna di queste tre qualità, lo sappiamo entrambi. Impara e fatti insegnare a contenerti: non sempre e non con tutti la tua compagnia funziona. Le persone hanno anche voglia di stare un po’ da sole, quindi ogni tanto dovrai anche ritrarti, come del resto sai chiedere a chi ti sta attorno, quando quella che si vuole ritrarre sei tu. Ma fai capire a tutti che quando arrivi tu qualcosa si riempie, lasciando un vuoto riconoscibile appena te ne vai.

Lo so Luna, i padri sono sempre un po’ pedanti, ma in questi giorni si sta avviando il tuo destino. Qualche tempo fa mi hanno chiesto di tenere una relazione sul “progetto di vita” delle persone disabili. Ho detto che non ci voleva molto, quel tipo di progetto è già bello che dato. Alle persone come te non manca un progetto, manca un progetto alternativo.

Però quanto abbiamo atteso questo esito ovvio ma non scontato? Ora che ne stiamo varcando la soglia, vedo nei tuoi occhi carichi di attesa e nel tuo corpo lanciato alla conquista del nuovo mondo, quanto sia importante avere un posto tuo. Non un posto dove stare, ma dove andare e dal quale tornare, perché è in questo movimento da e per l’altrove che risiede il senso della vita.

E’ un destino un po’ triste e un po’ amaro il tuo e il nostro, figlia mia. Mi vengono in mente almeno cento altri futuri che non avremo e cinque minuti in un centro diurno per disabili sono più che sufficienti per ricordarceli. Ma noi umani siamo fatti così: quando accettiamo un destino, quale esso sia, possiamo anche esserne felici. Per questo mi sono raccomandato tanto, Luna. Stiamo iniziando una nuova avventura, tu sei felice anche se nei prossimi giorni probabilmente dovremo affrontare le prime difficoltà che ogni nuova avventura comporta e io, anche questa volta sono felice di viverla insieme a te.

Che la forza sia con te

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Primo post della rubrica Riflessi generazionali con la quale continuo la preziosa collaborazione con FattoreFamiglia. Di seguito uno stralcio, il resto potete leggerlo direttamente qui.

 

Stralcio del post da FattoreFamiglia

 

 

Continua la lettura di Che la forza sia con te

Quando sei nativo, non puoi più nasconderti

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nativo digitale

Questo post è un po’ tardivo. Mi ci è voluto del tempo per digerire l’articolo di Paolo Attivissimo, “Per favore non chiamateli Nativi Digitali”,  dal quale nasce. Attivissimo e il suo blog, Il disinformatico, sono per me da diversi anni un punto di rifferimento fondamentale per districarmi in Rete. Quante volte grazie a lui sono riuscito a sgamare le bufale che arrivano da Internet avvisando a mia volta le persone che conosco? moltissime.

Dunque se trovo un suo post che  smonta l’idea appena nata e da poco diffusa dei “nativi digitali”, lo leggo con attenzione, lo rileggo e poi ci rifletto sopra. Anche in virtù delle riflessioni e degli interventi che in materia ho già avuto modo di fare e pubblicare.

In sostanza la tesi di Attivissimo è che l’enfasi sulla supposta abilità digitale dei ragazzi nati dal 2000 in poi, è mal riposta. Muovendo dalla sua pratica di insegnamento nelle scuole, dove va ad alfabetizzare sulil tema della sicurezza in Rete, sostiene che al contrario i giovanissimi sanno sempre meno di  informatica, sono sempre più semplici utenti e persino del tutto acritici. Arriva addirittura a definirli “polli da batteria”. O che, per lo meno, rischiano di diventarlo.

Hai molte ragioni Attivissimo. Iniziando dal fatto che mode e grancasse mediatiche finiscono sempre col creare immagini semplificate  e di comodo della realtà. Però rovesciarle nel loro opposto non è che aiuti  granché. Hai certamentrre ragione nell’indicare tutti i singoli segnali che fanno temere scarse competenze da users in chi fa coincidere la Rete con Facebook e non riesce a distinguere un Url farlocco da uno credibile. Ma che c’entra tutto questo con la denuncia accorata della progressiva separazione tra uso di uno strumento e la conoscenza del suo funzionamento?

Andiamo per gradi.

I ragazzini, denuncia Attivissimo, non sanno distinguere tra un’applicazione e l’infrastruttura di rete sulla quale viaggia. E allora? Se chiedi a un bambino se viaggia in autostrada è probabile che ti dica di no, che lui viaggia in automobile. E mi pare del tutto logico. Il passaggio dall’uso dei browser all’uso delle app che ti permettono di navigare in modo più mirato, mi sembra francamente un guadagno netto. Esattamente come lo è stato a suo tempo cliccare un’icona sul desktop con il mouse, invece di digitare faticosamente stringhe di comando su uno schermo verdognolo. Sembra che ogni progresso tecnologico preluda alla nascita di una qualche forma di rimpianto nostalgico per quando le cose erano meno evolute. Non mi è mai appartenuto un simile sentimento, non ho mai rimpianto i  primi giochi elettronici che facevano bip bip rimbalzando una palllina virtuale da una parte all’altra dello schermo. Non sbavo davanti alle auto degli anni ’60 e non mi dispero per il fatto di usare molto più la tastiera che la penna. Però evidentemente un certo feticsmo la tecnologia lo suscita sempre: quello per le cose nuove e luccicanti e quello, opposto, per ciò che era nuovo e luccicante quando eravamo più giovani. E ci sta. Però non posssiamo imputare a dei ragazzini il fatto di non sentirsi attratti da quest’ultimo….

Seconda considerazione di Attivissimo. I ragazzini usano sistemi chiusi che non sanno smontare e non possono costruire. Questa francamente mi pare una nostalgia da ingegneri. Sarà che io non ho mai saputo montare un pc per conto mio e ho iniziato a usare il portatile quando non  è stato più necessario assemblare pezzi e scrivere stringhe di comando, ma non capisco proprio perchè questa dovrebbe  essere un sintomo di una perdita di competenza.

All’origine, trent’anni fa, chi si avvicinava al mondo dell’informatica era destinato a occuparsi di informatica. Ma per questa via l’informatica sarebbe rimasta una bizzarria da tecnofili. I primi possessori di auto alla fine dell’800 erano anche provetti meccanici. Non poteva essere diversamente considerata l’assenza di infrastrutture e la necessità di provvedere da sè per ogni evenienza. Quando ho preso la patente, era ancora di qualche utilità conoscere a grandi linee il funzionamento del motore. Ho personalmente smontato lo spinterogeno e pulito le candele più di una volta, ma oggi non ha più alcun senso. Quello che ci si deve aspettare da un automobilista in termini di competenze è ben altro. Tipo usare la freccia per farmi capire dove va mentre io sono lì fermo che sto aspettandolo a un dare precedenza e poi lui gira prima. Chissenefrega se non sa come funziona l’iniezione elettronica! A ben vedere, il rapporto tra Uomo e strumento muove  da millenni nella direzione di dividere il mondo tra chi fabbrica e chi usa e la tendenza è da sempre che ognuno usi il 99 per cento delle cose che non  sa assolutamente fabbricare. La chiamano Civiltà…

I ragazzini, infine ricorda sempre Paolo Attivissimo non hanno  alcuna idea della sicurezza dell’uso degli strumenti che hanno per le mani. Vero. Ma vale anche per tricicli e  palloni. Qualsiasi bambino impara prima a usare una cosa e poi a usarla con criterio, cercando di non romperla e di non farsi male. Si chiama sviluppo. E, fra parentesi, una quota più che importante di sventatezza è fondamentale per imparare qualsiasi cosa. Senza incoscienza, i processi di apprendimento si bloccano di fronte alla paura di sbagliare, di rompere qualcosa o di farsi/fare del male. Lo dimostra la maggioranza di quelli che hanno dovuto alfabetizzarsi in età adulta davanti a un pc, quasi del tutto incapaci di avventurarsi in un qualsiasi clic se non glielo dice qualcun altro o non ci sono istruzioni precise che consigliano, meglio, impongono di farlo. La competenza digitale chiede di misurarsi con un’intelligenza stocastica, fondata sulla prova-errore, che la maggior parte di noi ha perso e i bambini, fortunatamente, possiedono in abbondanza. Finchè non gliela tarpiamo, ovviamente.

nativi digitali

Dunque, caro Paolo, secondo me i Nativi Digitali sono tali perchè nati in un mondo digitalizzato, non perchè siano campioni di quel mondo o destinati a esserlo. Nè più né meno dei nativi delle isole Samoa che non nascevano campioni di pesca delle perle, dovevano diventarlo. Nè, del resto, lo diventavano tutti. Il punto, quindi, è cosa possiamo fare noi adulti per aiutarli i Nativi Digitali a diventare buoni cittadini del mondo nel quale sono nati, visto che noi le perle non le abbiamo mai pescate, a differenza dei genitori samoani… Mi permetto da educatore, pedagogista e immigrato digitale di suggerire alcune raccomandazioni in proposito.

Prima di tutto, senza abbandonare una legittima nostalgia per un mondo che non c’è più. occorre liberarsi dell’idea che quel mondo fosse migliore di quello attuale. Come si fa a imparare a stare in un certo posto, se chi dovrebbe aiutarti non perde occasione per dirti che in un altro tempo e in un altro posto le cose erano decisamente migliori? E rimpiangere le lavatrici a mano, le tv in bianco e nero o il commodore 64, piuttosto che il pc autoassemblato, è una differenza esclusivamente generazionale. Con l’aggravante che quando ero ragazzo io i nostalgici dei bei tempi andati avevano 30/40 anni più di me, oggi se la giocano tra i ragazzi del 2000 e quelli dei “mitici” ’90. Di questo passo aspettiamoci che, al prossimo giro, i ragazzini di oggi rimpiangeranno le tavolette solide e lucide con le quali sono cresciuti e hanno imparato, giocato, incontrato amici, guardando con sospetto i ragazzini futuri usare fogli digitali trasparenti e arrotolabili, o magari dei device epidermici o direttamente connessi alla rete neurale, e li rimprovereranno per qualcosa che oggi non riusciamo neppure a immaginare.

In secondo luogo, occorre che gli adulti acquisiscano una cittadinanza digitale, smettendola di nascondersi dietro paure e pruriti antiteconologici. Sopratutto quegli adulti che hanno responsabilità educative nei confronti dei Nativi Digitali. perchè per accompagnarli a prendere possesso del loro mondo, custodendolo, arricchendolo senza farsi stritolare e senza smarrirsi, occorre che sappiano in che mondo si trovano e che imparino ad abitarlo.

Infine, e questo è il consiglio che dò in particolare a te caro Paolo, te lo devo dopo tutti quelli che tu hai dato a me, occorre non confondere la competenza digitale con l’ingegneria informatica. Noi dobbiamo attenderci e dobbiamo lavorare duramente affinché ragazzi e giovani diventino utenti evoluti e critici di ciò che usano. Questo vale per gli strumenti informatici, ma in realtà è un principio educativo contemporaneo universale. Essere utente evoluto di qualcosa non significa affatto conoscere come funziona la cosa che si usa, o come è stata fabbricata, o essere in grado di farlo in prima persona. Per lo meno può essere così per una nicchia di utenti, quelli che chiamiamo “appassionati”, non per la maggioranza.

La maggioranza degli utenti di qualcosa è bene che impari a usare quel qualcosa nel rispetto degli altri, in sicurezza, per gli scopi che si prefigge, limitandosi nell’uso quanto basta, esagerando quando si può, capendo quali siano i diritti e i doveri connessi al suo uso, distinguendo ciò che serve da tutto ciò che è possibile sapere ma non è necessario, analizzando criticamente ciò che dovrà usare, smettendo di usarla quando diventerà inutile e riciclandola attentamente.

Come si può capire facilmente, si può essere dei veri campioni del mondo digitale, senza avere la minima idea di cosa sia uno script, un byte, il codice binario, il kernel, un sistema operativo, un dns o cosa significhino www e http.

Quindi io credo che Nativi Digitali sia proprio un bel nome collettivo per la generazione nata dopo il 2000. Nel senso che sono nativi di un mondo affascinante e pericoloso nel quale viviamo però anche noi adulti. Ci piaccia o meno. E non possiamo star qui ad aspettare che siano loro a salvarci da un mondo che ci trova impreparati e riottosi. Dobbiamo condividere l’avventura della sua esplorazione: loro ci devono mettere curiosità, intraprendenza, energia; noi responsabilità unita al coraggio, prudenza unita alla determinazione, saggezza unita alla voglia di imparare.

Souvenir

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Chissà perché scapicollarsi giù per un torrente aggrappati a un guscio di plastica gonfiata, sa tanto di avventura e di giovani. Come del resto annaspare alla ricerca di un microscopico appiglio su una parete di roccia preferibilmente strapiombante, oppure cavalcare le onde del mare sopra una tavola di vetro-resina con un boma al posto delle redini, o ancora gettarsi giù da un pendio di montagna appesi a qualche metro quadrato di stoffa.

Non mi é mai riuscito di capire se il fascino di queste attività derivi dal gesto in se stesso, così carico di pathos, di sfida, di forza, oppure dall’immancabile contorno di attrezzature hi-tech, prestanza fisica, chiome al vento, sorrisi a trentadue denti e colori rigorosamente sgargianti che televisione e affini ci restituiscono. Delle volte mi assale il dubbio che il mio dentista, il mio parrucchiere e la mia avversità nei confronti di verdi e viola fosforescenti congiurino per tenermi lontano dal climb, dal windsurf, dal rafting…A meno che il problema non sia che conosco poco l’inglese.

Eppure il gusto per l’avventura non mi manca. E non credo difetti neanche alla maggior parte dei ragazzi e dei giovani. L’avventura é l’altra faccia della quotidianità e come tale non é appannaggio di pochi temerari, ma una delle condizioni del nostro esistere. Da una parte il conosciuto, con i suoi ritmi, le sue certezze, i suoi porti sicuri che permettono a ognuno di noi di ritrovare quei punti di riferimento senza i quali nessuno può lanciarsi alla ricerca dell’ignoto. In fondo la vita non é che un campo-base dal quale partiamo in continuazione per esplorarla. Non é questo che fa un bambino quando abbandona momentaneamente le braccia materne per spingersi a gattoni sino alle sconosciute meraviglie della stanza accanto?

Il vero problema é cosa ci aspetti  dall’altra parte. Oltre l’orizzonte dell’esistenza ‘normale’, scontata e risaputa, quali ricompense ci attendono quando ci lasciamo sedurre dall’avventura? Generalmente, un trofeo. Il nostro immaginario eroico é ancora largamente dominato dalla cultura del trofeo. Nessuno o quasi appende più teste di leone sopra il caminetto, in compenso sono ancora molti quelli che occultano sapientemente nel bagaglio qualche pezzo di valore archeologico. E sono decisamente più numerosi i cacciatori di immagini che sul caminetto mettono in mostra una testa di leone ancora attaccata al legittimo proprietario, catturata con l’aiuto discreto di un teleobiettivo.

Più che di oggetti o di immagini, per la verità, i giovani sembrano decisamente attratti dai safari tra le emozioni. ‘Provare qualcosa’ di nuovo é la ricompensa promessa da tutte le pratiche sportive condite di rischio, sforzo fisico e abilità atletiche. Ma il brivido lungo la schiena, l’adrenalina che scorre lungo le vene, l’entusiasmo nei polmoni, sono davvero sufficienti?

In uno spot televisivo che gira in queste settimane, un quartetto di prestanti giovanotti apostrofa lanci nel vuoto, discese vorticose, arrampicate estreme con un ‘già fatto: facile!’ che lascia chiaramente intendere quale sia il risultato della ricerca dell’emozione fine a se stessa: la noia. Perché l’ignoto verso il quale muoviamo con il gesto avventuroso, non sono le cose che non abbiamo mai visto o che non abbiamo mai fatto, ma siamo noi stessi.

Il viaggio che ogni avventura promette é sempre e innanzitutto un viaggio interiore, attraverso quello che siamo, che vorremmo e che possiamo essere. E la ricompensa per le fatiche, per i pericoli e per i disagi che sopportiamo o é la nostra metamorfosi, o non é nulla. L’unico trofeo che abbia un senso é la testimonianza del nostro cambiamento: é tornare alla quotidianità diversi e quindi capaci di renderla diversa.

Non c’é nulla di più deprimente, al contrario, che percorrere migliaia di chilometri, scalare montagne, attraversare mari,  per poi vedere la nostra immagine riflessa allo specchio e scoprirla sostanzialmente identica a quella che avevamo lasciato. Tornare a casa senza aver imparato nulla di sé ci lascia soli, con l’amaro in bocca, circondati dai nostri inutili souvenir.

(Articolo pubblicato su l’Avvenire  una quindicina d’anni fa. Stamattina l’ho incontrato per caso nei labirinti elettronici del mio Mac e, tolta la polvere di bit accumulata negli anni, ho pensato di ripubblicarlo…)

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