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Di Igor Salomone

Ci sono gesti che urgono nel corpo e si compiono al di là della tua volontà. Anzi, remano decisamente contro. Anche se sei convinto di doverli evitare, quelli si presentano incuranti e anche un po’ stronzi sulla bocca, in punta di dita, nelle spalle, insomma, ovunque possano trovare un trampolino per uscire da te e presentarsi al mondo alla faccia tua. Lasciandoti a fare i conti con le conseguenze. Avete mai provato a imboccare un bambino, o chicchessia abbia bisogno di essere imboccato? Cosa fanno le vostre labbra mentre ci provate? Ecco, appunto. Per evitare di far smorfie mentre tenti di traguardare posata e bocca, finisce che sbagli mira. E di solito non ci riesci comunque. Persino mentre scrivo “imboccare” mi viene da fare le smorfie…

Mia figlia sta per compiere diciassette anni e le parlo ancora in terza persona. Papà fa questo, papà fa quest’altro, papà è stufo, papà è stanco. Non è che voglia. E’ che non riesco a fare diversamente. Cioè, ci riesco, ma devo impegnarmi. Se le energie le indirizzo a quello che sto facendo e non a quello che sto dicendo, le parole mi escono di bocca così. Mannaggia a loro. E non capisco neppure perchè.

Eppure non le dico “Luna deve fare questo””, Luna vuole fare quest’altro”. A lei mi rivolgo alla seconda persona singolare: “tu” vuoi, puoi, fai, non devi e via interloquendo. Perchè a una persona con la disabilità di mia figlia viene naturale rivolgersi come se fosse un bambino di pochi mesi? E’ facile infantilizzare chi non parla, succede anche con gli anziani con demenza senile.

Sembrerebbe una faccenda di dignità: se hai bisogno di cure, in qualche modo sei un po’ bambino, quindi viene naturale comportarsi di conseguenza. E allora giù di terza persona, prosodia cantilenante, vezzeggiativi e tutto il repertorio zuccheroso e un po’ idiota a base di versetti, boccucce, toni acuti e sorrisi da emiparalisi. Ma non mi convince. Ci ho creduto per molto tempo, l’ho anche venduta a molti come teoria, ma non mi convince più. Dopotutto se devo curarmi di una persona totalmente dipendente ma pienamente lucida e in grado di parlare, non mi parte lo stesso embolo. Quindi la cosa deve avere a che fare non con la dipendenza dell’altro ma con il linguaggio.

Mia figlia non parla. Non può farlo, non è in grado. Non vuol dire che non comunichi, ovviamente. Ma la sua è una comunicazione totalmente analogica. Non possiede parole, verbi, costruzioni sintattiche. Non ha una grammatica insomma. Io sì, quindi posso darle del tu, posso dirle “tu”, non ci sarebbe dunque alcuna ragione per parlarle in terza persona: il fatto che io sia dotato di linguaggio mi permette di indicarla con le parole, e il modo di indicare l’interlocutore con le parole è, appunto, dargli del tu, o del voi, in ogni caso convocandolo alla prima persona.

Luna invece non può nominarmi, io per lei non sono un “tu”. E forse proprio per questo io, con lei, non riesco a essere “io”. Se è vero questo, allora significa che i pronomi compaiono per rispondere alla nominazione dell’altro. Se il tuo interlocutore ti dice “tu”, allora ti identifichi nell “io” che corrisponde al “tu” dell’altro. Magari tutto questo è una stronzata, ma è bello pensare che abbia un fondo di verità: significherebbe che l’identità è il prodotto del riconoscimento linguistico dell’altro che, parlandomi, mi fornisce un’identità sintattica sulla quale si struttura la mia identità psichica.

Viceversa se l’altro non è in grado di inquadrarmi in un costrutto sintattico, il mio “io” fatica a prendere forma nel dialogo con lui. Come accade con mia figlia. Io sono e resto “il papà”, cioè una presenza per lei innominabile, da indicare ogni volta scindendomi in due parti: “io” che indico e “il papà” che viene indicato.

In questo modo però mi riduco al mio ruolo. Se diciamo “io” intendiamo tutto ciò che siamo e ognuno di noi è molto di più dei singoli ruoli che indossa. L’assenza di linguaggio, invece, costringe a identificarsi con una funzione. E del resto come potrebbe essere diversamente, se mia figlia vede in me solo quello che sono per lei e di tutto il resto non ha né potrà mai avere alcuna conoscenza? Forse per questo l’amore che la lega a me è così totale e immediato. Forse per questo, a tratti,  è così soffocante.